Cerami Vincenzo, “Un borghese piccolo piccolo”

Edito da Garzanti, Milano, 1976, 128 p.

Dalla Quarta di Copertina del libro scritta da Italo Calvino

Dalla prima pagina il romanzo di Vincenzo Cerami ti prende obbligandoti a fissare uno sguardo spietato su di un campione di società italiana quanto mai rappresentativo : il mondo d’un impiegato di ministero, che passa la vita a mandare avanti pratiche di pensione attendendo d’andare in pensione lui stesso e di portare suo figlio a occupare un posto nello stesso ministero, a un grado superiore al suo. Ho detto sguardo spietato, ma non vorrei far pensare a un partito preso polemico о satirico, bensì all’esattezza d’una lente d’ingrandimento puntata sulla bruttezza senza riscatto che regna nel cuore del nostro consorzio civile, ma anche sulla tenace rabbia di vivere che persiste in fondo a un desolato svuotamento di ragioni vitali. Una storia d’impiegati ce la aspetteremmo grigia e povera di fatti e prevedibilmente caricaturale: invece qui di fatti ne succedono parecchi, e dei più romanzeschi: da un’incongrua cerimonia d’iniziazione massonica a una cruenta irruzione nella cronaca nera quotidiana, a un’allucinata, truce vendetta. Ma anche i fatti, appena successi, vengono inghiottiti dalla sorda, vischiosa continuità dell’esistere. È una storia di vittime e nello stesso tempo di mostri, quella che Cerami racconta: vittime d’un assurdo che possiamo scegliere di definire sociale oppure metafisico senza che questo cambi nulla nell’oscura, quasi inarticolata determinazione con cui vi si muove chi non ha altro fine che il farsi largo entro un chiuso orizzonte. Ci rendiamo conto che l’assurdo di questa « tranche de vie » dei nostri giorni ha una dimensione di tragedia. E che è una Roma letterariamente inedita quella che Cerami ci mostra: feroce, sotto la risaputa apparenza bonaria.
Questa presentazione al libro aveva promesso di scriverla Pier Paolo Pasolini : voleva essere lui a tenere a battesimo il primo romanzo del nuovo scrittore. Nessuno meglio di lui avrebbe saputo mettere in valore questo quadro d’una Roma feroce, quest’indagine molecolare d’un mondo in cui un processo d’omogeneizzazione sociale e culturale si compie in un deserto di valori. E nessuno meglio di lui avrebbe saputo dare una definizione esatta di questo stile diretto e spoglio, che non s’allontana mai dall’oggettività visuale e dalla soggettività elementare del personaggio, ma che ogni tanto s’allarga a evocare i colori e gli umori dell’aria e si carica di grumi espressivi inaspettati.

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