Fuoco alle polveri. Guerra e guerriglia sociale in Iraq

Edito da: NN e Porfido
Luogo di pubblicazione: Torino/Catania
Anno: Giugno 2004
Pagine: 85
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La polveriera irachena s’inserisce in un contesto di guerra civile mondiale.
Ma cosa vuol dire «guerra civile»?
Nonostante il poderoso occultamento realizzato dall’apparato tecnologi­co e mediatico, il presente ordine planetario sta disponendo i rapporti sociali su linee di forza sempre più brutali. I rapporti umani implodono sotto i fardelli economici e burocratici, cancellando le basi stesse di ogni autonomia individuale e sociale. I pretesi valori universali crollano miseramente. La fin­zione giuridica è smascherata dalle continue aggressioni militari e poliziesche che non si nascondono più dietro la foglia di fico della legalità. Il diritto internazionale è solo l’ordine marcio imposto dai gangster più potenti. Di fronte ad una mafia degli affari che attraversa apparati e confini, i vecchi e falsi legami nazionali si sciolgono. In simili condizioni di sradicamento e paura, due sole vie d’uscita si fanno largo sempre più apertamente: l’emerge­re di fondamentalismi tecnicamente equipaggiati, oppure la tempesta sociale dello scontro di classe.
Stiamo attraversando un’epoca gonfia, in tutti i sensi, di possibilità. Ad ascoltarne i rumori, non si ode solo il suono secco degli scarponi о quello ovattato delle pantofole. Per riprendere l’immagine di Heine, un sotterraneo molino delle armi sta affilando i coltelli del riscatto.
Se si osserva con attenzione, si scorgerà che un filo sempre più evidente lega le esplosioni sociali dell’Iraq, della Palestina, dell’Algeria ai movimenti delle truppe — ideologiche e poliziesche — nei nostri quartieri. I dispositivi di riassetto urbano e di repressione emanano un odore di paura di fronte alle condizioni che il dominio stesso ha riunito. Di più, il conflitto penetra nelle stesse sensibilità individuali, che le vecchie identità collettive (il lavoro, la famiglia, l’appartenenza culturale) non riescono più a tenere insieme. Al pri­mo scossone, un profondo senso d’incertezza pervade gli animi aprendoli, ancora una volta, a possibilità opposte: la paura di sé e degli altri, ma anche una nuova disposizione affettiva a lasciarsi coinvolgere da ciò che è comune. Il modello liberale dell’uomo d’affari sicuro di sé, imposto urbanisticamente attraverso la privatizzazione degli spazi di vita, s’incrina nel quotidiano di uomini deboli e indifesi. Il calcolo razionale pensa di governare tutto, come il dominio crede di controllare le contraddizioni che genera, ma i tic nervosi confessano ciò che i sorrisi di facciata tentano sempre più maldestramente di mascherare.
Qual è lo spazio che lo scontro sociale, da Los Angeles a Gaza, da Quito a Bassora, sta aprendo nella guerra civile mondiale? Se qualcosa insegnano gli avvenimenti iracheni, illuminando d’un colpo il tessuto dei rapporti sociali, è che nessuno — né il capitale, né l’islamismo, né i rivoluzionari — sa governare il disporsi, l’allinearsi e il disperdersi delle forze in campo. Il modello quantitativo della forza — esercito contro eserci­to, fronte contro fronte — sta andando letteralmente in frantumi assieme ai piani di occupazione militare dei padroni del mondo. Lo spettacolo dei mu­scoli d’acciaio viene squarciato dalle fiamme di una rivolta attraverso congiure misteriose di eventi — una giungla mortale per l’occupante —, scatenate da una resistenza le cui cause e le cui ragioni non hanno nulla di misterioso. L’intelligenza dei rapporti di forza non è mai stata — per il dominio come per i suoi più irriducibili nemici — così decisiva. Questa intelligenza rispec­chia per tanti versi le regole del gioco sovversivo, con le sue improvvise unio­ni e le sue separazioni altrettanto repentine.
Le saccenti analisi geopolitiche hanno ben poco da dirci. La polizia nella metropolitana ci rivela quest’epoca al pari delle pubblicità, le guerriglie al pari dei conflitti familiari. Quello che avviene nelle “periferie” si riflette al “centro”, e viceversa. In questo senso, sono gli insorti iracheni a darci una mano, indebolendo il dominio mondiale di cui siamo tutti sudditi. Se dopo l’11 settembre gli Stati Uniti avevano concepito un piano gigantesco per schiac­ciare sotto i loro cingolati le terre dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Siria e dell’Arabia Saudita, le fiamme di Bassora, Nassiriyya e le altre stanno ferman­do le mire assassine della più grande potenza militare del mondo. Non sareb­be ora che gli irregolari della guerra civile occidentale le alimentassero?
Se la favola del diritto è messa a nudo dalle brutalità e dalle sevizie trasmesse in mondovisione, ugualmente improponibile appare quel pacifi­smo che rivendica il rispetto della legalità e confina l’opposizione alla guer­ra nel solo spazio pubblico-pubblicitario della piazza, lontano, cioè, dagli ingranaggi della macchina di sterminio capitalista. Eppure, come è emerso in modo esemplare attraverso gli scioperi selvaggi dei ferrotranvieri e di altri lavoratori, inceppare questa macchina, bloccare i movimenti delle sue truppe è possibile.
Il vecchio slogan internazionalista «Portare la guerra nelle metropoli» è stato finora messo in pratica non dai rivoluzionari attraverso l’attacco ai ne­mici comuni degli sfruttati, ma unicamente dai nemici di ogni attacco co­mune degli sfruttati: attraverso la violenza indiscriminata delle bombe di Madrid. L’equazione “occidentale uguale imperialista” si sta diffondendo in modo terribile tra i dannati della Terra, disperatamente soli nella loro resi­ stenza. Per questo zone storicamente laiche come l’Iraq diventano, di fronte ai massacri democratici, terre favorevoli per la “comunità” dell’IsIam com­battente, realizzazione menzognera del bisogno reale di solidarietà e di riscat­to. Non è certo con gli appelli alla tolleranza e le lezioni di educazione civica che si spezzerà quell’equazione, bensì portando qui la guerra sociale.
Gli stessi che ripetono — citando senza parsimonia Benjamin — che «lo stato di eccezione nel quale viviamo è diventato la regola», barattano poi la pratica dell’azione diretta, che se ne infischia sovranamente delle leggi, con la rivendicazione dei loro illusori diritti. In un movimento che porta sempre più pezzi di Palestina nelle nostre città, il capitale e le rivolte che questo incontra spiegheranno a costoro cosa intendeva Benjamin quando parlava, in un’epoca fin troppo simile alla nostra, della violenza rivoluzionaria come «stato di eccezione effettivo» contro quello «fittizio» del Diritto, dispiegato appieno dal fascismo.
Questo scarto fra la retorica dei volantini e l’impotenza della pratica — come se noi stessi fossimo i primi a non prendere sul serio ciò che diciamo — è dimostrato assai bene dai ricatti che il “movimento” riesce così stoicamente ad inghiottire. Appena fa qualche passo in avanti, subito si rimette sulla di­fensiva. La propaganda statale dopo l’11 settembre gli ha fatto dimenticare la rivolta di Genova. La criminalizzazione della resistenza irachena gli ha fatto dimenticare che quell’opposizione alla guerra, per cui erano scesi in piazza a milioni, è proprio ciò che gli insorti in Iraq stanno ora dispiegando sul cam­po. Come si dice in uno dei testi che pubblichiamo, i mass media riescono a far spostare le persone quando si tratta di protestare contro l’orrore di ciò che le soggioga, ma le immobilizzano quando si tratta di dar man forte a ciò che potrebbe liberarle.
Nelle pagine che seguono parliamo, rispetto alla rivolta irachena, di «guer­riglia sociale». Con questo vogliamo sottolineare che la resistenza all’occupa­zione e ai suoi governi d’accatto non ha ancora raggiunto la dimensione di una vera e propria insurrezione, ma ha già scavalcato la sola guerriglia di gruppi nazionalisti о islamisti. Gli stessi lavoratori che scioperano sono co­stretti, in un simile contesto, ad usare le armi. Crediamo che i testi raccolti diano conto di questa — approssimativa — definizione.
Le carte si mescolano rapidamente, le forze di epoche e di paesi apparen­temente così lontani s’incrociano in costellazioni di eventi insieme promet­tenti e terribili. La libertà ha bisogno della tempesta, ma nella tempesta è difficile mantenere il senso della vita per cui ci si batte. In Iraq si gioca oggi un pezzo importante di questa battaglia.

Nota dell’Archivio
– A pagina 16 di questo opuscolo sono riportate le fonti e i titoli tradotti:
–“Bassora, Nassiriyya e le altre” è una rielaborazione dell’articolo “Di alcune considerazioni sugli avvenimenti che scuotono attualmente l’Iraq”, apparso sulla rivista del Gruppo Comuni­ sta Internazionalista Communisme, n. 55, del febbraio 2004. Diversi testi della rivista sono consultabili, in più lingue, su http://www.geocities.com/Paris/6368;
–“Breve storia di una rivolta” è una rapida ricostruzione della sollevazione che attraversò l’Iraq alla fine della “prima guerra del Golfo”, basata principalmente su informazioni tratte dal libro di Ilario Saiucci, Al Wathbah (Il salto) – Movimento comunista e lotta di classe in Iraq (1924- 2003), Milano 2003 e, soprattutto, da un volantino — dal titolo “I dieci giorni che sconvolse­ro l’Iraq” — distribuito a Glasgow alla fine della guerra del Golfo del 1991, al cui fondo era riportato: «Questo volantino è stato scritto da rivoluzionari inglesi e iracheni. […] BM CAT, London WC1N 3XX, UK, о PO BOX 3305, Oakland, CA 94609, USA.»
–“Note a caldo su di un’occultazione moderna” è una libera traduzione di un articolo della Bibiothèque des émeutes, pubblicato in Francia sul numero 3 dell’omonima rivista, nel 1992. Diversi articoli della rivista sono consultabili sul sito www.téléologie.org
–“Le shoras tra rivoluzione e controrivoluzione” e “Gli avvoltoi dell’umanitarismo” sono basati su informazioni tratte dalla rivista Communisme, n. 36, giugno 1992.

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