Samorini Giorgio, “Allucinogeni, empatogeni, cannabis. Bibliografia italiana commentata”

Edito da: Grafton9
Luogo di pubblicazione: Bologna
Anno: 1998
Pagine: 164
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
In quyesto periodo di rinnovato interesse per le esperienze psichedeliche ed empatogeniche, presentiamo questa bibliografia commentata con l’intento di offrire uno strumento d’indagine, una guida agli interessati attuali e futuri, mediante la quale ottenere le informazioni sugli allucinogeni, sulla cannabis e sugli empatogeni disponibili in lingua italiana; informazioni che per svariati motivi e aspetti, possono risultare utili e in alcuni casi indispensabili. Con oltre 700 citazioni bibliografiche relative a 570 autori, che trattano dell’LSD, della ketamina, dell’MDMA (“ecstasy”), della Cannabis e di innumerevoli altre sostanze e piante psicoattive – dai saggi di antropologia e di etnobotanica agli studi farmacologici e di applicazioni psicoterapeutiche – questo testo, corredato di 120 immagini, può risultare utile agli psicnoauti, ai ricercatori, ai medici, agli operatori dei SER.T, ai giovani laureandi che sempre in maggior numero svolgono tesi universitarie o di specializzazione delle più disparate discipline e che trattano queste droghe.

Nota dell’Archivio: ///

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Savater Fernando, “Contro le patrie”

Edito da: Eleuthera
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 1999
Pagine: 179
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
In questo libro Savater parla dei nazionalismi e ne parla male. Parla di quelli vecchi e di quelli nuovi, di quelli grandi e di quelli piccoli-piccoli ma egualmente aggressivi e mortiferi. Si occupa principalmente della questione spagnola, dunque del nazionalismo basco ed ovviamente del nazionalismo iberico primo e fondante: quello castigliano. Ma soprattutto l’appassionata e lucida tesi antipatriottica di Savater va letta in chiave ampiamente paradigmatica, con l’occhio volto ai nefasti effetti della nuova ondata neonazionalista, in tempi di massacri e di «pulizie etniche». La presentazione dell’edizione italiana è di José Àngel Gonzàlez Sainz.

Nota dell’Archivio
– Traduzione del libro Contro las patrias, Tusquets Editores, 1996

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Andres Jaqueline, “The hub of the med. Una lettura della geografia militare statunitense in Sicilia”

Edito da: Sicilia Punto L
Luogo di pubblicazione: Ragusa
Anno: 2018
Pagine: 151
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Con questo libro l’autrice intende soprattutto analizzare la geografia militare dell’esercito statunitense e della NATO in Sicilia, in relazione alle seguenti domande di ricerca:
1. Come si inserisce la base navale di Sigonella nellinfrastruttura bellica globale degli USA e della NATO? Che ruolo assume nelle guerre del XXI secolo?
2. Chi detiene la sovranità sul territorio della base navale di Sigonella? Come funziona la regolamentazione dell’uso del territorio e del personale militare della base?
3. Di quali elementi funzionali si compongono le installazio­ni attualmente usate dalle forze armate statunitensi?
4. Quali ripercussioni ha la presenza statunitense sul contesto territoriale? Che effetti comporta sull’economia locale, sull’ambiente, sulla salute fisica e psichica dei residenti della zona circostante?
Lungi dall’essere esaustiva, con questo lavoro Jacqueline Andres aspira a contribuire al rafforzamento delle nuove ricer­ che critiche sul militarismo, seguendo il concetto di geografia militare elaborato da Rachel Woodward.

Nota dell’Archivio: ///

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Alcuni Anarchici, “La carta è solo carta. Sulla detenzione amministrativa in Puglia”

Edito da: ///
Luogo di pubblicazione: Lecce
Anno: Agosto 2016
Pagine: 16
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Ciò che queste pagine propongono è di illustrare la struttura attuale della macchina della detenzione amministrativa in Puglia. Una regione da sempre marginale nelle geografie del capitalismo, a causa della sua scarsa industrializzazione, che ora prova a riesumare la sua posizione storica di “Porta d’Oriente” nel Mediterraneo, non riuscendo a guadagnarsi altro che un ruolo di periferia funzionale al grande mercato globale. In quest’ambito la Puglia oggi gioca la sua parte, anche, con la capillare diffusione della rete di quella che, con l’ormai consueto capovolgimento di senso delle parole, è chiamata “accoglienza”. Una premessa è d’obbligo. Non si può comprendere appieno il funzionamento della grande macchina della detenzione amministrativa se non si considera la sua funzione sociale e politica e se si trascura di guardare alle intenzioni degli “ingegneri” che l’hanno progettata, prima ancora dei “conducenti” che ne permettono il funzionamento.
Il sistema della detenzione amministrativa in cui incappano tutti coloro che non possiedono un documento di cittadinanza è una complessa struttura per il contenimento e la regolazione degli spostamenti umani sul territorio europeo. Tale struttura è il risultato materiale di un’espansione mostruosa della logica capitalista che interpreta tutto l’esistente sotto la luce, fosca, delle dinamiche di mercato e attribuisce ai flussi umani gli stessi parametri di gestione e gli indici di valore che usa per le merci. In questa sovrapposizione degradante troviamo la chiave di lettura che ci spiega il senso e la funzione del sistema della detenzione amministrativa. In una parola: logistica.
Esattamente come la coesistenza di mercati legali e mercati illegali regola il valore delle merci e ne traccia i percorsi nell’intero pianeta, così per le persone la concomitanza di flussi “regolari” e “irregolari” determina la nozione di inclusione ed esclusione, fabbricando precise categorie di umanità in movimento: turisti, studenti trasferisti, lavoratori stranieri regolari e, dall’altro lato, clandestini, richiedenti asilo, rifugiati. L’etichettatura che si riceve su un foglio di carta è dell’identica natura di quella che gli scatoloni e poi i container ricevono nei grandi hub di smistamento merci.
Il parallelismo fra merci e umanità è destinato, però, ad annullarsi di fronte alla constatazione che se per le prime i vincoli di circolazione sono sempre più allentati, in nome della maggiore globalizzazione e compenetrazione dei mercati, per i secondi i confini nazionali sono sempre più invalicabili e quell’etichetta impressa all’arrivo nella Fortezza Europa corrisponde ad un permesso che regola e limita l’uso della propria libertà. Una libertà che è sempre condizionata dall’esistenza di quella carta che c’è o non c’è, che concede o preclude, che scade e va rinnovata, che è smarrita o sequestrata, o magari trattenuta, per ricatto. La detenzione amministrativa, in tutte le sue fasi e strutture, si fonda sull’esistenza di questa maledetta carta che decide il destino di uomini, donne e bambini che, per varie e diversissime ragioni, sono giunti in questa parte di mondo. Ciò che ci interessa qui mettere in evidenza è che il sistema nel suo complesso, fino anche alle sue espressioni meno brutali, come gli Sprar, è funzionale al controllo e allo sfruttamento umano. Non ci sembra casuale, per esempio, che ben il 70% dei braccianti sottoposti a rapporti di caporalato in Puglia provenga proprio dagli Sprar.
In questo senso questo sistema assolve egregiamente al compito che si è dato, cioè quello di “integrare gli stranieri nel mondo del lavoro”. Il sistema pugliese della detenzione amministrativa è particolare per la completezza e l’articolazione della macchina. In questa regione, infatti, esistono tutti gli anelli del “sistema dell’accoglienza”: dal primo, il luogo del “ricevimento”, all’ultimo, quello della più lunga permanenza in un regime che può definirsi di “libertà condizionata”.
In queste pagine si cercherà di fare il punto sulle strutture, sul loro funzionamento, sulla loro ubicazione e sull’identità di chi gestisce e collabora alla loro esistenza. Partendo dal primo luogo in cui vengono ammassati i migranti al loro arrivo in Europa: l’hotspot di Taranto, al varco nord del porto industriale. Qui, lo si vedrà meglio in seguito, la varia umanità sbarcata sulle coste è ammassata in container, smistata a seconda della dichiarazione di provenienza e rispedita nella struttura di destinazione. Proprio accanto, nello stesso varco portuale, nel polo logistico, le merci ricevono lo stesso trattamento. Intanto, proprio sulle teste delle persone rinchiuse scorrono i grandi nastri trasportatori che portano in andata e in ritorno le polveri minerali e i tubi d’acciaio prodotti nello stabilimento siderurgico della città.
Dopo l’hotspot, se ci si è rifiutati di farsi identificare si va a finire nei Cie, dove si viene trattenuti in uno stato molto simile a quello carcerario, in attesa di essere espulsi. In Puglia è attualmente in funzione quello di Brindisi.
Quando si accetta l’identificazione, invece, si può andare a finire in un hub o in un Cara (tre in Puglia, a Brindisi, Foggia e Bari), in attesa di una molto improbabile accettazione della richiesta di asilo. I minorenni o i richiedenti protezione umanitaria, di regola, vanno a finire nel sistema Sprar: in Puglia esiste una congerie di associazioni ed enti che vi partecipano.
A questo proposito un’ultima precisazione. Si è scelto di dare un certo spazio anche a queste strutture poiché, a causa della loro apparente umanità nelle gestioni, si prestano molto bene ad una confusione che le identifica come “alternative” alla detenzione amministrativa. Ci preme sottolineare che questo equivoco (riteniamo alimentato ad arte da tutta una sinistra interessata a unirsi al banchetto del business dell’accoglienza), vada finalmente dissipato: questi centri non sono che l’ultimo anello di una catena che lega gli stranieri con il ricatto della carta di soggiorno. Per quanto sia possibile che alcuni operatori che vi lavorano agiscano animati da reale senso di solidarietà e umanità, il sistema Sprar non è alternativo ma è parte integrante della grande struttura della detenzione amministrativa.
In definitiva l’intera struttura, in Puglia come ovunque, si fonda sull’attribuzione di un’identità ufficiale per ciascun individuo. Senza questa attribuzione di identità gli Stati non possono controllare e governare gli individui e il mercato non li può trasformare in forza lavoro. Identificare, dunque, corrisponde a dominare.
Per quanto le strutture detentive per stranieri possano essere gestite con reali criteri di “ospitalità” (ben lontano dalla realtà attuale) non ci sarà mai rispetto della dignità e della libertà umane finché una carta col timbro di un ministero avrà il potere di decidere le vite e le traiettorie degli individui.
Per la libertà, per l’ingovernabilità, contro le frontiere.

Nota dell’Archivio: ///

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Monsignor Bouvier, “Venere ed Imene al tribunale della penitenza: manuale dei confessori”

Edito da: Edizioni Bastogi
Luogo di pubblicazione: Foggia
Anno: 1974
Pagine: V+148
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Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Questo manuale ad uso dei confessori contienee una lunga serie di precetti sui peccati di natura sessuale. La prostituta è fra le maggiori peccatrici, pecca infatti “più gravemente che la semplice fornicatrice od anche la concubina, tanto riguardo la disposizione dell’animo, quanto allo scandalo e al nocumento che si reca alla generazione. Perciò le meretrici furono sempre considerate come la feccia e l’obbrobrio della specie umana”. Bouvier si sofferma poi sui peccati dello stupro e del ratto. Con il primo si intende generalmente “ogni commercio carnale illecito”. La fanciulla verso la quale è usata violenza “evidentemente si espone al pericolo di non far più un conveniente matrimonio e pecca perciò contro la prudenza”, mettendosi inoltre “sulla strada della prostituzione”. Per ratto si intende “il forzare una persona qualunque allo scopo di saziare su di essa una libidine”. Può comportare uno spostamento da un luogo ad un altro ma “una donna può essere forzata nel luogo stesso ove si trova”. L’atto sessuale “con una minorenne consenziente, all’insaputa dei suoi genitori, e senza che vi sia trasferimento da un luogo ad un altro, non è propriamente un ratto, perché qui non esiste violenza: ma è un oltraggio ai parenti, a cui era affidata la custodia della castità della figlia”. Nel corso dell’Ottocento, il moralismo borghese, in nome dell’equiparazione del sesso come sporcizia, imporrà una dura repressione sessuale che poi finirà col favorire, per contrasto, pratiche e vizi segreti. Il tradizionale rigore della Chiesa arriverà ad assumere atteggiamenti parossistici, sadici e punitivi come testimonia il libro di Bouvier.

Note dell’Archivio
– Traduzione del libro “Dissertatio in sextum decalogi praeceptum et supplementum ad tractatum de matrimonio
– Riedizione anastatica del libro curato e tradotto da Osvaldo Gnocchi Viani del 1885
– Per motivi di copyright manca la Prefazione di Vittorio Marchi
– La prima edizione di questo libro è del 1877. Venne inserito nell’Index librorum prohibitorum tramite Decreto del Santo Uffizio del 17 Gennaio 1877. Fonte qui, pag. 392
Qui la prefazione di Gnocchi Viani della seconda edizione (1877) del libro.

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Palomba Antonio, “L’ateismo scientifico”

Edito da: Stabilimento Tipografico De Angelis-Bellisario
Luogo di pubblicazione: Napoli
Anno: 1892
Pagine: XI+440
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Al lettore, impaziente di conoscere l’intendimento del presente studio, un tal po’ di prefazione. Si dice e si è detto su mille toni che, oggigiorno, una luce scientifica, di cui intelligenze audaci e prave si fanno interpreti, corrompa le scuole e che però la scienza, pare, non abbia altro scopo che di svellere il sentimento religioso dalla coscienza dell’umanità, scopo che menerebbe senz’altro alla dissoluzione sociale. Pertanto dicono che Dio è, dacchè la natura in ogni sua manifestazione lo dimostra ; è, dacchè la coscienza storica, nell’ascetismo di miriadi di generazioni, lo rivela; è, dacchè si trova indispensabile e necessario al progresso e al benessere sociale : fuori di Dio, si grida da mille parti, le leggi fisiche sono un assurdo, le leggi storiche un controsenso, le leggi sociali orgie delittuose. Tant’è, a parer mio, calunniare ignobilmente la scienza agli occhi di coloro, cui la sorte non permise di bearsi delle sante gioie del vero. I lavori scientifici, oggigiorno, disgraziatamente, sono alla portata di pochi e letti da pochissimi; nè, per quanto mi fu dato vedere, v’è un libro che compendii in un sol volume, atto all’intelligenza di tutti, la risposta a tanta questione. I più odono parlare di Dio e di scienza, di errori ereditati da secoli e di alti destini umani, di leggi fisiche efficienti e di volontà finali e contingenti, di morale con sanzione divina e di morale a sanzione umana, ma la convinzione è nella coscienza dei pochi. Quel Dio che ha vivificata tanta fede, che ha cullate tante speranze, che ha suscitato tanto entusiasmo , che ha fatto sgorgare tante lagrime, è un’ illusione o una realtà? Il dubbio veglia tenace, e strazia e dilania la coscienza dalla maggior parte dell’umanità. Ma la soluzione del problema dei nostri destini è d’una importanza, fuori dubbio, capitale: epperó essa, più che ogni altra, s’impone al secolo XIX. Da tale soluzione dipende l’avvenire delle generazioni future, e trovarla in Dio non vale risolvere il problema, sibbene eluderlo. Perció, a tanta questione ho ardito rispondere , e, servendomi di fonti originali ed autorevoli, ho cercato dimostrare : 1o che il Divino nell’esperienza fisica è un assurdo ; 2o nell’esperienza storica un’aberrazione ; o nell’ esperienza sociale un ostacolo, o, almanco, se ben inteso, un soprappiù. Non preconcetti hanno determinato cotale mio studio, nè desideri vani, ma solo il nobile scopo di fare splendere la scienza, agli occhi delle moltitudini, della sua vera luce, e mostrare quali nuovi e più alti ideali additi e quali più sante speranze susciti. La scoperta e la conoscenza del vero mena ognora alla conquista del meglio: il progresso nel benessere sociale m’ è paruto pertanto dipendere esclusivamente dall’uomo: bene educata e meglio organizzata la società potrà bellamente attendere al suo fine, senza dii e senza teosofismi. Se però mi si crederà discepolo di quella scuola che insegna il Nulla; se mi si dirà proselite di quegli apostoli , per i quali è virtú distruggere una credenza ; se mi si crederà educato in un ambiente scettico o presuntuosamente incredulo, mi incombe l’obbligo di ben dichiarare che , nato e allevato in una famiglia tenacemente e fermamente votata al cattolicesimo, e ricevuta in ambienti puramente religiosi la prima educazione, soltanto il severo studio e un alto e leale convincimento mi ha distaccato da quella religione, in cui la mia infanzia è stata cullata. Nė però inquietitudine alcuna sento in cuor mio. E, appropriandomi le parole d’un illustre apostolo della scienza, confesso che « ho gustato nella mia primissima giovinezza le più pure gioie del credente, ma, e lo dico dal fondo dell’anima mia, tali gioie non sono per niente paragonabili a quelle che ho poi sentito nella pura contemplazione del bello e nella ricerca appassionata del vero. Auguro a tutti i persistenti nell’ortodossia una pace comparabile a quella che io godo in questo vasto oceano di calma, in cui non v’ha altra stella che la ragione, non altra bussola che il proprio cuore ». Il mio libro non è per i dotti. Esso è per quelli che, pur cercando di farsi un’idea esatta e concreta delle cose costituenti nel loro assieme l’esperienza fisica, storica ed etica, non hanno – per l’incessante lotta per la vita che tutti ingaggia – tempo di svolgere non pochi volumi. Niente ornato n’è lo stile, dacché unica preoccupazione m’è stata quella di presentare in maniera chiara, semplice , breve ed adeguata i moderni criteri della scienza. Che la buona volontà, più che l’opera mia, possa, per quel minimo che le è dato , contribuire alla propagazione del vero e del progresso sociale.

Nota dell’Archivio
– Nel 1989 la casa editrice anarchica “La Fiaccola” rieditò integralmente questo testo nella collezione “Reprint.” Nella quarta di copertina di questa riedizione, l’editore spiegava che la pubblicazione dei testi “datati” – in cui era compreso quello di Palomba -, serviva sia per farli uscire dalla polvere delle biblioteche o dalla mera curiosità di qualche ricercatore/studioso e sia per risaltare il loro contenuto sovversivo e contro l’ordine dello stato di cose presenti.

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Giovannitti Arturo, Gianformaggio, Goldman Emma, “Pagine scelte”

Edito da: Libreria Editrice IWW
Luogo di pubblicazione: New York
Anno: 1930
Pagine: XVI+61
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Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La raccolta contiene: il discorso pronunciato da Giovannitti durante il processo contro questi, Ettor e Caruso, accusati di omicidio nello Sciopero di Lawrence, Massachu­setts, 1912; L’evoluzione del pensiero di Giovanni Gianformaggio; Sindacalismo. Lo spettro del capitalismo di Emma Goldman.

Nota dell’Archivio: ////

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Fuoco alle polveri. Guerra e guerriglia sociale in Iraq

Edito da: NN e Porfido
Luogo di pubblicazione: Torino/Catania
Anno: Giugno 2004
Pagine: 85
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La polveriera irachena s’inserisce in un contesto di guerra civile mondiale.
Ma cosa vuol dire «guerra civile»?
Nonostante il poderoso occultamento realizzato dall’apparato tecnologi­co e mediatico, il presente ordine planetario sta disponendo i rapporti sociali su linee di forza sempre più brutali. I rapporti umani implodono sotto i fardelli economici e burocratici, cancellando le basi stesse di ogni autonomia individuale e sociale. I pretesi valori universali crollano miseramente. La fin­zione giuridica è smascherata dalle continue aggressioni militari e poliziesche che non si nascondono più dietro la foglia di fico della legalità. Il diritto internazionale è solo l’ordine marcio imposto dai gangster più potenti. Di fronte ad una mafia degli affari che attraversa apparati e confini, i vecchi e falsi legami nazionali si sciolgono. In simili condizioni di sradicamento e paura, due sole vie d’uscita si fanno largo sempre più apertamente: l’emerge­re di fondamentalismi tecnicamente equipaggiati, oppure la tempesta sociale dello scontro di classe.
Stiamo attraversando un’epoca gonfia, in tutti i sensi, di possibilità. Ad ascoltarne i rumori, non si ode solo il suono secco degli scarponi о quello ovattato delle pantofole. Per riprendere l’immagine di Heine, un sotterraneo molino delle armi sta affilando i coltelli del riscatto.
Se si osserva con attenzione, si scorgerà che un filo sempre più evidente lega le esplosioni sociali dell’Iraq, della Palestina, dell’Algeria ai movimenti delle truppe — ideologiche e poliziesche — nei nostri quartieri. I dispositivi di riassetto urbano e di repressione emanano un odore di paura di fronte alle condizioni che il dominio stesso ha riunito. Di più, il conflitto penetra nelle stesse sensibilità individuali, che le vecchie identità collettive (il lavoro, la famiglia, l’appartenenza culturale) non riescono più a tenere insieme. Al pri­mo scossone, un profondo senso d’incertezza pervade gli animi aprendoli, ancora una volta, a possibilità opposte: la paura di sé e degli altri, ma anche una nuova disposizione affettiva a lasciarsi coinvolgere da ciò che è comune. Il modello liberale dell’uomo d’affari sicuro di sé, imposto urbanisticamente attraverso la privatizzazione degli spazi di vita, s’incrina nel quotidiano di uomini deboli e indifesi. Il calcolo razionale pensa di governare tutto, come il dominio crede di controllare le contraddizioni che genera, ma i tic nervosi confessano ciò che i sorrisi di facciata tentano sempre più maldestramente di mascherare.
Qual è lo spazio che lo scontro sociale, da Los Angeles a Gaza, da Quito a Bassora, sta aprendo nella guerra civile mondiale? Se qualcosa insegnano gli avvenimenti iracheni, illuminando d’un colpo il tessuto dei rapporti sociali, è che nessuno — né il capitale, né l’islamismo, né i rivoluzionari — sa governare il disporsi, l’allinearsi e il disperdersi delle forze in campo. Il modello quantitativo della forza — esercito contro eserci­to, fronte contro fronte — sta andando letteralmente in frantumi assieme ai piani di occupazione militare dei padroni del mondo. Lo spettacolo dei mu­scoli d’acciaio viene squarciato dalle fiamme di una rivolta attraverso congiure misteriose di eventi — una giungla mortale per l’occupante —, scatenate da una resistenza le cui cause e le cui ragioni non hanno nulla di misterioso. L’intelligenza dei rapporti di forza non è mai stata — per il dominio come per i suoi più irriducibili nemici — così decisiva. Questa intelligenza rispec­chia per tanti versi le regole del gioco sovversivo, con le sue improvvise unio­ni e le sue separazioni altrettanto repentine.
Le saccenti analisi geopolitiche hanno ben poco da dirci. La polizia nella metropolitana ci rivela quest’epoca al pari delle pubblicità, le guerriglie al pari dei conflitti familiari. Quello che avviene nelle “periferie” si riflette al “centro”, e viceversa. In questo senso, sono gli insorti iracheni a darci una mano, indebolendo il dominio mondiale di cui siamo tutti sudditi. Se dopo l’11 settembre gli Stati Uniti avevano concepito un piano gigantesco per schiac­ciare sotto i loro cingolati le terre dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Siria e dell’Arabia Saudita, le fiamme di Bassora, Nassiriyya e le altre stanno ferman­do le mire assassine della più grande potenza militare del mondo. Non sareb­be ora che gli irregolari della guerra civile occidentale le alimentassero?
Se la favola del diritto è messa a nudo dalle brutalità e dalle sevizie trasmesse in mondovisione, ugualmente improponibile appare quel pacifi­smo che rivendica il rispetto della legalità e confina l’opposizione alla guer­ra nel solo spazio pubblico-pubblicitario della piazza, lontano, cioè, dagli ingranaggi della macchina di sterminio capitalista. Eppure, come è emerso in modo esemplare attraverso gli scioperi selvaggi dei ferrotranvieri e di altri lavoratori, inceppare questa macchina, bloccare i movimenti delle sue truppe è possibile.
Il vecchio slogan internazionalista «Portare la guerra nelle metropoli» è stato finora messo in pratica non dai rivoluzionari attraverso l’attacco ai ne­mici comuni degli sfruttati, ma unicamente dai nemici di ogni attacco co­mune degli sfruttati: attraverso la violenza indiscriminata delle bombe di Madrid. L’equazione “occidentale uguale imperialista” si sta diffondendo in modo terribile tra i dannati della Terra, disperatamente soli nella loro resi­ stenza. Per questo zone storicamente laiche come l’Iraq diventano, di fronte ai massacri democratici, terre favorevoli per la “comunità” dell’IsIam com­battente, realizzazione menzognera del bisogno reale di solidarietà e di riscat­to. Non è certo con gli appelli alla tolleranza e le lezioni di educazione civica che si spezzerà quell’equazione, bensì portando qui la guerra sociale.
Gli stessi che ripetono — citando senza parsimonia Benjamin — che «lo stato di eccezione nel quale viviamo è diventato la regola», barattano poi la pratica dell’azione diretta, che se ne infischia sovranamente delle leggi, con la rivendicazione dei loro illusori diritti. In un movimento che porta sempre più pezzi di Palestina nelle nostre città, il capitale e le rivolte che questo incontra spiegheranno a costoro cosa intendeva Benjamin quando parlava, in un’epoca fin troppo simile alla nostra, della violenza rivoluzionaria come «stato di eccezione effettivo» contro quello «fittizio» del Diritto, dispiegato appieno dal fascismo.
Questo scarto fra la retorica dei volantini e l’impotenza della pratica — come se noi stessi fossimo i primi a non prendere sul serio ciò che diciamo — è dimostrato assai bene dai ricatti che il “movimento” riesce così stoicamente ad inghiottire. Appena fa qualche passo in avanti, subito si rimette sulla di­fensiva. La propaganda statale dopo l’11 settembre gli ha fatto dimenticare la rivolta di Genova. La criminalizzazione della resistenza irachena gli ha fatto dimenticare che quell’opposizione alla guerra, per cui erano scesi in piazza a milioni, è proprio ciò che gli insorti in Iraq stanno ora dispiegando sul cam­po. Come si dice in uno dei testi che pubblichiamo, i mass media riescono a far spostare le persone quando si tratta di protestare contro l’orrore di ciò che le soggioga, ma le immobilizzano quando si tratta di dar man forte a ciò che potrebbe liberarle.
Nelle pagine che seguono parliamo, rispetto alla rivolta irachena, di «guer­riglia sociale». Con questo vogliamo sottolineare che la resistenza all’occupa­zione e ai suoi governi d’accatto non ha ancora raggiunto la dimensione di una vera e propria insurrezione, ma ha già scavalcato la sola guerriglia di gruppi nazionalisti о islamisti. Gli stessi lavoratori che scioperano sono co­stretti, in un simile contesto, ad usare le armi. Crediamo che i testi raccolti diano conto di questa — approssimativa — definizione.
Le carte si mescolano rapidamente, le forze di epoche e di paesi apparen­temente così lontani s’incrociano in costellazioni di eventi insieme promet­tenti e terribili. La libertà ha bisogno della tempesta, ma nella tempesta è difficile mantenere il senso della vita per cui ci si batte. In Iraq si gioca oggi un pezzo importante di questa battaglia.

Nota dell’Archivio
– A pagina 16 di questo opuscolo sono riportate le fonti e i titoli tradotti:
–“Bassora, Nassiriyya e le altre” è una rielaborazione dell’articolo “Di alcune considerazioni sugli avvenimenti che scuotono attualmente l’Iraq”, apparso sulla rivista del Gruppo Comuni­ sta Internazionalista Communisme, n. 55, del febbraio 2004. Diversi testi della rivista sono consultabili, in più lingue, su http://www.geocities.com/Paris/6368;
–“Breve storia di una rivolta” è una rapida ricostruzione della sollevazione che attraversò l’Iraq alla fine della “prima guerra del Golfo”, basata principalmente su informazioni tratte dal libro di Ilario Saiucci, Al Wathbah (Il salto) – Movimento comunista e lotta di classe in Iraq (1924- 2003), Milano 2003 e, soprattutto, da un volantino — dal titolo “I dieci giorni che sconvolse­ro l’Iraq” — distribuito a Glasgow alla fine della guerra del Golfo del 1991, al cui fondo era riportato: «Questo volantino è stato scritto da rivoluzionari inglesi e iracheni. […] BM CAT, London WC1N 3XX, UK, о PO BOX 3305, Oakland, CA 94609, USA.»
–“Note a caldo su di un’occultazione moderna” è una libera traduzione di un articolo della Bibiothèque des émeutes, pubblicato in Francia sul numero 3 dell’omonima rivista, nel 1992. Diversi articoli della rivista sono consultabili sul sito www.téléologie.org
–“Le shoras tra rivoluzione e controrivoluzione” e “Gli avvoltoi dell’umanitarismo” sono basati su informazioni tratte dalla rivista Communisme, n. 36, giugno 1992.

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Violenza e non violenza

da Volontà rivista anarchica trimestrale, Milano, Ottobre-Dicembre 1983, anno XXXVII, n. 4

Articoli presenti in questo numero di Volontà:
John Clark, Taoismo e anarchi­smo
Nico Berti, La rivoluzione e il nostro tempo
Giuliano Pontara, La non violenza positiva
Andrea Papi, La-violenza necessaria
Giuliano Pontara, Sa­tyagraha e anarchia
Marianne Enckell, «Anarchismo et non-violence»

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Hermet Madeleine Marie, Dal chiostro all’ateismo, Osipov Aleksandr, Perchè ho ripudiato la religione

Edito da: Collana Anteo
Luogo di pubblicazione: Ragusa
Anno: 1989
Pagine: 76
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Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Due testi di due ex appartenenti alla Chiesa, cattolica nel caso di Hermet, ortodossa per Osipov, riguardo l’ateismo e la liberazione dal giogo cristiano. Testimonianze fondamentali in un’epoca dove ancora permane la morale religiosa e la fantasiosa esistenza di un Dio.

Nota dell’Archivio
– Il testo di Marie Madeleine Hermet è la traduzione di “Du Cloitre a l’Athéisme,”Ed. «Union des athées»
– Vi sono due Appendici: la prima “Sulla inesistenza di Gesù”, la seconda su “Franco Serantini. I compagni non dimenticano”

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