Palomba Antonio, “L’ateismo scientifico”

Edito da: Stabilimento Tipografico De Angelis-Bellisario
Luogo di pubblicazione: Napoli
Anno: 1892
Pagine: XI+440
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Al lettore, impaziente di conoscere l’intendimento del presente studio, un tal po’ di prefazione. Si dice e si è detto su mille toni che, oggigiorno, una luce scientifica, di cui intelligenze audaci e prave si fanno interpreti, corrompa le scuole e che però la scienza, pare, non abbia altro scopo che di svellere il sentimento religioso dalla coscienza dell’umanità, scopo che menerebbe senz’altro alla dissoluzione sociale. Pertanto dicono che Dio è, dacchè la natura in ogni sua manifestazione lo dimostra ; è, dacchè la coscienza storica, nell’ascetismo di miriadi di generazioni, lo rivela; è, dacchè si trova indispensabile e necessario al progresso e al benessere sociale : fuori di Dio, si grida da mille parti, le leggi fisiche sono un assurdo, le leggi storiche un controsenso, le leggi sociali orgie delittuose. Tant’è, a parer mio, calunniare ignobilmente la scienza agli occhi di coloro, cui la sorte non permise di bearsi delle sante gioie del vero. I lavori scientifici, oggigiorno, disgraziatamente, sono alla portata di pochi e letti da pochissimi; nè, per quanto mi fu dato vedere, v’è un libro che compendii in un sol volume, atto all’intelligenza di tutti, la risposta a tanta questione. I più odono parlare di Dio e di scienza, di errori ereditati da secoli e di alti destini umani, di leggi fisiche efficienti e di volontà finali e contingenti, di morale con sanzione divina e di morale a sanzione umana, ma la convinzione è nella coscienza dei pochi. Quel Dio che ha vivificata tanta fede, che ha cullate tante speranze, che ha suscitato tanto entusiasmo , che ha fatto sgorgare tante lagrime, è un’ illusione o una realtà? Il dubbio veglia tenace, e strazia e dilania la coscienza dalla maggior parte dell’umanità. Ma la soluzione del problema dei nostri destini è d’una importanza, fuori dubbio, capitale: epperó essa, più che ogni altra, s’impone al secolo XIX. Da tale soluzione dipende l’avvenire delle generazioni future, e trovarla in Dio non vale risolvere il problema, sibbene eluderlo. Perció, a tanta questione ho ardito rispondere , e, servendomi di fonti originali ed autorevoli, ho cercato dimostrare : 1o che il Divino nell’esperienza fisica è un assurdo ; 2o nell’esperienza storica un’aberrazione ; o nell’ esperienza sociale un ostacolo, o, almanco, se ben inteso, un soprappiù. Non preconcetti hanno determinato cotale mio studio, nè desideri vani, ma solo il nobile scopo di fare splendere la scienza, agli occhi delle moltitudini, della sua vera luce, e mostrare quali nuovi e più alti ideali additi e quali più sante speranze susciti. La scoperta e la conoscenza del vero mena ognora alla conquista del meglio: il progresso nel benessere sociale m’ è paruto pertanto dipendere esclusivamente dall’uomo: bene educata e meglio organizzata la società potrà bellamente attendere al suo fine, senza dii e senza teosofismi. Se però mi si crederà discepolo di quella scuola che insegna il Nulla; se mi si dirà proselite di quegli apostoli , per i quali è virtú distruggere una credenza ; se mi si crederà educato in un ambiente scettico o presuntuosamente incredulo, mi incombe l’obbligo di ben dichiarare che , nato e allevato in una famiglia tenacemente e fermamente votata al cattolicesimo, e ricevuta in ambienti puramente religiosi la prima educazione, soltanto il severo studio e un alto e leale convincimento mi ha distaccato da quella religione, in cui la mia infanzia è stata cullata. Nė però inquietitudine alcuna sento in cuor mio. E, appropriandomi le parole d’un illustre apostolo della scienza, confesso che « ho gustato nella mia primissima giovinezza le più pure gioie del credente, ma, e lo dico dal fondo dell’anima mia, tali gioie non sono per niente paragonabili a quelle che ho poi sentito nella pura contemplazione del bello e nella ricerca appassionata del vero. Auguro a tutti i persistenti nell’ortodossia una pace comparabile a quella che io godo in questo vasto oceano di calma, in cui non v’ha altra stella che la ragione, non altra bussola che il proprio cuore ». Il mio libro non è per i dotti. Esso è per quelli che, pur cercando di farsi un’idea esatta e concreta delle cose costituenti nel loro assieme l’esperienza fisica, storica ed etica, non hanno – per l’incessante lotta per la vita che tutti ingaggia – tempo di svolgere non pochi volumi. Niente ornato n’è lo stile, dacché unica preoccupazione m’è stata quella di presentare in maniera chiara, semplice , breve ed adeguata i moderni criteri della scienza. Che la buona volontà, più che l’opera mia, possa, per quel minimo che le è dato , contribuire alla propagazione del vero e del progresso sociale.

Nota dell’Archivio
– Nel 1989 la casa editrice anarchica “La Fiaccola” rieditò integralmente questo testo nella collezione “Reprint.” Nella quarta di copertina di questa riedizione, l’editore spiegava che la pubblicazione dei testi “datati” – in cui era compreso quello di Palomba -, serviva sia per farli uscire dalla polvere delle biblioteche o dalla mera curiosità di qualche ricercatore/studioso e sia per risaltare il loro contenuto sovversivo e contro l’ordine dello stato di cose presenti.

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Giovannitti Arturo, Gianformaggio, Goldman Emma, “Pagine scelte”

Edito da: Libreria Editrice IWW
Luogo di pubblicazione: New York
Anno: 1930
Pagine: XVI+61
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La raccolta contiene: il discorso pronunciato da Giovannitti durante il processo contro questi, Ettor e Caruso, accusati di omicidio nello Sciopero di Lawrence, Massachu­setts, 1912; L’evoluzione del pensiero di Giovanni Gianformaggio; Sindacalismo. Lo spettro del capitalismo di Emma Goldman.

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Fuoco alle polveri. Guerra e guerriglia sociale in Iraq

Edito da: NN e Porfido
Luogo di pubblicazione: Torino/Catania
Anno: Giugno 2004
Pagine: 85
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La polveriera irachena s’inserisce in un contesto di guerra civile mondiale.
Ma cosa vuol dire «guerra civile»?
Nonostante il poderoso occultamento realizzato dall’apparato tecnologi­co e mediatico, il presente ordine planetario sta disponendo i rapporti sociali su linee di forza sempre più brutali. I rapporti umani implodono sotto i fardelli economici e burocratici, cancellando le basi stesse di ogni autonomia individuale e sociale. I pretesi valori universali crollano miseramente. La fin­zione giuridica è smascherata dalle continue aggressioni militari e poliziesche che non si nascondono più dietro la foglia di fico della legalità. Il diritto internazionale è solo l’ordine marcio imposto dai gangster più potenti. Di fronte ad una mafia degli affari che attraversa apparati e confini, i vecchi e falsi legami nazionali si sciolgono. In simili condizioni di sradicamento e paura, due sole vie d’uscita si fanno largo sempre più apertamente: l’emerge­re di fondamentalismi tecnicamente equipaggiati, oppure la tempesta sociale dello scontro di classe.
Stiamo attraversando un’epoca gonfia, in tutti i sensi, di possibilità. Ad ascoltarne i rumori, non si ode solo il suono secco degli scarponi о quello ovattato delle pantofole. Per riprendere l’immagine di Heine, un sotterraneo molino delle armi sta affilando i coltelli del riscatto.
Se si osserva con attenzione, si scorgerà che un filo sempre più evidente lega le esplosioni sociali dell’Iraq, della Palestina, dell’Algeria ai movimenti delle truppe — ideologiche e poliziesche — nei nostri quartieri. I dispositivi di riassetto urbano e di repressione emanano un odore di paura di fronte alle condizioni che il dominio stesso ha riunito. Di più, il conflitto penetra nelle stesse sensibilità individuali, che le vecchie identità collettive (il lavoro, la famiglia, l’appartenenza culturale) non riescono più a tenere insieme. Al pri­mo scossone, un profondo senso d’incertezza pervade gli animi aprendoli, ancora una volta, a possibilità opposte: la paura di sé e degli altri, ma anche una nuova disposizione affettiva a lasciarsi coinvolgere da ciò che è comune. Il modello liberale dell’uomo d’affari sicuro di sé, imposto urbanisticamente attraverso la privatizzazione degli spazi di vita, s’incrina nel quotidiano di uomini deboli e indifesi. Il calcolo razionale pensa di governare tutto, come il dominio crede di controllare le contraddizioni che genera, ma i tic nervosi confessano ciò che i sorrisi di facciata tentano sempre più maldestramente di mascherare.
Qual è lo spazio che lo scontro sociale, da Los Angeles a Gaza, da Quito a Bassora, sta aprendo nella guerra civile mondiale? Se qualcosa insegnano gli avvenimenti iracheni, illuminando d’un colpo il tessuto dei rapporti sociali, è che nessuno — né il capitale, né l’islamismo, né i rivoluzionari — sa governare il disporsi, l’allinearsi e il disperdersi delle forze in campo. Il modello quantitativo della forza — esercito contro eserci­to, fronte contro fronte — sta andando letteralmente in frantumi assieme ai piani di occupazione militare dei padroni del mondo. Lo spettacolo dei mu­scoli d’acciaio viene squarciato dalle fiamme di una rivolta attraverso congiure misteriose di eventi — una giungla mortale per l’occupante —, scatenate da una resistenza le cui cause e le cui ragioni non hanno nulla di misterioso. L’intelligenza dei rapporti di forza non è mai stata — per il dominio come per i suoi più irriducibili nemici — così decisiva. Questa intelligenza rispec­chia per tanti versi le regole del gioco sovversivo, con le sue improvvise unio­ni e le sue separazioni altrettanto repentine.
Le saccenti analisi geopolitiche hanno ben poco da dirci. La polizia nella metropolitana ci rivela quest’epoca al pari delle pubblicità, le guerriglie al pari dei conflitti familiari. Quello che avviene nelle “periferie” si riflette al “centro”, e viceversa. In questo senso, sono gli insorti iracheni a darci una mano, indebolendo il dominio mondiale di cui siamo tutti sudditi. Se dopo l’11 settembre gli Stati Uniti avevano concepito un piano gigantesco per schiac­ciare sotto i loro cingolati le terre dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Siria e dell’Arabia Saudita, le fiamme di Bassora, Nassiriyya e le altre stanno ferman­do le mire assassine della più grande potenza militare del mondo. Non sareb­be ora che gli irregolari della guerra civile occidentale le alimentassero?
Se la favola del diritto è messa a nudo dalle brutalità e dalle sevizie trasmesse in mondovisione, ugualmente improponibile appare quel pacifi­smo che rivendica il rispetto della legalità e confina l’opposizione alla guer­ra nel solo spazio pubblico-pubblicitario della piazza, lontano, cioè, dagli ingranaggi della macchina di sterminio capitalista. Eppure, come è emerso in modo esemplare attraverso gli scioperi selvaggi dei ferrotranvieri e di altri lavoratori, inceppare questa macchina, bloccare i movimenti delle sue truppe è possibile.
Il vecchio slogan internazionalista «Portare la guerra nelle metropoli» è stato finora messo in pratica non dai rivoluzionari attraverso l’attacco ai ne­mici comuni degli sfruttati, ma unicamente dai nemici di ogni attacco co­mune degli sfruttati: attraverso la violenza indiscriminata delle bombe di Madrid. L’equazione “occidentale uguale imperialista” si sta diffondendo in modo terribile tra i dannati della Terra, disperatamente soli nella loro resi­ stenza. Per questo zone storicamente laiche come l’Iraq diventano, di fronte ai massacri democratici, terre favorevoli per la “comunità” dell’IsIam com­battente, realizzazione menzognera del bisogno reale di solidarietà e di riscat­to. Non è certo con gli appelli alla tolleranza e le lezioni di educazione civica che si spezzerà quell’equazione, bensì portando qui la guerra sociale.
Gli stessi che ripetono — citando senza parsimonia Benjamin — che «lo stato di eccezione nel quale viviamo è diventato la regola», barattano poi la pratica dell’azione diretta, che se ne infischia sovranamente delle leggi, con la rivendicazione dei loro illusori diritti. In un movimento che porta sempre più pezzi di Palestina nelle nostre città, il capitale e le rivolte che questo incontra spiegheranno a costoro cosa intendeva Benjamin quando parlava, in un’epoca fin troppo simile alla nostra, della violenza rivoluzionaria come «stato di eccezione effettivo» contro quello «fittizio» del Diritto, dispiegato appieno dal fascismo.
Questo scarto fra la retorica dei volantini e l’impotenza della pratica — come se noi stessi fossimo i primi a non prendere sul serio ciò che diciamo — è dimostrato assai bene dai ricatti che il “movimento” riesce così stoicamente ad inghiottire. Appena fa qualche passo in avanti, subito si rimette sulla di­fensiva. La propaganda statale dopo l’11 settembre gli ha fatto dimenticare la rivolta di Genova. La criminalizzazione della resistenza irachena gli ha fatto dimenticare che quell’opposizione alla guerra, per cui erano scesi in piazza a milioni, è proprio ciò che gli insorti in Iraq stanno ora dispiegando sul cam­po. Come si dice in uno dei testi che pubblichiamo, i mass media riescono a far spostare le persone quando si tratta di protestare contro l’orrore di ciò che le soggioga, ma le immobilizzano quando si tratta di dar man forte a ciò che potrebbe liberarle.
Nelle pagine che seguono parliamo, rispetto alla rivolta irachena, di «guer­riglia sociale». Con questo vogliamo sottolineare che la resistenza all’occupa­zione e ai suoi governi d’accatto non ha ancora raggiunto la dimensione di una vera e propria insurrezione, ma ha già scavalcato la sola guerriglia di gruppi nazionalisti о islamisti. Gli stessi lavoratori che scioperano sono co­stretti, in un simile contesto, ad usare le armi. Crediamo che i testi raccolti diano conto di questa — approssimativa — definizione.
Le carte si mescolano rapidamente, le forze di epoche e di paesi apparen­temente così lontani s’incrociano in costellazioni di eventi insieme promet­tenti e terribili. La libertà ha bisogno della tempesta, ma nella tempesta è difficile mantenere il senso della vita per cui ci si batte. In Iraq si gioca oggi un pezzo importante di questa battaglia.

Nota dell’Archivio
– A pagina 16 di questo opuscolo sono riportate le fonti e i titoli tradotti:
–“Bassora, Nassiriyya e le altre” è una rielaborazione dell’articolo “Di alcune considerazioni sugli avvenimenti che scuotono attualmente l’Iraq”, apparso sulla rivista del Gruppo Comuni­ sta Internazionalista Communisme, n. 55, del febbraio 2004. Diversi testi della rivista sono consultabili, in più lingue, su http://www.geocities.com/Paris/6368;
–“Breve storia di una rivolta” è una rapida ricostruzione della sollevazione che attraversò l’Iraq alla fine della “prima guerra del Golfo”, basata principalmente su informazioni tratte dal libro di Ilario Saiucci, Al Wathbah (Il salto) – Movimento comunista e lotta di classe in Iraq (1924- 2003), Milano 2003 e, soprattutto, da un volantino — dal titolo “I dieci giorni che sconvolse­ro l’Iraq” — distribuito a Glasgow alla fine della guerra del Golfo del 1991, al cui fondo era riportato: «Questo volantino è stato scritto da rivoluzionari inglesi e iracheni. […] BM CAT, London WC1N 3XX, UK, о PO BOX 3305, Oakland, CA 94609, USA.»
–“Note a caldo su di un’occultazione moderna” è una libera traduzione di un articolo della Bibiothèque des émeutes, pubblicato in Francia sul numero 3 dell’omonima rivista, nel 1992. Diversi articoli della rivista sono consultabili sul sito www.téléologie.org
–“Le shoras tra rivoluzione e controrivoluzione” e “Gli avvoltoi dell’umanitarismo” sono basati su informazioni tratte dalla rivista Communisme, n. 36, giugno 1992.

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Violenza e non violenza

da Volontà rivista anarchica trimestrale, Milano, Ottobre-Dicembre 1983, anno XXXVII, n. 4

Articoli presenti in questo numero di Volontà:
John Clark, Taoismo e anarchi­smo
Nico Berti, La rivoluzione e il nostro tempo
Giuliano Pontara, La non violenza positiva
Andrea Papi, La-violenza necessaria
Giuliano Pontara, Sa­tyagraha e anarchia
Marianne Enckell, «Anarchismo et non-violence»

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Hermet Madeleine Marie, Dal chiostro all’ateismo, Osipov Aleksandr, Perchè ho ripudiato la religione

Edito da: Collana Anteo
Luogo di pubblicazione: Ragusa
Anno: 1989
Pagine: 76
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Due testi di due ex appartenenti alla Chiesa, cattolica nel caso di Hermet, ortodossa per Osipov, riguardo l’ateismo e la liberazione dal giogo cristiano. Testimonianze fondamentali in un’epoca dove ancora permane la morale religiosa e la fantasiosa esistenza di un Dio.

Nota dell’Archivio
– Il testo di Marie Madeleine Hermet è la traduzione di “Du Cloitre a l’Athéisme,”Ed. «Union des athées»
– Vi sono due Appendici: la prima “Sulla inesistenza di Gesù”, la seconda su “Franco Serantini. I compagni non dimenticano”

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Barbusse Henri, “L’inferno”

Edito da: Sonzogno
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 1918
Pagine: 256
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Un uomo sulla trentina, stanco di tutto, si rintana in un albergo di provincia in cerca dell’oblio. Qui accederà a una dimensione segreta e intima dell’esistenza spiando attraverso un buco nel muro le vite altrui, tra miserie, incanti, rivelazioni, depravazioni. “L’Inferno”, opera pubblicata nel 1908, nella quale coesistono una scrittura e una sensibilità simboliste e decadenti con temi naturalisti, segna una svolta nella produzione letteraria di Barbusse. Pur conservando tracce di cupo pessimismo, l’autore tende al suo superamento attraverso uno slancio, se non ancora proiettato verso una salvifica dimensione socializzante, avviato quantomeno a una forma di rigenerante umanitarismo. Attraverso uno sguardo vigile e dilatato, Barbusse penetra nelle singole infelicità, strappando brandelli di verità a quel formicolare di esistenze appartate e oscure. Al suo apparire, il romanzo fece scalpore per la scabrosità dei temi trattati.

Nota dell’Archivio
– Traduzione de “L’Enfer”, 1908

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Philopat Marco, “Lumi di Punk”

Edito da: Agenzia X
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 2006
Pagine: 240
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La nascita del punk in Italia si è intrecciata allo straordinario movimento della sinistra extraparlamentare. Da questo incontro, quasi inesistente altrove, esplode un’originale esperienza che utilizza gli spazi occupati dalla precedente generazione per organizzare concerti autogestiti e strutturare un’innovativa e radicale proposta politico-esistenziale. Lungo tutta la penisola decine e decine di gruppi punk formano un circuito perfettamente funzionante che crea le basi di un preciso stile di vita anticonformista e riottoso, destinato a influenzare in profondità anche il presente.
In Lumi di punk prendono parola trenta protagonisti di quella scena. La prima tappa di una ricognizione sui sussulti che hanno dato origine all’ultimo periodo in cui l’Italia non è stata provincia.

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Ultima fermata. Dall’attacco contro l’Alta velocità in Val Susa alla difesa degli spazi occupati a Torino

Edito da: Edizioni NN
Luogo di pubblicazione: ///
Anno: Giugno 1998
Pagine: 72
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Sono passati pochi mesi dagli avvenimenti che hanno turbato una delle più grandi città italiane, Torino. L’arresto di tre anarchici accusati di essere coinvolti in una lunga serie di sabotaggi contro i cantieri dell’Alta velocità in Val Susa e la successiva morte di uno degli arrestati, trovato impiccato nella sua cella in carcere, avevano provocato la rabbiosa reazione dei loro amici e compagni, le cui azioni hanno alimentato per giorni le prime pagine dei grandi mezzi di informazione, guardate con una certa preoccupazione dalle forze istituzionali e sociali. Passata la tempesta, ora tutto sembra essere rientrato nella normalità. Le pagine che seguono, pur riportando gli episodi avvenuti e mettendo a disposizione di tutti una parte consistente dei documenti circolati in quel periodo, non pretendono — né intendono — di rappresentare quanto è accaduto a Torino nei mesi di marzo e aprile appena trascorsi. Lungi dall’accontentarsi di riprodurre una mera documentazione, gli autori di queste pagine hanno voluto esprimere un preciso punto di vista, presentando la propria interpretazione dei fatti. Questo che pubblichiamo è quindi un dossier a tesi, fazioso come tutti i dossier ma in questo caso, se è possibile, in maniera ancora più marcata. A grandi linee, la tesi che qui viene sostenuta è che l’obiettivo principale della magistratura da un paio di anni a questa parte è stato di circoscrivere la rivolta diffusa — che incuteva timore per le sue notevoli potenzialità di sviluppo — in atto contro il progetto dell’Alta velocità in Val Susa rinchiudendola poi all’interno della fantomatica organizzazione “Lupi grigi”. Inaspettatamente, gli arresti scattati a Torino hanno segnato per i padroni dell’Alta velocità un altro successo, giacché sono riusciti nell’impresa di spostare ulteriormente l’attenzione generale, non solo geograficamente ma anche sostanzialmente: dalla Val Susa a Torino, dalla questione dell’Alta velocità a quella degli spazi occupati. E la magistratura non avrebbe potuto condurre a termine con tanta disinvoltura questa doppia mistificazione, se non si fosse avvalsa dell’aiuto dei mass media e di quello — naturalmente involontario — di alcuni suoi nemici. Dalla lettura di questo dossier trapela anche l’occasione perduta, quella di ripercorrere al contrario il tragitto imposto dai guardiani dell’Ordine, aprendo però nuove strade percorribili da tutti gli sfruttati. Va da sé che molti non condivideranno simili conclusioni, e ci sarà anche chi vedrà in questo testo una offesa alla propria identità. Fin troppo facile poi è prevedere, fra le accuse che pioveranno sulla testa degli autori, quella di «voler salire in cattedra per dare lezione agli altri». Accusa per altro infondata se si considera che gli autori di questo dossier hanno preso parte direttamente agli avvenimenti torinesi, e sono quindi anch’essi responsabili degli esiti finali. In effetti le analisi qui sviluppate non ci sembrano minimamente dettate da malanimo personale o da presunzione, quanto dalla convinzione che in prospettiva la rivolta non ha bisogno dell’ammirazione cieca e scevra da ogni critica, ma semmai di una continua ricerca degli errori commessi e dei limiti che emergono nel proprio agire.

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Roselvagge, “Auro Story. Centro Sociale-Autogestito-Sgomberato-riOccupato”

Edito da: Sicilia Punto L
Luogo di pubblicazione: Ragusa
Anno: Febbraio 2005
Pagine: 218
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Il 25 novembre 1991 viene occupata l’ex tipografia del quo­tidiano «La Sicilia», giornale-polpettone del cavalier Ciancio, affarista in mass-mediologia, che si avvaleva di un piuttosto fa­vorevole contratto di locazione col proprietario dell’intero im­mobile, cioè col comune. I numerosi ed ampi locali fanno parte di un edificio posto a pochi passi dal duomo, dal municipio e da piazza università. Il palazzo era, un tempo, appartenuto tut­to alla chiesa ed ancora oggi un lato di esso è occupato dalle so­relle “pie discepole” , negozianti dedite allo spaccio di arredi ed oggetti pseudo-sacri. Girato l’angolo, su un’altra ala dell’edifi­cio mercanteggiano, a loro volta, i frati paolini. Oltre a queste organizzazioni, residui bellici-medievali, i restanti due lati e mezzo della struttura sono occupati dai più vari e disparati ed improbabili uffici pubblici (riordino urbanistico, sede simil-turistica provinciale, ufficio per le pari opportunità…). Il Centro Sociale si sviluppa su due piani ed il magnifico cortile interno (circa 1.000 mq). Il piano terreno è composto da 3 grandi sale (di cui una “arredata” da una enorme rotativa), 4- 5 stanze e 4-5 ripostigli + bagni ed un lungo e suggestivo corri­doio (probabile sala mensa del convento che fu). Il primo pia­no, più ridotto, comprende 6 stanze di varie dimensioni. Avvertenza: nel ripercorrere i dieci anni di questa occupa­zione, di questa personale/collettiva esperienza politica/umana non mi sono posto alcun problema di (auto)censura o di altri (auto)limitanti scrupoli.

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Barocchio Occupato, El Paso Occupato, “Opuscolo di sviluppo del manifesto contro la legalizzazione degli spazi occupati”

Edito da: ///
Luogo di pubblicazione: Torino
Anno: 1994
Pagine: 16
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
II nostro sogno é vivere liberi, distruggere ogni forma di potere costituito ed ogni gerarchia che ne sono la negazione. Per noi la libertà non può essere separata dal piacere. Siamo però disposti a sforzi titanici per realizzare libertà e piacere. Consapevoli che non esiste libertà nel sacrificio nell’immolazione. In questo senso l’esperienza pie] completa che oggi ci prendiamo il lusso. di vivere é quella dell’autogestione cui fa spazio l’azione diretta, intesa come esperienza aperta, collettiva, estendibile, che se ne infischia dei recinti tracciati dallo Stato tra legalità e illegalità. L’occupazione degli spazi abbandonati riunisce queste prerogative ed apre la strada, nel modo più corretto, all’autogestione. Lo sviluppo dell’autogestione della nostra vita non é praticabile senza sovvertire l’esistente.

Nota dell’Archivio: ///

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