Turcato Davide, “Leggere Malatesta”

Edito da Bruno Alpini, Imola, Dicembre 2010, 17 p.

Questa è la versione italiana riveduta di una lezione tenuta il 18 novembre 2009 presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Simon Fraser University di Vancouver, Colombia Britannica, Canada. Questo testo è un’introduzione all’anarchismo, nell’esposizione fattane da uno dei suoi massimi rappresentanti, l’anarchico italiano Errico Malatesta. Malatesta nacque nel 1853 e morì nel 1932. Fu un militante anarchico per circa sessant’anni, dal 1871, quando l’anarchismo nacque come movimento in seno alla Prima Internazionale, fino alla morte, pochi anni prima della guerra civile spagnola, che gli storici considerano il momento di massimo fulgore dell’anarchismo. La vita di Malatesta copre dunque una parte significativa della storia dell’anarchismo. Trascorse la maggior parte della sua militanza in esilio, specialmente a Londra, e fu una figura di spicco non solo del movimento anarchico italiano, ma anche dell’anarchismo internazionale. Il testo è strutturato come un commento a uno dei più noti opuscoli di Malatesta, L’Anarchia

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Manni Agostino, “Non-sottomissione e carcere militare”

Edito da Edizioni SenzaPatria, Sondrio, 1989, 190 p.

Privo di retorica e denso di storia vissuta in prima persona, questo libro si confonde tra il saggio antimilitarista ed il romanzo autobiografico. La lucida e contemporanea analisi sul militarismo e la società del dominio viene così a rappresentare una affermazione di vita stimolante per idee nuove e tensioni libertarie ancora tutte da sviluppare.
Dalle nebbie dell’indifferenza, dal silenzioso isolamento del carcere militare, subito come conseguenza del rifiuto di indossare la divisa, emerge la denuncia sociale della violenza istituzionalizzata. I moderni valori democratici e la stessa repubblica italiana vengono frantumanti dall’irrecuperabile critica antiautoritaria della non-sottomissione.
Un testo, questo, capace di far riflettere ognuno di noi, pericoloso soprattutto nelle mani di nuove generazioni messe di fronte agli obblighi della naja, della coscrizione obbligatoria ed alle criminali conseguenze di ogni militarismo. È inevitabile che la negazione dello Stato di decidere sulla nostra vita e del nostro futuro attraversi come una fluida corrente le pagine di questo saggio sulla libertà.

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La compagna Franca. Donna e madre in carcere

Febbraio 2011/Gennaio 2013, 12 p.

Franca Salerno, fondatrice e militante comunista dei Nuclei Armati Proletari (NAP), organizzazione combattente nata nel 1974 dalle lotte dei proletari prigionieri e dei collettivi carceri di Lotta Continua. Franca viene arrestata il 9 luglio 1975 e condannata a 18 anni di carcere per banda armata. Nella notte fra il 22 e il 23 gennaio del 1977 con Maria Pia Vianale, anche lei militante dei NAP, è protagonista di una clamorosa evasione dal carcere di Pozzuoli. Dopo la fuga i loro volti sono diffusi su tutto il territorio nazionale e per le forze di polizia la loro cattura diventa un’ossessione. La sua latitanza finisce il 1° luglio ‘77 sulla gradinata di Piazza S. Pietro in Vincoli a Roma. Con Franca vengono catturati anche Maria Pia Vianale e Antonio Lo Muscio, che viene giustiziato sul posto, mentre le due compagne vengono selvaggiamente pestate, come Franca racconterà in un’intervista rilasciata anni dopo.
“[…] loro ti cercavano, ti pedinavano e quando ti catturavano ti massacravano di botte. Per quei tempi era normale. Gridavano: “Ammazziamole, facciamole fuori”. Se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. A Pia hanno sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c’era rabbia e eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile. Ero incinta, avevo questo bambino in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia, ferita, era stata portata via con l’ambulanza, io ero sul selciato e gridavo: “Sono incinta”, ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano. Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale.”
Il figlio di Franca, Antonio, nasce al Fate bene fratelli di Napoli nel 1978 e dopo pochi giorni Franca e Antonio vengono portati nel carcere di Nuoro, dove viene allestita una sezione solo per lei e il bambino. Antonio rimane a Badu e Carros con Franca fino ai tre anni. Sante Notarnicola (condannato all’ergastolo alla fine degli anni ’60 per esproprio di banche, compagno della gioventù comunista di Torino–Barriera di Milano, autore di un famoso libro degli anni ’70 “L’evasione Impossibile”) ricorda l’arrivo di Franca Salerno a Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro, qualcosa di molto vicino ad un lager.
“Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, Franca mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi –, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”. Sante si ferma, è commosso: “Quanta forza venne dai NAP, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire ‘avevate ragione voi’”.
Franca esce dal carcere nel 1993, dopo sedici anni di detenzione trascorsi in carceri speciali.
Nel 2006 Franca subisce un grave lutto. Il 17 gennaio Antonio muore in un incidente sul lavoro. Dopo poco Franca si ammala gravemente, malattia che la porterà alla morte avvenuta il 3 febbraio 2011.

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Jackson George L., “Con il sangue agli occhi. Lettere e scritti dal carcere”

Edito da Agenzia X, Milano, 2007, 190 p.

Il volume raccoglie le lettere e i saggi di teoria politica che l’autore scrisse dopo la morte del giovanissimo fratello Jonathan, ucciso mentre tentava di liberare tre detenuti neri. George L. Jackson fece uscire clandestinamente dal penitenziario di San Quentin questo manoscritto pochi giorni prima di essere assassinato dai secondini, il 21 agosto 1971. Sepolto vivo nell’isolamento del carcere, Jackson compose un testo audace, disperato, espressione di gelido e sprezzante odio contro l’impero statunitense, un fondamentale contributo alla lotta di liberazione della “Colonia nera” che in quegli anni infuriava dentro e fuori le prigioni. Una colonia “interna” costretta in condizioni di ordinaria schiavitù, simili a quelle che molti migranti vìvono oggi nelle metropoli del capitalismo globalizzato. “Con il sangue agli occhi” offre anche spunti per decifrare la complessa grammatica del conflitto contemporaneo.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Blood in my eye”, 1972

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Il ciabattino ribelle, “La medaglietta e altre colpe di carcere”

Edito da Biblioteca Lux, Bologna, 1909, 50 p.

Lettore,
se incominciassi questa prefazione così: in queste pagine non cercare del poeta la visione alata, della lima le pulitezze artistiche, del verso il profumo letterario etc etc, sembrerebbe che di ciò potesse elevarsi questione; dunque…non ne abbiamo parlato!… Questi versi sono nati in carcere e stanno a dimostrare il bisogno dell’io pensante di reagire contro l’azione deprimente ed accidiosa dell’ambiente, e la necessità di esteriorizzare quel sentimento e quella sana passionalità politica che sono le Vestali della fiamma ribelle del pensiero. Solo questo!
Ora li dò alle stampe, solo perchè credo che possano aggiungere un accento di ribellione contro ipocrisie e ingiustizie di cui la misera classe operaia paga da troppo tempo le spese.
Solo per questo!
Dunque -oltre tutto- nè intenzioni, nè scopi, nè pretese letterarie e artistiche. Non ne parliamo nemmeno!…
Fuori, all’aria libera, c’è il comizio, la conferenza, il giornalismo, la dimostrazione e…il resto: dentro me la pigliai col carceriere e….colle muse!
Fu un delitto occasionale!
Fate il processo a quei sette bifolchi improvvisati giudici che mi hanno mandato in carcere questa -per ora- ultima volta, e agli altri, i giudici più o meno bifolchi; che fecero del loro meglio sempre; poichè a tutti la cecità, la paura e il loyolismo fecero credere di persuadermi…mandandomi al fresco!
Io senza di loro non avrei commesso tanti reati, mai, mai, mai!
Il Ciabattino

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Note dell’Archivio
-Il ciabattino ribelle fu uno pseudonimo utilizzato da Armando Borghi

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Gallo Ermanno, Ruggiero Vincenzo, “Il carcere immateriale. La detenzione come fabbrica di handicap”

Edito da Edizioni Sonda, Torino, 1989, 148 p.

Questo libro non tratterà degli abusi, delle illegalità e violenze che quotidianamente si compiono entro le mura carcerarie. Né elencherà gli arbitrii e le torture del carcere «sporco», che denunce e riforme istituzionali, da sempre, hanno apparentemente preso di mira. I materiali che presentiamo riguardano la pena “ordinaria”, che è di per sé “straordinaria”, perché infligge patimenti e mutilazioni. Si tratta del carcere infinitamente riformato in quanto irriformabile, che produce spersonalizzazione, infantilizzazione, espropriazione del tempo e della comunicatività. Il carcere è da sempre luogo di contagio, di diffusione del morbo che, nelle diverse contingenze storiche, aggredisce i più indifesi: polmonite e scorbuto nelle prime galere, infezioni di ogni tipo, follia nella promiscuità del grande internamento, droga e A.I.D.S. nel carcere contemporaneo.
Ci siamo posti da un punto di vista strutturale e, dunque, ci siamo chiesti se al di là delle malattie sociali, di volta in volta più allarmanti, la detenzione in sé non produca dei suoi specifici handicap, in quanto “detenzione” e non in quanto luogo che l’arbitrio e la brutalità delle condizioni rendono più vulnerabile e «immunodeficiente». Inoltre ci interessava soprattutto cogliere come la «detenzione» segna le “esistenze” delle persone e non solo il loro corpo. Amleto, nei momenti più tenebrosi, afferma che «il mondo è un vasto carcere in cui sono molte celle stanze e segrete». Noi ci limitiamo a pensare che il carcere sia un mondo in sé, descrivibile in ogni sua piega attraverso il dialogo con chi lo abita. Abbiamo contratto più di un debito di riconoscenza nei confronti di chi ha reso possibile questo lavoro. All’editore siamo grati per averci “convinto” a redigere un testo non accademico ma raccontato, non rivolto agli esperti ma a tutti; gli siamo grati, insomma, per averci «imposto» uno stile che alla fine è sembrato anche a noi il più adatto. I nostri ringraziamenti vanno in eguale misura ai protagonisti di queste pagine, interlocutori anonimi, spesso adombrati dietro nomi fittizi, che ci hanno fornito materiali e testimonianze per sostanziare le nostre ipotesi di lavoro. Ricordiamo, nello specifico, per quanto riguarda la Francia, l’appoggio incondizionato fornito alla nostra ricerca da organismi quali: A.R.A.P.E.J. di Parigi (associazione di comunità alloggio) e la disponibilità degli operatori di S.R.A.I.O.S.P., primo istituto francese (e forse europeo) di assistenza polifunzionale agli ex-detenuti. Altri ringraziamenti vanno a “Medicins du monde”, gruppo di intervento sociale nel campo della medicina. Per l’Italia ci preme ricordare la collaborazione di operatori ed esperti, nonché di detenuti ed ex-detenuti, alcuni dei quali riuniti in cooperative di lavoro e in coraggiose associazioni. Diversi amici ci hanno aiutato a Londra, segnalandoci ricerche già compiute o ancora in corso. In particolare, Dan ci ha orientato nel labirinto delle corti di Highbury, dove abbiamo assistito al commercio avvilente delle pene pecuniarie tra giudici e difensori azzimati e imputati straccioni.
Una nota finale di lettura può aiutare chi si accinge a sfogliare queste pagine. Il primo capitolo consiste di nostre riflessioni generali mirate a definire la forma carcere contemporanea. Nel secondo capitolo le riflessioni si avvalgono, in qualità di sostegno, delle testimonianze dei protagonisti diretti: detenuti ed ex-detenuti. Il terzo raccoglie opinioni e analisi espresse da esperti ed operatori. Il capitolo finale è dedicato al tema dell'”abolizionismo”, ai concetti che lo sottendono, le esperienze che lo connotano e le ispirazioni che, anche nel nostro paese, se ne possono trarre in termini di prassi. A lavoro ultimato, e nonostante le lacune a posteriori che sempre si riscontrano, la nostra speranza è che si tragga da queste pagine qualche spunto e qualche riflessione avvertita, per il superamento radicale della prigione, per l’abolizione concreta delle sofferenze legali che si continuano ad infliggere.

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Iglesias Abelardo, “Revolucion y Dictadura en Cuba”

Edito da Reconstruir, Buenos Aires, 1963, 96 p.

Scritto dall’anarchico cubano Iglesias Abelardo con prefazione di Jacobo Prince (anarchico argentino), l’opuscolo in questione è una sintesi della situazione nell’isola caraibica. Il popolo cubano, per Iglesias, era passato da una dittatura ad un’altra, mostrando come il castrismo fosse prono o subordinato ai diktat del Cremlino.
Questa testimonianza da parte di un militante di lunga data come Iglesias fa il paio alla testimonianza di tre anni prima di Souchy durante la sua visita a Cuba.

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Note dell’Archivio
-Testo in Spagnolo

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Barilli Francesco, De Carli Manuel, “Carlo Giuliani. Il Ribelle Di Genova”

Edito da Becco Giallo, Sommacampagna (Vr), 2011, 176 p.

Genova, 20 luglio 2001. Durante gli scontri al vertice G8 muore un manifestante in Piazza Alimonda. Le prime testimonianze sono confuse: chi parla di un colpo di pistola, chi di un sasso, chi di un lacrimogeno.
Solo in serata, una foto dell’agenzia Reuters elimina ogni dubbio: un ragazzo di spalle (si scoprirà essere il ventitreenne Carlo Giuliani) col passamontagna e un estintore sollevato sopra la testa, e una pistola che spunta da una camionetta dei carabinieri.
A 10 anni di distanza, gli autori ripercorrono quei tragici momenti assieme ai familiari di Carlo (Haidi, Giuliano ed Elena). Non solo la cronaca di un omicidio, né una semplice contro-inchiesta: è anche – e soprattutto – il ricordo di un ragazzo nelle parole di chi lo ha cresciuto, conosciuto e amato.
“Carlo non è un martire, né un eroe, è un ragazzo che ha reagito ad una profonda ingiustizia.” Giuliano Giuliani

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Shaffer Kirwin R., “Anarchism and Countercultural Politics in Early Twentieth-Century Cuba”

Edito da PM Press, Oakland, California (USA), 2019 XI+279

In questo volume, Kirwin Shaffer mostra come gli anarchici hanno svolto un ruolo significativo, fino ad ora poco conosciuto, nellla sinistra cubana nel formare e portare avanti le questioni della salute, dell’istruzione, dell’immigrazione, dell’ambiente e dell’internazionalismo della classe operaia. Al tempo stesso, gli anarchici hanno criticato la politica razziale, le pratiche culturali e le condizioni dei bambini e delle donne sull’isola. Nel nuovo caotico paese, i membri del movimento anarchico hanno interpretato la Guerra per l’Indipendenza e le idee rivoluzionarie del patriota José Martí da una prospettiva di estrema sinistra, intraprendendo un dibattito nazionale con l’establishment locale su cosa significasse essere cubano. Per contrastare la cultura dominante, gli anarchici hanno creato delle proprie iniziative per aiutare le persone, sfidando sia l’élite esistente che le forze militari statunitensi occupanti. Mentre molti dei loro ideali provenivano dall’Europa, i loro programmi, critiche e letteratura riflettevano le specificità della realtà cubana e facevano appello alle classi popolari cubane. Utilizzando le teorie dell’internazionalismo della classe operaia, delle controculture, della cultura popolare e dei movimenti sociali, Shaffer analizza i documenti d’archivio, gli opuscoli, i giornali e i romanzi, mostrando come il movimento anarchico nella Cuba repubblicana abbia contribuito a plasmare l’agenda della sinistra rivoluzionaria fino all’ascesa della dittatura di Gerardo Machado negli anni ’20.

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Note dell’Archivio
-Libro in Inglese

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Souchy Augustin, “Testimonios de la revoluciòn cubana”

Edito da Reconstruir, Buenos Aires, Dicembre 1960, 68 p.

Augustin Souchy, militante anarchico, sindacalista e giornalista, venne invitato nella prima metà del 1960 a Cuba dal governo per testimoniare al mondo la nuova Ley de Reforma Agraria e il miglioramento della vita dei contadini. In quanto studioso dei problemi agricoli, Souchy aveva scritto un opuscolo sui Kibbutz israeliani e, quindi, Castro e il suo governo si aspettavano un avvallo di questa riforma agraria.
L’anarchico tedesco girò tutta l’isola, analizzando quello che vedeva. Il ritratto che ne fece Souchy fu totalmente negativo: mancanza di libertà, disillusione centralizzazione e dirigismo.
L’opuscolo in questione è una delle prime testimonianze anarchiche sulla rivoluzione cubana e su quello che sarebbe diventata nei decenni successivi.

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Note dell’Archivio
-Testo in Spagnolo

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