(a cura di) Viezzer Moema, “Chiedo la parola. Testimonianza di Domitila, una donna delle miniere boliviane”

Edito da Feltrinelli, Milano, Settembre 1979, 200 p.

Moema Viezzer, brasiliana, antropologa sociale, ha raccolto le memorie e le riflessioni di Domitila, donna boliviana delle Ande, moglie di un minatore, madre di sette figli, militante comunista. Le ha raccolte e trascritte con fedeltà, scienza, amore, per una solidarietà istintiva ma anche politica di donna partecipe delle stesse speranze che hanno retto e reggono la vita di Domitila. Domitila non é un personaggio eccezionale, anche se eccezionale è forse l’intensità con cui sa coniugare privato e politico, quotidianità di un’oppressione sociale tra le più dure del sub-continente e sete di riscatto, personale e collettivo, che sa farsi azione e intervento, in una continuità di lotte piccole e grandi, con una progressiva e lucida coscienza. Domitila parte da sé, dalla sua condizione di oppressa, per scoprire l’ingiustizia che grava sul suo pueblo, nella duplice accezione di comunità ristretta e di popolo. L’esperienza si allarga, diventa rigorosa descrizione delle condizioni di sfruttamento del proletariato boliviano, e scelta di campo, militanza. Domitila è membro del partito comunista boliviano, e in quest’ottica analizza il suo paese e le prospettive del suo riscatto. La lotta conquista il primo posto nelle sue scelte di vita, anche se questo non esclude, ma anzi per Domitila potenzia, la sua possibilità di riscatto in quanto donna, donna proletaria. Pagine impressionanti per vivacità di narrazione che riferiscono i momenti esaltanti e quelli grigi della lotta, i massacri atroci compiuti dalle autorità sui minatori e sui loro villaggi, il passaggio del Che in un paese che sembrava vicino a una soluzione rivoluzionaria, il rapporto con le altre donne, con gli uomini, con l’organizzazione.

Link Download: https://mega.nz/file/zJ51SQzQ#oOy8EXOWO4Ka0nit4WMX5aLNJuZvbzyhB1r7FR47q5E

Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Si me permiten hablar…”, Siglo XXI editores, 1977

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su (a cura di) Viezzer Moema, “Chiedo la parola. Testimonianza di Domitila, una donna delle miniere boliviane”

Ateneo Libertario, “Una storia trascurata. Cronologia anarchica 1848-2012”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Luglio 2020, 99 p.

Questo libro è uno strumento di prima conoscenza per chi si avvicina al mondo anarchico e allo stesso tempo di lavoro per chi fa già parte del sentire libertario e ha bisogno di un rapido punto di riferimento sugli avvenimenti e sulle idee inerenti il movimento. Contiene glossari, biografie e bibliografia essenziale.

Link Download: https://mega.nz/file/rFwxzLpC#RH2Yw-hy3DsoG9GlttCmn9U4NPU70rdRmmAN3_DIEBM

Pubblicato in opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Ateneo Libertario, “Una storia trascurata. Cronologia anarchica 1848-2012”

a cura di Venturini Ernesto, “Il giardino dei gelsi. Dieci anni di antipsichiatria italiana”

Edito da Einaudi, Torino, 1979, XIII+304 p.

Prefazione di Franco Basaglia
Al momento della pubblicazione del materiale raccolto in questo libro ci siamo interrogati sulla sua attualità. Es­ so si riferisce, infatti, a un periodo ben preciso – tra gli anni 1977 e 1978 – durante i quali i temi ricorrenti nei di­ battiti degli operatori psichiatrici, qui intervistati, riguar­davano sia il tipo di organizzazione dei servizi, incentrata prevalentemente nell’ospedale о sul territorio, sia il peso teorico-pratico delle esperienze esemplari per l’afferma­zione di un modello generalizzabile di «nuova» psichia­tria. Oggi, dopo l’entrata in vigore della legge 180 sull’as­sistenza psichiatrica e dopo l’istituzione del Servizio Sani­tario Nazionale, la situazione della psichiatria in Italia e le sue problematiche sembrano radicalmente mutate. È na­turale domandarsi allora se il libro mantenga, accanto a un valore di documentazione, anche una qualche validità in riferimento alla mutata situazione. Per rispondere a questa domanda sembra opportuno fare alcune conside­razioni. A più di un anno dall’entrata in vigore della legge, il numero degli internati negli ospedali psichiatrici si è note­volmente ridotto, i trattamenti sanitari obbligatori sono molto contenuti e tuttora persiste un certo dibattito sulla qualità e le caratteristiche delle nuove strutture interme­die di assistenza e di degenza ospedaliera che, tuttavia, continuano a mancare. Pur tra molte critiche e con una strumentale enfatizzazione dei pericoli che questa legge comporta, si sta quindi assistendo ai primi passi della dif­fusione di un modo di fare psichiatria che differisce dal recente passato e che va al di là della esemplarità di poche esperienze: anche se non si sa ancora – ed è troppo presto per saperlo – in che cosa consista questo mutamento «ob­bligato». Basta comunque rileggere la legge sull’assistenza psi­chiatrica per convincersi che ciò che passa, agli occhi di molti, come un’avventura rischiosa e piena di minacce, è soltanto l’inserimento nella normativa sanitaria di un ele­mento civile e costituzionale che sarebbe dovuto esservi implicito e non lo era: il riconoscimento dei diritti del­ l’uomo, sano e malato. La novità della legge si incentra, infatti, soprattutto sulla scomparsa del concetto giuridico di «pericolosità» del malato mentale, da cui si deduceva la necessità di custodirlo e quindi di violentarlo e repri­merlo; sull’opposizione — che da questa scomparsa deri­va – alla creazione di nuove strutture segreganti; sul capo­volgimento dell’ottica tradizionale della psichiatria che si trova per la prima volta in condizione di affrontare colui che soffre di disturbi psichici, senza lo schermo della pe­ricolosità e della custodia. In caso di ricovero ospedaliero, infatti, la discriminante circa la qualità dell’intervento non risulta più il « malato » in base alla gravità e alla peri­colosità della sua «malattia», ma l’organizzazione sociale in base alla sua capacità о meno di rispondere ai bisogni e ai diritti del cittadino, nella salute e nella malattia. Ma se, da un lato, la nuova legge è facilmente attaccata dalla parte più retriva del paese come rischiosa e poco ga­rante della tutela del sano e del malato, essa è contempo­raneamente bersaglio dei troppo facili attacchi di chi ritie­ne questi cambiamenti e le premesse a questi cambiamenti soltanto interventi normativi e razionalizzanti, volti a raf­forzare le stesse istituzioni che tendono a negare. Ma se essi si iscrivono nella tensione teorico-pratica che ha sti­molato, negli ultimi anni, significative lotte contro i meccanismi di oppressione ed emarginazione, questi cambia­ menti non possono non riproporre, spostandoli in avanti, i contenuti di queste lotte. Mettere in crisi, come nella pratica sta avvenendo, un servizio rigidamente custodialistico come quello psichiatrico, vuole dire infatti mettere in crisi una tra le più significative valvole di sicurezza di questa organizzazione sociale, perché significa rompere la certezza della netta separazione qualitativa fra salute e malattia, fra norma e abnorme, su cui essa fonda il proprio ordine. Se crisi c’è stata, questa è stata provocata dal­ la volontà chiaramente espressa di «negare» le istituzioni della repressione e della violenza e non di rifondarle: è il manicomio praticamente negato, distrutto, smontato, sconvolto nella rigidità delle sue certezze scientifiche e delle sue regole punitive, che ha prodotto una frattura al­ l’interno della logica che lo informa, senza le ambiguità di un riciclaggio di modelli culturali capaci di colmare i vuo­ti creati da questa crisi. È dunque la rottura pratica della logica dell’emargina­zione di classe implicita nell’esistenza stessa del manico­ mio, che ha portato in Italia a una legge che proibisce la costruzione di nuovi ospedali psichiatrici e prevede la graduale eliminazione di quelli attualmente in uso: rottura pratica che impedisce di rinchiudere con una nuova teoria interpretativa о con una nuova ideologia la crisi aperta, lasciando inalterata la realtà diversamente interpretata. Si tratta di un’operazione inversa a quella già attuata in altri paesi, dove il problema è stato apparentemente affrontato dilatando sul territorio i servizi di controllo della devian­za, senza intaccare la logica e la realtà manicomiali: il per­manere dell’emarginazione sociale, mistificata sotto l’alibi della malattia e della cura, non può che riprodurre la con­ ferma della medesima logica sul territorio e nei nuovi ser­vizi e, di rimando, il contemporaneo rafforzamento, conse­guente a questa conferma, del manicomio e della sua logi­ca. Ciò che ha prodotto la nuova legge sull’assistenza psi­chiatrica è la lotta per la rivendicazione dell’esistenza di una soggettività, presente in un terreno scientifico rigo­rosamente positivista, per svelare che l’esistente non è «natura» immodificabile, ma che è ciò che di esso si può fare che deve essere la realtà e il progetto della nostra vi­ta; cosi come l’esistente è stato precedentemente «pro­ dotto». Anche se frutto di una lotta, una legge può essere solo il risultato della razionalizzazione di una rivolta, ma può anche riuscire a diffondere il messaggio di una pratica ren­dendolo patrimonio collettivo. Anche se frutto di una lot­ta, una legge può provocare un appiattimento del livello raggiunto dalle esperienze esemplari, ma può anche dif­fondere e omogeneizzare un discorso creando le basi co­muni per un’azione successiva. Perché questa legge con­ sente ciò che più volte era stato auspicato: la possibilità di trasferire i contenuti di una lotta dalle mani di pochi in quelle di un numero di persone sempre maggiore, anche se questo comporta il lento abbandono delle esperienze esemplari, come punto di riferimento pratico. In questo senso essa ha teso a modificare, о almeno a sminuire l’eroismo, il romanticismo, forse la retorica di cui – nel nostro giacobinismo — eravamo e siamo tutti un po’ malati e ci ha costretti a confrontarci in modo più pun­tuale con quanto è stato fatto in questi anni, frutto anche del nostro «furore» pratico contro l’istituzione. Questa legge ha dunque in qualche modo violentato lo stesso ope­ratore psichiatrico alternativo, cambiandone la coscienza verso se stesso e verso il suo lavoro. Ed ora è come se si rendesse manifesta la perdita della «fede» che ci ha sor­ retto in questi anni, fino all’avvento della nuova legge, senza che si siano ancora definiti i caratteri della nuova emergente laicità. Noi tutti dunque – e il libro sembra preannunciarlo in quell’atmosfera di ricerca e di attesa di qualcosa, che ca­ratterizza ogni singolo intervento – ci troviamo oggi, a partire dalla legge, tra cose finite e altre non ancora defi­nite. Le persone intervistate in questo libro intravedono questa situazione ed esprimono la preoccupazione di col­ mare questo vuoto, che è vuoto di identità e carenza di una dimensione storica nel nostro operare. La psichiatria tradizionale offriva, infatti, all’operatore un’identità precisa solo di garante del controllo sociale; così come il processo di superamento del manicomio of­friva una possibilità di identificazione nel rifiuto di tale controllo. Ma, una volta attuato questo superamento e una volta approdati a una legge che lo sancisca, si riduce la possibilità di far coesistere la qualità del ruolo libera­ torio chiaramente identificabile nella lotta contro il mani­comio, con la necessità, più volte affermata, di superare la funzione normalizzatrice implicita di ogni operatore psi­chiatrico.
Lo psichiatra continua ad avere a che fare con la soffe­renza dell’individuo che continua però a rimanere inserita in una definizione precisa di ciò che è la norma. I limiti di norma si spostano, si allargano e si restringono a seconda delle necessità e del mutare dei valori sociali, ma nella lo­gica dominante ciò che occorre mantenere è sempre la chiara definizione del limite. Il modo di esprimersi della sofferenza continua tuttora a essere rigido e chiuso nei parametri classici della malattia mentale, perché questa è ancora la cultura da cui è determinato, per primo, chi sof­fre di disturbi psichici e sente di essere sull’orlo, sul pun­to di superare il limite della norma, oltre il quale sa che esistono la punizione e la sanzione. Una volta rotta la logica manicomiale – appunto la san­zione per il mondo abnorme – l’operatore psichiatrico si trova disarmato davanti a un malato che si muove ancora secondo i vecchi parametri della «malattia» e che dietro a questi parametri si nasconde e si difende. L’identifica­zione con l’istituzione non è più possibile, perché il mani­comio ha rivelato la sua funzione di pura difesa del sano rispetto al malato; l’identificazione nella psichiatria non è più possibile perché essa si è rivelata lo strumento che ha consentito questa difesa del mondo sano attraverso la crea­zione del luogo «malato»; né è più possibile l’identifica­zione nel ruolo di colui che lotta contro il manicomio, per­ ché esiste una legge che ne ha ormai decretata la morte. Ma ciononostante lo psichiatra continua ad avere a che fa­ re con una sofferenza che deve affrontare – senza strumen­ti, senza difese – per cogliere il mondo di bisogni dal quale proviene e per riportarla nella storia da cui è stata bandi­ta nel momento stesso in cui è stata definita come «malattia». È in questa mancanza di identità che consiste attual­mente la sfida implicita in ciò che potrà essere un modo diverso di fare «psichiatria». Perché è in questo vuoto ideologico e istituzionale che saremo costretti ad avvici­nare il disturbo psichico al di fuori dei parametri e degli strumenti che ci hanno finora impedito di avvicinarlo. Riempire questo vuoto, colmare questo momento di so­spensione, di perplessità, di incertezza con altre ideologie di ricambio, può impedirci di approdare a un nuovo modo di capire, al di fuori degli schemi culturali che ci imprigio­nano. Sarebbe facile colmare questo vuoto con teorie in­terpretative già collaudate che razionalizzino le nostre in­ certezze. L’Italia, in ritardo sul piano culturale rispetto agli altri paesi, è ora pronta – e ce lo dimostrano le richie­ste e le esigenze di rassicurazione ideologica e scientifica – ad accogliere psicanalisi, behaviorismo, terapie relazionali ecc. che — altrove – hanno tuttavia lasciato intatto sia il processo di emarginazione sociale sia la logica manicomia­le che lo giustifica. Ma il punto focale che tende a spez­zare la nuova legge italiana è la logica dell’emarginazione di classe, consentita dal manicomio e dalla psichiatria, senza richiudere la crisi aperta con nuove teorie. Il che ci consente di vedere direttamente di quali bisogni insoddi­sfatti si alimenta il disturbo psichico, di quali frustrazioni concrete; quali impotenze reali fanno esplodere la malat­tia, quando si è decisi a non vedere che cosa si vuol co­prire con quei simboli. Ciò non significa affermare che la sofferenza psichica ha origine solo dalla miseria materiale (che certo ha il suo peso, sia nel nascere del disturbo sia nel tipo di risposte che esso riceve), ma che esiste una mi­ seria sociale che ci impedisce di esprimere i nostri stessi bisogni e ci costringe a trovare strade anomale e tortuose che passano attraverso la mediazione della «malattia», perché ci è impedito di esprimerci in modo immediato. Il bisogno di una nuova « scienza » e di una nuova « teo­ria» si inserisce in quello che impropriamente viene definito «vuoto ideologico» e che, in realtà, è il momento felice in cui si potrebbe incominciare ad affrontare i proble­mi in modo diverso. Momento felice in cui, disarmati co­me siamo, privi di strumenti che non siano un’esplicita difesa nostra di fronte all’angoscia e alla sofferenza, siamo costretti a rapportarci con questa angoscia e questa soffe­renza senza oggettivarle automaticamente negli schemi della «malattia», e senza disporre ancora di un nuovo co­dice interpretativo che ricreerebbe l’antica distanza fra chi comprende e chi ignora, fra chi soffre e chi assiste. È solo in questo incontro diretto, senza la mediazione della ma­lattia e della sua interpretazione, che può emergere la sog­gettività di chi soffre di disturbi psichici: soggettività che può affiorare solo in un rapporto che, uscito finalmente dalle categorie oggettivanti della psichiatria positivistica il cui risultato più concreto è stato il manicomio, riesca a non rinchiudere in una ulteriore oggettivazione l’esperien­za abnorme, conservandola legata e strettamente connessa alla storia individuale e sociale.

Link Download: https://mega.nz/file/vNJ2SJjZ#J5G13THaAmZbc1jWC0yx6DGHXCek4aSW-5pKHWk3fv4

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su a cura di Venturini Ernesto, “Il giardino dei gelsi. Dieci anni di antipsichiatria italiana”

Francesco Kento Carlo, “Resistenza Rap. Musica, lotta e forse poesia. Come l’hip-hop ha cambiato la mia vita”

Edito da Round Robin Editrice, Roma, 2016, 117 pagine

Il rap non è solo contratti milionari e ostentazione. Kento racconta la strada più difficile e più autentica che porta al palco, quella della musica come strumento di cambiamento personale e sociale. Racconti di viaggio ma anche consigli per chi si avvicina a questo genere e aneddoti sulle tecniche di scrittura: un vero e proprio manuale del rap di lotta.

Link Download: https://mega.nz/file/3NIk1AyL#zHJBzzi_0YNBbs9iWUihLnUxE7lPbStSEgrTAH4PAeI

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Francesco Kento Carlo, “Resistenza Rap. Musica, lotta e forse poesia. Come l’hip-hop ha cambiato la mia vita”

Davis Angela, “Aboliamo le prigioni”

Edito da Minimum Fax, Roma, 2022, 280 p.

Angela Davis, nota militante del movimento ameri­cano per i diritti civili sin dagli anni Sessanta, è oggi una studiosa di fama internazionale che ha focalizzato il suo impegno in una delle battaglie più difficili: abo­lire il carcere. Con lucidità scientifica e un’instancabile passione ideale, Davis analizza il sistema «carcerario- industriale» americano – quello per cui due milioni e mezzo di persone sono detenute negli Stati Uniti – e mostra come questo modello fondi le sue basi econo­miche su una sorta di schiavismo morbido: donne abu­sate e farmacologizzate, manodopera a costo zero per le corporation, neri e ispanici a cui vengono negate istru­zione e assistenza sanitaria. Oggi più che mai, tutto que­sto ci riguarda. Le recenti rivolte e i fatti di Santa Maria Capua Vetere ci rendono impossibile ignorare le condizioni in cui so­pravvivono i detenuti nelle carceri italiane e ci dicono quanto sia urgente ripensare il sistema penale. Parlare di riforma del carcere non è sufficiente, occorre spin­gersi a immaginare ciò che resta inimmaginabile anche per molti sedicenti progressisti: un mondo senza pri­gioni. In un clima ben diverso da quello in cui è apparso per la prima volta nelle librerie italiane – un clima in cui l’espressione «abolizionismo carcerario» si è fatta finalmente pronunciabile e dunque tanto più inammis­sibile – Aboliamo le prigioni? si conferma una piccola guida di resistenza, che a partire dalla battaglia contro il carcere diventa denuncia di ogni forma di oppressione, e alla fine chiama tutti direttamente in causa, perché le nostre idee cambieranno davvero soltanto quando sa­ ranno cambiati i nostri comportamenti.

Link Download: https://mega.nz/file/nA4hySQC#E8mcdJQGmggs2WKC39dQPhnzDzfJJnqfBK03yzJ7gts

Nota dell’Archivio
-Traduzione dei libri “Are Prisons Obsolete?” e “Abolition Democracy. Beyond Empire, Prisons, and Torture”, pubblicati su Seven Stories Press, New York, USA, 2003 e 2005.

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Davis Angela, “Aboliamo le prigioni”

Leval Gaston, “Né Franco, né Stalin. Le collettività anarchiche spagnole nella lotta contro Franco e la reazione staliniana”

Edito da Istituto Editoriale Italiano, Milano, 24 Maggio 1952, 324 p.

Libri come quello che presentiamo hanno grande importanza perché sono opere vissute. L’autore ha certamente consultato molte pubblicazioni, si è soffermato sui dati statistici ma soprat­tutto ha vissuto con gli artefici, il popolo minuto, della grande rivoluzione spagnola. Per questo il suo libro è piu utile di altri.
Pur non essendo spagnolo l’autore conosce molto bene, per averci vissuto lunghi anni, la lingua, i costumi, le preoccupa­zioni e le aspirazioni del popolo di Spagna. È un militante di vecchia data di quell’organismo operaio rivoluzionario che è la Confederación Nacional del Trabajo (C.N.T.), e con la sua pa­rola e i suoi scritti non poco contribui alla rinascita del movi­mento operaio subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Nel 1921 fu inviato quale delegato della C.N.T. al Congresso Costitutivo dei Sindacato Rossi, che aveva luogo nella prima­vera di quell’anno a Mosca. Erano gli anni « eroici » della rivo­luzione, e molti degli uomini che andavano a Mosca avevano ancora il coraggio delle proprie opinioni.
Il Congresso Costitutivo dell’Internazionale Sindacale Rossa non fu uno dei soliti congressi, dove le « tesi » son presentate sola­mente per l’accéttazione, appunto per la presenza di elementi anarchici e sindacalisti che tutto posero in discussione e molte cose non accettarono affatto: ognuna delle organizzazioni sindacaliste rivoluzionarie presenti, come la « Unione Sindacale Ita­liana » e sopratutto la « C.N.T. » spagnola, voleva conservare la propria fisionomia e mantenere distinta la propria azione da quella dei partiti governamentali. Su questo piano si trovava anche la minoranza francese che faceva capo a Pierre Monatte, e quella tedesca dell’U.A.U. Essi non volevano e non potevano assolutamente accettare che due misure fossero usate nello stesso organismo internazionale: una per gli anarchici e i sindacalisti rivoluzionari di Russia che erano messi al bando e nella mag­gioranza dei casi imprigionati, ed un’altra per gli anarchici e i sindacalisti rivoluzionari degli altri paesi che si sarebbero voluti legare al carro dei partiti comunisti allora nascenti. Ma trovare chi sia disposto a firmare una < adesione » è stata sempre cosa facile: per questo anche allora la delegazione spagnola si scisse. A Mosca rimasero in due о tre, un gruppetto formato da An­dreas Nin, più tardi fucilato dai comunisti in Spagna perché passato alla opposizione, Orlandis e qualche altro. Il resto dei delegati con alla testa l’allora giovanissimo militante Gaston Le­val, contrari all’adesione a quella Internazionale, vollero ritor­nare in Spagna e sottomettere ai militanti della organizzazione la questione dei rapporti internazionali. Gaston Leval riprese perciò il viaggio del ritorno, sebbene sa­pesse che in Spagna la situazione era talmente grave che ogni riunione rappresentava un vero atto di coraggio per chi vi par­tecipava.
Rientrato, il Lavai raccolse la completa fiducia dei militanti della grande organizzazione. Cosicché, nel 1922, in un Congresso Inter­nazionale tenutosi a Berlino con altre organizzazioni sindacali d’Italia, Germania, Olanda, Svezia e dei paesi sud americani, la « C.N.T. » spagnola diede vita alla « Associazione Internazionale dei Lavoratori » (A.I.T.). Coll’affermarsi della dittatura del ge­nerale Primo de Rivera, la « C.N.T. » fu messa nella illegalità e i suoi militanti più noti sia colpiti a tradimento dai « pistoleros » al soldo delle organizzazioni padronali, sia obbligati a riparare all’estero. Gaston Leval riesci a raggiungere l’Argentina dove, pur continuando a militare nel movimento anarchico scri­vendo in numerose riviste e giornali, non tralasciò di dedicarsi a opere di largo respiro.
Dopo una vita di stenti a Buenos Aires, va a Rosario, dove per vivere dà lezioni di francese. È forse quello il periodo più tran­quillo della sua vita, perché può largamente dedicarsi ai suoi studi, ed alla poesia; perché il Leval è anche, e direi soprattutto, un poeta.
È di quegli anni il libro autobiografico della sua terribile in­fanzia: Enfancia en Cruz (Valencia, 1933). Aveva pubblicato a Rosario de Santa Fé, nel 1925, un importante opuscolo, Violencia у anarquismo, e nel 1932, sempre a Rosario, un libro molto im­portante su i Problemas Economicos de la revolución espanola (come il primo Enfancia en Cruz pubblicati col nome di Pedros R. Piller); nel 1935, a Buenos Aires pubblica un altro volume su Conceptos Economicos en el Socialismo Libertario. Ma questa parentesi di calmo lavoro si chiude quando De Ri­vera è rovesciato dalla indignazione del popolo, e particolar­mente dopo l’avvento della repubblica. L’attività politica ed ope­raia riprende, e Gaston Leval non può rimanere lontano dalla Spagna dove il suo contributo intellettuale è richiesto e neces­saria la sua attività di militante.
Vi ritorna in tempo per partecipare al lavorio di preparazione della rivoluzione che prenderà slancio ed ampiezza nel 1936, e ad apportare il contributo delle sue conoscenze e capacità, soprattutto per quei problemi che tendono ad accordare comu­nismo e libertà.
Il suo contributo è in effetti grande. Collabora alle riviste Estudios di Valencia, alla Revista Bianca di Barcellona e a numerosissime altre pubblicazioni; e tiene conferenze, perché è anche un eccellente oratore.
Nelle idee anarchiche il Leval cercherà sempre di far risaltare le loro possibilità realizzatrici che sono ragioni di vita per un’idea di rinnovamento sociale. E a questa sua ansia di ricerca tesa alla soluzione dei problemi della veniente rivoluzione, di possi­bilità realizzatrici dell’anarchismo, egli darà sfogo esponendo il suo punto di vista ampiamente in uno dei suoi ultimi libri, pub­blicato a Parigi nel 1948, L’indispensable Révolution e anche ultimamente in numerosissimi articoli.
Ugo Fedeli

Link Download: https://mega.nz/file/TVYmDIRL#54ynZ0j0onyyEd85-9Nh_ik4H84vwXWbaVGhsFQ4hKk

Note dell’Archivio
-La collana era diretta da Carlo Doglio e Ugo Fedeli che, con la collaborazione della Federazione Anarchica Italiana, pubblicarono “opere tendenti ad illustrare il pensiero ed il movimento anarchico.”
-Vi sono due recensioni di questo libro: una di Giuseppe Mariani, “Un libro di Gaston Leval. L’indispensabile rivoluzione”, pubblicata su Umanità Nova, n. 22, a. XXXII, 1 Giugno 1952; l’altra è “Recensioni libri: Gloriosa Spagna; Nè Franco nè Stalin, le collettività anarchiche nella lotta contro Franco e la reazione staliniana”, pubblicata su “Volontà”, n. 8, a. VI, Agosto 1952

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Leval Gaston, “Né Franco, né Stalin. Le collettività anarchiche spagnole nella lotta contro Franco e la reazione staliniana”

Ruta Carlo, “Morte a Ragusa. Il delitto Tumino, Giovanni Spampinato e le macchinazioni della legge”

Edito da Edi.bi.si, Palermo, Gennaio 2005,

“Il delitto Spampinato oggi” di Carlo Ruta
Ragusa ha rimosso, al più commemora, ma il caso rimane aperto. Restano impuniti gli istigatori di quella uccisione e gli organizzatori del delitto Tumino, che ne fu la premessa. L’affare coinvolse a vario titolo uomini delle istituzioni, fra cui l’attuale procuratore della Repubblica Agostino Fera
Sono passati trent’anni dall’uccisione di Giovanni Spampinato, giornalista del quotidiano di Palermo “L’Ora”. Ma di là dall’epilogo giudiziario, il caso non può dirsi chiuso, benché risulti sigillato dal silenzio dei protagonisti viventi e dai deficit di memoria della città. Spampinato venne ucciso da Roberto Campria, figlio del presidente del tribunale di Ragusa, il 27 ottobre 1972, su istigazione di ignoti. Fu un omicidio studiato, bene organizzato, per il quale alcune settimane prima l’esecutore aveva acquistato a Caltagirone una pistola a tamburo e una rivoltella, perché fosse certo l’esito voluto. Campria era un instabile. Era appassionato di armi, con cui spesso circolava in città e fuori. Nelle settimane che precedettero il delitto bruciava di tensione. Ma quella notte operò con cognizione.
Diretto antecedente fu l’assassinio dell’ingegnere Angelo Tumino: antiquario, amante della bella vita, con un passato di costruttore e una parentesi di consigliere comunale del Msi. L’omicidio maturò in una frontiera mossa, che accordava in modo inconsueto eversione nera e affari, di cui Giovanni Spampinato fu cronista attento. In tale frontiera, rappresentativa del moto di avventura che in quella stagione colpì in particolare il sud, convenivano e si compromisero esponenti della Ragusa influente. Si consumava cocaina, si giocava d’azzardo, si coltivava il mito della forza, si preparava lo “scontro fisico”, si attrezzavano palestre e poligoni di tiro, ma più celatamente si faceva altro: si commerciavano reperti archeologici, si colludeva con i contrabbandieri e i ricettatori, si tessevano accordi con i palermitani e i trapanesi, sempre più interessati ai terreni e ai forzieri del sud est.
L’ucciso era stato in stretto contatto con il figlio del presidente del Tribunale, Roberto Campria, vocato ai torbidi e, come detto, fanatico di armi. E per più ragioni su costui si addensarono dei sospetti, di cui si fece portavoce, dalle colonne de “L’Ora”, Giovanni Spampinato. Il Campria, che godeva della fiducia di Tumino fino a tenerne le chiavi di casa, non poté partecipare beninteso all’assassinio. L’alibi offertogli dalla famiglia della fidanzata resse dopo la rottura del vincolo e addirittura dopo l’omicidio del cronista. Ma dopo l’uccisione di Tumino, prima comunque che la cosa divenisse pubblica, commise degli errori: fece delle telefonate sospette, si recò a casa dell’antiquario, verosimilmente per sottrarre documenti. Di certo era al corrente della trama. Con buona probabilità vi aveva partecipato obliquamente. Incalzato da Spampinato, finì con l’aprire allora una lesione, che si cercò di sanare in tutti i modi, con il concorso del braccio giudiziario.
Dopo il ritrovamento del corpo di Tumino in contrada Ciarberi, il 26 febbraio 1972, l’istruttoria venne assunta dal sostituto Angelo Ventura, sotto la supervisione del procuratore Francesco Puglisi e con l’ausilio del sostituto Agostino Fera. E dalla visuale degli assassini di Tumino, erano le persone che servivano. Per tradizione, il Palazzo di giustizia ragusano si ergeva sugli affari, che facevano capo proprio alla Procura, dove la concussione costituiva uno stile di lavoro. Era normale, per esempio, che i politici governativi del tempo, i Giummarra, i Lupis, altri, lasciassero nell’ufficio del Puglisi delle buste sigillate, specie nelle prospettive di elezioni, perché tutto scorresse liscio sotto il profilo giudiziario. Ed era ugualmente normale che il procuratore utilizzasse dei detenuti del carcere ragusano per lavori privati, nella sua tenuta agricola di Santa Croce Camerina, in accordo con il direttore della casa circondariale Carmelo Mauro: complice dei capimafia Rimi di Trapani, quando costoro furono “detenuti” presso il carcere in spregio ai regolamenti dell’epoca, e uno dei più importanti agganci iblei degli esattori Salvo di Salemi e di Michelangelo Aiello di Bagheria. Una Procura di tal fatta si ritrovò dunque l’onere di indagare sull’omicidio Tumino, con esiti da scandalo.
Per forza di cose, vennero incaricati delle indagini sul terreno i carabinieri del comando ragusano, i quali si mostrarono solleciti. Dopo pochi giorni, infatti, trasmisero agli inquirenti un rapporto nel quale si chiariva lo sfondo dell’assassinio e le persone che potettero organizzarlo, legati a vario titolo ai commerci d’arte e di antiquariato. Nel rapporto, venivano fatti in particolare i nomi di Roberto Campria e di altri quattro individui, di cui qualcuno, si disse allora, di rilievo eccezionale. Si trattava di firmare allora cinque mandati di arresto, che non vennero tuttavia spiccati, mentre si provvide a fare sparire il rapporto, di cui non si sarebbe saputo nulla se di quella omissione non avesse detto in un memoriale il presidente del tribunale, a tutela sua e del figlio, dopo l’assassinio di Giovanni Spampinato. Scriveva il magistrato: “Durante l’istruttoria sul delitto Tumino (…) mio figlio si è fatto ricevere dal sostituto procuratore Fera (…). Continuando a conversare, lo stesso sostituto ha detto a mio figlio che, in un certo momento, era stato disposto un provvedimento di fermo per lui e per altre quattro persone: provvedimento che era stato ritirato per riguardo a me”.
Il sostituto naturalmente negò quell’episodio. Ma non è pensabile che il presidente l’avesse tirato in causa per arbitrio. All’acme della carriera e con l’alterigia da status che si ritrovava, Campria non aveva ragioni per comprendere fra i nemici personali il Fera, che, appena trentaquattrenne, recava dietro solo il tirocinio di uditore giudiziario, a Gela prima che a Ragusa. Del resto, nel suo memoriale non ebbe remore a indicare in un presidente di tribunale in servizio nel Nisseno il magistrato che ordiva a suo danno, mentre erano noti, nella città influente, i suoi dissapori con Puglisi, pure lui al culmine della carriera. Quanto dichiarò sul Fera e sui cinque mandati di fermo “ritirati” è perciò attendibile. E dovette certo far riflettere i magistrati catanesi che indagarono, senza esito, sul delitto Spampinato.
L’alt a indagini autentiche era corroborato verosimilmente dal ricatto e da altre ragioni intrinseche. Timorosi degli effetti di uno scandalo, di sicuro gli inquirenti cercarono di coprirsi, di non arroventare le tensioni con il presidente del tribunale Campria, notoriamente vendicativo e votato pure lui all’intrigo, se in accordo con alcuni politici dc aveva fatto carte false ed esercitato pressioni inaudite perché il figlio Roberto lavorasse alla Provincia. Assunte come veritiere le dichiarazioni dell’alto magistrato, il gioco dovette essere però più complesso di quanto il sostituto Fera non avesse fatto credere al giovane “sospettato”.
La terna inquirente, Puglisi-Ventura-Fera, non si allontanò comunque dal canovaccio prescelto, con omissioni e interventi ad hoc là dove l’affare presentava scoperture. Qualche esempio ne dà la misura. Il 26 febbraio, giorno successivo al delitto di contrada Ciarberi, due finanzieri segnalarono, autonomamente l’uno dall’altro, due individui sospetti dentro un’automobile, di cui annotarono la targa. Entrambi riconobbero in una delle due persone il romano Vittorio Quintavalle, legato al golpista Junio Valerio Borghese, e l’auto risultò essere di Tumino. Ma arrivò rapida la sconfessione degli inquirenti. L’automobile non era di Tumino e fra gli occupanti non c’era l’uomo del principe nero. Presente da qualche anno a Ragusa e “amico” di Tumino, Quintavalle era in realtà fra i maggiori sospettabili del delitto, con il pregiudicato Giovanni Cutrone, legato pure lui alla destra estrema. Ma di fatto venne permesso a entrambi di sparire dalla città, dopo essere stati blandamente interrogati. Nessuno ovviamente cercò di rintracciarli.
Tale logica, complice e omissiva, seguitò a valere del resto con Roberto Campria, fino all’epilogo d’autunno. Benché privo del porto d’armi e sospettabile del delitto Tumino, costui poté continuare a tenere in casa un’autentica armeria, poté insistere a circolare armato, potè addirittura ampliare la sua “collezione”. Il 7 ottobre denunziò alla questura l’acquisto, a Caltagirone, di una pistola Herma Luger e una rivoltella Smith &Wesson. Gli scopi potevano essere intuibili, ma nessuno provvide a disarmarlo. Altro atteggiamento valse ovviamente per Giovanni Spampinato, che costituì per gli organizzatori del delitto e i complici il maggiore inconveniente. Il cronista finì sotto controllo, con l’ovvia autorizzazione della Procura, che avrebbe dovuto condividere con lui la ricerca della verità. Scoprì che le sue telefonate venivano intercettate. In più occasioni, in città e fuori, addirittura a Siracusa, scorse di essere pedinato da agenti di PS ragusani. Intanto veniva minacciato impunemente dal Campria. In definitiva, le omissioni e le scelte di campo della Procura ragusana fecero sì che l’omicidio si compiesse.
Il tempo non ha mutato i giochi. Come si diceva nell’incipit, a onta dei decenni, il caso è aperto, in tutti i sensi. Il silenzio ostinato di Roberto Campria testimonia una minaccia che persiste, fino a soverchiare il bisogno di risarcimento, che pure il medesimo mostra di avvertire. Francesco Puglisi e Saverio Campria sono scomparsi, portandosi dietro il loro bagaglio di segreti. Ma altri protagonisti sono presenti e restano scandalosamente in auge. Angelo Ventura è procuratore unico a Gela. Agostino Fera lo è a Ragusa, dove ha elaborato in maniera autonoma una certa tradizione, di affare in affare, senza soluzione.

Link Download: https://mega.nz/file/fZxzGIIR#QBoRJHokYM2ATuzBarQ4EAXbK5iUPXZxu4HbGnUdmgU

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Ruta Carlo, “Morte a Ragusa. Il delitto Tumino, Giovanni Spampinato e le macchinazioni della legge”

Noir et Rouge, “Lo Stato, la Rivoluzione, l’Autogestione”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 1974, 190 p.

Introduzione
Il problema dell’autogestione è, come si dice, di moda. Molto di più negli altri paesi, un poco meno nel nostro, dovunque si parla di questa forma « nuova » di organizzare la produzione. Molti si dicono partigiani dell’autogestione senza sapere bene di che cosa si tratta, molti la combattono restando nella stessa ottusa ignoranza. I partiti politici di sinistra strappano, qua e là, qualche parola d’ordine, guardando con un occhio la Jugo­slavia e con un altro l’Algeria. I sindacati scadenzano per un futuro prossimo questa parola di lotta sperando di tirare ancora le cose per le lunghe, ritardando lo scontro finale e la resa dei conti, salvando capra e cavoli, la propria poltrona e la faccia davanti ai lavoratori.
Anche tra gli stessi movimenti di sinistra, quelli non imme­diatamente richiamati nell’area dei partiti tradizionali, la cono­scenza del problema dell’autogestione è superficiale e confusa. Resterebbe il movimento anarchico che, per i motivi che vedremo in seguito, avrebbe dovuto per tempo sviluppare questo pro­blema, ma non riteniamo che lo abbia fatto. Ecco perché questo libro, almeno in Italia, viene a coprire una lacuna non trascu­rabile.
Resta da dire che a livello analitico il principio autogestionario non può essere separato da una critica a fondo dei suoi aspetti deformanti e delle relazioni che questi aspetti hanno con una realtà complessiva di tipo centralizzato. Quindi, non basterà in queste pagine dar conto di che cosa dobbiamo rettamente intendere per « autogestione », ma occorrerà indicare i pericoli di una impostazione rigidamente economicistica e le degenera­zioni macroscopiche visibili nei tentativi di realizzazione già com­piuti.
Partendo dall’uomo il « fatto » autogestionario riveste una luce e una qualificazione tecnica diverse; partendo dalla necessità produttivistica e dell’efficienza neocapitalista il fatto autogestionario scade in una ulteriore forma di sfruttamento, più sottile e pertanto più pericolosa.

Link Download: https://mega.nz/file/LRwiRQIT#X0esshoye0F_XoRlhhIyIBveMaNAIapBBMy38Sm_Rnc

Note dell’Archivio
-Traduzione del supplemento del numero 41 di “Noir et Rouge”, Maggio 1968
-Parte del capitolo III “Spagna” è tratto dal libro di Gaston Leval, “Né Franco né Stalin: le collettività anarchiche spagnole nella lotta contro Franco e la reazione staliniana“, Istituto Editoriale Italiano, 1952
-Il capitolo IV “Jugoslavia” è stato pubblicato a puntate su “Noir et Rouge” nei nn. 31-32 e 33, rispettivamente Febbraio e Aprile 1966
-Il capitolo V “Algeria” è stato pubblicato a puntate su “Noir et Rouge” nei nn. 34, 36 e 38, rispettivamente Giugno e Dicembre 1966; Giugno-Luglio 1967
-Nell’Appendice, il testo “Tentativi di autogestione in Francia nel Maggio-Giugno 1968” è stato pubblicato su “Noir et Rouge”, n. 42-43 del Novembre 1968

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Noir et Rouge, “Lo Stato, la Rivoluzione, l’Autogestione”

Rensi Emilia, “Recensione come testimonianza. Dalla parte degli indifesi”

Edito da Nuova Ipazia, Ragusa, Aprile 1991, 134 p., Seconda Edizione

Emilia Rensi di Renato Chiarenza (da “Bloc-Notes”, n. 22, Dicembre 1990)
Ci pare ancora di rivederla al suo tavolo di lavoro intenta a «getta­re in carta» su una vecchia macchina da scrivere i suoi pensieri. Viveva con decorosa parsimonia (quale si conviene a una ex insegnan­te dello Stato) con una rinuncia costante a tutto il superfluo, dedita solo allo studio ed a coltivare quelle amicizie che potevano trovare in Lei una consonanza spirituale.
Dopo aver trascorso gli anni dell’infanzia a Villafranca di Verona e nel Canton Ticino, la famiglia Rensi si trasferì a Firenze, poi a Mes­sina, infine a Genova dove il padre aveva ottenuto nel 1916 la cattedra di filosofia morale e in quest’ultima città abitò ininterrottamente sino al giorno della sua scomparsa, insegnando dapprima lettere al Ginna­sio Liceo C. Colombo e poi lavorando presso la Biblioteca Universita­ria. Educatrice validissima, ebbe a crescere generazioni di studenti che ancora la ricordano con affettuosa devozione; chi ebbe poi la fortuna di conoscerla nella vita privata potè trarne un’impressione, già imme­diata, di una personalità al di fuori, del comune riservata e discreta, ma dalla forte tempra morale. Conversatrice amabile ed attenta, era piacevole intrattenersi con Emilia per discutere di filosofia o di politi­ca poiché le osservazioni apparivano sempre puntuali e vivacemente critiche. Vasta la cultura attinta alla lettura dei classici, con un rigore costante come ben dimostra la copiosa produzione degli scritti. Il pe­riodo più fecondo dell’attività letteraria non fu la prima m aturità, poi­ché gravata dalle cure domestiche e dalle pressanti incombenze didat­tiche; la Rensi dovette attendere l’età della pensione per dedicarsi al­lo scrivere pubblicando con ritmo incalzante libri opuscoli e articoli vari: in complesso una dozzina di volumi. Proprio quando altri in ge­nere si ritirano nell’oziosa quiete della vecchiaia Emilia ebbe ad inizia­re la sua maggiore e incessante fatica offrendoci degli scritti preziosi che recano una nota costante di saggezza e di rifiuto ad ogni comodo conformismo.
Già i titoli delle opere sono significativi Chiose lai­che — L ‘azzardo della riflessione — Di contestazione in contestazione ed inquadrano gli interessi e la visione esi­stenziale dell’Autrice. Angoscia di vivere, prima opera pubblicata nel 1964 è una raccolta di pensieri, un diario spirituale dalle pa­gine amare intrise di un pessimismo inconsolabile, quasi ideale prosecuzione del pensiero paterno trapassato an­che nello stile sempre perspicuo senza vani orpelli che va diretto allo scopo con trasparente chiarezza. A que­sto primo libro potrebbero ricongiungersi le Testimo­nianze inattuali, scritto pubblicato nel 1987 che completa con ulteriore ed approfondito sviluppo il sofferto cam­mino spirituale iniziato con Angoscia di vivere. La spiccata propensione alla ricerca storica consen­te alla Rensi di racchiudere con felice sintesi i vari pro­blemi che affronta dandoci interpretazioni acute ed originali. Vi è un atteggiamento di rigorosa analisi dei fatti che portano a conclusioni spesso di vivace anti­-conformismo, ma sempre il discorso è sorretto da un processo coerente e consequenziale: non vi sono forza­ture poiché la scrittura procede diritta allo scopo con lineare acribia ed esattezza.
Anche dalla semplice citazione di qualche passo di Angoscia di vivere si può scorgere la immedicabile ama­rezza dell’Autrice: «ma vi è un dramma ancora più gra­ve di tutte le sventure che ci toccano in sorte: il “vuoto” il quale supera il soffrire l’abisso di qualsivoglia dolo­re. E il soffrire nel vuoto che ci attanaglia di angoscia e di paura» (pag. 24) «… il peccato, la morte sono il prez­zo dell’organismo superiore, delle manifestazioni spi­rituali (…) non è dunque la carne la causa di ogni nostra sventura, bensì lo spirito: per giungere ad una espres­sione superiore di vita era necessario che l’Essere si ras­segnasse al peccato e alla morte» (pag. 98).
A sfondo autobiografico il volumetto II riscatto del­la persona umana, stampato nel 1976, risulta un atto di accusa contro quel sistema educativo ancora ottocen­tesco che soffocava ogni aspirazione di autonoma scel­ta dei figli da parte dei genitori e di cui la Rensi ebbe a soffrire, non già per malvolere del padre o della ma­dre, ma per un errato modo di intendere il compito edu­cativo della famiglia. E la forza della tradizione, un certo conformismo che viene accettato, almeno per quanto concerne l’istituzione familiare, anche da spiriti liberi che si oppongono a non poche superstizioni religiose e politiche, ma che poi non sanno essere coerenti con le opinioni professate pubblicamente e superare certe «chiusure».
«I genitori per essere soddisfatti dovrebbero avere dei figli non di carne ed ossa ma di cera» e conclude l’autrice con disperato accento «eppure (Emilia) non po­teva fare a meno di domandarsi quali diritti potevano vantare i genitori responsabili di avere data ai figli la sciagura della vita» (pag. 89).
Riecheggia in questa terribile accusa il pensiero di Eraclito «nascere e vivere è un correre alla morte: dar vita ai figli è avviarli alla morte». Il pessimismo pater­no traspare nelle pagine di Emilia come una terrifican­te visione della realtà: non vi sono in questa scrittura ambiguità, sfumature che lasciano campo ad interpre­tazioni (più o meno interessate) di un possibile richia­mo al trascendente, una sorta di deismo, anche tenue, sulla scia dell’illuminismo settecentesco; nulla di tutto ciò le affermazioni sono nette, precise, chiare, stringenti: il mondo è il regno del male, del dolore.
Nell’introduzione agli Atei dell’alba denuncia il ten­tativo di far rientrare con mille artifici verbali nella schiera dei credenti anche gli atei veri e propri, in quanto il loro numero e talvolta la fama acquistata potrebbero favorire la diffusione delle loro convinzioni «e anco­ra… perfino studiosi laici non riescono a superare il pre­giudizio ancestrale del biasimo congiunto alla parola ateo e perciò vorrebbero salvaguardare da simile riprovazione il maggior numero possibile di pensatori». L’autrice che ebbe a professarsi erasmiana coglie nel­le vicende storiche le stridenti note del conformismo ufficiale e scorge con sottile ironia al fondo di questa realtà così assurda la follia umana inguaribilmente rinnovantesi: di qui il suo dichiarato laicismo e l’adesione al libero pensiero.
Se in tante pagine amare dettate da uno sconforto esistenziale non sembra potersi scorgere alcuna luce sui mali del mondo; se quel rovello spirituale sembra farle pronunciare il cupio dissolvi, vi è però nella Rensi, quasi improvvisa intuizione, un momento di riscatto dell’uo­mo, della stessa vita: ed è nell’amicizia che cerca e tro­va questo arcano conforto.
Il credo della Rensi è nella chiusa del volumetto de­dicato a Ipazia, la prima martire del libero pensiero: «L’esistenza è sempre troppo complessa bisogna dare ai nostri principi il complemento di una fede. E la sola fede che sia nello stesso tempo concreta e suscettibile di abbracciare tutte le cose è la fede nella vita, nella sua abbondanza e nel suo progresso. La mia fede ultima è nella vita» (pag. 48).
E con questo riscatto dal dolore, dal male, ha volu­to suggellare la sua vita esamplare, donando con gesto altruistico i suoi beni ai diseredati e il suo corpo all’Istituto di anatomia umana a scopo di studio. Il suo te­stamento spirituale riafferma i valori in cui ha creduto: laicismo e libero pensiero.

Link Download: https://mega.nz/file/KAJzzKwR#TR-XNZh1Nj_67WGap4yStoT0zdOjRZLs99x32GfDQQU

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Rensi Emilia, “Recensione come testimonianza. Dalla parte degli indifesi”

Rensi Emilia, “Frammenti di vita vissuta e Il prezzo della vita. Considerazioni e riflessioni contro la guerra e il militarismo”

Edito da Nuova Ipazia, Ragusa, Settembre 1991, 104 p.

Introduzione di Renato Chiarenza
Tra le carte lasciate da Emilia Rensi vi è un diario, meglio una serie di notazioni, dallo stile aforistico a Lei congeniale, raccolte negli anni di guerra (1940-45). L’autrice ha voluto che fosse pubblicato post-mortem col titolo di Frammenti di vita vissuta, quasi a vo­lerci ricordare il virgiliano non ignara mali, miseris succurrere disco. Queste pensées oltre delineare il profilo spirituale della Rensi ci rivelano la matrice di Angoscia di vivere, libro appassionato ed avvincente che ebbe una maturazione durata ben due decenni.
E la triste e sofferta esperienza della guerra osser­vata con spirito disincantato, ma puntualmente atten­to, nel succedersi dei giorni, sempre dolorosi, spesso luttuosi. Vi è il ricordo di tanti patimenti: dei bombar­damenti nemici, della fame sofferta, del primo com­pleanno di guerra, ma soprattutto è presente quell’u­manità ridotta ormai ad uno stato di quasi totale ab­brutimento. Ciò rafforza nell’Autrice il convincimen­to dell’inutilità di un’esistenza votata alla sofferenza e al dolore.
Nel 1942 scrive: «la parola fine non rappresente­rebbe certo un male per me. Nel tragico quadro degli avvenimenti bellici, mentre siamo stretti da ogni lato dalla morsa della morte, appare molto strano, il fatto evidente che la morte non è affatto “necessaria”». Proprio sul tema della morte frequenti sono le ri­flessioni filosofiche. Ad esempio dall’osservazione bio­logica per cui certi parassiti moltiplicandosi per scissio­ne possono raggiungere l’immortalità, si può sostenere che vita e morte «forse sono due modi di essere impor­tanti solo rispetto all’io, senza sostanziale differenza in sé».
Ma quale il valore dell’esistenza di fronte all’incombere di sciagure umane senza che se ne intraveda una fine? Il nucleo del discorso rensiano ruota intorno al male di cui è penetrato l’intero universo. Tuttavia an­che questa solitudine che avvolge la sofferenza quasi incomunicabile dell’Autrice, può far superare la crisi del­l’io, poiché se l’io perde ogni importanza quando si ri­mane soli lo si avverte molto meno, e «la solitudine rimette le cose a posto. Si tocca con mano che la nostra vita individuale non ha alcun interesse per nessuno: co­sì finisce per averne meno anche per noi». Paradossal­mente ci si persuade anche dell’inutilità, dell’assurdità della vita che si risolve in una condanna per le creatu­re, vittime inconsapevoli di tante pene e dolori, in gran parte causati dagli stessi uomini.
Questa «absolue ignorance de notre raison d’étre» di cui nessun «paradiso» potrebbe consolare, scrive an­cora la Rensi (citando A. France e il pascoliano «Ab­bandonato» in Myricae) quale arcano scopo potrebbe avere? l’individualità dell’io può rappresentare «una for­ma di vita superiore, in confronto al resto dell’Essere che dall’individualità è escluso. L’Essere è giunto fati­cosamente per grandi alla costruzione dell’individuo e perché tale costruzione, se non vi fosse altro scopo che quello di uscirne?»
Ad assurdo, quello della vita, si aggiunge altro as­surdo: quello della morte. L’esistenza intesa come sa­crificio, come lotta, affermazione di valori in via di farsi; l’uomo stesso si pone quale meta. Vi è un’istanza che riprende quel motivo dominante della filosofia paterna espressa nella «Lettere spirituali» e ancor più nel «Te­stamento filosofico». Lo sviluppo dell’Essere attraver­so e oltre l’uomo per fondare, meglio, per trovare una collocazione «di quelle leggi della giustizia e del bene nella «realtà della vita» da cui risultano ancora escluse. Rifiuto di ogni atteggiamento compromissorio, conci­liatorio; e ricordando la terribile esperienza dei lager nel racconto dei deportati, l’Autrice scrive: «E proprio per attendere l’ora della giustizia che troverei la forza di sopportare ogni tormento cercando con ogni mezzo di sopravvivere, ma è la passione della giustizia che miterrebbe in vita». Questa confessione ha il significato di un’obbligazione morale; la forza che sostiene la fra­gile femminilità dell’Autrice trova riscontro in un pen­siero di Sénancour: «L’uomo è perituro; può essere; ma speriamo resistendo; e se il nulla ci è riservato non fac­ciamo che sia giustizia».
Tutta la tematica rensiana poggia sull’indefettibile volontà di giustizia per un’esigenza morale di cui po­chi eletti hanno avuto piena nozione: saprà l’umanità far proprio questo insegnamento? In «Angoscia di vi­vere» questa aspirazione diverrà… «la passione di su­perare la legge attuale dell’Essere e di trovarne una nuova» e ancora… «l’evoluzione dell’Essere (si compi­rà) attraverso о oltre l’uomo.»; per affermare quell’i­deale di giustizia finora escluso dalla realtà della vita. Speranza messianica di un oltre-mondo (terreno) in cui le leggi del giusto trionferanno e vi sarà, non il nicciano superuomo, ma l’oltre-uomo inteso solo a bene ope­rare, e una sorta di intrinseca necessità come se l’Essere riuscisse così a svelarsi, nella sua interezza, a se stesso.
Su questa linea esegetica ci intriga anche l’interpreta­zione delle luminose e pur toccanti parole del testamento spirituale di Giuseppe Rensi: «atomi e vuoto e il divi­no in me». Il «divino» per la Figlia del Filosofo, appar­tiene al tutto, così la coscienza umana è parte essenzia­le del cosmo: «il divino inteso ovviamente come legge morale è anche nell’universo al quale tale coscienza ap­partiene». Ma la chiusa del libro con il contraddire, felix culpa, il nichilismo di «Angoscia di vivere», apre alla speranza di un domani meno tetro anzi addirittura mi­gliore. Varrà anche per noi l’interrogativo (che però è anche un aspicio) di J. Rostand? Forse all’homo sapiens seguirà nel corso dell’evoluzione l’homo sapientior.

Link Download: https://mega.nz/file/CBITgLoB#a0Ch5XOEa8mzfb5sgilgA9iDi6GYYXNyxjAt_OyYYA4

Nota dell’Archivio
-In appendice la recensione di Chiarenza del testo “Atei dell’Alba” di Emilia Rensi, “La Ragione”, 1973

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Rensi Emilia, “Frammenti di vita vissuta e Il prezzo della vita. Considerazioni e riflessioni contro la guerra e il militarismo”