Foucault Michel, “Sorvegliare e punire. La nascita della prigione”

Edito da Einaudi Editore, Torino, 1993, 340 p.

Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona anche chi uccide. Da dove viene questa strana pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto, tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderti docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Tutto un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze, si era sviluppato nel corso dei secoli classici negli ospedali, nell’esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina. Il Diciottesimo secolo ha senza dubbio inventato la libertà, ma ha dato loro una base profonda e solida, la società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Surveiller et punir. Naissance de la prison”, Editions Gallimard, Paris, 1975.

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“La Bella.” Bollettino di comunicazione e sostegno ai prigionieri in lotta contro l’ergastolo

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Durata: Dicembre 2007-Dicembre 2009
Periodicità: aperiodico
Pagine: 24 (nn. 0, 9, 11, 13, 15 e 18); 8 (n. 1); 12 (nn. 2, 3, 7, ); 28 (nn. 4, 8, 10 e 20); 20 (nn. 5, 6, 12, 14, 17 e 19); 32 (n. 16).

“La Bella vuole essere tra l’altro luogo di incontro tra i prigionieri e le prigioniere che sentono l’esigenza di un confronto sulla situazione carceraria e su eventuali futuri sviluppi di lotta. Una conoscenza reciproca il più possibile diretta e ampia è fondamentale per scavalcare le istituzioni, le associazioni e gli opportunisti di qualsiasi colore che tendono a mettere il cappello su ogni situazione di fermento. Riteniamo quindi importante, come diretta conseguenza delle finalità del bollettino, fondare l’elenco di indirizzi dei prigionieri e delle prigioniere sulla volontà di esservi inseriti in modo da rendere il coinvolgimento una scelta e uno strumento di crescita e di lotta.”

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Cordatesa, “Girotondo. Piccola inchiesta su alcuni sciacalli della moneta prigioniera”

Marzo 2013, 73 p.

Introduzione

Le questioni di ordine materiale prendono, in questo periodo, il sopravvento sui problemi di fondo. Le condizioni dei detenuti permettono di chiudere così il dibattito sulla prigione ed il suo senso.
Christian Carlier, intervista pubblicata in Dedans-Dehors, gennaio 1999

Il presente lavoro si propone di esaminare un aspetto del carcere poco conosciuto ma in realtà di estrema importanza per il suo corretto funzionamento: quello dell’economia carceraria.
Economia carceraria intesa come insieme di attività economiche legate a doppio filo al carcere, sia che siano basate sul lavoro dei detenuti sia che siano quelle legate al mantenimento quotidiano della struttura e delle persone recluse al suo interno. L’oggetto della nostra ricerca è il carcere di Monza, il carcere della città in cui viviamo. Perché la decisione di fare un lavoro basato sull’economia o meglio sul giro di soldi legato al carcere? Per fare dell’informazione su aspetti troppe volte tenuti oscuri, quasi segreti o edulcorati, tramutati in atti di carità umana, spacciati per un servizio misericordioso e utile per i detenuti. Scopriamo così che questo particolare ramo del business nasconde delle storie marce e intrise di tutte i vizi propri degli appalti e più in generale degli apparati del capitale, ben lontani dalla favola del buon samaritano che si dedica ai più deboli. Sgravi fiscali, regimi di quasi monopolio, possibilità di uno sfruttamento massimo, speculazioni. E’ questo il rovescio della medaglia della propaganda dei fautori delle politiche sociali e delle attività alternative dietro le mura. Non è stato un lavoro facile e reperire le informazioni non è stato semplice, sia per la loro frammentarietà, sia per la cappa di segretezza che avvolge questo particolare ramo della gestione carceraria. In biblioteca e sui giornali locali c’è poco o nulla e, come detto prima, nel caso in cui ci fosse è sostanzialmente un elogio all’imprenditore di turno che sfrutta il lavoro dei detenuti. Su Internet qualcosa si trova ma è tutto da ricomporre e da attualizzare.
Le informazioni contenute nell’opuscolo non sono tutte nuove o attuali ma sono quelle che siamo riusciti a raccogliere e di cui abbiamo avuto una conferma dalle varie fonti. Abbiamo evitato di pubblicare informazioni da verificare e, qualora fossero un po’ datate, lo abbiamo indicato nel testo. Non pretendiamo di essere stati esaustivi ma pensiamo che un lavoro del genere possa essere utile a tutti coloro che lottano contro il carcere (perché molte informazioni riguardano altre carceri, soprattutto lombarde), ma soprattutto a chi vive direttamente sulla propria pelle una situazione di prigionia, oltre che ai loro familiari e conoscenti.
Buona lettura.

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Berkman Alexander, “Un anarchico in prigione”

Edito da Edizioni della Rivista Anarchismo, Catania, 1978, 306 p.

Alle 13,55 del sabato 23 luglio 1892, un anarchico ventunenne di nome Alexander Berkman, entra, armato di pistola e pugnale, negli uffici del capitano d’industria Henry Clay Frick per commettere quello che riteneva essere il primo Attentato della storia americana.
L’occasione venne da uno sciopero degli operai della Homestead Steel Company di Pittsburgh, contro il quale Frick aveva fatto intervenire 300 mercenari di Pinkerton armati di fucile. Berkman riesce soltanto a ferire il suo avversario ed arrestato viene condannato a 22 anni di prigione, dei quali ne sconta quat­tordici nel famigerato Western Penitentiary. Questo libro può essere considerato come il diario della sua prigionia, uno strano diario, scritto da un uomo deciso a so­pravvivere contro tutto e contro tutti.

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Prison memoirs of an anarchist”, The Mother Earth Publishing Association, 1912
-Nell’Appendice sono presenti le introduzioni di Hapgood (Scheken Edition, 1970) e Goodman (“Dissent”, Luglio-Agosto 1970)

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Schirru Michele, “Uccidere il tiranno”

Edito da Anarchismo, Trieste, 2013, 168 p.

Nota introduttiva
Da solo, all’appuntamento col tiranno, per ucciderlo. Da solo contro Mussolini, contro il boia che aveva dato vita a un partito di miserabili e di sopraffattori che aveva imbrigliato il popolo italiano dopo avere ucciso o costretto all’esilio ogni opposizione. Da solo contro gli attendismi, contro le chiacchiere, contro gli accordi e le coalizioni nate nei corridoi della politica di sinistra. Da solo contro tutti, contro la prudenza e contro la ragione, contro l’orrore.
Mettendo in gioco la propria vita per respirare finalmente un’aria libera, lui, proprio lui che non viveva nemmeno in Italia ma che dall’oppressione fascista si sentiva colpito come qualsiasi uomo che vuole essere libero e che in questo suo legittimo desiderio si vede ostacolato dall’impossibile libertà dei tanti sottoposti a una dittatura stupida e ignobile come tutti i dispotismi.
Ecco il punto. Mettendo da parte per un momento, per un solo momento, ogni altra considerazione, c’è da chiedersi: è giusta quest’analisi – che tale era stata la riflessione che in Schirru aveva preceduto la decisione di agire –, è giusto mettersi in gioco individualmente e fino in fondo? Anche oggi, in un regime politico che la poltroneria mentale di tanti definiscono “democrazia”, sarebbe giusta una decisione del genere? Oppure solo la dittatura la rende legittima?
Queste domande trovano un fondamento su tante perplessità passate, ascoltate e lette in ambiente anarchico, che se la dittatura giustifica l’attacco anche individuale, la democrazia lo rende impossibile. Atrocità logica che vedevo in atto nella Spagna post-franchista e che ho letto essere elemento di freno anche nell’Italia immediatamente dopo il fascismo. Tanto per fare due esempi di cui ho documentazione certa.
Uccidere il tiranno è sempre legittimo. Che questo tiranno sia un organismo collettivo non toglie che all’interno di quest’ultimo non ci sia modo di individuare un obiettivo qualificabile come “tiranno”. Non ammettere questa possibilità significa giocare con le parole.
Schirru sapeva a cosa andava incontro, a morte certa. Non indietreggiò di un passo, e con lui tanti altri, prima e dopo.
Trieste, 20 ottobre 2011

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Corsentino Michele, “Michele Schirru e l’attentato anarchico”

Edito da Anarchismo, Catania, Luglio 1990, 68 p.

Questo libro nasce dall’intenzione polemica del suo autore di chiarire alcune interpretazioni poco corrette fornite da Papa e Fiori, recentemente, e da altri scrittori durante e subito il fascismo.
In questo modo esce limpida la figura di Michele Schirru, l’anarchico sardo fucilato durante il fascismo per avere cercato di mettere in atto, senza comunque riuscire a passare alla fase decisiva, un attentato contro Mussolini. Malgrado tutti i tentativi di oscurare e infangare il ricordo di questo coraggioso compagno che osò, fra i pochi, cercare di fare qualcosa contro l’oppressione del suo tempo, viene fuori il comportamento di un anarchico che non ha avuto fortuna nella sua azione ma che ne subisce tutte le conseguenze con fermezza davanti ai giudici e davanti al plotone d’esecuzione.

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Uniti contro la repressione Lotta al capitalismo, al carcere e al 41bis

Luglio 2012, 8 p.

Ogni edificio ha il suo pilastro e ogni pilastro funziona, in sé, come un edificio e dunque necessita, a sua volta, di un pilastro. Il pilastro dell’edificio della società capitalista, basata sullo sfrutta­mento di una classe sulle altre, è lo Stato. Senza Stato, potere coercitivo, organizzato ed egemonico di una classe sulle altre, que­sta società non sta in piedi. A sua volta, il pilastro del potere dello Stato è, in ultima e concreta analisi, il carcere, ovvero la struttura coercitiva ove rinchiudere co­loro i quali violano le norme dello Stato o addirittura ne combattono i fondamenti, facendoli sparire dalla normalità dei rapporti sociali sui quali lo Stato è, per l’appunto, chiamato a vegliare. A sua volta, il pilastro del carcere è il regime d’isolamento, ove il prigioniero viene fatto sparire non solo dalla società, ma si tende a farlo sparire dallo stesso carcere, attraverso il massimo della coercizione. Il regime d’isolamento ha funzione di doppio pilastro, sia rispetto al carcere come struttura coercitiva di classe, sia per la società, poiché naturalmente esso colpisce quando è necessarìo rafforzare la tenuta di entrambi e anche nei confronti di chi, come i rivoluzionari prigionierì, ha combattuto e resistito a entrambi. In Italia, il regime d’isolamento è istituito e regolato dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario.

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Sands Bobby, “Un giorno della mia vita. L’inferno del carcere e la tragedia dell’Irlanda in lotta”

Edito da Universale Economica Feltrinelli, Milano, Marzo 1996, 213 p.

Bobby Sands, esponente di spicco nelle fila dell’Ira, viene più volte incarcerato. Condannato a 14 anni di carcere, con altri compagni, malgrado l’assenza di prove a carico, comincia una serie di scioperi della fame sino all’ultimo, iniziato il 1º marzo 1981, che lo porterà alla morte. Durante i primi diciassette giorni del suo ultimo sciopero della fame comincia a tenere un diario e scrive quotidianamente usando un refil di penna biro e dei pezzetti di carta igienica. Ogni singolo segmento del diario viene fatto uscire dal carcere firmato con lo pseudonimo “Marcella”. Il libro che ne deriva è una impietosa testimonianza sulla vita dentro il carcere, una dolorosa riflessione sulla lotta in corso e una professione di speranza.   

Note dell’Archivio
Traduzione del libro “The Bobby Sands Trust”, The Mercier Press, Cork, Ireland, 1982

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Rete Evasioni, “Guida per chi ha la sventura di entrare in carcere”

Edito da Rete Evasioni, novembre 2012, 31 p.
Continuano a ripeterci che
le carceri sono sovrappopolate.
E se invece fosse la popolazione
ad essere “sovra-imprigionata”?
Basta non rispondere a comando alle condizioni imposte da questo mondo per correre il rischio di finire in galera. Siamo tutti potenziali criminali e visto che tutti possiamo finire in carcere ognuno e ognuna di noi viene già trattato come tale. L’ossessione della sicurezza, dell’emergenza, la manìa giustizialista, l’idea che ogni problema sociale possa essere affrontato con polizia-arresti-codici penali e carcere, domina questa società e non è altro che l’altra faccia del dominio del lavoro, della scuola, della famiglia e della merce sulle nostre vite. Combattere l’idea stessa della prigionia è un obiettivo che tutte e tutti oggi dobbiamo perseguire. L’istituzione carceraria, in tutte le sue molteplici forme: carcere,  Opg, Cie, controllo psichiatrico, camere di sicurezza, carceriminorili, case di accoglienza e altro, è ciò che permette la sopravvivenza del sistema che ci sfrutta e ci opprime in ogni momento della nostra vita. Coloro che hanno redatto questa guida si battono per la completa distruzione del carcere e l’abolizione del sistema penale. Pensiamo che riforme o aggiustamenti lascino inalterato il modello di punizione e annientamento della personalità di chi viene recluso/a. Per noi non si tratta di costruire nuove prigioni, magari più umane, ma di svuotare quelle già esistenti. Quelli che si riempiono la bocca di buone intenzioni, che parlano di riformare il carcere, sono gli stessi che prima hanno provveduto a riempirlo. Siamo convinti e convinte che il carcere non sia altro che uno specchio della società. Quella società dove il territorio che abiti non offre nessuno spazio per socializzare, ma solo per produrre e consumare. 
La questione carceraria ci riguarda interamente. Perché attraverso la lotta contro il carcere vogliamo cercare di dare maggiore consistenza a quella parola che sembra aver perso consistenza e significati: solidarietà. Organizzarci per lottare contro il carcere significa costruire legami e amicizie che permettano di renderci più forti nelle lotte che portiamo avanti ogni giorno. Questa guida elenca numerosi diritti di detenuti e detenute, ma anche e soprattutto tantissimi doveri. Come tutti i diritti, anche quelli che riguardano chi è detenuto in un carcere non sono stati concessi magnanimamente dallo stato, al contrario sono stati strappati con la lotta. L’entusiasmante stagione di rivolte degli anni 70, e anche le lotte che sono seguite, hanno imposto una diversa immagine del detenuto. Non più un disperato da compatire e assistere ma un individuo in grado di comprendere il ruolo del sistema carcerario in questa società, capace di organizzarsi per rivendicare miglioramenti della propria condizione in una prospettiva di abolizione del sistema della punizione e della pena. È importante che chiunque entri in carcere oggi, sia consapevole di entrare in un luogo che, anche se sembra il luogo della devastazione e dell’abbandono, è anche il luogo dove coloro che vengono considerati gli ultimi della società, i dannati della terra, hanno lanciato l’urlo tra i più poderosi per la trasformazione radicale di questa società basata sullo sfruttamento e sulla punizione.
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Verde Salvatore, “Il Carcere Manicomio: Le carceri in Italia tra violenza, pietà, affari e camice di forza”

Edito da Sensibili alle Foglie, 2011, 80 p.

Questo libro denuncia la proliferazione di nuovi luoghi dell’internamento, indotta dal precipitare verso la forma carcere/manicomio di quel vasto panorama di istituzioni sociali nate con l’affermarsi dello stato sociale,e che avevano il compito di governare il disagio, la sofferenza, la devianza, la diversità. Poiché si tratta di una dinamica estesa, diffusa, tendenzialmente prevalente, che dalla prigione e verso la prigione costruisce nuovi saperi e poteri di gestione della crisi sociale contemporanea, bisogna moltiplicare le vigilanze democratiche, le azioni di tutela, le pratiche di aiuto a tutta quella umanità che è vittima, parafrasando Franco Basaglia, dei “crimini di pace”.

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