Castoriadis Cornelius, Lasch Christopher, “La cultura dell’egoismo l’anima umana sotto il capitalismo”

Edito da: Eleuthera
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 2014
Pagine: 72
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Non capita spesso di leggere a distanza di anni le lungimiranti previsioni di chi sa leggere il suo tempo e così anticipare l’esito dei processi in atto. Ed è appunto quello che fanno due pensatori disincantati come Castoriadis e Lasch in questa conversazione del 1986 sulla modernità e i suoi costi. Una modernità già ostaggio di quella logica capitalista che ha invaso l’intero campo dell’esistenza umana, tanto che a essere messe in discussione sono soprattutto le ricadute morali, psicologiche e antropologiche di quel capitalismo di tutti i giorni che si è tradotto in una nuova cultura dell’egoismo. In un mondo abitato da estranei chiusi nella loro intimità, ha avuto libero gioco il processo di atomizzazione sociale che ha sancito la fine tanto dei legami comunitari quanto di uno spazio pubblico in cui esercitare una democrazia non corporativa. Nulla di cui stupirsi, ci avvertono con decenni di anticipo gli autori: sono gli esiti necessari e prevedibili di un mondo in cui l’anima umana è plasmata dal capitalismo.

Nota dell’Archivio
– Traduzione del libro “La Culture de l’égoïsme,” Climats un département des éditions Flammarion, 2012

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AIT 1922-1932. Dieci anni di lotte della Associazione Internazionale dei Lavoratori

Edito da: CP Editrice
Luogo di pubblicazione: Firenze
Anno: 1973
Pagine: XIV+97
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Raccolta di articoli pubblicati nel 1932 come brochure dal giornale anarco-sindacalista tedesco Der Syndicalist.

Nota dell’Archivio
– Presenti gli articoli di:
–A Souchy, La fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT)
–R. Rocker, Il socialismo e i principi dell’AIT
–A. Schapiro, La tattica dell’AIT
–A. Jensen, La crisi economica mondiale. Il sindacalismo come via d’uscita
–A. Muller – Lehning, L’AIT contro il militarismo e la guerra
–P. Besnard, L’AIT e la RGI
–E. C. Carbo, L’Associazione Internazionale dei Lavoratori in Spagna
–E. G. Mallada, La CNT spagnola sotto la Repubblica
–A. Borghi, L’Unione Sindacale Italiana per un’Internazionale Libertaria
–L’Associazione Continentale dei Lavoratori Americani
–H. V. Gerhard, L’anarco-sindacalismo in Germania

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Chiriacò Gianpaolo, “Area. Musica e Rivoluzione”

Edito da: Stampaalternativa
Luogo di pubblicazione: Roma
Anno: Maggio 2005
Pagine: 113
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Il significativo impegno sociale assunto dalla musica giovanile sembra evocare il ritorno a quella stagione cruciale e indimenticabile che furono gli anni settanta. Il gruppo degli Area fu l’indiscusso simbolo sonoro di quel decennio, per il quale coniò un fortunatissimo slogan, “gioia e rivoluzione”, e s’impegnò a tradurlo in performance musicali di grandissimo impatto. Il loro carismatico frontman, Demetrio Stratos, è ancora oggi una delle più belle icone delle controculture giovanili. Questo libro ricostruisce per la prima volta, sulla base di un’ampia documentazione e con una acuta analisi del rapporto musica/politica, la storia del gruppo, e con essa il manifesto musicale di un decennio che ancora oggi fa sognare.

Nota dell’Archivio
– Non sono presenti le tracce musicali

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Di Lembo Gigi, Morelli Leonardo, Cubero Jaime, “Nel sole di un Paese grande che libero forse non è stato mai. Resoconto del nuovo Brasile”

Edito da: Zero in Condotta
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: Agosto 1989
Pagine: 64
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Un dossier sul paese chiave del Sudamerica che vive, dopo venti anni di regime militare, il conflitto tra la rinascita del «gioco democratico» e dello scontro sociale, libertario e anarchico. Una turbolenta miscela di modelli di sviluppo «antiquati», «ultramoderni» e «altri», di fame indescrivibile, di sfruttamento sconsiderato e l’emergere di esigenze «ecologiche».

Nota dell’Archivio: ///

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Gori Pietro,”Libertà e uguaglianza”

Edito da: a cura della Federazione Comunista Libertaria Ligure
Luogo di pubblicazione: [Liguria]
Anno: Febbraio 1945
Pagine: 17
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Nel presente periodo travagliatissimo della nostra vita nazionale in cui, a malgrado delle costrizioni barbare d’un regime in agonia la gioventù mostra un ardore sempre più intenso di sapere ciò che da oltre vent’anni le è vietato come azione delittuosa, questa conferenza tenuta giusto cinquant’anni dal nostro indimenticabile compagno avv. Pietro Gori nell’Anfi­teatro Virgiliano di Mantova riviene ora di attualità freschissima.
Per questo l’abbiamo scelta per la pubblicazione fra le innumerevoli da lui pronunziate attraverso i Due Mondi in quel tempo di vasta seminagione di un Ideale che dovrà fugare col suo trionfo le tenebre d’un passato di oppressioni e d’ingiustizie; e siamo persuasi che i giovani di oggi in avida ricerca del cammino della Verità ne trarranno, con un intenso diletto intellettuale, un sicuro profitto per lo spirito e per la coscienza.

Note dell’Archivio
– L’opuscoletto in questione è stato ciclostilato da Luigi Assandri il 9 Marzo 1978 a Torino
– Alla fine del testo di Gori, vi sono informazioni sugli obiettori di coscienza arrestati per diserzione.

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Ippolita, “Anime elettriche. Riti e miti social”

Edito da: Jaca Book
Luogo di pubblicazine: Milano
Anno: 2016
Pagine: 122
File: Epub
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Le nostre identità digitali sono composte da sentimenti e informazioni sempre più strettamente intrecciati tra loro. Quando condividiamo via web ci sentiamo al contempo più gratificati e più informati. Sempre presenti e al contempo proiettati in un altrove, siamo come anime elettriche in estasi permanente. Perché nella ribalta mediatica dei servizi gratuiti, dove ci esercitiamo nella disciplina della pornografia emotiva, si disegna una diversa unità tra mente e corpo. Ci troviamo in uno spazio continuo di sollecitazioni e senza accorgerci siamo alla mercé di un potere dopante e manipolatorio. Ma la partita è tutta da giocare. Con uno sguardo antiproibizionista Ippolita fa un nuovo giro dietro le quinte della società del controllo, alla ricerca di vie di fuga e strategie di autodifesa.

Nota dell’Archivio: ///

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Ippolita, “The dark side of google (a.k.a. luci e ombre di google…)”

Edito da: Feltrinelli
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 2007
Pagine: ///
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Google è il motore di ricerca più noto e utilizzato dell’intera Internet, tanto da essersi affermato negli ultimi anni come il principale punto di accesso alla Rete. I navigatori si sono adattati progressivamente alla sua interfaccia sobria e rassicurante, alle inserzioni pubblicitarie defilate e onnipresenti; hanno adottato i suoi comodi servizi e l’abitudine al suo utilizzo si è trasformata in comportamento: “Se non lo sai, chiedilo a Google”. Si ricorre a Google anche quando si potrebbe ricordare il post-it appiccicato al frigorifero, consultare l’agenda, guardare le Pagine Gialle, o sfogliare la collezione di Garzantine che s’impolvera sugli scaffali, insieme alle altre pesanti enciclopedie cartacee, troppo faticose e difficili da consultare.
Google ha saputo sfruttare magistralmente il nostro bisogno di semplicità. Google aspira ad essere il motore di ricerca perfetto, in grado di capire esattamente le richieste degli utenti e restituire, in un batter d’occhio, proprio ciò che desiderano. Le candide interfacce, ormai altamente personalizzabili direttamente sul Web e tuttavia implacabilmente riconoscibili per il loro stile minimale, sono la via di fuga quotidiana dalla claustrofobia delle scrivanie digitali di un numero impressionante di utenti, in costante aumento. Sono una boccata d’aria, sono finestre privilegiate spalancate sull’affascinante mondo della Rete. Quante persone usano Google come pagina iniziale del proprio browser? Eppure dietro una tale semplicità e facilità d’uso si cela un colosso, un sistema incredibilmente complesso e pervasivo per la gestione delle conoscenze del mare magnum della Rete. Google offre decine di servizi gratuiti, per soddisfare ogni desiderio di ricerca e comunicazione: e-mail, chat, newsgroup, sistemi di indicizzazione dei file sul proprio computer, archivi di immagini, video, libri e molto altro ancora. Perché? Cosa ci guadagna? Criticare Google attraverso una disamina della sua storia e la decostruzione degli oggetti matematici che lo compongono è un’occasione per disvelare una precisa strategia di dominio culturale. Questa indagine offre l’opportunità di fornire un metodo di studio più generale utile alla scoperta dei retroscena di molti fra gli applicativi che ci siamo abituati ad utilizzare. Il volume si apre con una breve panoramica sulla storia dei motori di ricerca, passando quindi in rassegna i momenti più significativi dell’ascesa di Google. Sopravvissuto senza danni allo scoppio della bolla della new economy, Google ha intrecciato solidi rapporti con diverse multinazionali dell’Information Techonology. La continua espansione delle sue attività in ogni settore delle comunicazioni digitali sta diffondendo uno stile inconfondibile e modellando un intero universo culturale, quello del Web.
“Don’t be evil” (non essere cattivo) è il motto di Sergey Brin e Larry Page, i due fondatori di Google. Gli ex-studenti di Stanford, grazie ad un’oculata gestione della propria immagine, hanno creato un “Gigante Buono”, impaziente di archiviare le nostre “intenzioni di ricerca” nei suoi sterminati database. L’alter-ego digitale di milioni di utenti sembra essere in buone mani, affidato al datacenter principale di Mountain View, California, noto come Googleplex. Qui, come negli altri centri di archiviazione dati di Google – che stanno spuntando come funghi in tutto il mondo – si mettono a punto vere e proprie armi per combattere la guerra per il controllo delle Reti. In primo luogo, si diffonde la pratica del capitalismo morbido dell’abbondanza: si tratta di una strategia di controllo biopolitico in senso stretto, che propina ambienti di lavoro confortevoli, pacche sulle spalle e gratificazioni ai dipendenti. I lavoratori, soddisfatti e lusingati, sono contenti di farsi sfruttare e diventano i maggiori sostenitori dell’azienda, fieri di propagandare un’immagine vincente e “buona”.
Gli obiettivi e i metodi di Google sono buoni per tutti; infatti, la filosofia aziendale, basata sull’eccellenza di stampo accademico, l’impegno per l’innovazione e la ricerca, si trova esposta in dieci rapide verità sul sito stesso del motore di ricerca. Questi dieci comandamenti costituiscono una sorta di buona novella dell’era informatica, il Google-pensiero, propagato con l’aiuto di veri e propri “evangelizzatori” (evangelist), ovvero personalità di spicco del mondo informatico. Ultima arma, ma non meno importante, è la cooptazione delle metodologie di sviluppo cooperativo tipiche dell’Open Source e l’uso di software liberi, non protetti da copyright o brevetti, come base per i propri prodotti. In questo modo Google abbatte i costi per l’implementazione dei propri servizi, si assicura l’appoggio di tecnici, smanettoni e hacker di tutti i tipi e si spaccia per il sostenitore della causa della libera circolazione dei saperi, poiché l’uso del motore di ricerca sembra offrire l’accesso gratuito alla Rete nel modo migliore.
Ma il sogno di Brin e Page di “Google contenitore di tutta Internet”, coltivato fin dai tempi dell’università, è solo un’idea demagogica, utile ad affermare un culto quasi positivistico dell’oggettività scientifica: nel caos della Rete solo una tecnica superiore può farsi garante della trasparenza dei processi, della correttezza delle risposte, addirittura della democrazia. Infatti Google dichiara di essere uno strumento “democratico”, basato sul presunto carattere “democratico” del Web. Il suo algoritmo di indicizzazione della Rete, PageRank(TM), si occupa di copiare i dati digitali nei datacenter, sfruttando i collegamenti associati a ogni singola pagina per determinarne il valore. In pratica, Google interpreta un collegamento dalla pagina A alla pagina B come un voto espresso dalla prima in merito alla seconda. Ma non si limita a calcolare il numero di voti, o collegamenti, assegnati a una pagina. Google esamina la pagina che ha assegnato il voto: i voti espressi da pagine “importanti” hanno più rilevanza e quindi contribuiscono a rendere “di maggiore valore” anche le pagine collegate. Il PageRank assegna ai siti Web importanti e di alta qualità un voto più elevato, utilizzando filtri e criteri non pubblici, di cui Google tiene conto ogni volta che esegue una ricerca. La “democrazia” di Google ordina perciò la Rete in base al numero di voti ricevuti da ogni pagina, e dell’importanza di questi voti: una democrazia filtrata dalla tecnologia.
Vi sono alcuni segreti attorno al colosso di Mountain View, molti dei quali, come vedrete, sono segreti di Pulcinella. L’alone di leggenda che circonda la tecnologia googoliana è dettato in gran parte dall’assenza di un’istruzione di base, di rudimenti pratici per affrontare culturalmente l’onda lunga della rivoluzione tecnologica. Per esempio, la straordinaria rapidità dei risultati di ricerca è frutto di un’accurata selezione niente affatto trasparente. Infatti, come potrebbero milioni di utenti fogliare contemporaneamente in ogni istante l’intera base dati di Google se non ci fossero opportuni filtri per restringere l’ambito della ricerca, ad esempio limitandolo ai dati nella loro lingua d’origine? E se esistono filtri creati per garantire una migliore navigazione linguistica, non è lecito supporre che ne esistano molti altri, studiati per indirizzare anche le scelte dei navigatori? Il prodigio di Google è in realtà una tecnologia opaca e secretata dal copyright e accordi di non divulgazione dei suoi ritrovati. La ricerca non è trasparente né democratica come viene spacciato: non potrebbe esserlo sia per motivi tecnici, sia per motivi economici. Il campo bianco di Google in cui si inseriscono le parole chiave per le ricerche è una porta stretta, un filtro niente affatto trasparente, che controlla e indirizza l’accesso alle informazioni. In quanto mediatore informazionale, un semplice motore di ricerca si fa strumento per la gestione del sapere e si trova quindi in grado di esercitare un potere enorme, diventando un’autorità assoluta in un mondo chiuso. Il modello culturale di Google è dunque espressione diretta di un dominio tecnocratico.
Con questo volume Ippolita intende sottolineare il problema, o meglio l’urgenza sociale di alfabetizzazione e orientamento critico del grande pubblico attorno al tema della gestione delle conoscenze (knowledges management). Internet offre agli utenti straordinarie opportunità di auto- formazione, tanto da surclassare persino la formazione universitaria, in particolare in ambiti come la comunicazione e l’ingegneria informatica. Il movimento del Software Libero, come Ippolita ha mostrato nei suoi precedenti lavori, è l’esempio più lampante della necessità di autoformazione continua e della possibilità di autogestione degli strumenti digitali. Ma esiste un rovescio di questa medaglia, doppiamente negativo: da una parte, lo svilimento della formazione umanistica, che ha nella Rete pochi e male organizzati ambiti di riferimento; dall’altra, il sostanziale collasso cognitivo dell’utente medio. Disorientati dalla ridondanza dei dati disponibili sulla Rete, ci si affida ai punti di riferimento di maggiore visibilità -di cui Google è solo l’esempio più eclatante- senza domandarsi cosa avvenga dietro le quinte; si inseriscono i propri dati con leggerezza, conquistati dal mero utilizzo di servizi decisamente efficaci e, com’è ancora uso in buona parte della Rete, assolutamente gratuiti.
Ippolita cerca di segnalare il vuoto, tutto italiano, nella divulgazione scientifica dei fenomeni tecnologici da cui la società intera è investita. La manualistica tecnica abbonda, la sociologia parla con disinvoltura di Società in Rete, la politica si spinge sino ad immaginare una futuribile Open Society, nella quale le Reti saranno il sostrato tecnologico della democrazia globale. Ma quanti navigatori assidui sanno cosa sia un algoritmo? Ben pochi, eppure moltissimi si affidano al responso di PageRank, un algoritmo appunto, che ordina senza sosta i risultati delle loro interrogazioni e indirizza la loro esperienza in Rete. Occorre il coraggio di riportare al centro la divulgazione scientifica, senza chiudersi nella torre d’avorio del sapere accademiche. Bisogna parlare di macroeconomie senza essere economisti, di infomediazione senza essere esperti di comunicazione, di autoformazione senza essere educatori, di autogestione degli strumenti digitali senza essere politicanti. Bisogna provocare dibattiti insistendo su concetti di base come “algoritmo”, “dati sensibili”, “privacy”, “verità scientifica”, “reti di comunicazione”, troppo spesso discussi da Authority e Garanti che non possono garantire assolutamente nulla. L’abitudine alla delega provoca un disinteresse generalizzato per i grandi mutamenti in corso nel nostro mondo tecnologico, che avvengono in sordina o coperti dal fumo mediatico, senza essere stati minimamente assimilati dal grande pubblico.
L’atteggiamento più comune oscilla fra l’incantata meraviglia e la frustrazione nei confronti dei continui, incomprensibili “miracoli della tecnologia”; si giunge spesso all’adorazione mistica, come se il digitale ricoprisse il mondo di un’aura esoterica, penetrabile solo da pochi iniziati, coniugata alla frustrazione per la propria incapacità di officiare adeguatamente il culto del nuovo progresso. Il gruppo di ricerca Ippolita si riunisce proprio attorno alla convinzione che attraverso lo scambio e il dialogo tra competenze e linguaggi diversi si possa trasformare la cosiddetta Rivoluzione Digitale in una materia utile per comprendere la contemporaneità, le sue anomalie e probabilmente anche il tempo a venire. La ricerca scientifica, la tradizione umanistica, le passioni politiche, il metodo femminista sono altrettanti linguaggi da usare in questa esplorazione.
L’attività di Ippolita rivela che “mettere in comune” non basta, perché il livello di riflessione sulle tecnologie è ancora limitato e la cassetta degli attrezzi degli utenti ancora troppo rozza. È necessario assumere un’attitudine critica e curiosa, sviluppare competenze a livello soprattutto individuale, capire in quali modi si può interagire nei mondi digitali, mettere a punto strumenti adeguati ai propri obiettivi. La sfida è quella di moltiplicare gli spazi e le occasioni di autonomia senza cedere a facili entusiasmi, senza soccombere alla paranoia del controllo. Just for fun. La pratica comunitaria non è una ricetta capace di trasformare per incanto ogni novità tecnologica in un bene collettivo, non è sufficiente a scongiurare il dominio tecnocratico in nome di una grande democrazia elettronica. Si tratta di una visione fideistica del progresso, dimentica del valore delle scelte individuali. La sinergia fra i soggetti sulle reti, mondi vivi e in perenne mutazione, non è una banale somma delle parti in gioco, richiede passione, fiducia, creatività e una continua rinegoziazione di strumenti, metodi e obiettivi.
Vincolare gli elementi più strettamente tecnici alle loro ricadute sociali è sicuramente il primo e arduo passaggio da compiere. Per questa ragione, il testo che avete tra le mani è integralmente scaricabile sotto una licenza copyleft.
ippolita.net/google/
info@ippolita.net

Nota dell’Archivio
– Come riportato all’inizio del documento, “questo testo è la versione integrale consegnata all’editore nel gennaio 2007. Molte le modifiche rispetto a quella presentata in occasione di Hackit 2006 – Parma; aggiunte fra l’altro introduzione e conclusioni. Il testo non è conforme alla versione cartacea, la cui pubblicazione è prevista per il venti aprile 2007. Ogni eventuale refuso, errore di impaginazione, ecc. è quindi completamente a carico di info@ippolita.net contributi e suggerimenti sono sempre bene accetti.

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Ippolita, “Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo”

Edito da: Ledizioni
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 2012
Pagine: 232
File: Epub
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Facebook si avvia ad avere un miliardo di utenti. È uno straordinario dispositivo in grado di mettere a profitto ogni movimento compiuto sulla sua piattaforma. Nell’illusione di intrattenerci, o di promuovere i nostri progetti, lavoriamo invece per l’espansione di un nuovo tipo di mercato: il commercio relazionale. Nell’acquario di Facebook siamo tutti seguaci della Trasparenza Radicale: un insieme di pratiche narcisistiche e pornografia emotiva. Ci siamo sottoposti in maniera volontaria a un immenso esperimento sociale, economico, culturale e tecnico. L’anarco-capitalismo dei right libertarians californiani è il filo conduttore che ci permette di collegare Facebook ai Partiti Pirata europei, a Wikileaks. Gli algoritmi usati per la pubblicità personalizzata dai giganti della profilazione online, i nuovi padroni digitali (Facebook, Apple, Google, Amazon) sono gli stessi utilizzati dai governi dispotici per la repressione personalizzata. Nel nome della libertà di profitto. Tranquilli, nessun complotto: è solo il far west digitale.

Nota dell’Archivio: ///

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Giovanni Grave, “Se dovessi parlare agli elettori….”

Edito da: Centro di ricerca e propaganda anarchica “Paolo Schicchi”
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 4 Giugno 1983
Pagine: 20
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
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Nota dell’Archivio: ///

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Garnier Jean-Pierre, ““Metropolizzazione.” Stadio supremo dell’urbanizzazione capitalista”

Edito da: Istrixistrix
Luogo di pubblicazione: Torino
Anno: Ottobre 2016
Pagine: 16
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Per chi si interroga sull’evoluzione in corso e futura delle principali città francesi, la risposta si trova in una sola parola che ritorna in modo rituale e perfino ossessivo nei documenti di pianificazione e di urbanistica, negli opuscoli pubblicitari o nei videoclip di propaganda prodotti dalle municipalità interessate: “metropoli”. Nel leggere questi meravigliosi esempi e questa prosa che rende euforici non c’è alcun dubbio che in effetti l’avvenire, evidentemente radioso, dei grandi agglomerati urbani e perfino di quelli di taglia media come Caen, Digione o la stessa Brest (“Brest Métropole Océane”) potrà essere solo “metropolitano”. Non sfuggono alla regola Lione, Marsiglia, Tolosa, Strasburgo, Bordeaux, Montpellier, Nantes, Rennes e ovviamente Parigi, Lilla e Grenoble. Cosa significa? E perché lo si dice con una tale unanimità? Rispondo senza ulteriori indugi: ai giorni nostri, “metropoli” non è o non è più un concetto nel senso scientifico del termine , ma lo è diventato in senso pubblicitario, mediatico. Detto in altri termini, una denominazione di origine sempre meno controllata che serve a “vendere” la città ai suoi abitanti e, soprattutto, a degli attori esterni.
Forse si obietterà che solo le città o le regioni urbane la cui influenza e attrattiva si misura su scala mondiale, le “città globali” del capitalismo globalizzato, meritano l’appellativo di metropoli. Ma è solo una definizione tra le altre, in cui la dimensione planetaria è considerata il metro per certificare la pertinenza di tale definizione. Non si può tuttavia riservare il termine alle sole metropoli di taglia e influenza mondiale (New York, Londra, Parigi, Tokyo…). Altrimenti significherebbe cadere nel solipsismo: per il soggetto pensante – il geografo o il sociologo urbano in questo caso – non ci sarebbe altra realtà che quella enunciata dal soggetto stesso. Una definizione che, perciò, non esaurisce il soggetto, anche se le discussioni che solleva possono esaurire i ricercatori.
Definizione canonica: agglomerato urbano di varie centinaia di migliaia di abitanti che concentra numerose strutture e posti di lavoro nel terziario di alto livello che gli permettono di comandare, inquadrare, influenzare e servire una regione urbana o uno spazio più vasto, nazionale, continentale o mondiale. Tende a monopolizzare nella propria area di influenza le attività decisionali o direttive di ordine politico, economico, amministrativo e anche culturale, cosa che le permette di organizzare un territorio dalla dimensione variabile, di impartire ordini, di lanciare iniziative, di autorizzare nuove attività. Se la denominazione “metropoli” prospera a partire dall’inizio di questo secolo, non è stato così nel secolo precedente. Ci fu un tempo, infatti, in cui era sinonimo di gigantismo, di massificazione, di affollamento, di robotizzazione, di anonimato, di “folla solitaria”… Molti cinefili avranno ancora presente le immagini da incubo del film di Fritz Lang, Metropolis, funerea anticipazione della disumanizzazione delle città del capitalismo industriale.
Ma che importa: basterà, come vuole la neolingua di cui Georg Orwell espose la logica, riprendere lo stesso termine invertendone il significato. Negli anni ’60 arriverà dapprima la moda delle “metropoli di equilibrio” promosse dalla tecnocrazia gaullista, consigliata da tutti i geografi progressisti che la Francia poteva allora contare, la maggior parte ex membri del Partito Comunista Francese (Michel Rochefort, Roger Brunet, Bernard Kayser, Guy Burgel…). Avrebbero dovuto attenuare il contrasto tra Parigi, capitale dinamica ma ipertrofica, e il “deserto francese” in cui le “città di provincia”, dormienti e anemiche, non riuscivano a “decollare” economicamente, non avendo raggiunto la “grandezza critica” e un livello sufficiente nella “armatura urbana” del paese. Grazie a una politica vigorosa di “riequilibrio” sotto l’egida di uno “Stato forte”, vale a dire autoritario, interventista e pianificatore, lo scarto comincia a ridursi. Benché il dinamismo di queste “capitali regionali”, che avrebbe dovuto far uscire le loro rispettive regioni dal marasma e dal declino in cui si erano insabbiate, ebbe come effetto di accentuare, all’interno di ciascuna regione, il contrasto tra un’area urbana centrale in pieno sviluppo e un entroterra in via di sottosviluppo e perfino di desertificazione. Negli anni ’70 sopraggiunse la “crisi”, vale a dire la ristrutturazione del sistema produttivo capitalista su scala planetaria. La deindustrializzazione che ne conseguì unita alla crescita del movimento ecologista diede un colpo diarresto alla crescita dei grandi agglomerati urbani.
Allora la moda diventerà quella di un “urbanismo dal volto umano”, del dare la priorità alle “città medie e piccole”. Ma non durerà a lungo. Con l’arrivo della “sinistra” al potere e con la sua adesione in pompa magna ai benefici del mercato, dell’impresa e del profitto, la “rivoluzione urbana” annunciata dal sociologo Henri Lefebvre una decina d’anni prima prenderà una piega decisamente “tecnologica”. Aggettivo improprio, così come il corrispettivo sostantivo: la “tecnologia” è un discorso sulla tecnica, il più sovente apologetico, volto a celebrare i suoi nuovi “avanzamenti”, identificati con il “progresso”.
Con la decentralizzazione, agli amministratori locali “di sinistra” delle grandi città francesi d’ora in avanti non spetta più mettere in atto la “autogestione” sul piano locale in una prospettiva di “rottura con il capitalismo”, ma di “modernizzare la Francia” facendo delle città più importanti dei “poli d’eccellenza”, dove l’eccellenza è misurata – “valutata” si direbbe oggi – principalmente con il metro della prestazione economica su base tecno- scientifica. Così le “metropoli di equilibrio” riprendono la loro avanzata sotto il nome di “tecnopoli” puntando sulla combinazione vincente: attività all’avanguardia + laboratori + istituti d’insegnamento superiore. Tuttavia per attrarre gli “investitori” e la “materia grigia” c’era bisogno, per ragioni che saranno precisate più avanti, di territori più vasti rispetto a quelli circoscritti nei limiti amministrativi delle città capoluogo di aree metropolitane.
Da qui, agli occhi degli edili, ormai investiti di sempre maggiori responsabilità grazie alla decentralizzazione, la necessità di guardare in grande e lontano. Il gigantismo seduce di nuovo, passa come criterio del futuro: ormai l’ampliamento illimitato dei grandi agglomerati, dei centri urbani, dei poli di crescita ribattezzati “poli di competitività”, serve come modello di riferimento alle “élite metropolitane”.
Considerata dal punto di vista dei municipi, delle agenzie urbanistiche, delle cellule di “comunicazione” delle amministrazioni comunali e delle camere di commercio, in materia di “sviluppo urbano” la “buona scala” non poteva più essere quella della città e nemmeno dell’agglomerato urbano, in cui i nuovi arrivati tanto attesi si sentirebbero un po’ troppo allo stretto, ma uno spazio di dimensioni regionali – i geografi parleranno di “regione urbana” – che ingloba non solo il “suburbano” – neologismo importato dagli Stati Uniti per designare le periferie – ma anche il “periurbano”, ovvero le cittadine e i paesi adiacenti a cui si vanno ad aggiungere le nuove zone urbanizzate che hanno
fagocitato la fascia più esterna rurale. Il tutto verrà dunque inglobato sotto il nome di “metropoli”, ma “sostenibile” e “solidale”, come sarà specificato, due aggettivi obbligatori improntati alla positività che mostrano bene come questo termine designi una realtà urbana molto più invitante di quella a cui prima era stata associata.
Solidarietà fittizia e sostenibilità a breve termine, in realtà. Vocaboli che d’altronde sono di per sé stessi mistificatori, come la maggior parte del vocabolario in voga, per non dire di rigore, tra i “decisori”, gli amministratori e la maggior parte dei ricercatori, a cui i “comunicatori” danno il cambio quando si occupano della metropoli. Una vera e propria neolingua, nel senso orwelliano del termine. Al di là delle caratteristiche e delle specificità proprie di ciascuna metropoli, storiche, demografiche, geografiche, economiche e culturali – ma non politiche: che siano amministrate dalla vera destra o dalla falsa sinistra, quel che hanno in comune prevale nettamente su quel che le differenzia. In effetti la logica e le mire che si celano dietro il marchio “metropoli” e la dinamica socio-spaziale in cui si iscrivono le politiche urbane provviste di questo marchio sono più o meno le stesse.

Nota dell’Archivio
– Intervento tenuto al Festival Avatarium, St Etienne, 13 aprile 2013

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