Capuano Carlo, “La condizione”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Maggio 1989, 88 p.

Introduzione
Se la libertà è uno dei beni fondamentali che accompa­gnano l’avventura dell’uomo, resta tuttavia un valore volutamente relegato fra le macchinose definizioni che si costruiscono intorno alle utopie. Forma romantica о letteraria, costretta a sfumarsi nel sogno. All’esistenza della libertà non si chiede neppure più una verifica, tanto essa ci appartiene attraverso un pubblico riconoscimento che ci protegge, nella convinzione già di possederla. Forse, deve considerarsi libero soltanto chi viene dichiarato libero, come se si trattasse di un decreto, e potrebbe avvenire proprio nel momento in cui è privato della libertà. Un’azione sfuggente, difficile da precisare, una rinuncia che può apparire addirittura volontaria о parte di un inconcepibile baratto. Ma chi è già predisposto alle mercificazioni non soffrirà molto dell’inganno. Ogni deci­sione deve rifarsi al medesimo progetto, deve sorprenderci in uno stato d’incoscienza о di estrema debolezza che ci impedisca di affrontare con lucidità ogni scelta, ogni giudizio, che ci privi delle facoltà che rendono un uomo veramente libero. Nasce la condizione, la disposizione, una forma di identità gerarchica che assegnerà gli spazi dell’agire, consi­derando grave inosservanza ogni tentativo per mutarla. Questo gioco alle regole si chiama stabilità. A chi toccherà procedere per il tracciato più profondo, difficilmente sfuggirà a un percorso accidentato e buio per tutta l’esistenza. E non gli sarà concesso neppure di dolersene. Il cammino è impostato solo per un docile avanzare, per il rispetto di una manovrata imposizione degli equivoci, un’armoniosa confusione. Così composto, ne soffrirà anche il linguaggio e le sue interpretazioni. Si definirà educazione quella che è solo istruzione, si edificherà una morale per un modello da dettare alla coscienza, si riconoscerà come merito quello che è solo utile, si indicherà la disciplina come regola fondamentale per qualsiasi affermazione, si pretenderà obbedienza per evitare valutazioni critiche, s’invocherà continuamente l’ordine identificato in un disordine di comodo.
Se qualcuno tenterà d’interrompere il cammino per mostrare con angoscia e orrore le lacerazioni provocate dalla libertà perduta, verrà subito travolto. О scherno о pena per punire chi ha guastato l’armonia. L’oleografica rappresentazione dell’ira, di “libertà о morte”, di “tremate tiranni”, di “vivere liberi о morire”, è un servizievole momento prestato a chi coltiva timori, l’avvertita deformante colorazione del sovversivismo. Per­ ché l’istruzione impartita continua a far intendere per libertà tutto ciò che viene concesso e non quello che viene tolto.
L’operazione ha radici remote e motivazioni profonde. Se sviluppi ci sono stati, sono da ricercarsi solo nelle diverse forme di esecuzione. Per il resto, nulla è cambiato. Anche il motivo illuminante, capace di chiarire questa inestinguibile espropriazione, è rimasto invariato. Quando un uomo priva un altro uomo di un qualsiasi attributo umano, agisce spinto dall’impulso dell’interesse. E’ evidente quanto prezioso debba essere il valore della libertà e perché su questa da sempre ci si accanisca. I mezzi per impadronirsene restano ancora gli stessi: la violenza о l’inganno. Un alternarsi che si adatta alle situazioni e che può mutare l’intensità, mai lo scopo.
La consacrazione della libertà, come appare nel primo articolo della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti – è un’altra concessione alle apparenti indulgenze del progetto. Una generosità volutamente vistosa, permessa affinché rimanga voce e mai diventi opera. Sia attività individuale о accordo più numeroso, sia fazione politica о religione, il diritto a una ragione di manifestarsi si trasforma in affermata verità qualora riesca a ostentare una numerosa approvazione, figure plagiate e sottomesse, definite seguaci, disposte tutte a prostrarsi in nome di un bene comune. Le rinunce si trasformeranno in consenso. L’individuo sarà despota e fingerà paternalismo, le attività produttive impiegheranno particolari e indolori forme di pressione, le fazioni si imporranno con la propaganda, le religioni raccoglieranno apprezzamenti con la predicazione, divulgando ipotesi di una beatitudine impossibile e spingendosi con la voce ovunque ci siano altri uomini da assoggettare.
Ma se il privilegio, se qualsiasi vantaggio offerto in cambio, è un bene ancora più grande, perché continuano a esistere uomini che gridano – viva la libertà – ? Per quanto pochi possano essere, ci si sforza ancora di convincerli che reclamano qualcosa già in loro possesso. E’ un grido che disturba e che bisogna far tacere, e non ci si attarda molto nella preferenza dei provvedimenti. Come le organizzazioni sociali costituite, con involontario senso della decorazione, cercano di tacitare gli irrequieti scriven­do nei loro tribunali – la legge è uguale per tutti Già sanno che ci sono persone premiate a vita con l’innocenza, mai infastidite dalla noia di un processo, anche quando la colpa meriterebbe la massima pena.
Gli Stati autoritari negano palesemente la libertà in nome e in difesa di beni che considerano superiori. In questo, non hanno mai cercato di mentire. Le democrazie preferiscono fingere sostegno e disponibilità verso chi dichiara di esigerla come un diritto. In realtà, continuando a procedere con costrizioni apparentemente inavvertite, dimostrano di considerarla già perduta. Così profonda si è falla la ferita che la deformazione si manifesta anche con la gestualità. Quelle mani giunte che vengono interpretate come volontà di preghiera, non sono che un palese gesto di accettata sudditanza e sottomissione, l’inchino preteso dal potente, la nobiltà tristemente falsata dalla storia, la reverenza al ministro, il servitore, come confermata fede d’inferiorità.
Ma ci si è spinti oltre. Per respingere sollecitazioni più aderenti alla natura dell’uomo, si è affermata la legittimità d’impossessarsi di qualsiasi persona fin dal suo apparire. Il battesimo, cioè l’immersione, è una prova sufficiente per annullare ogni giudizio, la base di ogni libertà. E’ la prima violazione contro la vita, compiuta ai danni non di chi è privo di forza, ma di chi non possiede ancora la coscienza per capire. Cavaliere a difesa di un diritto così inaccettabilmente violato, Erasmo levò la sua voce sdegnata, rivendicò almeno una più tarda approvazione о addirittura il rifiuto del rito compiuto.
Fu subito azzittito. La perdita di un solo fedele inginocchiato per provata devozione fu considerato un rischio troppo grande per rinunciare alla validità del rito. Unica concessione, trasformare in festa quello che dovrebbe essere considerato un giorno doloroso.
Ma, nonostante i complicati artifizi e le calcolate ostruzioni, la libertà continua a esistere. Almeno, finché vivrà qualcuno che la reclama. Anche se chi vorrà riappropriarsi di questo bene assoluto dovrà pagare dura­mente la sua scelta, dovrà versare quello che viene definito “il prezzo della libertà”, che potrà raggiungere valori talmente elevati da coincidere spesso con la vita.
Carlo Capuano

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