Kropotkine Pietro, “La legge e l’autorità”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Novembre 1961, 35 p.

Prefazione
Qua e là, da questo о da quello, qualche volta, quando si vede con occhi propri che le cose non van­no per il giusto verso », si sente dire come una invo­cazione sommessa che « bisogna ritornare alle fonti », alle origini, alla radice. E allora, siccome per noi « ritornare alle fonti » vuol dire rimettere in di­scussione anche i cardini sui quali si poggiano le strutturazioni politico-economiche-culturali della so­cietà imprigionata nella ferrea morsa dello Stato, ec­co la necessità della ristampa di questo opuscoletto del K.; di questo opuscoletto col quale K. va diritto a puntare gli strali arroventati della polemica anarchica contro la « Legge » e contro « l’Autorità » : car­dini questi che, oggi più che mai, nell’occidente co­me, piaccia о non piaccia, anche in oriente; nei paesi a regime democratico-capitalista, come in quelli a re­gime socialista-autoritari e in quelli cristiano-fasci­sta-totalitari, son divenuti dei tabù veri e propri per molta, per moltissima gente. Si sente discutere di tante cose e si sente criti­care un mucchio di roba davvero anacronistica, da tanta gente, ma nessuno, tranne qualche anar­chico preistorico, che viene a tirare per i capelli la « Legge » e « l’Autorità », quella Legge e quella Au­torità che pur assommano tante malefatte e tanti de­litti e tanta responsabilità nell’andamento delle co­se della società, e lungo lo svolgimento della Storia. Nessuno che viene a domandarsi: la «Legge», cos’è la Legge? A cosa serve? A chi serve? E perchè? E l’« Autorità », che cosa è l’Autorità? Dove affonda le sue radici malefiche? Qual’è, dappertutto, la sua ve­ra essenza? La sua funzione? A togliersi i paraocchi della disciplina rinunciatrice (cosa che, senza nessuna esitazione, dovrebbe­ro riuscire a fare sopratutto i giovani, gli operai, i contadini, gli studenti e, in particolare, i rivoluzio­nari) si vedrebbe subito che sono domande pertinen­ti e di cocente attualità: domande, comunque, che tutti coloro che non sono per niente soddisfatti di co­me vanno le cose di tutti e di ognuno, della società e degli individui, dovranno pur porsi ed alle quali do­vranno dare una risposta. Perchè, altrimenti, che senso ha, che valore può mai avere il parlare e scrivere , il lottare per la Libertà e per l’Uguaglianza? Bisogna sfatare l’antica leggenda, accomodante e comoda, secondo la quale è impossibile l’umana convivenza senza la Legge e senza l’Autorità. E, per contro, riconsiderare con molta attenzione e serietà quei concetti principi de « il libero accordo » e del « mutuo appoggio », che son concetti principi kropotkiniani e anarchici attorno ai quali è possibile — è urgente fare un lunghissimo discorso, con i quali orientare ogni azione veramente rivoluzionaria, e aprirsi delle prospettive veramente nuove e veramen­te degne, cioè rivoluzionarie. Noi, intanto, pensiamo che l’opuscoletto del K. assolve, entro certi limiti, s’intende, a questo com­pito in modo gagliardo, appassionato e diretto. E vorremmo che non si facesse torto alla modestia del testo, ma che si cercasse in esso il « nocciolo della questione ». Per tirarlo fuori, alla luce di tutti: per­chè tutti — tutti, cioè gli interessati — possano ren­dersi conto appieno di quanta violenza e di quanto sangue si sono inzuppati, a danno di tutti, la Legge e l’Autorità. E, allora, si vedrà che questo opuscoletto — co­me gli altri che seguiranno — son meno vecchi di quanto possa apparire a prima vista, о di quanto vorrebbero tanti superficialoni che si sciacquano la bocca coi termini abusati di « moderno » di « attua­lità ». di « realismo », di « socialismo ». Quindi un opuscoletto valido sotto molti aspetti. Valido per il discorso di cui si diceva prima e che, come dicevamo, dovranno affrontare sopratutto i gio­vani che, tanto per fare un esempio, in fatto di Legge e di Autorità, di anarchia, di anarchici e di anarchi­smo, di rivoluzione e di rivoluzionari, hanno avuto, ed hanno, la rifrittura di tutti quei luoghi comuni i più triti e convenzionali della più vieta e prevenuta polemica spicciola a base di malafede e di ignoran­za. Un opuscoletto valido anche come seme pregnan­te di sovversivismo (un termine malfamato che vuol dire qualcosa e che bisogna rivalutare) e come carica dirompente. Ecco: dare ai giovani, intrappolati nella rete dei pantafolai di tutti i Partiti e le organizzazio­ni sindacali e partigiane, anche, dei testi antichi, se si vuole, ma genuini e freschi, anche se modesti. Dei testi, tanto per intenderci, non sacri (no, perdio) ma sui quali, se si vuole — Viva la Libertà! _ si potrà pisciarci sopra, sicuri che nessuna Legge e Au­torità anarchica, verranno a processarli per nessun vilipendio od oltraggio, né tantomeno imprigionarli, о fucilarli, come di fatto fanno tutti gli adoratori della Legge e dell’Autorità (con la propria Legge e la propria Autorità) con gli anarchici. Sono in molti, oggi, a sostenere che l’anarchi­smo è morto о che è divenuto un relitto preistorico buono per i musei. Ebbene, si consideri l’anarchi­smo — le istanze intrinseche che ne derivano dalla formulazione teoretica, dai suoi principi e dalle sue idee e metodi, e come, queste istanze e formulazioni e principi e metodi, affondino le proprie radici nella realtà e si identifichino con le aspirazioni più profon­de, genuine e rivoluzionarie dei popoli — contrappo­sto alla Legge e all’Autorità e si vedrà quanto viva e valida e attuale è la sua “carica”. La « Legge » e l’”Autorità” imperano ancora oggi armati di strumenti liberticidi, di terrore e di coercizione: le polizie, gli eserciti, i tribunali, le ga­lere: le discriminazioni, le persecuzioni, la tortura, ecc. ecc., sono ancora oggi le « cose », i « muri » con­tro i quali si scontrano le più elementari aspirazio­ni e rivendicazioni di benessere, di libertà, di dignità, di autonomia di tutti. Ciò malgrado, ancora oggi, tutti — meno gli anarchici che fanno? Non trovano di meglio _ come, appunto quei tutti dei tempi dell’opuscoletto che chiedere sempre una nuova legge per sa­nare i mali che li angustiano e affliggono, e di ri­chiamarsi a quella Autorità che s’è dimostrata, ovunque, incapace e impotente, inadeguata e contro­ producente, a liberare la società, ammesso che l’ab­biano mai voluto, dalle sue profonde contraddizio­ni. Ha davvero ragione K. quando afferma che « L’an­no I della libertà non è mai durato più di un giorno perchè dopo averlo proclamato l’indomani stesso gli uomini si ricacciavano sotto il gioco della Legge e dell’Autorità. E’ vero che K. si rifà alla Società scaturita dal­l’incendio della « grande rivoluzione » francese, ma il lettore attento di oggi si può benissimo rifare alla Società di oggi, alla Società scaturita dalle grandi rivoluzioni moderne — in Russia, nel Mexico, in Ju­goslavia, in Cina, nelle Indie, nei paesi dell’Africa e delle Americhe —: non si sente forse ripetere conti­nuamente con toni di minaccia e argomenti liberti­cide, « rispetto alla Legge», e « obbedienza all’Autorità », ovunque, come allora? Ordunque, dato che cosi stanno le cose, con più forza che mai noi diciamo col K. che « il meglio che si possa fare di tutte le leggi (anche dei paesi cosi­ detti «socialisti») è di accenderne un gran falò! Abbiamo ritenuto opportuno completare l’opuscoletto con lo scritto dello stesso К. « I diritti poli­tici » ed ognuno vedrà dalla lettura come sia vera e attuale la conclusione a cui perviene K.: « Le libertà non si concedono, si prendono »! Che ognuno ne fac­cia tesoro.

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Note dell’Archivio

– Opuscolo fotografato
– Traduzione dello scritto “La Loi et l’autorité”, 1892
– Traduzioni in italiano: Tipografia Economica Anconitana (1897), Camillo Di Sciullo (1908) e La Rivolta (1945)

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Kropotkine Pietro, “Lo spirito di ribellione”

Edito da Cooperazione editoriale federativa anarchica, Bari, 1955, 25 p.

Estratto dalla Nota degli editori (Leggio e Mirenghi)
Perchè, a rischio di incomprensione e di bavaglio, ci accingiamo a snodare una collana di opuscoli i cui argomenti trattati mireranno dritto a riaccendere una fiaccola di ardore rivoluzionario fra le genti depresse? E perchè cominciamo proprio con la riedizione di «Lo Spi­rito di ribellione» di Pietro Kropotkine? – La nostra iniziativa non è soltanto frutto di una spinta del sentimento verso i nostri fratelli di spasimo ma frutto altresì di una convinzione maturata attraverso la ragione e la esperienza; sicché questo complesso di ragione e sentimento è portato a fare conoscere, alla gioventù ignara, quale fu sempre la forza propulsiva del progresso dell9essere, dalla animalità alla umanità. In questa era «preumana», in cui esistono pochi rari uomini veramente umani, ma non ancora la «umanità», predicare l’amore altruistico è uto­pia; pensare che il mondo attuale possa trasformarsi al soffio dell’alito degli angeli e con la contemplazione estatica del sogno degli ideali puri, è ugualmente utopia. La realtà è la lotta, ed in questa lotta, per questa lotta, bisogna affinare le armi: l’odio e la ribellione che esitano più о meno latenti in tutte le masse (e che non possono distruggersi nè con la predicazione evangelica, nè con le leggi coercitive) devono essere resi meno ciechi e selvaggi col metterli su una via che faccia perdere di mira la aggressione caina all’individuo e le volga piuttosto contro i sistemi sociali impropri allo sviluppo della umanità: per di­struggerli.[…]

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Note dell’Archivio
– Opuscolo fotografato
– Traduzione dello scritto “L’esprit de révolte”, pubblicato a puntate sul giornale “Le Révolté” (14 Maggio – 9 Luglio 1881)
– Traduzioni in italiano: Biblioteca sociale libertaria di Paterson (1900), Camillo di Sciullo (1906; due edizioni) e Gruppo anarchico “F. Filippetti” (1945?)

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“L’Adunata dei refrattari” FBI files collection

Copie dei fascicoli dell’FBI riguardanti il ​giornale anarchico italoamericano “L’Adunata dei Refrattari” (26 Maggio 1922 – 21 Ottobre 1943 circa).
Il materiale che qui è, parzialmente, presente, mostra come l’FBI di Hoover tenesse sotto costante controllo gli anarchici di tendenza “galleanista”, non disdegnando la violenza e le minacce, oltre a compensare gli informatori.

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Note dell’Archivio
– Documenti in Inglese
– Molti dei fogli scansionati presentano cancellature in nero, specie nomi informatori e agenti dell’FBI. Altri, invece, presentano l’usura del tempo tra lettere e parole cancellate ed errori di scansione.

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“Sinistra Libertaria. Organo del Movimento Rivoluzionario Sinistra Libertaria”

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Durata: Maggio 1972
Luogo: Catania
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4 pagine

Nota dell’Archivio
– Giornale fotografato

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Leggio Franco, “El proceso contra los anarquistas de Monferrato (Italia)”

Ciclostilato, Parigi, Novembre 1959, 10 p.

Estratto da La grande menzogna
“Il processo di Casale Monferrato (Italia) ha mostrato ancora una volta la consumata ipocrisia di quella che qualcuno continua imperterrito a chiamare “giustizia”. Tutto, fin dall’inizio, è stato falsato e falsificato: i giudici, il malizioso pubblico ministero e la stampa hanno cercato di trasformare gli imputati in semplici delinquenti. Il significato politico del processo è stato accuratamente nascosto, gli anarchici sono stati ridotti al rango di comuni rapinatori di banche e gli obiettivi reali delle loro azioni sono stati celati. Eppure i loro obiettivi reclamano la più generosa delle ribellioni, perché penetrano alle radici del carattere negativo della società autoritaria, cioè corrotta, che caratterizza il nostro secolo. Gli anarchici accusati a Casale Monferrato sono tutti della migliore tempra. Di fronte alla società borghese, infestata da affaristi corrotti, giudici ingannevoli e venali, chierici viziosi, governanti assassini sostenuti da un esercito e da una polizia temibili, persi nella folla dei vigliacchi e dei sicofanti, questi anarchici si sono sollevati per agire e con tutti i mezzi possibili per scacciare l’immondizia.[…]”

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Note dell’Archivio
– Ciclostilato fotografato
– Opuscolo in spagnolo
– Per una panoramica sul fatto riportato da Leggio, si vedano i libri:
— Tellez Antonio, “Facerias. Guerriglia urbana in Spagna”, Paragrafo 30 “La catastrofe”, pagg. 468-71
— Vatteroni Gino, “Fòc al fòc. Goliardo Fiaschi. Una vita per l’anarchia”, Capitolo IX “Villanova Monferrato”, pagg. 129-48

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Leggio Franco, “Lettera ad una signorina di Ragusa , “bigotella” anzicchè no. “No!! al “Dio padre onnipotente” e alla religione dei saccomanni””

Ciclostilato, Ragusa, Novembre 1954, 8 p.

La lettera alla signorina “bigottella anzicché no” gliela avevo spedita molto tempo prima e solamente il prurito liberticida dei sanfedisti, sempre più tracontanti e minacciosi, il rumor di manette che minacciosamente ringhiosi parte dai covi della conservazione reazionaria, dalle aule governative, dalle sentine poliziesche, dalle tane fasciste, mi decide a lanciarla come sfida alla masnada scampata a “Piazzale Loreto” e alla insurrezione partigiana. È tempo che ogni uomo libero, ogni antifascista , ogni anarchico, prenda come e con chi crede posizione, scelga il suo posto di battaglia e si muova prima che la canea liberticida prenda il sopravvento. Lasciare le posizioni difensive per passare all’attacco, al contrattacco con vigore, deci­sione entusiasmo. Inutile aggiungere che la ” lettera” e ciò che in essa si esprime é personale e non impegna né il movimento anarchico, né l’ateismo.
Franco Leggio, Novembre 1954

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Nota dell’Archivio
– Testo fotografato

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Torre Filippo, “Educare alla ribellione”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Ottobre 1964, XII+32

Premessa dell’Autore
In questo opuscoletto si cerca di sottolineare la ne­cessità di una educazione che formi uomini liberi, capaci d’intendere il «valore della ribellione contro ogni illegit­tima autorità esteriore, l’indispensabilità della negazione di quanti artifizi coartano ed asserviscono l’individuo, la validità dell’azione cosciente, continua e spregiudicata contro i pregiudizi, la superstizione, i privilegi, lo sfrut­tamento, le discriminazioni, la miseria e l’ignoranza per un mondo ed una umanità migliori. Il mondo ha bisogno di uomini liberi e risoluti, pron­ti a lottare senza rimorsi ed esitazioni contro un passato che si trascina decrepito sulla umanità abbruttita dalla sottomissione inerte, passiva e rassegnata alle religioni, alle divinità, allo stato ed alle sue leggi. Uomini liberi per un mondo libero l’educazione de­ ve formare ! Uomini che non si lascino ingannare dalle promesse di una propaganda imbrogliona che ottunde e fa del popolo un branco di pecore spesso incapace della benché minima reazione. Necessita una educazione impegnata nella liberazio­ne dell’uomo dall’involucro della soggezione, della rasse­gnazione, dell’attesa paziente, per immetterlo nel regno della luce costituito dal desiderio di rivolta contro tutto ciò che rimpicciolisce, imprigiona, mortifica e snerva la ragione umana.

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Note dell’Archivio
– Come riportato da Franco Leggio in questo opuscoletto, “Dopo quasi tre anni riprendiamo questa Collana che, difficoltà di ogni genere, ci hanno costretto a sospendere; difficoltà che mettono continuamente a dura prova il nostro impegno. D’altra parte, ci troviamo sempre nella dura necessità di fare i conti con la precarietà dei mezzi che riusciamo a strappare al nostro lavoro, anche questo sempre precario, ed al vivere di tutti i giorni. E non diciamo delle spese extra che, tra il sequestro del n. 8 dell’Anteo ed i processi, abbiamo dovuto distogliere alla produzione di opuscoletti. Tuttavia siamo riusciti a spingere avanti – siamo già al n. 19, e sono in preparazione il 20 ed il 21 – la Collana Anteo. E questo potrebbe essere un motivo di orgoglio, anche perchè la cerchia dei nostri lettori è venuta allargandosi. La ripresa de « La Rivolta » avviene sotto un buon auspicio: quello di un nome nuovo, di un giovane che, seppure non milita nel Movimento Anarchico, viene a trattare un tema veramente, essenzialmente, congeniale alla tematica propria dell’anarchismo. E, perciò, abbiamo preferito rimandare ancora « Il Cancro della guerra » del compagno O. Cini, che, subito dopo questo, passeremo al tipografo. E intanto, ci auguriamo che le simpatie e l’interesse per i ns. opuscoletti che abbiamo raccolti anche fuori del Movimento Anarchico si tramutino in contributi concreti, economici, soprattutto,come apporto di idee e di temi di prima mano. Un altro fatto che contraddistingue questa ripresa è quello delle pagine a colori, fuori testo, e corremmo che incontrassero lo stesso interesse che hanno riscosso quelle dell’Anteo, che perchè è nostra intenzione intraprendere alcuni discorsi sull’anarchismo ed i movimenti anarchici si da trasformarli in una piccola ma intensa e spregiudicata palestra di dibattiti teorico-ideologico. Vedremo…
– Contiene “Appello ai militanti libertari” della Federacion Iberica de Juventudes Libertarias En el esilio, “Quand’è l’ora dell’autonomia” di Materialismo e Libertà, “Se lo dicono loro” carrellata di dichiarazioni di Paolo VI e Togliatti, “Il saluto della rivoluzione” e “All’armi siam fascisti!”,

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(a cura del) Circolo di Studi Sociali, “La socializzazione della proprietà. Appunti di E. M.”

Edito da Tipografia Sociale, Alessandria, 1889, 32 p.

Operai marchegiani.
queste pagine le vergo per voi nella convinzione che in qualche maniera vi riescano utili. Le scrivo per voi, perchè vi conosco e conosco anche troppo la vostra vita nelle varie associazioni in cui appartenete: vita numerica, indifferente, anemica, inconsciente, bizzarra, puntigliosa, sollazzante, etc etc
Sfido io! Non può correre diversamente la cosa; qualora coloro, che per coltura e cognizioni più vaste – anzichè starsene con voi a contatto e alla buona spiegarvi i vostri doveri e i vostri diritti – preferiscono scendere di quando in quando, dai loro più o meno addobbati salotti, per tenere una conferenza che il cronista del giornale chiama “elevata”, elevata tanto che voi non ci avete capito un corno. Il tema che io mi sono imposto di svolgere in queste pagine, versa tutto sull’economia sociale: tema più importante che sarà discusso al p.v. Congresso delle Società affratellate. Io non so se riuscirò a persuaderci che la socializzazione della proprietà è la questione più vitale che soprattutto devevi interessare; ma so di certo che un semplice sconvolgimento politico non farà che il giuoco di cambiare i suonatori e far suonare la stessa musica. Con tale intesa vi saluto.
Vostro E. M.
Montemarciano, Marzo 1889

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Nota dell’Archivio
-Come spiegato all’inizio dal Circolo di Studi Sociali, “il presente opuscolo è opera d’un amico mazziniano intransigente, che riconosce ed accetta la giustizia del socialismo scientifico. Per questo noi lo pubblichiamo volentieri e caldamente lo raccomandiamo a voi. Gioverà pur esso, ne siamo convinti, allo sviluppo ed allo studio delle teorie socialiste.”

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Dal Pane Luigi, “In memoria di Carlo Cafiero nel primo centenario della nascita (1846-1946)”

Edito da “La Romagna Socialista”, Ravenna, Dicembre 1946, 24 p.

Al di sopra di tutti i dissensi teorici e pratici, delle divergenze che la lotta e le vicende impon­gono о creano, i socialisti di tut­te le tendenze piegano religiosa­ mente le loro bandiere davanti alla memoria di Carlo Cafiero. In lui onorano, in primo luogo, l’adamantina purezza della fede, la coerenza mirabile fra pensiero ed azione, fra ideale e vita; l’e­sempio eroico della rinunzia e del sacrificio. Se è dato anticipare con un atto ferreo di volontà quella umanità superiore, che sta nei voti e nelle speranze nostre, Cafiero fu tra i pochissimi che non vennero meno all’impresa. In lui la religiosità ardente del mistico, l’assoluto disinteresse dell’asceta, il coraggio e la dedizione incon­dizionata del combattente, l’ar­dire spirituale dell’apostolo, l’al­truismo senza limiti- dell’ideali­smo socialista. Egli fu, per al­tezza d’animo e nobiltà di cuore, qualcosa più di un uomo, fu un santo! Senza essere sociologo, storico od economista, Cafiero ebbe men­te aperta e discreta cultura. La sua sensibilità squisita avvertì il bisogno di porre su basi dottri­nali il movimento sociale italiano. Purtroppo le condizioni politiche di allora erano tali da disperdere in un attimo il lavoro di anni e da spargere al vento in un baleno i pensieri fissati sulla debole car­ta. Ma in mezzo ai frantumi e ai frammenti di una attività letteraria dì continuo interrotta e tur­bata, due meriti incontestabili vanno riconosciuti al Cafiero scrittore e pubblicista : di avere, in primo luogo, tentato di rianno­dare il movimento socialista -alle genuine, tendenze rivoluzionarie del Risorgimento, ricercando e progettando la ristampa dei Saggi del Pisacane; di avere, in secon­do luogo, fatto conoscere per la prima volta in Italia, il primo libro del Capitale di Carlo Marx. Il suo compendio del Capitale, scritto — come si sa — nell’in­verno 1877-78 e pubblicato a Mi­lano nel 1879, non va al di là di un tentativo di divulgazione, oggi completamente superato. Domi­na infatti assoluto nel lavoro del Cafiero l’intento pratico di fare del Capitale un’arma rivoluzionaria e perciò il pensiero del Marx vi subisce delle trasforma­zioni pericolose dal punto di vi­sta teorico. La dottrina economica del Marx vi assume una veste etica e il materialismo storico, si trasforma in una metafisica ma­terialistica. A Cafiero dunque ri­sale in parte la responsabilità della degenerazione teorica del marxismo in Italia; ma nello stesso tempo la gloria di aver diffuso la fama di Marx, facendo dell’opera sua uno strumento ef­ficace di lotta e redenzione so­ciale. Onoriamo infine in Carlo Ca­fiero il simbolo purissimo della Internazionale italiana, il com­battente che riassume e celebra in sé le più nobili caratteristiche del primo socialismo nostrano. Per le condizioni arretrate del nostro paese quel socialismo fu una rivolta istintiva e indistinta contro la miseria, un grido selvaggio di disperazione о un’ac­corata espressione di pietà; fu insurrezionale, protestatario, mes­sianico, moralistico e, nello stes­so tempo, confuso, utopico, eclettico, unione di scontenti di ceti e classi diverse. Ebbe dun­que, come tutte le cose umane, le sue luci e le sue ombre. Ma in Cafiero, discendente da una famiglia nobile e ricca, che per ideare suo compie — come un San Francesco — un totale rin­negamento del passato ed una « conversione » palingenetica, anche le manchevolezze brillano di una luce pura e la utopia stes­sa s’invera, come l’annunzio profetico di tempi „nuovi, trasci­nante con la promessa della sal­vezza. La prima Internazionale aveva proclamato la necessità di una confederazione di stati liberi in tutta l’Europa. II suo appello alla pace e alla riunione dei po­poli era parso ai benpensanti per lo meno strano e folle. Oggi i fatti hanno pienamente dato ragione a quei nostri precursori e da più parti — anche dai legittimi di­ scendenti di coloro che un tem­po ci derisero — si considerano i confini delle nazioni come la causa principale dei pericoli im­mensi che insidiano la civiltà ed il progresso. Aveva la prima Internazionale propugnato l’unione dei proletari di tutti i paesi per la salvezza comune dei valori umani. Una realtà dura piegò invece, a poco a poco, i partiti socialistici verso una politica nazionale, che age­volò la strada alle competizioni e alle lotte imperialistiche. Ma la tirannia delle necessità brute non cancella il problema dell’a­zione internazionale del proleta­riato come speranza e via di sal­vezza. Oggi grandi complessi economici supernazionali si con­ tendono il dominio del mondo, nascondendo spesso sotto men­tite spoglie la loro indomabile volontà di predominio e di spo­gliazione. E’ chiaro che questo minaccia l’indipendenza dei po­poli, e con l’indipendenza la li­bertà degli individui. Ormai anche i ciechi vedono che l’epoca delle nazioni è finita e che sul piano della storia pre­sente sta la formazione di co­munità supernazionali. Ma con e si costituiranno tali comunità? Attraverso un processo di asser­vimento forzato dei popoli più deboli ai più forti, come era nel programma dichiarato del nazional-socialismo, oppure attraverso la libera decisione dei popoli stessi? L’ideale dei socialisti non ammette dubbi о incertezze: non può essere che uno : la li­bera federazione delle comunità nazionali. Occorre perciò mobilitare tutte le forze, armare, tutte le volontà. Urge ricostituire l’Internazio­nale; ma una Internazionale che sia fuori dall’influsso di tutti i governi nazionali, anche se so­cialisti о comunisti, una Interna­zionale che raccolga ancora una volta la disperazione comune, la miseria comune, le sofferenze di tutti coloro che gemono sotto il giogo del capitalismo, che pa­ventano le guerre e che hanno un comune interesse al rispetto e al trionfo dei valori della giu­stizia e della libertà. Ricordare Cafiero, in un mo­ mento così pieno di forze vol­genti verso le forme autoritarie e tiranniche, è un monito salu­tare; è un appello supremo per la salvezza della libertà umana!

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CCRAP, “Questioni dell’autonomia proletaria”

Milano, 1974, 72 p.

Prefazione
La pubblicazione di questo testo non ha altro scopo che quello di far circolare fra i compagni interessati alcuni docu­menti che reputiamo significativi per comprendere lo sviluppo di tutta una serie di esperienze di organizzazione autonoma dei lavoratori. L’interesse che possono avere consiste insomma nel fatto di essere stati elaborati e verificati da compagni, operai e no, im­pegnati nella costruzione degli organismi autonomi. Non pretende comunque di rappresentare altro che l’opi­nione dei compagni che l’hanno scritto e si pone come contri­buto a un processo che vede coinvolte forze di origine diversa per elaborazione teoriche ed esperienza pratica. L’utilità dì un lavoro del genere non potrà che essere veri­ficata dall’uso e dalla critica che ne faranno i compagni che si riconoscono nel discorso dell’autonomia e dell’auto-organizza­zione della classe. Abbiamo preferito pertanto pubblicare così come erano i documenti anche se, come nel caso del primo, è necessaria una revisione non irrilevante, come testimonianza di una evoluzione non derivante da ecclettismo intellettualistico ma dalla verifica e dalla critica di posizioni che per motivi storici e per limiti no­stri non possono non risentire della difficoltà di condurre una critica puntuale della società capitalista.

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