Alcuni Anarchici, “La carta è solo carta. Sulla detenzione amministrativa in Puglia”

Edito da: ///
Luogo di pubblicazione: Lecce
Anno: Agosto 2016
Pagine: 16
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Ciò che queste pagine propongono è di illustrare la struttura attuale della macchina della detenzione amministrativa in Puglia. Una regione da sempre marginale nelle geografie del capitalismo, a causa della sua scarsa industrializzazione, che ora prova a riesumare la sua posizione storica di “Porta d’Oriente” nel Mediterraneo, non riuscendo a guadagnarsi altro che un ruolo di periferia funzionale al grande mercato globale. In quest’ambito la Puglia oggi gioca la sua parte, anche, con la capillare diffusione della rete di quella che, con l’ormai consueto capovolgimento di senso delle parole, è chiamata “accoglienza”. Una premessa è d’obbligo. Non si può comprendere appieno il funzionamento della grande macchina della detenzione amministrativa se non si considera la sua funzione sociale e politica e se si trascura di guardare alle intenzioni degli “ingegneri” che l’hanno progettata, prima ancora dei “conducenti” che ne permettono il funzionamento.
Il sistema della detenzione amministrativa in cui incappano tutti coloro che non possiedono un documento di cittadinanza è una complessa struttura per il contenimento e la regolazione degli spostamenti umani sul territorio europeo. Tale struttura è il risultato materiale di un’espansione mostruosa della logica capitalista che interpreta tutto l’esistente sotto la luce, fosca, delle dinamiche di mercato e attribuisce ai flussi umani gli stessi parametri di gestione e gli indici di valore che usa per le merci. In questa sovrapposizione degradante troviamo la chiave di lettura che ci spiega il senso e la funzione del sistema della detenzione amministrativa. In una parola: logistica.
Esattamente come la coesistenza di mercati legali e mercati illegali regola il valore delle merci e ne traccia i percorsi nell’intero pianeta, così per le persone la concomitanza di flussi “regolari” e “irregolari” determina la nozione di inclusione ed esclusione, fabbricando precise categorie di umanità in movimento: turisti, studenti trasferisti, lavoratori stranieri regolari e, dall’altro lato, clandestini, richiedenti asilo, rifugiati. L’etichettatura che si riceve su un foglio di carta è dell’identica natura di quella che gli scatoloni e poi i container ricevono nei grandi hub di smistamento merci.
Il parallelismo fra merci e umanità è destinato, però, ad annullarsi di fronte alla constatazione che se per le prime i vincoli di circolazione sono sempre più allentati, in nome della maggiore globalizzazione e compenetrazione dei mercati, per i secondi i confini nazionali sono sempre più invalicabili e quell’etichetta impressa all’arrivo nella Fortezza Europa corrisponde ad un permesso che regola e limita l’uso della propria libertà. Una libertà che è sempre condizionata dall’esistenza di quella carta che c’è o non c’è, che concede o preclude, che scade e va rinnovata, che è smarrita o sequestrata, o magari trattenuta, per ricatto. La detenzione amministrativa, in tutte le sue fasi e strutture, si fonda sull’esistenza di questa maledetta carta che decide il destino di uomini, donne e bambini che, per varie e diversissime ragioni, sono giunti in questa parte di mondo. Ciò che ci interessa qui mettere in evidenza è che il sistema nel suo complesso, fino anche alle sue espressioni meno brutali, come gli Sprar, è funzionale al controllo e allo sfruttamento umano. Non ci sembra casuale, per esempio, che ben il 70% dei braccianti sottoposti a rapporti di caporalato in Puglia provenga proprio dagli Sprar.
In questo senso questo sistema assolve egregiamente al compito che si è dato, cioè quello di “integrare gli stranieri nel mondo del lavoro”. Il sistema pugliese della detenzione amministrativa è particolare per la completezza e l’articolazione della macchina. In questa regione, infatti, esistono tutti gli anelli del “sistema dell’accoglienza”: dal primo, il luogo del “ricevimento”, all’ultimo, quello della più lunga permanenza in un regime che può definirsi di “libertà condizionata”.
In queste pagine si cercherà di fare il punto sulle strutture, sul loro funzionamento, sulla loro ubicazione e sull’identità di chi gestisce e collabora alla loro esistenza. Partendo dal primo luogo in cui vengono ammassati i migranti al loro arrivo in Europa: l’hotspot di Taranto, al varco nord del porto industriale. Qui, lo si vedrà meglio in seguito, la varia umanità sbarcata sulle coste è ammassata in container, smistata a seconda della dichiarazione di provenienza e rispedita nella struttura di destinazione. Proprio accanto, nello stesso varco portuale, nel polo logistico, le merci ricevono lo stesso trattamento. Intanto, proprio sulle teste delle persone rinchiuse scorrono i grandi nastri trasportatori che portano in andata e in ritorno le polveri minerali e i tubi d’acciaio prodotti nello stabilimento siderurgico della città.
Dopo l’hotspot, se ci si è rifiutati di farsi identificare si va a finire nei Cie, dove si viene trattenuti in uno stato molto simile a quello carcerario, in attesa di essere espulsi. In Puglia è attualmente in funzione quello di Brindisi.
Quando si accetta l’identificazione, invece, si può andare a finire in un hub o in un Cara (tre in Puglia, a Brindisi, Foggia e Bari), in attesa di una molto improbabile accettazione della richiesta di asilo. I minorenni o i richiedenti protezione umanitaria, di regola, vanno a finire nel sistema Sprar: in Puglia esiste una congerie di associazioni ed enti che vi partecipano.
A questo proposito un’ultima precisazione. Si è scelto di dare un certo spazio anche a queste strutture poiché, a causa della loro apparente umanità nelle gestioni, si prestano molto bene ad una confusione che le identifica come “alternative” alla detenzione amministrativa. Ci preme sottolineare che questo equivoco (riteniamo alimentato ad arte da tutta una sinistra interessata a unirsi al banchetto del business dell’accoglienza), vada finalmente dissipato: questi centri non sono che l’ultimo anello di una catena che lega gli stranieri con il ricatto della carta di soggiorno. Per quanto sia possibile che alcuni operatori che vi lavorano agiscano animati da reale senso di solidarietà e umanità, il sistema Sprar non è alternativo ma è parte integrante della grande struttura della detenzione amministrativa.
In definitiva l’intera struttura, in Puglia come ovunque, si fonda sull’attribuzione di un’identità ufficiale per ciascun individuo. Senza questa attribuzione di identità gli Stati non possono controllare e governare gli individui e il mercato non li può trasformare in forza lavoro. Identificare, dunque, corrisponde a dominare.
Per quanto le strutture detentive per stranieri possano essere gestite con reali criteri di “ospitalità” (ben lontano dalla realtà attuale) non ci sarà mai rispetto della dignità e della libertà umane finché una carta col timbro di un ministero avrà il potere di decidere le vite e le traiettorie degli individui.
Per la libertà, per l’ingovernabilità, contro le frontiere.

Nota dell’Archivio: ///

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