(a cura di) Ak47 Immagini Mosse e CSOA Corto Circuito, “Parlando con Marcos. Intervista con il subcomandante Marcos dell’esercito zapatista di liberazione nazionale”

Marzo 1995, 52 p.

Prefazione di Pino Cacucci
Sulla cima della piramide c’é un altare, soltanto una grande pietra in bilico sopra due macigni. Standoci in piedi, scopro che oscilla: per un atti- mo ho una stretta alle viscere, la sensazione di spiccare li volo nel vento e perdersi sul mare verde del Chiapas. Laggiù, in qualche punto di quella foresta scampata al flagello degli allevatori, sono sicuro che qualche piccolo Indio armato della sua vecchia carabina, mi starà guardando e penserà: “Che strano uccello, in cima a quelle vecchie pietre…”. Le rovine di Toninah sono circondate di carriarmati, irti di mitragliere sempre puntate su chi passa, i soldati sono più nervosi che a San Cristobal, e questa che è la più recente scoperta archeologica del Messico, per loro è solo una seccatura: i rari visitatori li costringono a distrarsi dal “lavoro”. All’ingresso della città sacra c’è un piccolo ristorante, ormai chiuso. Il proprietario si riteneva un uomo fortunato, da quando erano cominciati gli scavi proprio nel suo piccolo appezzamento di terra. Sognava sciami di turisti a cui preparare il pranzo, accumulava casse di birra e aspettava, Ma nelle prime settimane di gennaio, si trovava a Ocosingo, e stava mangiando tranqulliamente seduto in un banco del mercato. Si guardava intorno chiedendosi come sarebbe andata a finire, con quei poveracci che aveva- no occupato il paese, armati soprattutto della loro dignità millenaria. Non ebbe il tempo di finire il suo piattino di tacos; i reparti speciali arrivarono all’improvviso, sparando alla cieca. E lui, fu uno del primi a morire, falciato da una raffica assieme a d altri anonimi abitanti, nella strage del mercato di Ocosingo. Gli zapatisti rimasero a resistere, per dare il tempo alla gente di mettersi al riparo, per limitare il numero di morti assassinati a tradimento, mentre mangiavano o compravano verdure e poveri tessuti. Quel giorno, a Ocosingo, tra gli uomini dell’Esercito Zapatista è avvenuta una sorta di rivoluzione interna. Prima, molti di loro si chiedevano se le donne fossero capaci di combattere, e se fosse giusto ricevere ordini da una ragazzina, o dalla propria sorella o compagna. “Da quel giorno, i dubbi sono finiti”, a scritto Marcos. “Perchè a Ocosingo sono state le comandanti dell’EZLN a coordinare la resistenza e la ritirata senza sbandamenti. Le comandanti hanno guidato gli altri in avanti, in una rapida controffensiva che ha permesso di portare via i nostri feriti e alla gente di rifugiarsi nelle case, Da allora, nessuno si chiede più se una donna sia capace di combattere con lo stesso coraggio di un uomo. A Ocosingo abbiamo dovuto tutto a loro”. Sulla parete ho appeso una foto in più. C’è Marcos che parla al tavolo delle trattative. Accanto una piccola donna con una veste rossa a fiori bianchi, passamontagna calato, lo sguardo dolce e calmo: è la comandante Ramona, che partecipava agli incontri con gli emissari del governo nella cattedrale di San Cristobal. Nei mesi seguenti, la sua presenza divenne abituale. Poi, scomparve. I giornalisti chiedevano a Marcos dove fosse finita, la comandante Ramona. Marcos rispondeva in maniera evasiva, a volte infastidita, dimostrando che preferiva non gli venisse chiesto. E gli amici che ho a San Cristobal, mi avevano riferito la voce che circolava: la comandante Ramona è gravemente ammalata, si dice abbia un tumore. Nel novembre scorso, gli zapatisti hanno annunciato che Ramona si era unita al volo delle aquile che osservano la Selva Lacandona da lassù, oltre le nubi basse del Chiapas, sotto il sole che splende sulla cima delle montagne. La morte è sempre una beffa, non esiste un modo di morire- che sia stupido e un altro che sia “intelligente”. Qui si è abituati a morire di stenti, dissenteria, morbillo, persino un raffreddore può uccidere se si patisce la fame da generazioni. Ramona, forse,aveva immaginato che per lei sarebbe stata una pallottola a Ocosingo, quel giorno dell’attacco al mercato. Invece, l’ha uccisa un tumore. Di lei, non conosceremo mai il volto. Ma che importa. In cinque secoli di resistenza, sono caduti 60 milioni di indios senza volto e senza nome. Di lei, almeno conserverò il ricordo dello sguardo dietro il passamontagna nella foto alla parete. Sono certo che Marcos sarebbe d’accordo: a chi, se non a Ramona, si potrebbe dedicare questo libro, a nome di tutti i caduti per la dignità degli esseri umani, per la fierezza di non aver mai chinato mai la testa… Che la terra della selva ti sia leggera come la tua veste a fiori nella foto, comandante Ramona.

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Oaxaca Insurgente. La sollevazione popolare nel sud del Messico

[Probabilmente seconda metà degli anni 2000-Primi anni ’10], 56 p.

Introduzione
Questo libretto è un dossier sui recenti fatti che stanno sconvolgendo il sud del Messico. Nello stato di Oaxaca, infatti, da mesi le lotte sociali sono esplose in uno scontro diretto con gli apparati di potere. La richiesta di dimissioni del governatore locale fa da punta di iceberg di una realtà che sta mettendo in crisi tutto il modello di dominio statale. Infatti l’interesse che suscita questo scenario va ben oltre la solidarietà ai colpiti da una repressione infame, che ha mietuto, fino a fine novembre, più di 20 vittime. Lo stato sta rispondendo con le armi a un progetto di autogoverno popolare che ambisce a sostituirsi alle istituzioni. La Comune di Oaxaca, così ormai è chiamata questa realtà, è un insieme eterogeneo di lotte, organizzazioni, desideri, popoli indio, musiche, sedi occupate. Questa esperienza eccezionale è strutturata in un’assemblea permanente, l’APPO, Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca, dove convergono le varie strutture, le individualità, i vari municipi ribelli che formano la società oaxaqueña. E’ la forma embrionale, ma attivissima, di un contro-potere popolare. Il limite di queste pagine è di non tenere il passo degli eventi che convulsi continuano ad accavallarsi dal profondo Messico. Cortei, repressione, comunicati, assemblee, barricate sono la storia in corso in queste ore dall’altro lato dell’Atlantico. Queste parole vogliono semplicemente fare luce nel buio totale in cui ci hanno immerso i media ufficiali, impegnati a oscurare tanto la sanguinosa repressione quanto la sorprendente autorganizzazione degli/lle insorti/e. Diffondere e amplificare il grido di rivolta di Oaxaca è il minimo che possiamo fare per esserne solidali, mentre riflettere sulla reale costruzione di forme di autogoverno territoriale è un invito troppo allietante per chi desidera e lotta per una trasformazione radicale della società.
Lunga vita alla Comune di Oaxaca!

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Deneuve Sylvie, Reeve Charles, “Al di là del passamontagna del Sud-Est messicano”

Edito da Edizioni NN, Pont St. Martin/Piano d’Arci, Gennaio 1998, 54 p.

Estratto dalla nota introduttiva di Massimo Passamani
Nulla di critico, da un punto di vista sovversivo, è stato finora pubblicato in Italia sul “Chiapas insorto” e sull’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Eppure anche qui da noi non sono mancati libri, conferenze, video, magliette, adesivi, cortei, comitati, iniziative di sostegno, insomma le mille espressioni di quella che è stata definita “l’internazionale della speranza”. Non pochi anarchici hanno dato il loro contributo. Di critiche, nemmeno l’ombra. Perché? I testi sull’argomento, soprattutto quelli che si limitano a raccogliere i comunicati e i documenti dell’Ezln, forniscono in se stessi sufficiente materiale di riflessione (ad esempio: l’organizzazione dei territori controllati dagli “zapatisti”, la creazione di un “governo provvisorio rivoluzionario”, l’imposizione di “tasse rivoluzionarie”, di “leggi rivoluzionarie” e finanche di “prigioni rivoluzionarie”). Perché parlare dell’esercito zapatista come di un’organizzazione che ha superato il marxismo-leninismo, di un esperimento a carattere libertario, eccetera? Il motivo è che, come è noto, si vede soltanto quello che si vuole vedere. Detto altrimenti, l’ideologia zapatista non è che il segno di una diffusa miseria. Al tutto, ovviamente, ha contribuito anche lo spettacolo, l’immagine del passamontagna, il mistero delle foreste, il fascino dell’esotismo; e poi Marcos, con i suoi testi poetici («gay a San Francisco, anarchico in Spagna…», «un paese dove il diritto di ballare sarà riconosciuto dalla Costituzione…») e la sua abilità a giocare col concetto di potere; ma hanno contribuito, soprattutto, il vuoto di prospettive, l’immondo fronte unico di una sinistra che difende il diritto al lavoro e le garanzie democratiche contro un “neoliberalismo” che tutti – dagli stalinisti agli anarchici – pretendono combattere, l’assenza di ogni discorso rivoluzionario che, oltre il nulla delle celebrazioni storiche, sappia porre radicalmente le uniche questioni radicali: la distruzione dello Stato, la distruzione dell’economia e l’autogestione generalizzata. La miseria delle idee e dei desideri rende ciechi due volte: primo, perché inganna sulla natura reale dei contenuti e delle forme organizzative che gli sfruttati si danno negli scontri sociali presenti nel mondo (in questo caso, i metodi dell’Ezln e la pretesa “autonomia indigena”); secondo, perché porta ad affrontare il problema di quei contenuti e di quelle forme al di fuori dell’unico ambito concreto in cui può essere affrontato – quello della rottura insurrezionale. D’altronde, per quale motivo individui che qui da noi considerano velleitario e avventato ogni tentativo di rivolta, ogni discorso che fastidiosamente ricorda che lo Stato, da solo, non crolla, che contro il suo servizio d’ordine politico, sindacale e poliziesco qualcosa – prima che in meravigliose assemblee si decida tutti assieme, liberi e felici, il futuro del mondo – bisognerà pur fare; per quale motivo siffatti individui si entusiasmano per la guerriglia quando avviene in un’esotica lontananza? Che ci sia qualcosa che unisce le immagini del passamontagna “zapatista” e la vita quotidiana di tanti che lavorano, consumano, votano e pagano le tasse, qualcosa che assomiglia alla passività, una passività che potrebbero difendere anche con le armi? […] «La società che stiamo costruendo rifiuta gli strumenti e le armi tradizionali degli Stati neoliberali, cioè l’esercito, le frontiere, le ideologie nazionaliste» ha dichiarato un membro dell’Ezln. Non male per un’organizzazione che si chiama Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Non da meno, il subcomandante Marcos, nel suo saluto finale [all’incontro intercontinentale del 1996], dopo aver detto poeticamente che «il cerchio si stringe attorno ai ribelli, che però hanno dietro di sé, sempre, l’umanità intera», afferma politicamente: «Noi zapatisti abbiamo proposto di lottare per un governo migliore, qui, in Messico». Come si vede, discorso zapatista è a tre livelli: il “governo rivoluzionario” per i leninisti; la difesa della democrazia contro il “neo-liberalismo” per i militanti dei partiti di sinistra; la poesia contro il “potere”, il mito dell’assemblea sovrana per i libertari. Ma il riformismo rimane tale anche quando impugna le armi, quando parla male dei potenti, quando rivendica, assieme al lavoro, alla giustizia e a una nuova Costituzione, il diritto di danzare. Che uno slogan come «contro il neoliberalismo e per l’umanità» sia buono per tutti i gusti è piuttosto evidente; […] tuttavia, è utile criticare i contenuti reali dello zapatismo. Questo non certo per togliere ogni significato alle rivolte in Messico e altrove (rivolte che non vanno confuse con la loro rappresentazione spettacolare e il loro consumo mercantile), bensì, al contrario, per comprenderle meglio e dare loro, così, le ragioni della propria globalità; per rendersi conto che lo spazio di una teoria e di una pratica sovversive è colonizzato dallo spettacolo della rivoluzione, e dai movimenti che ne rappresentano soltanto la negazione riformista. Come a dire che un’Internazionale antiautoritaria e sovversiva, un’Internazionale che sappia sconvolgere davvero i piani di morte degli Stati e dell’economia, è tutta da inventare. In tal senso, conoscere e criticare il suo contrario non è che il primo passo.

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Ferrua Pietro, “Ricardo Flores Magon e la rivoluzione messicana”

Edito da Avant/Gard-Anarchism, 2008, 19 p.

Premessa
Circa vent’anni or sono, mi capito fra le mani un libriccino sbiadito edito a Città del Messico nel 1925. Il nome dell’autore, Diego Abad de Santillán mi era assai noto, soprattutto per i suoi lavori di storiografia e bibliografia, nonché per la sua partecipazione eminente alla Rivoluzione Spagnola. L’opera era dedicata alla memoria di un anarchico messicano a me quasi sconosciuto. Fu quindi piuttosto il nome dell’autore ad invogliarmi alla lettura. Debbo confessare che il contenuto mi entusiasmo ma mi lascio alquanto perplesso. Non che dubitassi della fondatezza delle affermazioni del Santillán, ma temevo avesse un po’ esagerato l’importanza del Magón, come pensatore e come rivoluzionario, mosso da un comprensibile spinto di partigianeria. La versione della Rivoluzione Messicana offertami dai manuali di storia (o dai corsi universitari) era ben altra. Decisi di procurarmi le opere del Magón, che non erano pero reperibili nelle biblioteche italiane da me consultate ed erano esaurite presso l’editore da oltre un ventennio. Mi rassegnai perciò, a malincuore, a rimandare a tempi migliori la soddisfazione di quel che era, a quell’epoca, poco piú di una curiosità. Piú tardi, durante il Campeggio Internazionale anarchico di Cecina, ebbi occasione di mostrare il libro del Santillán al compagno spagnolo Alberto (pseudonimo di José Lluis Facerías, morto tragicamente pochi anni dopo in un agguato tesogli dalla polizia franchista) che vi si interessò. Ci si accorse allora che il contributo degli anarchici alla Rivoluzione Messicana non era affatto noto e che accadeva sistematicamente lo stesso fenomeno con altri episodi storici. Decidemmo allora di intraprendere delle ricerche atte a valorizzare l’apporto anarchico internazionale alle lotte per la libertà, sia per puntiglio storico, sia per trame utili insegnamenti per la tattica e strategia di lotta in vista della liberazione della Spagna. Primo risultato fu l’esposizione della stampa anarchica internazionale in seno al Campeggio stesso, col valido aiuto di Ugo Fedeli e Cariddi di Domenico. Questa mostra il Facerías la voleva itinerante, sperando che sfociasse poi in un organismo stabile che collezionasse tutto quanto era stato scritto sull’anarchismo e riunisse poi collettivi di studio per esaminare i vari problemi -sorti dall’analisi del passato. Alberto stava per recarsi nell’America del. Sud ed avrebbe voluta sospingersi sino al Messico non sol tanto per studiare l’influsso di Magón sulla Rivoluzione del 1910, ma perché riteneva che il terreno vi fosse propizio all’azione rivoluzionaria. Ci separammo ed io, in Isvizzera, fondai il Centro Internazionale di Ricerche sull’Anarchismo, memore delle nostre discussioni e progetti di tre o quattr’anni prima. Facerías, purtroppo, non ebbe tempo di rallegrarsene – forse non riuscí neppure a riceverne la notizia – perché venne assassinato pressapoco allo stesso periodo, durante un viaggio in Ispagna che avrebbe dovuto essere l’ultimo, alla vigilia del suo imbarco per l’Argentina. Anni dopo ebbi occasione di corrispondere con Santillán e, nel 1965, il piacere d’incontrarlo a Buenos Aires e di riparlare con lui dei fratelli Magón. Nel frattempo mi ero procurato altri scritti al riguardo e nel 1968 potevo dedicare una prima conferenza agli « Anarchici nella Rivoluzione Messicana », in un Teatro di Rio de Janeiro. Nel 1970, in una seconda conferenza per l’Università dell’Oregon, potevo fare il punto e sostenere che non solo le affermazioni del Santillán nel suo schizzo biografico del 1925 erano piú che attendibili, ma che documenti venuti alla luce nel frattempo negli archivi giudiziari e diplomatici, aumentavano ancor piú l’importanza del nucleo di anarchici che ave- vano preparato e provocato l’esplosione rivoluzionaria nel Messico dittatoriale di Porfirio Diaz. Il testo della conferenza venne accolto con interesse e pubblicato a Cittá del Messico, a Buenos Aires e a Los Angeles. Gli Incoraggiamenti che ricevetti, data la novita del soggetto, furono tanti e tali che decisi di dedicarvi piú tempo. Da allora, alternando la ricerca letteraria a quella storica, ebbi la fortuna di scovare molto materiale inedito e prezioso, consultando i documenti del Ministero della Giustizia, del Tribunale di Los Angeles, della Biblioteca Bancroft di Berkeley, degli Archivi Federali, ecc. I risultati di tali ricerche, in corso di elaborazione, faranno l’oggetto di vari volumi tendenti a dimostrare che agli anarchici che militavano attorno ai fratelli Magón, nelle file del Partito Liberal Mexicano, spetta il merito di essere stati i primi a preparare, con proclami, scioperi e movimenti insurrezionali, la caduta della dittatura, oltre al fatto di essere l’unico gruppo politico dotato di un programma rivoluzionario coerente e consistente. Altri aspetti poco noti o addirittura ignoti della Rivoluzione, verranno pure messi in rilievo. Ho esitato molto a licenziare questo lavoro (il cui testo risale al 1970 ed e stato appena rimaneggiato e abbreviato) che ritengo ormai superato dalle mie stesse ricerche e da quelle intraprese da altri sullo stesso argomento, ma che varrà forse come introduzione a una pagina di storia, fervida di idee per il militante e con qualche spunto anche per lo storico di professione.

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Ferrua Piero, “Gli anarchici nella rivoluzione messicana: Praxedis G. Guerrero”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Giugno 1976, 165 p.

Prefazione
Non era ancora avvenuto, nel continente americano, un caso di permanenza al potere come quello di Porfirio Diaz nel Messico; non era neppure mai stato architettato un regime così solido, dispotico ed autocratico come quello di questo lugubre personaggio. Si era sollevato in armi contro il liberalismo dell’indiano di Oaxaca, Benito Juárez, in nome dell’antirielezionismo ed era finito per restare al comando supremo per ben trentaquattro anni in rielezioni successive, sinché la ribellione del popolo messicano si generalizzò nel 1910 e mise fine al regno oppressivo e alla schiavitù di fatto delle grandi masse contadine senza terra e degli operai delle fabbriche tessili e altre. Al vertice della piramide politica, economica e sociale del paese azteco, un uomo senza scrupoli avente al suo servizio una rete di servitori ossequiosi o di suoi protetti nelle alte cariche amministrative dello Stato, al Parlamento, nei governi lo­cali, nelle circoscrizioni politiche distrettuali, e alla base il 95 per cento della popolazione soggiogata, miserabile, analfabeta, spodestata dalle terre ereditate dal regime colo­niale spagnuolo, e inoltre una minoranza di grandi latifon­disti, di commercianti ambiziosi e di industriali stranieri senza scrupoli morali. Contro questa mostruosità antigiuridica e antisociale cominciarono ad agitarsi alcuni giovani, in maggioranza studenti, applauditi da gente del popolo, che si dedicarono all’apostolato della stampa e della parola, benché tale ri­sorsa fosse stata anch’essa debilitata e sottomessa al ca­ priccio dei giudici e all’arbitrio poliziesco. Sin dall’ultimo decennio del secolo scorso, assistiamo ad esplosioni di pro­ testa come quelle indette nella sede del giornale El Hijo del Ahuizote nel 1893, contro la nuova rielezione di Porfirio Díaz, quando i giovani protestatari più attivi si affacciarono al balcone annunciando con un gran cartellone « la Costi­tuzione è morta ». Tutto ebbe fine con l’irruzione delle forze poliziesche e dell’esercito che fecero diversi feriti e imprigionarono gli altri nel famigerato carcere di Belén, un covo spaventoso di torture da dove difficilmente si usciva vivi. Come lievito permanente di tale agitazione apparvero sin dalla prima ora i fratelli Flores Magón, Ricardo, Jesús e il minore di loro, Enrique. Dopo molte frustrazioni, nel 1900 sorge il giornale Regeneración nella capitale messicana, dapprima apparentemente come organo di critica al sistema giudiziario imperante, ma presto attaccando apertamente il regime porfirista. Le persecuzioni raddoppiarono, i re­dattori di Regeneración trascorrevano lunghi periodi nelle prigioni e non si piegavano né deponevano le armi. Il porfirismo decise allora che i Flores Magón non dovevano scri­vere in nessun giornale del Messico, la loro parola doveva essere messa a tacere. Jesús Flores Magón, in procinto di laurearsi in legge, giudicò sterile il sacrificio e si ritirò dalla lotta. Ricardo, con Librado Rivera, Santiago de la Hoz, Camilo Arriaga, Juan Sarabia e molti altri, la mag­gior parte dei quali erano incarcerati, decisero di conti­nuare dall’estero la guerra al porfirismo che ormai non potevano più condurre nel loro paese e, nel 1904, attra­versarono come meglio potettero la frontiera messico-americana. Durante questo esodo forzato non mancarono drammi penosi, come la scomparsa di Santiago de la Hoz, il poeta e giornalista di Veracruz, che annegò mentre fa­ceva il bagno nel Rio Bravo. Ricardo Flores Magón e i suoi compagni riprendono la pubblicazione, nel « paese dei bravi e dei liberi » dell’organo Regeneración, riorganizzano il Partito Liberale Messicano, stabilirono nel 1908 un programma di imperiose rivendica­zioni (i cui postulati vennero poi accolti nella Costituzione messicana del 1917) e propagano la rivoluzione mediante la propaganda e l’esempio. Il giornale è perseguitato dalle autorità americane, dalle agenzie private di investigazione al soldo del governo del Messico, con la complicità del servizio postale, che permette il controllo e il registro della corrispondenza sospetta. Ricardo e compagni vanno da un ‘processo all’altro, da una prigione all’altra, fin quando Ricardo muore nel penitenziario di Leavenworth, nel Kansas, verso la fine del 1922. Quella battaglia degli esuli messicani fu un calvario da far rabbrividire che quando eravamo giovani seguivamo attraverso la nostra stampa dall’Europa e dall’America, con ammirazione e simpatia. Ricardo, che era un anarchico istintivo, non tardò a dichiararsi tale coi suoi amici intimi, senza tuttavia allontanarsi un millimetro dalla realtà in­ sopportabile del suo popolo. La rivoluzione messicana fu incarnata in Ricardo come simbolo, dentro e fuori del Messico. Ma non era solo, lo assecondavano e contribuivano al suo sforzo gigantesco molti altri oltre al fratello Enrique, oltre a Librado Rivera, oltre ad una pleiade magnifica di combattenti, fra i quali Práxedis G. Guerrero. Dobbiamo confessare che poco più di mezzo secolo fa, avevamo informazioni per sapere qualcosa di più di Guer­rero, quando leggevamo i suoi lavori su Punto Rojo, il gior­nale da lui pubblicato a E1 Paso (Texas), su Regeneración di Los Angeles (California) e su altri organi di stampa che vedevano la luce negli stati americani limitrofi; ci seduceva lo stile letterario, la profondità del pensiero, il soffio liber­tario che emanava da ogni frase e da ogni nota, e ci avvin­ceva la combattività, l’abnegazione, la comprensione delle esigenze di quell’ora. Si era unito al gruppo di Flores Magón sin dal 1906 e non tardò a diventare uno dei suoi compagni intimi e a colmare il vuoto lasciato dagli altri dirigenti del movimento quando dovevano scontare le loro condanne. Già nel 1906 ha inizio la lotta armata da parte di con­ tingenti guerriglieri articolati dentro e fuori del Messico; continua con nuovi sollevamenti nel 1908 e negli anni suc­cessivi; Francisco I. Madero proclama il piano di San Luis Potosí e prende le armi nel 1910 e le guerriglie del magonismo libertario danno il loro apporto a questa crociata, come quella di Prisciliano G. Silva, come i tentativi di Jesús M. Rangel, come quella della Bassa California e di tante altre località del paese, come quella di Práxedis G. Guerrero, che si impadronì di Casas Grandes, verso la fine del 1910, sconfisse i difensori di Janos e quando credeva che tutto il villaggio fosse sotto il suo controllo, una pal­lottola notturna mise fino alla sua vita, senza che si sapesse se si trattò di un errore o dell’azione di un nemico nascosto. La morte di Guerrero fu una tragedia, una perdita irre­parabile per il movimento rivoluzionario messicano, una perdita per il Messico, perché si trattava di una brillante promessa che aveva già dato la misura del suo valore nei pochi anni di attività. Guerrero era il rampollo di una famiglia ricca, nato nel podere de Los Altos de Ibarra, non lungi da Leon, Guanajuato. Aveva abbandonato la sua posi­zione di privilegiato e aveva scelto la via dell’esilio negli Stati Uniti per lavorarvi come manovale, assieme al com­pagno Francisco Manrique, con cui aveva frequentato le scuole elementari e che vide morire in un altro tentativo di guerriglia cui entrambi prendevano parte. Allorché Guerrero intraprese la sua ultima azione alla testa di un nutrito gruppo di guerriglieri, Ricardo Flores Magón e Librado Rivera erano in carcere. Se non fosse stato così, riteniamo che lo avrebbero dissuaso dall’esporsi personalmente, perché sapevano quanto valesse e perché per Ricardo era come un fratello minore. L’impresa in cui si giocava la vita aveva probabilità di espandersi, di con­ centrare nuove forze combattenti, però aveva maggiori probabilità di trasformarsi in tragedia, dato che le forze militari del porfìrismo erano più forti e disponevano di ogni mezzo per l’attacco e per la difesa. Uomini della tempra di Guerrero sono più utili all’umanità e ai popoli come seminatori vivi che come simboli eroici morti. Quello che Guerrero avrebbe potuto ottenere con la sua penna e la sua presenza, non lo avrebbe potuto ottenere col fucile in mano. Santiago de la Hoz affogato nel Rio Bravo, Guerrero morto a Janos, rimase solo Ricardo Flores Magón con una statura da lottatore imperterrito; al contrario il trio avrebbe potuto costituire una fucina di grandi possibilità per un nuovo Messico, non essendocene in quegli anni un’altra di tale qualità, di simile chiaroveggenza, di uguale impulso per mobilitare coscienze e braccia. Parecchi anni or sono, traducemmo un saggio di Max Nettlau su Gustavo Landauer, assassinato nel corso della rivoluzione dei consigli di Baviera nel 1919, una perdita dolorosa per il pensiero libertario in Germania e nel mondo. Nettlau, che non ignorava quanto Gustavo Landauer potesse dare al mondo col suo talento, col suo valore intel­lettuale e il suo esempio, non esitò a dichiarare la sua osti­lità contro il fatto che uomini di tale taglia si sacrificassero in azioni d’importanza relativa come quelle della Räterepu­blik. Confessiamo che ci dolse non poco il giudizio del grande storiografo del socialismo al quale tanto dobbiamo, perché pensavamo che una causa come era quella della libertà e della giustizia non ammetteva divario fra pensiero e azione. Nel corso degli anni siamo giunti alla stessa conclusione del Nettlau riguardo Landauer. E ci siamo ralle­grati quando abbiamo saputo che Rudolf Rocker aveva potuto eludere all’ultima ora il destino che gli prospettava il trionfo di Adolfo Hitler in Germania, perché potè darci ancora per molti anni il risultato delle sue esperienze e della sua conoscenza dei problemi dell’uomo e del mondo. Se dipendesse da noi, cercheremmo di risparmiare vite preziose anziché stimolarle al sacrificio in tentativi di dubbia utilità. Un Praxedis G. Guerrero, con la penna in mano, ci sarebbe stato infinitamente più prezioso che non la sua fine eroica all’età di ventott’anni. Pietro Ferma è stato sedotto, come noi, dai combattenti magonisti, e ha saputo valorizzare il loro pensiero e la loro azione esemplare in vari lavori sostanziosi di questi ultimi anni. Questa dedizione ci inorgoglisce e ce ne ralle­griamo straordinariamente perché Ferma riunisce tutte le condizioni affinché tale capitolo della presenza dei nostri compagni nella rivoluzione messicana venga presentato alle nuove generazioni senza deformazioni capricciose o settarie. La monografia da lui dedicata a Praxedis G. Guerrero con­ tiene tutto quello che una ricerca storica rigorosa può riu­nire su questa figura nobile e su questo modello che non può essere ignorato dagli amanti della libertà e della giu­stizia. Rende così un omaggio ben meritato allo scrittore, al propagandista, all’eroe senza macchia, che visse e morì per la liberazione del suo popolo, schiavizzato e martirizzato da una tirannia inumana, inumana come tutte le tirannie, di destra, di sinistra o di centro. Non dubitiamo che questo lavoro di Pietro Ferma riempia un vuoto nella nostra biblio­grafia e abbia l’accoglienza meritata.
DIEGO ABAD DE SANTILLAN
Buenos Aires, 20 luglio 1975

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Candido Giuseppe, Curtosi Filippo, Santopolo Francesco, “Francesco Barbieri. L’anarchico di Briatico. Una vita rivoluzionaria”

Edito da Non Mollare Edizioni, Roma, Agosto 2011, 119 p.

Nato in Calabria a San Costantino di Briatico, la storia di Francesco Barbieri, combattente antifascista, conosciuto col nomignolo di “Cicciu u’ professuri”, ha percorso i primi quarant’anni del ‘900. Partito da S. Costantino di Briatico a 26 anni, vi tornerà casualmente dopo l’estradizione dall’Argentina per riprendere subito il suo viaggio per il mondo, legando le sue vicende a quelle di grandi intellettuali come Camillo Berneri e Carlo Rosselli. Per Francesco Barbieri, l’Internazionalismo Proletario è stata una ragione di vita, fino all’estremo sacrificio consumato davanti alla canna di un mitra imbracciato da quelli che riteneva fossero della stessa parte. Per sopravvivere, avrebbe dovuto scegliere: tra diventare ‘ndranghetista” o sbirro; Barbieri non sceglie né l’uno né l’altro: diventa libertario, socialista rivoluzionario, radicale e anarchico, con una pronta e decisa avversione al fascismo. Un rivoluzionario libertario, assassinato da quelli che erano con lui a Barcellona per difendere la giovane repubblica, è l’evento più tragico che si consegna alla storia.

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Pagliaro Angelo, “Paolani, emigranti e ribelli. Carte di polizia di anarchici paolani emigrati in Sudamerica all’inizio del XX secolo”

2006, 59 p.

Le carte che qui presentiamo sono carte di polizia, ricche di timbri, cifre, sigle comprensibili solo agli addetti ai lavori. Sono firmate da prefetti, consoli, commissari di pubblica sicurezza. La maggior parte sono “riservate” e si caratterizzano per il linguaggio particolare, la ripetitività delle formule utilizzate, l‟ortografia. I sorvegliati sono gli anarchici e i socialisti-anarchici paolani emigrati in Argentina e in Brasile all‟inizio del XX secolo. Una piccolissima parte di quei 572.000 lavoratori e disoccupati calabresi che nel primo decennio del novecento emigrarono alla ricerca di una nuova patria che garantisse loro migliori condizioni di vita. Contribuirono, con il loro impegno politico, all‟emancipazione delle classi lavoratrici di quei paesi, al loro riscatto morale, civile e politico ed alla crescita economica e culturale delle nazioni che li ospitarono. Questo lavoro vuole offrire un primo contributo a nuove iniziative di ricerca per quanto riguarda la storia dell‟emigrazione paolana. Storie di uomini semplici, di ribelli, trattati come reietti perché portatori di un mondo nuovo.

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Pagliaro Angelo, “Il gruppo libertario cetrarese. Emigrazione e coscienza anarchica: carte di polizia di sovversivi cetraresi in Argentina”

Edito da Klipper Edizioni, Cosenza, 2008, 117 p.

Prefazione di Katia Massara
Nel periodo della grande emigrazione moltissimi calabresi elessero a loro patria d’adozione l’Argentina, nella speranza che questa scelta difficile e dolorosa sarebbe stata prima o poi ripagata. Per molti fu così. I sacrifici, la fatica dell’adattamento, la ricostruzione della propria esistenza su basi completamente nuove e in un contesto sconosciuto furono premiati dalla conquista di un livello di vita che in patria non sarebbero probabilmente mai riusciti a raggiungere. A partire dal 1875 e fino al 1940 la Calabria registrò un incremento sempre maggiore degli espatri; partita dalla nona posizione nella graduatoria delle regioni italiane, negli anni immediatamente successivi al 1900 arrivò al secondo posto, dopo l’Abruzzo-Molise, fino al 1920 e dopo il Friuli Venezia Giulia fino al 1940. La provincia più interessata al fenomeno fu Cosenza e, al suo interno, i circondari di Castrovillari e di Paola. Fu un’emigrazione prevalentemente maschile, almeno nella prima fase. Una volta consolidata la loro posizione, i calabresi furono per lo più raggiunti dalle loro famiglie, le quali nel frattempo venivano sostenute dalle rimesse che – spesso per molti anni – i loro congiunti facevano affluire in patria, determinando così un netto miglioramento del livello socio- economico della regione, permettendo l’acquisto di case e terre e sostenendo, tramite l’afflusso di moneta circolante, le nascenti attività creditizie. Ma vi fu indubbiamente anche un ritorno in termini di crescita culturale della regione, di cambiamento delle mentalità e dei valori di riferimento, di miglioramento delle condizioni di vita e dell’alimentazione, di richieste di maggiore partecipazione civile, di aggregazione e rivendicazione dei diritti fondamentali. Uno degli effetti più dirompenti prodotti dall’emigrazione fu, ad esempio, la massiccia alfabetizzazione della popolazione calabrese e meridionale in genere, dovuta alla raccomandazione degli “americani” di imparare a leggere e a scrivere, perché le persone istruite facevano più fortuna. Gli studi sull’emigrazione si sono arricchiti da qualche anno di un nuovo aspetto, prima scarsamente considerato: quello dell’emigrazione “sovversiva”, ossia delle persone considerate politicamente sospette e pertanto continuamente sorvegliate dalle autorità di polizia dei paesi ospitanti e dalle ambasciate e consolati italiani. Le carte di polizia – e in primo luogo il Casellario politico centrale – ci restituiscono in questo senso il clima e le immagini di luoghi e tempi non tanto lontani. I calabresi che, partiti quasi sempre privi di qualsiasi connotazione politica, svolsero all’estero un’intensa attività arrivando a ricoprire ruoli di prestigio all’interno delle organizzazioni sindacali, operaie e partitiche, inserendosi rapidamente nei movimenti di lotta e fornendo spesso un contributo determinante per il progresso civile fuori d’Italia, costituiscono certamente uno degli aspetti più originali fra quelli sino ad ora messi in luce. A contatto con la nuova e più stimolante realtà vissuta all’estero molti calabresi si politicizzarono, confluendo in massima parte nei gruppi anarchici. In particolare, dei circa 3.000 “sovversivi” calabresi schedati nel Casellario e in altre fonti di polizia, gli anarchici costituiscono una parte rilevante, oltre un quinto del totale. La loro condizione sociale è alquanto modesta, così come il loro grado di istruzione; se da una parte sono destinati a svolgere i lavori meno remunerativi riservati alla manodopera non qualificata, dall’altra molti di loro sono impegnati in attività legate all’artigianato, che gli consentono di avere contatti diversificati e continui con i loro clienti e che, proprio per questo, gli impongono la comprensione rapida della lingua e della situazione generale del nuovo paese. Il dato impressionante è il numero degli anarchici calabresi che scelgono di emigrare: su 533, ben 430, pari ad oltre l’80% del totale, ossia la percentuale di gran lunga più elevata di emigranti rispetto a quella degli altri colori politici. Accanto a questo, un altro dato emerge con particolare evidenza: tra i flussi migratori, quello verso l’Argentina è decisamente eccezionale. Se infatti la maggior parte degli anarchici calabresi si stabilisce nell’America centro-meridionale (circa il 77%), l’Argentina – e soprattutto Buenos Aires – viene scelta dal 67% circa di essi, seguita, ma molto alla distanza, dal Brasile e da pochi altri paesi latino-americani. L’Argentina e il Brasile, del resto, che possedevano immense quantità di terre da coltivare e poche braccia da utilizzare, avevano adottato dalla fine dell’ultimo ventennio dell’Ottocento una politica di accoglienza per gli immigrati che prevedeva addirittura, oltre alla casa e agli animali da lavoro, anche la distribuzione gratuita del biglietto di viaggio. Ma non erano solo motivazioni di ordine economico ad esercitare una forte attrazione; non va dimenticato infatti che gli immigrati italiani erano accolti anche in omaggio alla comune origine latina, che abbatteva quasi del tutto le barriere linguistiche e rendeva molto più semplice l’integrazione. L’influenza dell’immigrazione italiana sul movimento anarchico argentino, che si identificava sostanzialmente con quello operaio e che si contraddistinse sempre per un forte attivismo, fu indubbiamente rilevante, grazie anche alla presenza, tra la fine dell’Ottocento e i primissimi anni del Novecento, di Errico Malatesta e Pietro Gori. Teorizzando come strategie di lotta lo sciopero, il sabotaggio e il boicottaggio, il movimento anarchico riuscì a incanalare energie e consensi intorno a un progetto di democrazia diretta, di solidarismo e di azione rivoluzionaria che si rendeva veramente interprete dei bisogni e delle aspettative delle masse. Si trattava di lottare contro una sostanziale, se non formale, esclusione dalla partecipazione alla vita pubblica, contro un sistema politico-istituzionale fondato su una ristretta base sociale; per questi motivi, la protesta contro le istituzioni era assoluta e trovava la sua forma naturale di espressione nei metodi propri dell’anarchismo, precludendo al sindacalismo di tipo riformista la possibilità di attecchire. Molti anarchici calabresi confluirono nella Federación obrera regional argentina (FORA), il grande sindacato rivoluzionario protagonista, soprattutto nei primissimi anni del Novecento, di una stagione di lotte senza precedenti o in gruppi libertari come “Umanità Nova”. Ma oltre alla partecipazione ai gruppi propriamente anarchici, i calabresi crearono associazioni che si richiamavano ai paesi d’origine; tra queste, spicca per la sua forte caratterizzazione politica il “Nucleo libertario cetrarese” operante nella capitale argentina e denominato anche “Gruppo anarchico cetrarese”, “Senza patria” e “Senza patria e senza Dio”. Ad esso risultano affiliati alcuni calabresi, tra i quali Francesco Attanasio, che, oltre ad esserne per un certo periodo segretario, fu tra i promotori della sua costituzione, Angelo Antonucci di Giovanni Battista e Costantino Scardamaglia, che proprio a causa della sua appartenenza al gruppo il 21 maggio 1906 fu fermato e diffidato dalla polizia di Buenos Aires. Diversi di loro aderivano anche ad “Umanità Nova”, come il già citato Antonucci, Francesco Mannarino, Salvatore Niesi e Giuseppe Pepe; in particolare, Antonucci e Niesi furono più volte segnalati per i loro rapporti con il compagno di fede Severino Di Giovanni, notissimo anarchico giustiziato in Argentina. Il “Nucleo libertario cetrarese”, sul cui funzionamento e sulla cui organizzazione non abbiamo notizie precise, doveva avere comunque una forte capacità di attrazione, se ad esso si legarono anche calabresi originari di altri paesi della Calabria, come Francesco Mannarino di Fiumefreddo Bruzio, Costantino Scardamaglia di Nicotera e, soprattutto, Giovanni D’Acqui di Corigliano, che preferì questa affiliazione a quella all’associazione costituita dai suoi stessi compaesani, ossia al gruppo dei “Coriglianesi uniti” (che poi si scisse nella “Cor Bonum” e nella “Fratellanza coriglianese”), operante anch’essa a Buenos Aires e composta in massima parte da operai e braccianti, ma meno caratterizzata politicamente. Il lavoro di Angelo Pagliaro offre all’attenzione degli studiosi e dei non addetti ai lavori le sintesi biografiche, dedotte concettualmente dai rispettivi fascicoli personali, degli appartenenti al gruppo libertario cetrarese, arricchendo il testo con l’individuazione degli altri anarchici cetraresi emigrati in Argentina e oggetto di interesse da parte delle autorità a causa della loro presunta o reale pericolosità politica e con la riproduzione di documenti originali. I fascicoli personali esaminati (conservati in copia presso il Dipartimento di Storia dell’Università della Calabria) contengono non soltanto i verbali di interrogatorio, rapporti di carabinieri e polizia e relazioni dei confidenti, ma anche scritti autografi e tutta una serie di documentazione non ufficiale che ci restituisce nella sua integrità sia il modo in cui i “sovversivi” calabresi venivano percepiti e rappresentati dalle autorità italiane e da quelle diplomatiche all’estero sia quello con il quale, viceversa, essi stessi descrivevano la propria condizione nelle lettere inviate ai familiari e agli amici. Tante storie si intrecciano e contribuiscono a rendere più profondo il solco di quella microstoria che indaga più accuratamente sulle nostre radici e la cui dignità non è seconda a quella della storia nella sua dimensione più ampia e conosciuta. Questo studio ha dunque il merito di svelare un argomento poco noto della nostra storia e di fornire un input a chi fosse interessato a proseguire gli studi su tali temi, ampliando o restringendo il campo di interesse a uno o più aspetti. Uno, tra i tanti, mi sento di fornirlo io stessa. Il Casellario politico centrale contiene, accanto a quelli degli anarchici, i fascicoli personali di comunisti, socialisti, antifascisti, demoliberali, massoni, popolari, giellini, radicali, liberali, disfattisti calabresi che, in patria o all’estero, svolsero un’azione definita a vario titolo antinazionale e comunque tale da meritare la paziente e pressoché ininterrotta vigilanza delle autorità di pubblica sicurezza, ovviamente accuratissima soprattutto durante il ventennio fascista. La zona del medio e dell’alto Tirreno cosentino fu particolarmente attiva su questo fronte. Mi auguro che questo lavoro solleciti la curiosità di chi, con lo stesso zelo e con la stessa pazienza di Angelo, intenda proseguire in questa direzione.

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Pagliaro Angelo, “Guazzabuglio di paese. Gli scontri del 1° maggio 1920 a Paola, la morte di Nicola De Seta e il complotto antisocialista”

Edito in proprio, San Lucido (Cs), Ottobre 2011, 180 p.

Paola, primo maggio 1920, ore 18.30. Durante una manifestazione non autorizzata si scatena, nel corso principale del paese, una grande rissa. Si fronteggiano, da una parte i radical-socialisti e dall’altra i popolari. Il vero movente dello scontro è l’odio che da anni cova negli animi esacerbati di vari gruppi politici e familiari contrapposti. Si lanciano pietre, ci si prende a bastonate e si spara da ambo le parti con rivoltelle e fucili. Qualcuno pensa che sia giunto il momento di farla pagare all’On.le Domenico Miceli- Picardi che, irresponsabilmente, nonostante le raccomandazioni dei responsabili dell’ordine pubblico, è sceso dalla sua abitazione per marciare in testa al corteo verso la sede socialista. Un colpo di arma da fuoco a lui indirizzato attinge, per sbaglio, Nicola De Seta, il capolega dei contadini poveri paolani. De Seta, colpito a morte, si accascia esanime al suolo e, come se non bastasse, viene aggredito e ferito a colpi di rasoio. Chi ha sparato? Il colpo mortale è partito da un balcone o dal terrapieno? Le testimonianze raccolte sono le più diverse. Vengono arrestati popolari, socialisti e massoni che verranno rilasciati dopo qualche giorno. Si redige una relazione autoptica che, paradossalmente, scagiona tutti e, grazie alla “provvidenziale” testimonianza di una “mala femmina”, viene accusato dell’assassinio un certo Luigi Cinelli, militante dello stesso partito della vittima. Nonostante alcune evidenze che contrastano con la verità ufficiale, la propaganda clericale ha ormai preso il via e Nicola De Seta diventa un martire della violenza rossa. Nei documenti pubblicati in questo libro le verità nascoste di un caso che, dopo novant’anni, è ancora aperto.

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Liguori Domenico, “La Rivoluzione del Paradosso. La crisi italiana tra passato, presente e futuro. Appunti per un’alternativa libertaria, autogestionaria e federalista”

Edito da BFS, Pisa, 1994, 126 p.

Breve saggio di analisi della situazione di transito italiana, in cui la classe politica che ha raggiunto un tasso di corruzione da repubblica da operetta cerca – con successo – di riciclarsi. Una stimolante panoramica che spazia dal crollo delle ideologie, fino ai malanni di tangentopoli, puntando sulla necessità di una alternativa libertaria.

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