Collettivo donne sparse (poche e o tante) in libertà vigilata, “Appunti e voci varie di donne sul carcere”

Edito da Centro Internazionale Diffusione Stampa, Roma, 1978, 16 p.

Estratto dall’inizio dell’opuscolo
Tutta la nostra esistenza è preordinata secondo norme che ci espropriano.
La vita quotidiana della donna è ritmata da gabbie successive: le mura della casa, i suoi ruoli (figlia, moglie, madre), il lavoro. Apparentemente sono gabbie aperte, in realtà la donna vi è rigettata continuamente dentro come unico luogo dove il cosiddetto femminile può esprimersi.
Riusciamo a liberarci… che già ci troviamo incarcerate in un altro ruolo. Questa spirale oppressiva e annientatrice di noi come persone si rafforza e prende terreno proprio mentre la società ci “accetta” e si rispecchia.
C’è anche una nostra necessità di essere accettate; questa, se da una parte costruisce tutte le deformazioni e le storture dei nostri bisogni, dall’altra ci costringe ad adattarci a comportamenti imposti. In noi stesse c’è il divieto, l’abitudine, l’adattamento.
LE NUOVE, le sue mura di cinta danno un senso di terrore. Sembrano ‘‘l’estraneità”’’ dello stato, espressione fisica e visibile del luogo separato, l’espiazione della pena. Sembrano fuori del nostro percorso, già così rigidamente articolato; un iceberg di vite sopravvissute. Ma corrispondono per negativo ad una rottura violenta nel sociale o ad una ‘devianza’ dalla norma.
Per poter dire qualcosa sul carcere come istituzione bisogna capire le fasi di incarceramento nel nostro quotidiano, come donne. Ricostruirle a ritroso, scardinare le norme per collocarci interamente e consapevolmente nel sociale. Le gabbie: del ruolo sono elemento di ricomposizione: la donna che sta al suo posto è funzionale a conservare e a riprodurre gli stessi rapporti sociali. L’istituzione carcere, intervenendo su un rifiuto, su una ribellione sociale e politica, riconferma l’ordinamento esistente ed è perciò interna alla nostra pratica di vita.

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Zarcone Pier Francesco, “L’anarchismo portoghese. Dalle origini ai garofani dell’illusione, e oltre”

Edito da I Quaderni di Alternativa Libertaria, Fano, 2003, 72 p.

La grande esplosione di rivolta sociale iniziata nel secolo XIX si è notoriamente propagata a livello di massa nella penisola iberica. Al riguardo il pensiero corre subito alla grande epopea anarchica e comunista libertaria della Spagna, ma pochi sanno che il fenomeno non lasciò affatto indenne l’altro (e poco focalizzato) paese della penisola: il Portogallo, rimasto fino al 1975 la più arretrata regione dell’Europa occidentale. Eppure in questo paese l’anarchismo, almeno fino agli anni ’40, aveva costituito la corrente ideologica predomi­nante nella classe operaia.

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Radames, “Il fronte unico rivoluzionario”

Edito da Cooperativa Tipografica Proletaria, Bologna, 1920, 22 p.

Estratto dalla biografia di Luigi Fabbri, redatta da Santi Fedele
L’opuscolo redatto da Luigi Fabbri “parte dalla considerazione della situazione rivoluzionaria creata dalla guerra per individuare il compito che l’ora drammatica e decisiva (l’alternativa, egli scrive è tra “la liberazione e l’abisso”, tra una rivoluzione proletaria vittoriosa o una repressione quanto mai sanguinosa) assegna agli anarchici: “incuneare nella grande insurrezione impulsiva delle folle una azione insurrezionale di minoranze coscienti che dia un’anima e un indirizzo alle masse”. Affinché ciò sia possibile, argomenta Fabbri, non vale di certo la ricerca delle alleanze con l’accomodante parlamentarismo dei socialisti riformisti né con il verboso rivoluzionarismo di quanti parlano a ogni piè sospinto di rivoluzione rimandandone sempre al domani la messa in atto. Né può risultare idonea alla preparazione di un’insurrezione popolare vittoriosa – sostiene Fabbri – la strategia del fronte unico dall’alto, organismo burocraticamente centralizzato e come tale incompatibile con la formazione di una forza armata proletaria che se formalmente irreggimentata dall’alto verrebbe inevitabilmente scoperta, mentre ben maggiori possibilità di successo avrebbe la tattica, indicata dagli anarchici, del fronte unico rivoluzionario di base costituito da locali gruppi rivoluzionari d’azione “fra individui anche di partiti diversi, ma che personalmente si conoscono, sono amici, ed hanno stima reciproca l’uno dell’altro”. Questi gruppi, “comitati spontanei e volontari esercitanti sull’ambiente esterno una funzione iniziatrice, esecutiva e direttiva”, si sarebbero assunti l’incarico di quella “preparazione pratica e tecnica indispensabile” dell’insurrezione, sulla quale viene mantenuta dal relatore un ovvio riserbo, peraltro esteso alle modalità di collegamento e di raccordo, a livello regionale e nazionale, tra i locali gruppi rivoluzionari.

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Nota dell’Archivio
-Radames era uno dei vari pseudonimi di Luigi Fabbri

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Abiti-Lavoro. Quaderni di scrittura operaia

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Durata: 1981-1993
Luogo: Arcore
Periodicità: Semestrale fino al 1984, annuale dal 1985
Pagine: varia

Nota dell’Archivio
-Presente soltanto il n. 16

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Arnao Giancarlo, “Proibito capire. Proibizionismo e politiche di controllo sociale”

Edito da Edizioni Gruppo Abele, Torino, Febbraio 1990, 143 p.

In tanto parlare, scrivere, dibattere, deliberare, legiferare attorno alle “droghe” cui assistiamo oggi in Italia e altrove, di questa ma­croscopica contraddizione non sembra esservi traccia nei mass me­ dia e negli ambienti politici. Negli ultimi anni, si è tuttavia andato sviluppando in diversi paesi un filone di ricerca orientata alla valu­tazione delle conseguenze concrete di quasi ottanta anni di proibi­zionismo, attraverso l’analisi critica del fenomeno nei suoi aspetti medici, politici, sociali, economici, culturali. Il libro di Arnao fa il punto su questa ricerca, ricorrendo il più possibile alla concretezza dei dati. Si sforza inoltre di spiegare le di­namiche, i significati, le implicazioni politiche del controllo sociale delle “droghe” illegali. Il titolo Proibito capire (parafrasato da Thomas Szasz) parte ap­punto dall’ipotesi che la filosofia della proibizione della “droga”, avendo radici e significati assai profondi nell’immaginario collettivo, si salda con l’inibizione ad affrontare il problema secondo coordina­te razionali.

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Mele Annino, “Mai. L’ergastolo nella vita quotidiana”

Edito da Sensibili alle foglie, Dogliani (Cn), Ottobre 2005, 111 p.

“L’assenza di un fine pena certo può essere considerato il primo basi­ lare dispositivo su cui si fonda l’istituto dell’ergastolo, ed è questa durata infinita della pena che la rende specifica nella sua quotidiana esecuzione. Si potrebbe dire che se con la pena di morte lo Stato toglie la vita ad una persona, con l’ergastolo se la prende”.
Così Nicola Valentino introduce alla lettura di questo libro nel quale Annino Mele racconta l’esperienza quotidiana del carcere, vissuta da un uomo il cui fine pena è fissato al 99/99/9999. Mai. Una narra­ zione che svela senza reticenze il falso mito della funzione rieduca­trice del carcere e quello della presunta virtualità dell’ergastolo nel sistema penale e giudiziario attuale. Come se questa pena non fosse realmente scontata dagli ergastolani. Un libro che descrive i dispo­sitivi del carcere, le sue banali violenze quotidiane (che si possono tradurre in un dispetto о in un suicidio), i suoi misteri irrisolti (come l’epidemia di febbre Q nel carcere del Bassone e le voci che sotto a quelle fondamenta sia stata sepolta la diossina di Seveso). L’autore per questo racconto si rivolge ad una donna che non c’è più e anche questa sembra essere una delle risorse cui attinge per non essere ghermito dal mostro. L’interrogativo che questo libro vuole porre è se non sia giunto il momento di abolire, con un guizzo di civiltà, la pena dell’ergastolo.

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Ferrua Pietro, “Surrealismo e anarchismo. La collaborazione dei surrealisti al Libertaire , Organo della Fédération Anarchiste Française”

Edito dall’Arkiviu-Bibrioteka “T. Serra”, Guasila (Ca), 1996, 32 p.

Questo lavoro è tratto da un quaderno di note, accumulatesi nel corso degli anni. Avendo seguito in prima persona lo svolgimento degli eventi come abbonato al Libertaire dagli anni ’40 ed alle riviste surrealiste negli anni ’50, ho avuto più tardi occasione di consultare la maggior parte delle fonti di parte anarchica allorché predisposi lo schedario del Centre International de Recherches sur l’Anarchisme che avevo fondato a Ginevra nel 1957. Utilizzai per la prima volta le mie note in una conferenza tenuta a Rio de Janeiro per conto del Centro de Estudos Sociais Professor José Oiticica, attorno al 1965. Successivamente ebbi modo di riparlarne con mag­ giore ampiezza durante i corsi sulle avanguardie che svolsi dapprima presso il Cen­tro Brasilero de Estudos Internacionais e, quindi, all’Alliance Française. sempre a Rio de Janeiro, negli anni 1966-1969. Il materiale raccolto avrebbe dovuto essere utilizzato per una tesi di dottorato ma dovetti lasciare bruscamente il Brasile sicché il progetto fu rinviato. Lo ripresi poi con la speranza di ampliare la mia ricerca, quando posi la mia candidatura, nel corso degli anni ‘70, a diverse borse di studio della Fondazione Guggenheim, del Social Science Research Council e dell’ American Philosophical Society che – nonostante il caldo appoggio di J.H. Matthews e di Anna Balakian – mi vennero rifiutate. La corrispondenza intrattenuta con Sir Herbert Read, José Pierre, Maurice Joyeux, le conversazioni con Roland Breton, Jean-Louis Bédouin, Vincent Bonoure e André Bernard (a Parigi), con Roland Breton (a Portland) e con Anna Balakian (a Budapest ed a Aix-en-Provence) non fecero che arricchire il mio dossier. Una borsa dell’Institut Francois di Washington, una borsa di studio ed una di viaggio del Lewis and Clark College – cui sono grato – mi hanno infine consentito di spostarmi e di consultare, microfilmare о fotocopiare alcune rare col­ lezioni di documenti surrealisti od anarchici.

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Note dell’Archivio
-Il “Documento n. 3 (André Breton: La Claire tour)” a pag. 30 è semi-illegibile a causa della scansione fatta
-Traduzione dal francese di “Surréalisme et Anarchisme”, Monde Libertaire, Parigi 1982.
-La seconda edizione francese è stata editata dall’Atelier de Création Libertaire, Lione, 1992.
-La prima edizione italiana è stata editata da Galleria Sileno, Genova, 1983

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Staffetta Eat the Rich a Ventimiglia

Ventimiglia, 2015, 28 p.

La Rete Eat the Rich con il sostegno dell’associazione CampiAperti attiva una staffetta di solidarietà attiva per il Presidio NoBorders di Ventimiglia. Siamo una rete di cucinieri sovversivi, piccoli (auto)produttori e gruppi d’acquisto. Da martedì 23 Giugno partiremo per attrezzare una cucina di strada e un piccolo media-center. Andremo oltre la pratica caritatevole del distribuire pasti, coinvolgendo i produttori del territorio attorno a Ventimiglia, la comunità locale e tutti i soggetti attivi nella gestione della cucina e il recupero delle materie prime. Daremo un contributo materiale a quanti stanno resistendo agli infami respingimenti sul confine francese. Lottiamo per l’accesso a un pasto genuino anche per chi rivendica la libertà di fuga e di movimento.
Rete Eat thè Rich – gastronomia precaria

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Centro Popolare Firenze Sud, “7 anni di condanna per aver protestato contro la guerra in Jugoslavia”

Firenze, 2009, 8 p.

Le sentenze a 7 anni di condanna per i fatti del 1999 in occasione dello sciopero del sindacalismo di base sono un chiaro atto intimidatorio verso tutti/e. Si stabilisce così l’impunità per i veri responsabili delle cariche e dei pestaggi. Dei lacrimogeni sparati ad altezza uomo. Ma si condanna a pene pesanti i manifestanti per la loro responsabilità di trovarsi in prima fila a manifestare contro la guerra della NATO in Jugoslavia.

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Subcomandante Marcos, “La quarta guerra mondiale è cominciata”

Edito da Il Manifesto, Roma, 1997, 74 p.

Raccolta di testi di Marcos e gli interventi di Bettini e Revelli sulla rivoluzione zapatista e la sua influenza nel mondo della fine degli anni ’90.

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Nota dell’Archivio
-Mancano le pagg. 70-74

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