Ferrua Piero, “Gli anarchici nella rivoluzione messicana: Praxedis G. Guerrero”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Giugno 1976, 165 p.

Prefazione
Non era ancora avvenuto, nel continente americano, un caso di permanenza al potere come quello di Porfirio Diaz nel Messico; non era neppure mai stato architettato un regime così solido, dispotico ed autocratico come quello di questo lugubre personaggio. Si era sollevato in armi contro il liberalismo dell’indiano di Oaxaca, Benito Juárez, in nome dell’antirielezionismo ed era finito per restare al comando supremo per ben trentaquattro anni in rielezioni successive, sinché la ribellione del popolo messicano si generalizzò nel 1910 e mise fine al regno oppressivo e alla schiavitù di fatto delle grandi masse contadine senza terra e degli operai delle fabbriche tessili e altre. Al vertice della piramide politica, economica e sociale del paese azteco, un uomo senza scrupoli avente al suo servizio una rete di servitori ossequiosi o di suoi protetti nelle alte cariche amministrative dello Stato, al Parlamento, nei governi lo­cali, nelle circoscrizioni politiche distrettuali, e alla base il 95 per cento della popolazione soggiogata, miserabile, analfabeta, spodestata dalle terre ereditate dal regime colo­niale spagnuolo, e inoltre una minoranza di grandi latifon­disti, di commercianti ambiziosi e di industriali stranieri senza scrupoli morali. Contro questa mostruosità antigiuridica e antisociale cominciarono ad agitarsi alcuni giovani, in maggioranza studenti, applauditi da gente del popolo, che si dedicarono all’apostolato della stampa e della parola, benché tale ri­sorsa fosse stata anch’essa debilitata e sottomessa al ca­ priccio dei giudici e all’arbitrio poliziesco. Sin dall’ultimo decennio del secolo scorso, assistiamo ad esplosioni di pro­ testa come quelle indette nella sede del giornale El Hijo del Ahuizote nel 1893, contro la nuova rielezione di Porfirio Díaz, quando i giovani protestatari più attivi si affacciarono al balcone annunciando con un gran cartellone « la Costi­tuzione è morta ». Tutto ebbe fine con l’irruzione delle forze poliziesche e dell’esercito che fecero diversi feriti e imprigionarono gli altri nel famigerato carcere di Belén, un covo spaventoso di torture da dove difficilmente si usciva vivi. Come lievito permanente di tale agitazione apparvero sin dalla prima ora i fratelli Flores Magón, Ricardo, Jesús e il minore di loro, Enrique. Dopo molte frustrazioni, nel 1900 sorge il giornale Regeneración nella capitale messicana, dapprima apparentemente come organo di critica al sistema giudiziario imperante, ma presto attaccando apertamente il regime porfirista. Le persecuzioni raddoppiarono, i re­dattori di Regeneración trascorrevano lunghi periodi nelle prigioni e non si piegavano né deponevano le armi. Il porfirismo decise allora che i Flores Magón non dovevano scri­vere in nessun giornale del Messico, la loro parola doveva essere messa a tacere. Jesús Flores Magón, in procinto di laurearsi in legge, giudicò sterile il sacrificio e si ritirò dalla lotta. Ricardo, con Librado Rivera, Santiago de la Hoz, Camilo Arriaga, Juan Sarabia e molti altri, la mag­gior parte dei quali erano incarcerati, decisero di conti­nuare dall’estero la guerra al porfirismo che ormai non potevano più condurre nel loro paese e, nel 1904, attra­versarono come meglio potettero la frontiera messico-americana. Durante questo esodo forzato non mancarono drammi penosi, come la scomparsa di Santiago de la Hoz, il poeta e giornalista di Veracruz, che annegò mentre fa­ceva il bagno nel Rio Bravo. Ricardo Flores Magón e i suoi compagni riprendono la pubblicazione, nel « paese dei bravi e dei liberi » dell’organo Regeneración, riorganizzano il Partito Liberale Messicano, stabilirono nel 1908 un programma di imperiose rivendica­zioni (i cui postulati vennero poi accolti nella Costituzione messicana del 1917) e propagano la rivoluzione mediante la propaganda e l’esempio. Il giornale è perseguitato dalle autorità americane, dalle agenzie private di investigazione al soldo del governo del Messico, con la complicità del servizio postale, che permette il controllo e il registro della corrispondenza sospetta. Ricardo e compagni vanno da un ‘processo all’altro, da una prigione all’altra, fin quando Ricardo muore nel penitenziario di Leavenworth, nel Kansas, verso la fine del 1922. Quella battaglia degli esuli messicani fu un calvario da far rabbrividire che quando eravamo giovani seguivamo attraverso la nostra stampa dall’Europa e dall’America, con ammirazione e simpatia. Ricardo, che era un anarchico istintivo, non tardò a dichiararsi tale coi suoi amici intimi, senza tuttavia allontanarsi un millimetro dalla realtà in­ sopportabile del suo popolo. La rivoluzione messicana fu incarnata in Ricardo come simbolo, dentro e fuori del Messico. Ma non era solo, lo assecondavano e contribuivano al suo sforzo gigantesco molti altri oltre al fratello Enrique, oltre a Librado Rivera, oltre ad una pleiade magnifica di combattenti, fra i quali Práxedis G. Guerrero. Dobbiamo confessare che poco più di mezzo secolo fa, avevamo informazioni per sapere qualcosa di più di Guer­rero, quando leggevamo i suoi lavori su Punto Rojo, il gior­nale da lui pubblicato a E1 Paso (Texas), su Regeneración di Los Angeles (California) e su altri organi di stampa che vedevano la luce negli stati americani limitrofi; ci seduceva lo stile letterario, la profondità del pensiero, il soffio liber­tario che emanava da ogni frase e da ogni nota, e ci avvin­ceva la combattività, l’abnegazione, la comprensione delle esigenze di quell’ora. Si era unito al gruppo di Flores Magón sin dal 1906 e non tardò a diventare uno dei suoi compagni intimi e a colmare il vuoto lasciato dagli altri dirigenti del movimento quando dovevano scontare le loro condanne. Già nel 1906 ha inizio la lotta armata da parte di con­ tingenti guerriglieri articolati dentro e fuori del Messico; continua con nuovi sollevamenti nel 1908 e negli anni suc­cessivi; Francisco I. Madero proclama il piano di San Luis Potosí e prende le armi nel 1910 e le guerriglie del magonismo libertario danno il loro apporto a questa crociata, come quella di Prisciliano G. Silva, come i tentativi di Jesús M. Rangel, come quella della Bassa California e di tante altre località del paese, come quella di Práxedis G. Guerrero, che si impadronì di Casas Grandes, verso la fine del 1910, sconfisse i difensori di Janos e quando credeva che tutto il villaggio fosse sotto il suo controllo, una pal­lottola notturna mise fino alla sua vita, senza che si sapesse se si trattò di un errore o dell’azione di un nemico nascosto. La morte di Guerrero fu una tragedia, una perdita irre­parabile per il movimento rivoluzionario messicano, una perdita per il Messico, perché si trattava di una brillante promessa che aveva già dato la misura del suo valore nei pochi anni di attività. Guerrero era il rampollo di una famiglia ricca, nato nel podere de Los Altos de Ibarra, non lungi da Leon, Guanajuato. Aveva abbandonato la sua posi­zione di privilegiato e aveva scelto la via dell’esilio negli Stati Uniti per lavorarvi come manovale, assieme al com­pagno Francisco Manrique, con cui aveva frequentato le scuole elementari e che vide morire in un altro tentativo di guerriglia cui entrambi prendevano parte. Allorché Guerrero intraprese la sua ultima azione alla testa di un nutrito gruppo di guerriglieri, Ricardo Flores Magón e Librado Rivera erano in carcere. Se non fosse stato così, riteniamo che lo avrebbero dissuaso dall’esporsi personalmente, perché sapevano quanto valesse e perché per Ricardo era come un fratello minore. L’impresa in cui si giocava la vita aveva probabilità di espandersi, di con­ centrare nuove forze combattenti, però aveva maggiori probabilità di trasformarsi in tragedia, dato che le forze militari del porfìrismo erano più forti e disponevano di ogni mezzo per l’attacco e per la difesa. Uomini della tempra di Guerrero sono più utili all’umanità e ai popoli come seminatori vivi che come simboli eroici morti. Quello che Guerrero avrebbe potuto ottenere con la sua penna e la sua presenza, non lo avrebbe potuto ottenere col fucile in mano. Santiago de la Hoz affogato nel Rio Bravo, Guerrero morto a Janos, rimase solo Ricardo Flores Magón con una statura da lottatore imperterrito; al contrario il trio avrebbe potuto costituire una fucina di grandi possibilità per un nuovo Messico, non essendocene in quegli anni un’altra di tale qualità, di simile chiaroveggenza, di uguale impulso per mobilitare coscienze e braccia. Parecchi anni or sono, traducemmo un saggio di Max Nettlau su Gustavo Landauer, assassinato nel corso della rivoluzione dei consigli di Baviera nel 1919, una perdita dolorosa per il pensiero libertario in Germania e nel mondo. Nettlau, che non ignorava quanto Gustavo Landauer potesse dare al mondo col suo talento, col suo valore intel­lettuale e il suo esempio, non esitò a dichiarare la sua osti­lità contro il fatto che uomini di tale taglia si sacrificassero in azioni d’importanza relativa come quelle della Räterepu­blik. Confessiamo che ci dolse non poco il giudizio del grande storiografo del socialismo al quale tanto dobbiamo, perché pensavamo che una causa come era quella della libertà e della giustizia non ammetteva divario fra pensiero e azione. Nel corso degli anni siamo giunti alla stessa conclusione del Nettlau riguardo Landauer. E ci siamo ralle­grati quando abbiamo saputo che Rudolf Rocker aveva potuto eludere all’ultima ora il destino che gli prospettava il trionfo di Adolfo Hitler in Germania, perché potè darci ancora per molti anni il risultato delle sue esperienze e della sua conoscenza dei problemi dell’uomo e del mondo. Se dipendesse da noi, cercheremmo di risparmiare vite preziose anziché stimolarle al sacrificio in tentativi di dubbia utilità. Un Praxedis G. Guerrero, con la penna in mano, ci sarebbe stato infinitamente più prezioso che non la sua fine eroica all’età di ventott’anni. Pietro Ferma è stato sedotto, come noi, dai combattenti magonisti, e ha saputo valorizzare il loro pensiero e la loro azione esemplare in vari lavori sostanziosi di questi ultimi anni. Questa dedizione ci inorgoglisce e ce ne ralle­griamo straordinariamente perché Ferma riunisce tutte le condizioni affinché tale capitolo della presenza dei nostri compagni nella rivoluzione messicana venga presentato alle nuove generazioni senza deformazioni capricciose o settarie. La monografia da lui dedicata a Praxedis G. Guerrero con­ tiene tutto quello che una ricerca storica rigorosa può riu­nire su questa figura nobile e su questo modello che non può essere ignorato dagli amanti della libertà e della giu­stizia. Rende così un omaggio ben meritato allo scrittore, al propagandista, all’eroe senza macchia, che visse e morì per la liberazione del suo popolo, schiavizzato e martirizzato da una tirannia inumana, inumana come tutte le tirannie, di destra, di sinistra o di centro. Non dubitiamo che questo lavoro di Pietro Ferma riempia un vuoto nella nostra biblio­grafia e abbia l’accoglienza meritata.
DIEGO ABAD DE SANTILLAN
Buenos Aires, 20 luglio 1975

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Candido Giuseppe, Curtosi Filippo, Santopolo Francesco, “Francesco Barbieri. L’anarchico di Briatico. Una vita rivoluzionaria”

Edito da Non Mollare Edizioni, Roma, Agosto 2011, 119 p.

Nato in Calabria a San Costantino di Briatico, la storia di Francesco Barbieri, combattente antifascista, conosciuto col nomignolo di “Cicciu u’ professuri”, ha percorso i primi quarant’anni del ‘900. Partito da S. Costantino di Briatico a 26 anni, vi tornerà casualmente dopo l’estradizione dall’Argentina per riprendere subito il suo viaggio per il mondo, legando le sue vicende a quelle di grandi intellettuali come Camillo Berneri e Carlo Rosselli. Per Francesco Barbieri, l’Internazionalismo Proletario è stata una ragione di vita, fino all’estremo sacrificio consumato davanti alla canna di un mitra imbracciato da quelli che riteneva fossero della stessa parte. Per sopravvivere, avrebbe dovuto scegliere: tra diventare ‘ndranghetista” o sbirro; Barbieri non sceglie né l’uno né l’altro: diventa libertario, socialista rivoluzionario, radicale e anarchico, con una pronta e decisa avversione al fascismo. Un rivoluzionario libertario, assassinato da quelli che erano con lui a Barcellona per difendere la giovane repubblica, è l’evento più tragico che si consegna alla storia.

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Pagliaro Angelo, “Paolani, emigranti e ribelli. Carte di polizia di anarchici paolani emigrati in Sudamerica all’inizio del XX secolo”

2006, 59 p.

Le carte che qui presentiamo sono carte di polizia, ricche di timbri, cifre, sigle comprensibili solo agli addetti ai lavori. Sono firmate da prefetti, consoli, commissari di pubblica sicurezza. La maggior parte sono “riservate” e si caratterizzano per il linguaggio particolare, la ripetitività delle formule utilizzate, l‟ortografia. I sorvegliati sono gli anarchici e i socialisti-anarchici paolani emigrati in Argentina e in Brasile all‟inizio del XX secolo. Una piccolissima parte di quei 572.000 lavoratori e disoccupati calabresi che nel primo decennio del novecento emigrarono alla ricerca di una nuova patria che garantisse loro migliori condizioni di vita. Contribuirono, con il loro impegno politico, all‟emancipazione delle classi lavoratrici di quei paesi, al loro riscatto morale, civile e politico ed alla crescita economica e culturale delle nazioni che li ospitarono. Questo lavoro vuole offrire un primo contributo a nuove iniziative di ricerca per quanto riguarda la storia dell‟emigrazione paolana. Storie di uomini semplici, di ribelli, trattati come reietti perché portatori di un mondo nuovo.

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Pagliaro Angelo, “Il gruppo libertario cetrarese. Emigrazione e coscienza anarchica: carte di polizia di sovversivi cetraresi in Argentina”

Edito da Klipper Edizioni, Cosenza, 2008, 117 p.

Prefazione di Katia Massara
Nel periodo della grande emigrazione moltissimi calabresi elessero a loro patria d’adozione l’Argentina, nella speranza che questa scelta difficile e dolorosa sarebbe stata prima o poi ripagata. Per molti fu così. I sacrifici, la fatica dell’adattamento, la ricostruzione della propria esistenza su basi completamente nuove e in un contesto sconosciuto furono premiati dalla conquista di un livello di vita che in patria non sarebbero probabilmente mai riusciti a raggiungere. A partire dal 1875 e fino al 1940 la Calabria registrò un incremento sempre maggiore degli espatri; partita dalla nona posizione nella graduatoria delle regioni italiane, negli anni immediatamente successivi al 1900 arrivò al secondo posto, dopo l’Abruzzo-Molise, fino al 1920 e dopo il Friuli Venezia Giulia fino al 1940. La provincia più interessata al fenomeno fu Cosenza e, al suo interno, i circondari di Castrovillari e di Paola. Fu un’emigrazione prevalentemente maschile, almeno nella prima fase. Una volta consolidata la loro posizione, i calabresi furono per lo più raggiunti dalle loro famiglie, le quali nel frattempo venivano sostenute dalle rimesse che – spesso per molti anni – i loro congiunti facevano affluire in patria, determinando così un netto miglioramento del livello socio- economico della regione, permettendo l’acquisto di case e terre e sostenendo, tramite l’afflusso di moneta circolante, le nascenti attività creditizie. Ma vi fu indubbiamente anche un ritorno in termini di crescita culturale della regione, di cambiamento delle mentalità e dei valori di riferimento, di miglioramento delle condizioni di vita e dell’alimentazione, di richieste di maggiore partecipazione civile, di aggregazione e rivendicazione dei diritti fondamentali. Uno degli effetti più dirompenti prodotti dall’emigrazione fu, ad esempio, la massiccia alfabetizzazione della popolazione calabrese e meridionale in genere, dovuta alla raccomandazione degli “americani” di imparare a leggere e a scrivere, perché le persone istruite facevano più fortuna. Gli studi sull’emigrazione si sono arricchiti da qualche anno di un nuovo aspetto, prima scarsamente considerato: quello dell’emigrazione “sovversiva”, ossia delle persone considerate politicamente sospette e pertanto continuamente sorvegliate dalle autorità di polizia dei paesi ospitanti e dalle ambasciate e consolati italiani. Le carte di polizia – e in primo luogo il Casellario politico centrale – ci restituiscono in questo senso il clima e le immagini di luoghi e tempi non tanto lontani. I calabresi che, partiti quasi sempre privi di qualsiasi connotazione politica, svolsero all’estero un’intensa attività arrivando a ricoprire ruoli di prestigio all’interno delle organizzazioni sindacali, operaie e partitiche, inserendosi rapidamente nei movimenti di lotta e fornendo spesso un contributo determinante per il progresso civile fuori d’Italia, costituiscono certamente uno degli aspetti più originali fra quelli sino ad ora messi in luce. A contatto con la nuova e più stimolante realtà vissuta all’estero molti calabresi si politicizzarono, confluendo in massima parte nei gruppi anarchici. In particolare, dei circa 3.000 “sovversivi” calabresi schedati nel Casellario e in altre fonti di polizia, gli anarchici costituiscono una parte rilevante, oltre un quinto del totale. La loro condizione sociale è alquanto modesta, così come il loro grado di istruzione; se da una parte sono destinati a svolgere i lavori meno remunerativi riservati alla manodopera non qualificata, dall’altra molti di loro sono impegnati in attività legate all’artigianato, che gli consentono di avere contatti diversificati e continui con i loro clienti e che, proprio per questo, gli impongono la comprensione rapida della lingua e della situazione generale del nuovo paese. Il dato impressionante è il numero degli anarchici calabresi che scelgono di emigrare: su 533, ben 430, pari ad oltre l’80% del totale, ossia la percentuale di gran lunga più elevata di emigranti rispetto a quella degli altri colori politici. Accanto a questo, un altro dato emerge con particolare evidenza: tra i flussi migratori, quello verso l’Argentina è decisamente eccezionale. Se infatti la maggior parte degli anarchici calabresi si stabilisce nell’America centro-meridionale (circa il 77%), l’Argentina – e soprattutto Buenos Aires – viene scelta dal 67% circa di essi, seguita, ma molto alla distanza, dal Brasile e da pochi altri paesi latino-americani. L’Argentina e il Brasile, del resto, che possedevano immense quantità di terre da coltivare e poche braccia da utilizzare, avevano adottato dalla fine dell’ultimo ventennio dell’Ottocento una politica di accoglienza per gli immigrati che prevedeva addirittura, oltre alla casa e agli animali da lavoro, anche la distribuzione gratuita del biglietto di viaggio. Ma non erano solo motivazioni di ordine economico ad esercitare una forte attrazione; non va dimenticato infatti che gli immigrati italiani erano accolti anche in omaggio alla comune origine latina, che abbatteva quasi del tutto le barriere linguistiche e rendeva molto più semplice l’integrazione. L’influenza dell’immigrazione italiana sul movimento anarchico argentino, che si identificava sostanzialmente con quello operaio e che si contraddistinse sempre per un forte attivismo, fu indubbiamente rilevante, grazie anche alla presenza, tra la fine dell’Ottocento e i primissimi anni del Novecento, di Errico Malatesta e Pietro Gori. Teorizzando come strategie di lotta lo sciopero, il sabotaggio e il boicottaggio, il movimento anarchico riuscì a incanalare energie e consensi intorno a un progetto di democrazia diretta, di solidarismo e di azione rivoluzionaria che si rendeva veramente interprete dei bisogni e delle aspettative delle masse. Si trattava di lottare contro una sostanziale, se non formale, esclusione dalla partecipazione alla vita pubblica, contro un sistema politico-istituzionale fondato su una ristretta base sociale; per questi motivi, la protesta contro le istituzioni era assoluta e trovava la sua forma naturale di espressione nei metodi propri dell’anarchismo, precludendo al sindacalismo di tipo riformista la possibilità di attecchire. Molti anarchici calabresi confluirono nella Federación obrera regional argentina (FORA), il grande sindacato rivoluzionario protagonista, soprattutto nei primissimi anni del Novecento, di una stagione di lotte senza precedenti o in gruppi libertari come “Umanità Nova”. Ma oltre alla partecipazione ai gruppi propriamente anarchici, i calabresi crearono associazioni che si richiamavano ai paesi d’origine; tra queste, spicca per la sua forte caratterizzazione politica il “Nucleo libertario cetrarese” operante nella capitale argentina e denominato anche “Gruppo anarchico cetrarese”, “Senza patria” e “Senza patria e senza Dio”. Ad esso risultano affiliati alcuni calabresi, tra i quali Francesco Attanasio, che, oltre ad esserne per un certo periodo segretario, fu tra i promotori della sua costituzione, Angelo Antonucci di Giovanni Battista e Costantino Scardamaglia, che proprio a causa della sua appartenenza al gruppo il 21 maggio 1906 fu fermato e diffidato dalla polizia di Buenos Aires. Diversi di loro aderivano anche ad “Umanità Nova”, come il già citato Antonucci, Francesco Mannarino, Salvatore Niesi e Giuseppe Pepe; in particolare, Antonucci e Niesi furono più volte segnalati per i loro rapporti con il compagno di fede Severino Di Giovanni, notissimo anarchico giustiziato in Argentina. Il “Nucleo libertario cetrarese”, sul cui funzionamento e sulla cui organizzazione non abbiamo notizie precise, doveva avere comunque una forte capacità di attrazione, se ad esso si legarono anche calabresi originari di altri paesi della Calabria, come Francesco Mannarino di Fiumefreddo Bruzio, Costantino Scardamaglia di Nicotera e, soprattutto, Giovanni D’Acqui di Corigliano, che preferì questa affiliazione a quella all’associazione costituita dai suoi stessi compaesani, ossia al gruppo dei “Coriglianesi uniti” (che poi si scisse nella “Cor Bonum” e nella “Fratellanza coriglianese”), operante anch’essa a Buenos Aires e composta in massima parte da operai e braccianti, ma meno caratterizzata politicamente. Il lavoro di Angelo Pagliaro offre all’attenzione degli studiosi e dei non addetti ai lavori le sintesi biografiche, dedotte concettualmente dai rispettivi fascicoli personali, degli appartenenti al gruppo libertario cetrarese, arricchendo il testo con l’individuazione degli altri anarchici cetraresi emigrati in Argentina e oggetto di interesse da parte delle autorità a causa della loro presunta o reale pericolosità politica e con la riproduzione di documenti originali. I fascicoli personali esaminati (conservati in copia presso il Dipartimento di Storia dell’Università della Calabria) contengono non soltanto i verbali di interrogatorio, rapporti di carabinieri e polizia e relazioni dei confidenti, ma anche scritti autografi e tutta una serie di documentazione non ufficiale che ci restituisce nella sua integrità sia il modo in cui i “sovversivi” calabresi venivano percepiti e rappresentati dalle autorità italiane e da quelle diplomatiche all’estero sia quello con il quale, viceversa, essi stessi descrivevano la propria condizione nelle lettere inviate ai familiari e agli amici. Tante storie si intrecciano e contribuiscono a rendere più profondo il solco di quella microstoria che indaga più accuratamente sulle nostre radici e la cui dignità non è seconda a quella della storia nella sua dimensione più ampia e conosciuta. Questo studio ha dunque il merito di svelare un argomento poco noto della nostra storia e di fornire un input a chi fosse interessato a proseguire gli studi su tali temi, ampliando o restringendo il campo di interesse a uno o più aspetti. Uno, tra i tanti, mi sento di fornirlo io stessa. Il Casellario politico centrale contiene, accanto a quelli degli anarchici, i fascicoli personali di comunisti, socialisti, antifascisti, demoliberali, massoni, popolari, giellini, radicali, liberali, disfattisti calabresi che, in patria o all’estero, svolsero un’azione definita a vario titolo antinazionale e comunque tale da meritare la paziente e pressoché ininterrotta vigilanza delle autorità di pubblica sicurezza, ovviamente accuratissima soprattutto durante il ventennio fascista. La zona del medio e dell’alto Tirreno cosentino fu particolarmente attiva su questo fronte. Mi auguro che questo lavoro solleciti la curiosità di chi, con lo stesso zelo e con la stessa pazienza di Angelo, intenda proseguire in questa direzione.

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Pagliaro Angelo, “Guazzabuglio di paese. Gli scontri del 1° maggio 1920 a Paola, la morte di Nicola De Seta e il complotto antisocialista”

Edito in proprio, San Lucido (Cs), Ottobre 2011, 180 p.

Paola, primo maggio 1920, ore 18.30. Durante una manifestazione non autorizzata si scatena, nel corso principale del paese, una grande rissa. Si fronteggiano, da una parte i radical-socialisti e dall’altra i popolari. Il vero movente dello scontro è l’odio che da anni cova negli animi esacerbati di vari gruppi politici e familiari contrapposti. Si lanciano pietre, ci si prende a bastonate e si spara da ambo le parti con rivoltelle e fucili. Qualcuno pensa che sia giunto il momento di farla pagare all’On.le Domenico Miceli- Picardi che, irresponsabilmente, nonostante le raccomandazioni dei responsabili dell’ordine pubblico, è sceso dalla sua abitazione per marciare in testa al corteo verso la sede socialista. Un colpo di arma da fuoco a lui indirizzato attinge, per sbaglio, Nicola De Seta, il capolega dei contadini poveri paolani. De Seta, colpito a morte, si accascia esanime al suolo e, come se non bastasse, viene aggredito e ferito a colpi di rasoio. Chi ha sparato? Il colpo mortale è partito da un balcone o dal terrapieno? Le testimonianze raccolte sono le più diverse. Vengono arrestati popolari, socialisti e massoni che verranno rilasciati dopo qualche giorno. Si redige una relazione autoptica che, paradossalmente, scagiona tutti e, grazie alla “provvidenziale” testimonianza di una “mala femmina”, viene accusato dell’assassinio un certo Luigi Cinelli, militante dello stesso partito della vittima. Nonostante alcune evidenze che contrastano con la verità ufficiale, la propaganda clericale ha ormai preso il via e Nicola De Seta diventa un martire della violenza rossa. Nei documenti pubblicati in questo libro le verità nascoste di un caso che, dopo novant’anni, è ancora aperto.

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Liguori Domenico, “La Rivoluzione del Paradosso. La crisi italiana tra passato, presente e futuro. Appunti per un’alternativa libertaria, autogestionaria e federalista”

Edito da BFS, Pisa, 1994, 126 p.

Breve saggio di analisi della situazione di transito italiana, in cui la classe politica che ha raggiunto un tasso di corruzione da repubblica da operetta cerca – con successo – di riciclarsi. Una stimolante panoramica che spazia dal crollo delle ideologie, fino ai malanni di tangentopoli, puntando sulla necessità di una alternativa libertaria.

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Massara Katia, Greco Oscar, “Rivoluzionari e migranti. Dizionario biografico degli anarchici calabresi”

Edito da BFS, Pisa, 2010, VIII+248 p.

Prefazione di Maurizio Antonioli
Questo libro, che per me è un piacere presentare, appare utile perché ci indica, o ci conferma una volta di più, a quale punto sia giunto lo stato di avanzamento degli studi su una componente rilevante del movimento operaio italiano, il movimento anarchico. Potrà sembrare inusuale iniziare la presentazione di un libro da considerazioni di ordine metodologico, e quindi specialistiche e per addetti ai lavori. Nondimeno questo mi pare il punto di vista euristicamente più interessante e ampio, quello che rende meglio l’interes­se di questo studio nonché la sua importanza nel definirne i legami con i lavori che lo cir­condano e le prospettive che ne possono scaturire. Vorrei partire, in queste mie brevi considerazioni, da una metafora coerente con la mia sempre coltivata, parallela, passione per la storia dell’arte. La storiografia del movimento anarchico, praticata per lungo tempo da molti studiosi con strumenti diversi, da angolazioni differenti, mossi da passione scientifica e sovente politica, è un affresco che ormai ha svela­to in gran parte il suo complesso e articolato soggetto. Alcuni studi di una fase pionieristica ormai lontana, di cui molti ricorderanno fra le caratteristiche principali i guizzi istintivi, gli spunti originali, la forte partecipazione da cui erano mossi, ebbero il merito di delimitare il perimetro dell’opera, di tratteggiarne il pae­saggio, di delinearne il profilo e lo sfondo. Per molto tempo il lavoro degli studiosi proseguì poi nel raffinare questo sfondo, nel definirne i contorni fino a renderlo preciso nei tratti e accogliente per i personaggi che avrebbe ospitato. Poi, per alcuni versi consapevolmente e per altri in modo irriflesso, alcu­ni anni fa si preparò un passaggio di fase da parte della quasi totalità degli studiosi che fino a quel momento avevano lavorato all’affresco. Mancavano, è vero, alcuni dei pionieri e fra gli altri si avvertiva la mancanza di Pier Carlo Masini, che, da grande conoscitore del movimento libertario, aveva avuto un ruolo certamente centrale nell’indicare la stra­ da da seguire e nell’ispirare l’opera. Questo passaggio di fase, a testimonianza della sua fondamentale importanza, dopo alcuni momenti interlocutori e tentativi falliti, ebbe bisogno di alcuni anni per maturare, ma infine si realizzò. Quando oltre un centinaio di studiosi, appassionati, riuniti attorno ai principali centri studi del movimento anarchico e in stretto collegamento con alcune strut­ture universitarie, sostenendo uno sforzo collettivo e comune di oltre due anni, riuscirono a realizzare il Dizionario biografico degli anarchici italiani, si passò, sempre per rimane­ re nella nostra metafora, alla raffigurazione, sullo sfondo suggestivo ormai ben definito, dei personaggi fondamentali dell’affresco del movimento anarchico italiano.
Ho scritto diverse volte dell’importanza di ricostruire e sistematizzare le biografie di molti personaggi di primo piano e di tessere la trama delle loro relazioni attorno ai momen­ti centrali che avevano segnato l’evoluzione della storia a cui essi appartenevano; e di come il prodotto di questo intenso lavoro abbia permesso infine di riavviare un nuovo corso della storiografia del movimento anarchico. Sono troppo modesti gli autori di questo studio quando definiscono il loro lavoro “com­plementare” a quello del Dizionario; poiché in realtà il loro lavoro, come altri incentrati su singole biografie che ho avuto modo di apprezzare in questo decennio ormai trascorso dal­ l’avvio del progetto nazionale, in realtà non solo proseguono, ma danno un senso al Dizionario e alla ulteriore fase degli studi, tuttora aperta.
Una fase in cui fra lo sfondo, senza il quale i protagonisti avrebbero galleggiato nel vuoto, e i personaggi di primo piano stessi, è necessario impegnarsi collettivamente per inserire figure apparentemente meno rilevanti e di contorno, ma in realtà di importanza sostanziale per proseguire nell’affresco di un movimento così originale e sfaccettato come quello anarchico. Se il dizionario indicava un metodo di ricerca, questo lavoro lo applica in modo effi­cace e così facendo permette di disegnare, attorno ai ventiquattro calabresi contenuti nel­ l’opera precedente, il coro degli oltre cinquecento schedati quali anarchici nel periodo analizzato.
Il lavoro sistematico di scavo condotto dagli autori, inoltre, permette di con­nettere il ruolo dei primi ai secondi e, così facendo, di articolare i vari livelli di un movi­mento che, come più volte ripetuto e per definizione, sfuggendo a ogni rigida organizza­zione, si incardinava su legami così flessibili e fragili da risultare impalpabili come sono i legami personali nella storia. E stabilendo questo nuovo livello di connessione, si riav­via una nuova tessitura di legami, relazioni, esperienze, luoghi che permette di disvelare una nuova porzione del movimento anarchico e, nel dettaglio, un nuovo paesaggio, quel­ lo di una regione originale come la Calabria. Qui l’identità anarchica, come specie del più ampio genus del movimento operaio, si sviluppa in un contesto socioeconomico difficile, “arretrato” potremmo dire usando i consueti parametri interpretativi. Non a caso, molto più che altrove, ricostruire le singole bio­grafie di “militanti” – quale complessità in un termine come questo, specialmente se ricon­dotto ad un territorio e ad una società come quelli esaminati – significa seguirle in un per­ corso di emigrazione che, più che altrove, è un percorso di ricerca di una vita dignitosa. La spinta ribellistica originale del singolo, qui, non solamente è più “individuale” che altrove, per la mancanza di un contesto associativo di riferimento, ma è forse addirittura più ardua per la presenza, o la mancanza, di fragili articolazioni statali e per l’esistenza di organiz­zazioni ben più “illegali” dell’illegalismo anarchico e operaio. La storia del movimento libertario si intreccia fortemente con i movimenti sociali, ma ancor più con la storia dell’emigrazione non legata a motivi politici ma a mere ragioni di sussistenza, e le cifre riportate al riguardo sono impressionanti. È una considerazione inte­ressante, anzi, quella che indica la politicizzazione del territorio e l’innesco di istanze rivendicative organizzate, associative e mutualistiche, proprio al ritorno degli “americani”, quale conseguenza indiretta dell’emigrazione. Quasi che quest’ultima sia un lungo, tortuo­so e doloroso processo di formazione della rappresentanza degli interessi dei ceti subalter­ni condotto all’estero, sotto la minaccia di repressioni che parlano una lingua straniera, in Argentina o negli Stati Uniti. Infine, questo libro, con l’inserire nell’affresco collettivo le biografie mancanti degli anarchici calabresi, non rappresenta una folla indistinta ma un insieme ben definito di sin­ gole persone; e, una volta ancora, testimonia delle molte vite condotte, contro ogni diffi­coltà opposta dagli uomini e dagli eventi, a riaffermare la propria individualità anarchica, il bisogno di tutelare da tutto un inestirpabile bisogno di giustizia e un’esistenza libertaria.
Milano, settembre 2010

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Candela Leo, “Breve storia del Movimento Anarchico in Calabria dal 1944 al 1953”

Edito da Sicilia Punto L Edizioni, Ragusa, 1987, 39 p.

NOTA EDITORIALE
Con la pubblicazione del lavoretto di Leo Candela nella collana “ storia-interventi” delle nostre edizioni vogliamo ribadire l’interesse meridionalistico che abbiamo voluto caratterizzasse la “ Sicilia Punto L” , benché anche in questo libretto sugli anarchici di Calabria, i riferimenti a fatti e per­sonaggi siciliani non manchino. Ci rendiamo conto che quella che qui si offre può essere considerata solo una traccia, attorno e dentro la quale sca­vare per riempire i tanti vuoti messi in evidenza dall’autore. La vita quotidiana del movimento, i rapporti tra i militanti, i modi in cui si svolgeva l’intervento sia nei posti di lavoro che più in generale sul territorio e nei diversi ambiti (scuola, culturale, ecc.) sono tutti elementi sui quali andrebbe prose­guita la ricerca, unitamente ad un approfondimento biogra­fico sulle personalità note e meno note dell’anarchismo ca­labrese. Non possiamo far altro che invitare tutti gli interessati a lavorare a tali aspetti e a quanti altri verranno ritenuti ne­cessari per una ricostruzione più completa e stimolante di questa nostra storia.
Le edizioni “Sicilia Punto L ” Ragusa

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Vatteroni Gino, “”Abbasso i dazi, viva la Sicilia.” Storia dell’insurrezione carrarese”

1993, 132 p.

I moti carraresi del gennaio 1894 sono stati studiati ed analizzati in maniera diversa da numerosi storici negli anni passati. Tranne che in alcuni casi, queste ricerche tendevano ad avallare la tesi della dimostrazione pacifica, ipotizzandone talvolta una natura spontanea. Inoltre, relativamente pochi sono i lavori riguardanti specificatamente le giornate del 13, 14, 15 e 16 gennaio ’94, mentre più numerosi sono quelli dedicati alla storia dei movimenti politici e sociali del comprensorio apuano di cui tali giornate fanno parte. Se da un lato l’inserimento dei moti in una ricerca storica di ampio respiro avrebbe potenzialmente potuto esaltare e mettere in luce il loro profondo significato, dall’altro ha invece paradossalmente portato ad una lettura superficiale degli stessi. Molti infatti sono stati indotti a vedervi l’ultimo e confuso sussulto di un anarchismo “barricadero” di stampo ottocentesco in via di estinzione. E a conferma di ciò è stato spesso preso ad esempio il sindacalismo di Alberto Meschi, la cui opera e le cui lotte sono state valutate ed analizzate in un senso di rottura e superamento dei metodi e della prassi insurrezionale in voga nel secolo precedente, ricorrendo alla classica metodologia stori­ca marxista di stampo ortodosso poggiante sul cosiddetto principio evoluzionista. In realtà i fatti del ’94 vanno inquadrati come anello di congiun­zione tra l’insurrezionalismo precedente e il sindacalismo rivoluziona­ rio seguente. In essi la pratica della guerra per bande tradizionale si fonde con l’idea dello sciopero generale inteso come miccia dell’insur­rezione popolare. In un certo senso le giornate del ’94 anticiparono i tempi. Il sindacalismo anarchico del 1911-14 non farà altro che recuperare e sviluppare quell’idea che nei moti risultava ancora allo stato embrionale, e lo stesso Meschi ammise di dover essere largamente debitore a quegli uomini che combatterono e morirono in quei freddi giorni di gennaio. In definitiva, se una simile metodologia di lotta sindacale riuscì ad imporsi all’interno della C.d.L. di Carrara ciò lo si deve anche al retaggio teorico, spirituale, culturale è psicolo­gico del locale movimento anarchico, di cui le giornate del ’94 rappre­sentano una chiara ed evidente “messa in opera”. L’utilizzazione dei moti come tassello di un mosaico di analisi storico-marxista di lunga durata ha progressivamente svuotato e svilito il loro studio come evento geograficamente e temporalmente circoscritto. Insufficienti, infatti, risultano le ricerche riguardanti le settimane ed i mesi immediatamente precedenti la rivolta e in partico­lare sulla preparazione della stessa. In pratica il 1893 si presenta come una sorta di grande “buco nero”, non solo dal punto di vista narrativo-interpretativo ma anche da quello archivistico-documentario. Il terzo capitolo del presente libro è il primo e limitato tentativo di far luce su questa problematica questione. Limitato poiché si basa quasi esclusivamente su documenti di polizia, molti dei quali stilati a posteriori, e quindi doppiamente pericolosi in senso storico. Mancano tutta una serie di fonti quali lettere, opuscoli, manifesti e fogli volanti “prodotte”dagli stessi anarchici, talvolta menzionate nelle relazioni di vari agenti di P. S. in seguito a perquisizioni domiciliari, sequestri ed altro, ma di cui non è rimasta praticamente traccia, neppure sotto forma di copie, nei fondi archivistici, facendone così temere una irrimediabile dispersione. Dunque, il capitolo sulla preparazione dei moti si presenta come una sfida storico-interpretativa, volta ad aprire, o riaprire, un dibattito su una questione per troppo tempo taciuta o addirittura evitata, nella quale si cela la chiave di volta che permetterà di dare finalmente una risposta esaustiva e definitiva alla ricorrente domanda: “furono moti o dimostrazione1?”. Allo stesso tempo si potrà gettare nuova luce sull’anarchismo apuano di quel particolare perio­do, chiarendo meglio quella prassi, tattica e strategia di lotta che portarono una città a sollevarsi contro uno Stato monarchico-borghe­se

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De Sabato Michele, “Se i giorni erano muri”

Edito da Edizioni SenzaPatria, Calolziocorte (Bg), Marzo 1990, 76 p.

Partito a 18 anni per “servire la patria”, si é visto rubare dai burattini in divisa 7 lunghi anni della sua gioventù. Questo libro per far si che non siano del tut­to perduti. Questo libro per lui, e per quelli che non sanno parlare, ma che hanno ingoiato una rab­bia uguale alla sua, dietro le sbarre della stessa prigione. Questo libro per quelli che non hanno mai fre­quentato una scuola, che non hanno imparato mai a scrivere, e che sono costretti a dettare ai compagni di cella le parole d’amore. Questo libro per parlare dei tribunali milita­ri e del carcere, per rompere l’indifferenza che li circonda, per spezzare le complicità e la superbia, la follia e l’arroganza di chi si sente padrone delle nostre giovani vite sol­ tanto perché indossa buffi stracci da parata e si appunta medagliette sul petto. Questo libro contro i generali, contro l’ob­bligo del servizio di leva, contro le guerre e la sottomissione, contro il cinismo e la ras­segnazione. Questo libro per chi ancora crede in un mondo migliore, e non ha smesso di lottare per la sua dignità.

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