Santarelli Enzo, “Il socialismo anarchico in Italia”

Edito da Feltrinelli, Milano, 1959, 283 p.

È possibile una storia dell’anarchismo che non precipiti nei luoghi comuni del­ l’apologetica о della negazione conserva­trice? È questo il primo quesito a cui l’autore risponde nella introduzione ai tre saggi che costituiscono il volume: e la risposta è positiva, in quanto esiste sem­pre, concretamente, questa о quella forma di anarchismo; e Santarelli studia, sulla base di nuovi documenti e di nuove in­terpretazioni, quel “ socialismo anarchi­co,” anti-individualista e organizzatore, che, guidato negli anni della loro amici­zia dal Malatesta e dal Merlino, rivaleggiò assai a lungo con il socialismo classista. Le correnti principali e le figure del so­cialismo anarchico non avevano finora trovato un loro posto adeguato nella fio­ritura di studi sul movimento operaio del nostro paese. Cosi, nei tre capitoli in cui si articola il libro, si seguono e si appro­fondiscono il formarsi e l’evolversi di un “ partito socialista anarchico rivoluziona­ rio,” dal 1880 fino al congresso di Capo­ lago e oltre; l’opera di rinnovamento del vecchio anarchismo bakuniniano tentata da F.S. Merlino, una delle figure più com­plesse e interessanti del movimento socia­ lista italiano; e infine la maturazione e il precipitare, rapido e improvviso, di quel­la grande ondata rivoluzionaria, popolare e nazionale che fu, nell’estate del 1914, la “ settimana rossa.” Il giudizio finale a cui l’autore perviene è che il movimento socialista anarchico rappresenta, dal momento in cui si forma e si coagula (dopo la crisi della prima Internazionale), un movimento subalter­no, che esprime sul piano ideologico e politico le contraddizioni di una società arretrata in lenta evoluzione, e riflette le aspirazioni, le ingenuità, gli slanci di stra­ ti popolari e di uomini perennemente al­ la ricerca di una via insurrezionale, per risolvere il problema della rivoluzione so­cialista in Italia. Completa il volume una serie di docu­menti pubblicati in appendice. Per esteso vengono riportati gli atti del Congresso costitutivo del partito socialista anarchico rivoluzionario, che precede di poco il con­gresso di Genova, in cui socialisti e anar­chici si separeranno per sempre. Docu­ menti inediti о rari о poco conosciuti gettano nuova luce sulla evoluzione so­cialistica di F. S. Merlino, che nel 1904 fu anche candidato del partito socialista nelle Puglie. Sulla “ settimana rossa ” ven­gono pubblicati numerosi scritti trascelti dalla stampa anarchica del tempo, pro­clami insurrezionali, e una interessante se­ rie di carte di polizia che consentono di ricostruire con esattezza lo svolgersi di quel movimento nel suo epicentro, ad Ancona, e nelle Romagne.

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AA.VV., “Ripensando Panzieri trent’anni dopo”

Edito da BFS, Pisa, 1995, 172 p.

Presentazione
Nel momento in cui si pubblicano gli atti di un convegno è legittimo chiedersi quali possano essere le ragioni che hanno portato più persone a riflettere collettivamente, e pubblicamente, intorno ad un particolare tema. L’interrogativo si rafforza se si tratta, come in questo caso, del primo convegno dedicato, dopo un lungo intervallo temporale, alla rivisitazione dell’opera e dell’elaborazione culturale di uno “strano” intellettuale, che scelse la lotta politica come terreno privilegiato per la verifica dei capisaldi della propria riflessione. Raniero Panzieri, infatti, amava spesso ripetere che «la verità della teoria è nell’impegno», privilegiando l’impe­gno politico e culturale militante rispetto alla spesso sterile ripetizione di idee e di concetti in polverose aule universitarie: e la sua storia personale ci ricorda che non si limitava soltanto a ripeterlo. Nell’organizzare l’iniziativa ci siamo posti il duplice problema del rapporto dell’eredità lasciata da Panzieri con la realtà di oggi, e quello, più generale, della memoria che la società attuale ha di una generazione di intellettuali che ha animato una stagione culturale e politica fra le più vivaci ed originali della nostra storia. In questo senso, nelle nostre intenzioni – che hanno informato un ampio lavoro seminariale preparativo – non vi è stata certamente la condivisione di un intento celebrativo, peraltro radicalmente antitetico al nucleo profondamente demitizzante e avverso a qualsiasi tentazione messianica о teleologica, dell’intera riflessione panzieriana. Non si può fare a meno di constatare l’assoluto indebolimento della memoria che oggi si ha di avvenimenti о di movimenti culturali che hanno operato, come in questo caso, in anni non poi così lontani. Le ragioni di questa amnesia di massa sono, naturalmente, molto complesse e non sarà sicuramente questo libro a sanarle: ci pare comunque doveroso, anche in relazione alla storia umana del personaggio Panzieri, sottolineare la complicità, о quantomeno le responsabilità, di una cultura di sinistra che spesso ha stritolato la storia di molti esponenti di culture politiche in odor di eresia nelle soffocanti maglie delle strettoie politicistiche oppure conse­gnato la loro vicenda politica ed intellettuale al limbo neutrale della “riflessione scientifica” per mezzo di astratti processi di “canonizzazione” celebrati da zelanti chierici accademici. Ecco perché, una ragione di interesse per il lavoro dell’intellettuale romano, può essere ricercata nella radicale alterità che contraddistingue la sua elaborazione teorica strettamente aderente alla sua vicenda umana, che fanno di lui un intellettuale radicalmente lontano – ma in virtù di ciò anche estremamente affascinante – dal livello non entusiasmante in cui ristagna la riflessione culturale e politica contemporanea. Confrontarsi con una figura complessa come Panzieri non è un’opera­zione scevra da difficoltà: Panzieri fu un quadro importante del Psi di Morandi e Nenni, ma anche uno dei teorici più significativi – con l’esperien­za dei «Quaderni rossi» – di quella che poi verrà chiamata Nuova Sinistra; fu un ispiratore del movimento dei contadini in Sicilia, ma anche docente universitario a fianco di Galvano della Volpe; fu un instancabile organiz­zatore culturale “dal basso”, ma anche redattore e consulente editoriale della casa editrice Einaudi; fu un apprezzato traduttore ed anche un originale interprete della riflessione marxiana. Panzieri fu tutto questo e altro ancora. Il convegno non ha potuto, come è ovvio, prendere in considerazione tutte le angolature da cui è possibile osservare la figura di Panzieri. È stato possibile mettere in luce solo alcuni momenti ed alcuni aspetti della multiforme e poliedrica attività panzieriana. Preme qui mette­ re in evidenza solo due punti: la prima indicazione che si ha dalla lettura di questi contributi è l’unanime consenso dei relatori sul riconoscimento della forte discontinuità introdotta dal fondatore dei «Quaderni rossi» nel discorso politico degli anni ’50 e ’60, sia nel senso di una rimeditazione delle categorie analitiche classiche della cultura di sinistra, sia nel senso della ricollocazione dei soggetti strategici dell’agire politico alternativo, vale a dire la classe, il partito, i sindacati ed i consigli. Da questa discontinuità scaturisce poi l’altro elemento su cui è stato possibile coagulare il consenso dei relatori, ovvero il profondo rinnovamento metodologico introdotto da Panzieri nelle scienze sociali. Intorno a questi due punti si ritrovano poi altre osservazioni critiche, approfondimenti e riflessioni sull’attività di Panzieri e sulla fase storica che lo vide attento protagonista: la diversa estrazione culturale e politica dei relatori, in questo senso, lungi dall’essersi rivelato come un fattore di dispersione ha rappresentato invece un motivo di arricchimento per il confronto con l’opera di Panzieri, di cui questi atti vorrebbero segnare un nuovo inizio.

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Nota dell’Archivio
-Nella nota editoriale è riportato il seguente testo firmato dai curatori del libro: “Il presente libro raccoglie i contributi del primo incontro dedicato – dopo un
intervallo di trent’ anni – alla rivisitazione dell” opera complessiva di Raniero Panzieri,
tenutosi a Pisa il 28 e 29 gennaio 1994. Il convegno ha visto coinvolti nella veste di
organizzatori il Centro Iniziativa Scienze Politiche (Cisp) di Pisa, il Centro Gramsci
di Viareggio, le riviste «Il Grandevetro», «L’Utopia Concreta» e «Per il ’68».
La realizzazione dell’iniziativa e del presente libro non sarebbero state possibili
senza il contributo dell’Amministrazione Provinciale di Pisa e dell’Azienda Regio­
nale per il Diritto allo Studio di Pisa, le quali hanno dimostrato, anche in questo caso,
una viva sensibilità per questo genere di iniziative culturali.
Un vivo ringraziamento va anche a coloro che hanno permesso, grazie al loro
lavoro ed al loro impegno, lo svolgimento del convegno, prima, e la pubblicazione del
libro – curando la trascrizione e la correzione dei contributi – dopo: in particolare si
ringraziano Michela Pezzini, Paolo Barrucci, Daniele Ronco e Alessandro Scalpellini.
In appendice sono riportati soltanto alcuni degli interventi che hanno animato il
dibattito successivo all’esposizione delle relazioni: abbiamo omesso, per motivi di
spazio, quegli interventi che sono già stati pubblicati su giornali о riviste.
Un ringraziamento, infine, alla casa editrice Einaudi che ha gentilmente concesso
la riproduzione della poesia di Franco Fortini, apparsa originariamente nella raccolta
Paesaggio con serpente, Einaudi, Torino, 1984.
La pubblicazione degli atti è stata curata da Marco Cini e da Giuliano Zingone.”

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Mustafa Jasim Tafwik, “Kurdi. Il dramma di un popolo e la comunità internazionale”

Edito da BFS, Pisa, Aprile 1994, 352 p.

Premessa
Oggi giorno i Kurdi sono un popolo di oltre 30 milioni di persone. Hanno una propria storia, lingua, cultura e tradizioni millenarie, vivono nella loro patria: il Kurdistan, situato in una regione di grande interesse strategico per la Comunità internazionale, e diviso fra Iran, Iraq, Siria e la Turchia. Sono privati dei semplici e fondamentali diritti umani, sottoposti ad una incessante repressione; la loro identità nazionale, la loro lingua, i loro costumi sono interdetti, vivono in una condizione tremenda, sul piano politico, economico, culturale. Sono considerati “cittadini di serie b”. I villaggi kurdi vengono distrutti, gli abitanti sono deportati lontano dai territori di origine e spesso internati in campi di concentramento. L’uso di armi chimiche contro la popolazione civile del Kurdistan, la presa di ostaggi, il rapimento di bambini, la fucilazione di massa, l’oltraggio alla dignità umana sono episodi talmente ordinari e quotidiani che si può parlare di un vero e proprio genocidio, di un crimine contro l’umanità intera. Eppure tutto ciò avviene nella totale indifferenza delle organizzazioni dell’ONU, in un mondo dove le più semplici violazioni dei diritti umani suscitano la commozione della pubblica opinione e vengono denunciate e condannate fermamente. I Kurdi, invece, non hanno fatto e non fanno notizia a livello internazionale; i mass media, l’opinione pubblica e gli organismi competenti per la difesa dei diritti dell’uomo e dei popoli non si sono occupati della loro sofferenza fino allo scoppio della guerra del Golfo per la liberazione del Kuwait. In quell’occasione la questione kurda per la prima volta è salita alla ribalta delle cronache come uno dei problemi cruciali del Medio Oriente. Ma il dramma del popolo kurdo è antico, l’elenco dei massacri e degli stermini subiti sarebbe assai lungo; gli orribili crimini perpetrati da Iran, Iraq, Siria e Turchia a danno dei Kurdi per molto tempo sono stati ignorati e tollerati dalla Comunità internazionale. Tutto questo è avvenuto perché il problema kurdo finora è stato considerato un affare interno (dominio riservato) degli Stati occupanti il Kurdistan. Come conseguenza di ciò i Kurdi, sono stati ingiustamente privati di ogni status giuridico come po­ polo, come minoranza, come esseri umani degni di protezione da parte della Comunità internazionale. Con la fine dell’era della guerra fredda e dei blocchi contrapposti si è parlato sempre di più di solidarietà, di cooperazione e di interdipendenza, di rispetto dei diritti dell’uomo e dei popoli e di un nuovo ordine mondiale basato sulla giustizia e sul rispetto del diritto. Perciò abbiamo ritenuto necessario presentare la tragedia del popolo kurdo proprio alla luce del “rispetto dei diritti umani e dei diritti dei popoli”, così tanto osannati in questa fase storica e politica. Quando uno di questi nobili principi viene violato si commette un crimine a danno dell’umanità e tutti sono chiamati ad agire contro i responsabili, soprattutto l’ONU e le sue organizzazioni. Gli Stati di Iran, Iraq, Siria, e Turchia hanno sottoscritto numerosi accordi concernenti i diritti umani, i diritti dei popoli, la discriminazione razziale, il genocidio, l’uso di armi chimiche e biologiche, ecc., ma li hanno violati e calpestati in modo continuo e palese a danno del popolo kurdo, senza subire alcuna denuncia da parte dell’ONU in virtù del principio di non ingerenza negli affari interni dei suoi membri. In questo lavoro si è cercato di analizzare l’affare interno (dominio riservato), avanzando il dubbio se il problema kurdo costituisca о meno un’affare interno. In ogni caso ci siamo chiesti se tale questione debba essere ignorata dalla Comunità internazionale, in particolare dall’ONU. Quest’ultimo è intervenuto in numerose situazioni analoghe a quella kurda; la sua attenzione è stata rivolta a molte aree calde del pianeta: Palestina, Libano, Afghanistan, Salvador, Sud Africa, Congo, Cipro, Cambogia, Angola, Mozambico, Nagorno Karabakh, Moldavia, Abkhasia, Sahara occidentale e recentemente ex Jugoslavia e Somalia, ecc. I caschi blu sono stati inviati in numerose zone dove è in corso un conflitto sia di carattere internazionale, sia di carattere interno. L’unica anomalia è rappresentata dal caso kurdo. Dalla fine della prima guerra mondiale, neLpaesi coinvolti nell’“imbroglio kurdo” è in corso una guerra di liberazione nazionale del Kurdistan che vede contrapposti i Movimenti kurdi nei diversi Stati occupanti il Kurdistan e i rispettivi governi centrali. Solo dopo la fine della guerra per il Kuwait (17 gennaio-28 febbraio 1991 ), la questione kurda irachena è arrivata per la prima volta al Consiglio di Sicurezza-CdS delle NU. Sono passati tre anni, ma la situazione dei Kurdi non è cambiata; l’ONU non ha intrapreso nessuna iniziativa per una soluzione politica e pacifica; si è parlato solo dei Kurdi iracheni, ignorando quelli negli altri Stati. Anche nei paesi democratici dell’occidente il problema kurdo non suscita più interesse per l’opinione pubblica, nemmeno negli ambienti sensibili ai diritti dei popoli, ai diritti umani, ai temi della pace, della solidarietà e della cooperazione internazionale. In Italia, dove esiste un grande e variegato movimento attento alle suddette tematiche, il problema kurdo rimane tuttora ignorato. Paradossalmente, quando alla fine questo arcipelago di forze ha preso posizione sul caso kurdo, ha finito quasi per assumere il punto di vista del responsabile del genocidio kurdo ossia di Saddam Hussein. Infatti tale movimento in passato ha trascurato totalmente resistenza dei Kurdi di Iran, Siria, Turchia. Nel settembre 1992 una delegazione, composta da uomini di grande serietà morale, impegnati su vari campi per la difesa della pace, dei diritti umani e dei popoli1 ha visitato l’Iraq, ha manifestato la sua solidarietà a Saddam Hussein e ha incontrato numerosi dirigenti del regime. Ci siamo rammaricati per il fatto che la delegazione non ha visitato i territori kurdi. Nella parte kurda del paese, come è noto, esistevano già un Parlamento e un governo kurdo, eletti democraticamente dalla popolazione. Purtroppo la delegazione italiana non ha ritenuto neces­sario visitare e conoscere questa “reale opposizione”. Sembra che la delegazione italiana abbia dimenticato che il vero responsabile della sofferenza di tutti gli Iracheni (kurdi, arabi, sciiti, sunniti, cristiani) è il regime di Saddam Hussein, che tuttora continua a infliggere loro nuove sofferenze. Ci siamo spesso rattristati anche per la mancanza – nonostante reiterate sollecitazioni – di una parola di attenzione del Santo Padre rivolta ai Kurdi, dimenticati anche in occasione delle feste di Natale e di Pasqua. In tali cerimonie il Papa continua a ricordare la sofferenza di molti popoli, ma non dei Kurdi. Tuttavia, in questi ultimi anni, gli Italiani hanno espresso in varie forme solidarietà al popolo kurdo; molta gente semplice si è impegnata con entusiasmo in suo favore, tanti si sono recati in Kurdistan a vedere con i propri occhi la situazione. Un numero sempre maggiore di istituzioni, enti locali, sindacati e singoli individui stringono rapporti di solidarietà e di amicizia con le organizzazioni e le popolazioni del Kurdistan. Dopo il fermo di due turisti italiani da parte dei guerriglieri di PKK (agosto-settembre 1993) e l’arresto del portavoce di PKK, Ali Sapan, da parte delle autorità italiane, i mass media hanno dedicato molta attenzione alla questione kurda. In seguito a ciò un gruppo di parlamentari (Chiara Ingrao per il Pds, Giovanni Russo Spena per RC, Emilio Molinari per Verdi, Raffaele Tiscar per DC, e Roberto Visentini per Lega Nord), si è recato nel Kurdistan turco (13-15 settembre 1993). Alla fine la questione si è conclusa felicemente, ma il governo italiano continua a fornire armamenti sofisticati allo Stato turco per la repressione dei Kurdi. Una soluzione pacifica e politica per la questione kurda è fondamentale per la pace, la stabilità, la democrazia parlamentare, il pluralismo politico, etnico, religioso e per il rispetto dei diritti umani non solo nei paesi dove vivono i Kurdi, ma, crediamo, per tutto il Medio Oriente. Tale soluzione è indispensabile anche per lo sviluppo economico, sociale, culturale dei popoli della regione. […]

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Materiale raccolto dall’Onorevole Giacomo Mancini sul caso Rocco Palamara

L’allora deputato cosentino del Partito Socialista Italiano Giacomo Mancini raccolse diverso materiale riguardante il caso Rocco Palamara e Africo in un’ottica di denuncia contro le consorterie mafiose e malavitose presenti nel territorio calabrese.
Il materiale contiene:
Verbali degli interrogatori del pentito Franco Brunero contenenti le accuse contro Rocco Palamara; mandato di cattura del Tribunale di Locri per Palamara; intervista con Palamara, il nemico politico del prete di Africo; istanza dell’avvocato Mazzone per Rocco Palamara dopo la sua imputazione; l’on. Fantò (Pci) sul caso di don Stilo; don Giovanni Stilo indiziato anche per il sequestro Ravizza; revocato a Locri dal giudice istruttore Ielasi il mandato di cattura contro Rocco Palamara

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Stajano Corrado, “Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta”

Edito da Il Saggiatore, Milano, 2015, 190 p., [Seconda edizione, vedi Note]

Il disegno di un’Italia malata, tradita, impedita di essere se stessa, provocata alla lotta o a un tenace e responsabile, ma sfibrante, esercizio di pazienza.
Africo è il nome di un paese montano che una alluvione, non molti anni fa, travolse in una frana di terra e di pietre e rese inabitabile. In questo libro di Corrado Stajano si racconta la storia di una comunità di contadini e di pastori che un diluvio sradicò e costrinse a migrare in un nuovo Africo, sorto dal nulla in riva al mare.Un evento quasi impercettibile, tra i mille che la cronaca italiana accumula sospesi tra catastrofi bibliche e tecnologie ad alto rischio, smottamenti, terrore organizzato, degradazione sociale, malgoverno. Ma con questa particolarità: che nella sua «dinamica», come direbbe il verbale di un brigadiere, la vicenda di Africo illumina di una luce improvvisa i segreti di una cultura e di un modo di vita, i rapporti tra sudditi e potenti, tra società locale e governo centrale, e l’inganno e la sopraffazione che stanno alla base di un patto sociale coatto; e insieme, nonostante tutto, la speranza e la volontà di opposizione e di lotta di gruppi e di singoli il cui coraggio solitario sollecita qualcosa di più della nostra ammirazione.Questo libro – storia politica, narrazione, testimonianza, documento, inchiesta – non è soltanto un nuovo importante libro dedicato alla Calabria, al Mezzogiorno, alla mafia. Non è soltanto il racconto corale di un paese che sembra inventato e invece è minuziosamente vero, denso di drammi e di conflitti, popolato di personaggi che sembrano romanzeschi: preti, ribelli, capimafia e uomini faticosamente maturati alla politica. E’ anche una metodica insistente lettura di segni che decifrati e disposti in un discorso coerente tracciano un disegno più vasto, quello dell’intera Italia malata, tradita, impedita di essere se stessa, provocata alla lotta o a un tenace e responsabile, ma sfibrante, esercizio di pazienza.

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Note dell’Archivio
-Il libro di Stajano è stato pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1979. L’ultima edizione è di RCS Media Group del 2019.
-Stajano e l’editore Einaudi vennero denunciati per diffamazione da Don Stilo, arciprete di Africo. Il tribunale di Torino assolse i due imputati.
-Vi è una recensione di questo libro e della situazione di Africo fatto da Giorgio Amendola nell’articolo “Il pane di Africo”, “L’Unità”, n. 35, a. LVI, 11 Febbraio 1979

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Comitato milanese di solidarietà con i Collettivi Operai-Studenti di Africo e Zona Jonica, “La lupara e l’aspersorio. Sulle lotte autonome del proletariato di Africo”

Edito a Milano, 1975, 55 p.

Raccolta di articoli e comunicati ciclostilati sulla situazione di Africo (Reggio Calabria) e i tentativi di debellare le azioni degli anarchici presenti in quel territorio(in particolare Rocco Palamara)

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Note dell’Archivio
-Si vedano gli articoli pubblicati dalle seguenti pubblicazioni anarchiche:
“Reggio Calabria, lì 18-4-71. Lettera del compagno Palamara detenuto nel carcere di Locri” e “Tre compagni arrestati da sette mesi”, “L’Agitazione del Sud“, Maggio 1971.
“Il parroco mafioso”, “A-Rivista Anarchica“,  n. 1, a. 1, Febbraio 1971; “Il prete mafioso”, “A-Rivista Anarchica“,n. 4, a. 1, Maggio 1971; “Dopo la mafia il P. M.”, “A-Rivista Anarchica“, n. 7, a. 1, Ottobre 1971 ; “Valpreda, Christie, Palamara”, “A-Rivista Anarchica“, n. 13, a. 2, Giugno 1972.
“Da Africo Nuovo (R.C.). I “picciotti” del parroco mafioso,” “Umanità Nova”, 16 Gennaio 1971, n. 1, a. 51.
-Eventuali articoli verranno segnalati e inseriti in questo post. Chi vuol contribuire, ci contatti al seguente indirizzo mail: bla_lemaquis@subvertising.org

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Umberto Tommasini. L’anarchico triestino. Il fabbro anarchico

Edizioni
-Antistato, Milano, 1984, 544 p.
-Odradek, Roma, 2011, 238 p.

Questo libro è nato dall’incontro fra due generazioni di libertari distanti di mezzo secolo. Un militante di lunga data e alcuni giovani si sono trovati, nell’estate del 1972, nella piccola e antica casa dei Tommasini nel villag­gio friulano di Vivaro, nei pressi di Pordenone. Qui Umberto ha reso la testimonianza della sua vita animata e serena, modesta e ricchissima. Un’esistenza partita dagli albori del Ventesimo se­ colo sotto il regime asburgico e che lo ha portato a incrociare gli studenti del Sessantotto. In più di 16 ore di conversazione l ’anziano anarchico ha offerto molte informazioni trascurate dalla storia ufficiale che si sono riversate in una la­ boriosa trascrizione. A cui ha fatto seguito un’integrazione puntuale con le fonti archivistiche e storiografiche. Questo racconto può far entrare il lettore, più di tanti testi accademici, nei problemi soggettivi e collettivi dell’anarchismo. Un movimento, da sem­pre emarginato se non calunniato dal potere, che ha fatto parte integrante delle aspirazioni secolari alla libertà e all’emancipazione popolare. Una speranza utopica che l ’esperienza qui raccolta rappresenta e riafferma come sempre attuale.
Claudio Venza

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Note dell’Archivio
-L’edizione curata da Antistato contiene la presentazione di Claudio Venza e un glossario italiano-triestino. Ad esclusione di queste insieme all’Introduzione, Nota metodologica e Avvertenza, il testo biografico di Tommasini è scritto in triestino
-L’edizione di Odradek è scritta in italiano e mancano le note a piè pagine.
-Come riportato nell’edizione di Antistato, “la pubblicazione del presente volume è stata resa possibile dai fraterni contributi del compagno Attilio Bortolotti e di Renato e Aldo Tommasini, figlio e nipote di Umberto. Un particolare riconoscimento va a Clara Germani per il prezioso aiuto nella trascrizione e revisione del testo della conversazione di Umberto Tommasini.”

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Rovatti Toni, “Sant’Anna di Stazzema. Storia e memoria della strage dell’agosto 1944. “

Edito da DeriveApprodi, Roma, 2004, 192 p.

Il 12 agosto 1944 Sant’Anna di Stazzema, un piccolo paese arroccato sulle Alpi Apuane e abitato prevalentemente da donne, bambini e vecchi sfollati, viene investito, apparentemente senza motivo, dalla furia nazista: 560 persone, di cui 150 bambini, sono barbaramente uccise e arse vive da un reparto delle SS nell’arco di poche ore. Nonostante si tratti della seconda strage in Italia per numero di morti civili, questa storia cadrà nell’oblio.
Gradualmente si strutturano infatti due diverse memorie dell’eccidio per molti anni totalmente inconciliabili: una interna al paese e legata all’elaborazione del lutto privato, l’altra esterna e pubblica, piegata alle convenienze politiche nazionali e internazionali. Per più di trent’anni la comunità martire combatte per rivendicare la propria memoria di fronte alla sordità offerta dalle istituzioni, dalla magistratura e dall’opinione pubblica. Sant’Anna di Stazzema non sale agli onori della celebrità come altre stragi italiane non perché meno sanguinosa o violenta, ma per un’infinita disputa sulle responsabilità e le motivazioni di ciò che accadde. La storia di questo paese e della sua tragedia non è stata consegnata all’oblio casualmente, ma in quanto testimonianza viva di una memoria complessa e contraddittoria: la memoria di chi non fu né fascista, né partigiano, ma cercò di fronte alla guerra civile di salvare la propria quotidianità.
Nell’anno in cui si celebrano le commemorazioni per il sessantesimo anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema e in cui si apre il nuovo processo contro i responsabili tedeschi, questa ricerca ha l’ambizione di offrire al lettore uno sguardo inedito sull’accaduto.

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Simonelli Giovanni, “Il matrimonio non è necessario”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Maggio 1968, 58 p.

Premessa
La religione cristiano-cattolica gode una appa­rente buona salute sol perchè è protetta dalle leg­gi punitive dello Stato italiano? Sembrerebbe di sì. Difatti i ministri del culto cattolico, ovvero i docenti-militanti-gerarchi della religione di Stato dell’Italia democratica e repubblicana, in aperto contrasto con l’insegnamento di Cristo, il quale esortava i suoi discepoli e seguaci a confidare solo nella divina Provvidenza e nella presenza attiva ed assistenziale dello Spirito Santo, si sono garan­titi e nelle persone e nella loro attività « profes­sionale » per mezzo di leggi particolari concorda­ te con lo Stato e di alcuni, articoli del codice pe­nale (n. 402 e seguenti). In verità siffatta tutela, per chi sinceramente crede in Gesù-Dio e nella efficacia della sua pro­ messa diuturna assistenza a favore della Chiesa, è avvilente ed offensiva, perchè scredita l’insegna­ mento di Cristo e fa supporre che senza la « pro­tezione » del codice penale e dell’apparato esecu­tivo-repressivo dello Stato, la religione cattolica non sarebbe in grado di trovare libero assenso nel­ le coscienze dei cittadini. Purtroppo questa supposizione è avvalorata dal­ la recente sentenza della Cassazione (25-2-,67), la quale ha affermato che « è reato criticare i dogmi del cattolicesimo ». Non conosco i motivi con i quali la Cassazione ha giustificato la sua sentenza, ma non posso cre­dere che una critica seria, oggettiva, civile, con­sapevolmente alimentata da dati e rilievi desunti dalle stesse fonti dell’Antico e Nuovo Testamento e dalla tradizione (così cara alla Chiesa cattolica), possa costituire un reato di vilipendio alla reli­gione dello Stato. Se così fosse faremmo un salto indietro di di­ versi secoli, e dovremmo dire addio alla libertà di coscienza e di pensiero, alla libertà di parola e di critica costruttiva senza la quale lo spirito ina­ridisce e il progresso si sgretola: dovremmo dire addio alla democrazia e a tutte le conquiste della scienza, della morale e dell’intelletto. Ma rinunceremmo supinamente? No, non si rinunzia senza lotta a ciò che si è fa­ticosamente conquistato; soprattutto se si è co­scienti della propria buona fede e del valore mo­rale e ideale della propria opposizione ai dogmi creati dalla Chiesa docente nel corso dei suoi tra­ vagliati secoli succedutisi a quello in cui si dice avvenne la predicazione di Cristo. Ciò promesso eccomi al tema che desidero pre­sentare al cortese Lettore:

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Nota dell’Archivio
-Una recensione di questo opuscoletto venne fatta da Carmelo Viola – che ne aveva curato la prefazione -, su “Volontà. Rivista Anarchica Bimestrale”, a. XXIV, numero 1, Gennaio-Febbraio 1971.

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Simon Nicola, “Stregoneria cristiana”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Ottobre 1980, 104 p.

Dalla quarta di copertina

In tempi in cui anche i rivoluzionari indos­sano l’abito talare dell’attesa e del dubbio, ancora più urgente diventa per gli anarchici la lotta contro la religione, all’interno della più vasta lotta contro lo Stato e il capitale, per realizzare le condizioni della rivoluzione sociale.

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Nota dell’Archivio
– La prima edizione di questo libretto di Nicola Simon è della Libreria Editrice Sociale di Milano (1910); la seconda, invece, è de La Fiaccola di Ragusa (1969)

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