Prima che sia troppo tardi. Appunti e riflessioni sul petrolio, sul nucleare e sulla necessità di contrastare radicalmente questa società ingorda di energia

Teramo, [primi anni dieci del duemila], 8 p.

Nei mari del golfo del Messico si sta consumando una catastrofe ambientale e sociale di proporzioni gigantesche. L’ennesima. Il 21 Aprile un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della British Petroleum, situata al largo delle coste della Louisiana, ha causato uno dei più gravi disastri ambientali della storia e ha rivelato ancora una volta al mondo una delle terribili caratteristiche della società industriale in cui viviamo: la capacità dell’essere umano di provocare irreversibili catastrofi e l’incapacità quasi assoluta di porvi rimedio. Sono morte 11 persone e in pochi giorni la fuoruscita di petrolio dal pozzo è stata stimata intorno ai 5 mila barili, tra gli 800 mila e 1 milione di litri, al giorno. Ma neanche sulle stime c’è accordo tra gli esperti, altri calcolano che la fuoruscita di greggio potrebbe addirittura aggirarsi tra i 20mila e i 1OOmila barili al giorno… Le molteplici chiazze nere si sono estese su un’area complessiva di 160 km per 70 km di ampiezza, con uno spessore in alcuni punti di 90 metri.

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Vroutsch, “La radioattività e i suoi nemici”

Edito da Edizioni della Rivista Anarchismo, Catania, Maggio 1979, 56 p.

E’ tempo di riconoscere il ruolo del nucleare nelle relazioni antagonistiche Stato/Capitale. Servitore dello Stato nelle sue implicazioni (centralizzazione energetica, settorializzazione dello spazio, controllo poliziesco permanente), e servitore del Capitale nella misura in cui divide una nuova era di riproduzione, opera una convergenza tra uno Stato in pieno sviluppo e sostituzione graduale delle relazioni sociali con relazioni amministrative e mediate e un Capitale costretto a negare le barriere statali per dominare la sua crisi. Lo Stato trova nel nucleare il mezzo per perpetuare la stabilità necessaria alla sua espansione, il Capitale vi ricerca ciò che alimenta il suo eterno squilibrio produttivo. Il nucleare è ultimo punto di congiunzione tra queste due forze che impediscono reciprocamente il loro rispettivo sviluppo: per la sua struttura dinamica il Capitale deve necessariamente negare lo Stato (struttura statica) per perpetuare la sua auto-riproduzione, mentre lo Stato deve salvaguardarsi continuamente dall’energia riproduttrice del Capitale che lo rimette in questione (recupero pubblicitario della contestazione del terrorismo). Essendogli conferito un simile potere strategico, abbiamo la possibilità di capire l’importanza dell’energia nucieare, è per suo mezzo, le trappole che tende si suoi oppositori.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione dell’articolo del testo francese “La radioactivité et ses ennemis”, Serie Esquerre n. 18

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Passeggiate nel buio. Contro il nucleare

Edito da Anarchismo, Trieste, 2013, 136 p.

Nota introduttiva
Ma poi, non li ricostruiscono? Obiezione immancabile, che ho sentito mille volte.
Certo che ricostruiscono puntualmente tutti i tralicci dell’alta tensione abbattuti, e lo stesso per gli altri obiettivi raggiunti dalla rabbia e dalla fredda decisione di sabotare il capitale nelle sue strutture, se non altro visibili. Ma l’obiezione fiorisce subito sulla bocca degli sciocchi che guardano sempre il cielo prima di uscire per paura di bagnarsi.
I rivoluzionari non dovrebbero sposare queste perplessità. Non sempre però evitano questo matrimonio. Qualche volta – forse più di qualche volta – per timore di farsi mettere il sale sulla coda, si affrettano a prendere le distanze, mostrando inverecondamente l’intima pusillanimità che dovrebbero, a rigor di logica, tenere nascosta. Ma, cosa volete, la paura fa novanta.
In fondo si è trattato di passeggiate nel buio, che per il momento – ma solo per il momento – sembrano interrotte.
Quando respireremo ancora l’aria tagliente della notte andando a passeggiare in montagna?
Trieste, 29 ottobre 2011
Alfredo M. Bonanno

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La Canaglia a Golfech. Storia di una lotta antinucleare

Marzo 2011, 70 p.

Tra la metà degli anni Settanta e i primi anni Ottanta la crisi energetica spinse diversi Stati europei a orientarsi verso la produzione di energia atomica e, di conseguenza, a disseminare l’intero continente di centrali nucleari. L’opposizione a questi progetti diede vita a una storia in cui si intrecciano speranze e delusioni, manifestazioni oceaniche e cariche della polizia, tralicci abbattuti e braccia spezzate. Questa storia è anche nostra, il passato del quale veniamo e del quale spesso non restano che labili tracce. Se ci siamo impegnati a recuperare queste testimonianze, e in particolare della lotta contro la costruzione della centrale nucleare di Golfech, non è certo per consegnarle alla polvere degli archivi, ma perchè diventino una bussola per orientarci nel presente: nutrirci delle esperienze passate ci rafforzerà per affrontare le lotte che ci aspettano.

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Belbéoch Roger, “Democrazia Nucleare”

Edito da IstrixIstrix, Torino, Settembre 2013, 30 p.

La catastrofe di Chernobyl ha scosso le coscienze. Ma non è stata sufficiente a provocare quell’ampio dibattito che esige l’emergere della “società nucleare”. Poiché i rischi sono enormi, l’avvenire è ipotecato come non lo è mai stato per nessuna civiltà industriale e un nuovo rischio si profila: quello della creazione di un ordine autoritario per meglio “gestire” il nucleare. L’industria nucleare rappresenta certamente, almeno per il momento, l’aspetto più importante e più puro dell’impatto sociale della scienza (e naturalmente degli scienziati). È per questa ragione che le analisi relative all’ingerenza della scienza nella nostra società non se ne interessano affatto. Gli incidenti hanno sempre fatto parte della produzione industriale. Il rischio è riconosciuto come una componente della nostra società. Anzi, il diritto di produrre impunemente rischio dovrebbe essere riconosciuto come motore essenziale dello sviluppo tecnico. I discorsi sul rischio si moltiplicano. Vi si mescolano alla rinfusa le esplosioni delle tubature del gas negli edifici, il tabacco, il trasporto di fusti di prodotti tossici, l’incidente nucleare, le ferrovie, gli errori di pilotaggio degli aerei, il buco nell’ozono eccetera.

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Antinucleariste-i, “Nucleare Mon Amour”

Pisa, Maggio 2009, 30 p.

IL PERCHÈ abbiamo scritto questo opuscolo ci pare abbastanza chiaro: c’é ‘un’urgenza di rispolverare la lotta antinucleare ora che sembrerebbe che anche in Italia si voglia ritornare all’energia atomica. Se è vero che la pensiamo come la radioattività e cioè che le frontiere sono solo politiche e non fisiche e che quindi si dovrebbe lottare contro il nucleare in qualunque parte del mondo senza distinzione di ‘nazioni”, è indubbio che le forze di cui disponiamo sono limitate e si deve per forza di cose fare una scelta. Oggi scegliamo di scagliarci duramente contro il nucleare così come lo abbiamo fatto, e facciamo, contro le nocività che ci vengono imposte e che, nemmeno troppo lentamente, non solo devastano e massacrano territori ed esseri viventi ma anche le relazioni, il modo di vivere, le nostre vite. Insomma, ci piacerebbe che la lotta contro il nucleare si inserisse in una più ampia lotta tesa a contrastare l’avanzata massiccia di ciò che viene chiamato “progresso”, senza alcuna paura di essere tacciati di retrogradi e senza alcun timore di sentirci dire che il mondo va così e non si può cambiare. Se decidiamo di prendere carta e penna e di buttare giù un semplice testo, che ci auguriamo possa essere uno strumento tra i tanti per combattere insieme al nucleare la stessa idea di smodata fame energetica, è perché all’ineluttabilità del “cammino del progresso” opponiamo l’idea di un mondo completamente diverso. È perché non ci arrendiamo, non ci abituiamo, non vogliamo aspettare passivamente che altri sporchi affari vengano giocati sulla pelle di questo mondo. È perché non ci appartiene piangerci addosso ma piuttosto impugnare le armi di cui disponiamo per combattere un mostro che invincibile non è. Forte sì, ma non invincibile…

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Germinal. Settimanale anarchico della Venezia Giulia

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Durata: 8 Settembre 1921 — 7 Ottobre 1921
Luogo: Trieste
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4 pagine; 2 pagine il n. 5

Note dell’Archivio
-Manca il n. 4
-La risoluzione del giornale è scarsa. Provvederemo in futuro a cambiare i file
-Il giornale, il cui redattore era Rodolfo De Filippi, era la continuazione di “Germinal. Periodico settimanale anarchico” del 1907. Quest’ultimo, al momento, è digitalizzato in foto; provvederemo, in futuro, a sistemarlo e renderlo accessibile a tuttu.
-La numerazione dei numeri 5 e 6 è invertita: l’ultimo numero uscito è l’erroneo n. 5 del 14 Ottobre 1921.
-Come scritto nell’ultimo numero del giornale, a causa del completo disinteresse “siamo costretti a sospendere le pubblicazioni del Germinal.”
-Per una panoramica sulla situazione giuliana di quel momento storico, si veda l’articolo di Mauro de Agostini, “Movimento operaio in Carnia
-Riguardo il redattore del giornale, lo storico anarchico Claudio Venza riporta due versioni sintetiche della vita di costui nel libro biografico di Umberto Tommasini. Nel libro “Umberto Tommasini. L’anarchico triestino”, Antistato, Milano, 1984, Venza riporta nella nota 144, pagg. 101-102: “[…] Rodolfo De Filippi, detto «Cartafina», litografo, è uno dei soprav­vissuti dell’anarchismo triestino del periodo asburgico. Nel 1914 ha contatti con i rifugiati della «Settimana Rossa» stabilitisi a Trie­ste. Partecipa all’edizione del 1921 del «Germinal» e svolge atti­ va propaganda negli ambienti operai locali. Durante il fascismo viene ammonito e assiduamente vigilato. Collabora con la Resi­stenza con compiti tecnici. Nel secondo dopoguerra continua l’attività sindacale e anarchica fino alla morte avvenuta in età molto avanzata nel 1970. Cfr. MASERATI, Gli anarchici, cit., ad indicem, nonché ACS, PS, DAGR, CPC, b. 1654, f. «De Filippi Ro­dolfo». […]
Nell’introduzione de “Il fabbro anarchico. Autobiografia fra Trieste e Barcellona di Umberto Tommasini”, Odradek, Roma, 2011, nota 96, pag. 56, lo storico anarchico triestino riporta: “[…]Rodolfo De Filippi, detto “Cartafina”, litografo, è uno dei sopravvissuti dell’anarchismo triestino nel periodo asburgico. Partecipa all’edizione del 1921 del “Germinai” e svolge attiva propaganda negli ambienti operai locali. Collabora con la Resistenza con compiti tecnici, falsificando documenti per i partigiani. Nel secondo dopoguerra continua l’attività sindacale e anarchica. […]”
Rodolfo De Filippi, inoltre, viene citato come partecipante al Convegno di Studi sui rapporti fra movimento anarchico e movimento dei lavoratori (Milano: 6 e 7 Agosto 1949). Vedere (a cura di) Fedeli Ugo e Sacchetti Giorgio, “Congressi e Convegni della Federazione Anarchica Italiana 1944-1995”, Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, 2003, pag. 142

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Gioventù Anarchica. Periodico dei giovani della Federazione Anarchica italiana

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Durata: 20 Luglio 1946 — 20 Febbraio-5 Marzo 1947
Luogo: Milano
Periodicità: “Esce il 5 e il 20 di ogni mese”
Pagine: 4 pagine

Note dell’Archivio
– Le pagine 1 e 2 del n. 2, Anno 1, sono piegate al centro; ciò impedisce la lettura completa degli articoli pubblicati.
– A causa della rilegatura, gli articoli del numero 4-5, Anno I, non sono facilmente leggibili

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Rensi Emilia, “Testimonianze inattuali”

Edito da La Fiaccola, Ragusa,  1987, 76 p.

Prefazione
E’ forse opportuno metter in luce la crudeltà dell’Essere fonda­to sulla reciproca distruzione, i problemi senza soluzione della vita individuale e sociale, la caducità delle creature viventi e delle vicen­de per loro tanto assillanti, il perenne susseguirsi dei dolori di que­ste foglie nella bufera quali noi siamo? Ma non può forse essere vincolo di fraternità reciproca il sentirsi tutti uniti nella comune drammatica sorte? Non pochi ovviamente sono dell’opinione che simile visuale non debba esser comunicata ad altri per non distruggere speranze che possono rasserenare il cammino quotidiano, per non dissolvere illu­sioni che possono rendere 1’esistenza meno amara. E non mancano di rimproverare chi non tiene per sé la sua angosciata conoscenza della realtà, anziché affliggerne i compagni di sventura.
Ma diamo la parola a Jean Rostand: “il est pénible d’etre un arracheur d’espoir. Mais aussi festóne que toute convinction sincère, désintéressée a droit d’étre exprimée. Davantage je pense qu’elle crée le devoir qu’on l’exprime. Ne faut-il pas que ceux qui pensent comme nous sachent qu’ils ont des frères?” (Le Courrier d’un biologiste, Paris, 1970).
Emilia Rensi

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Giorgini Vittorio, “Le religioni plagiano”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Aprile 2004, 54 p.

I credenti si servono di strutture forti ed autoritarie per plagiare le società: chiese, pulpiti, tutti i mezzi di comuni­cazione e di educazione che invece mancano ai non cre­denti e che vengono loro resi inaccessibili in tutti i modi possibili. Tale plagio è così evidente ed efficiente che pare impossi­bile non notarlo; ma allo stesso tempo la sua pervasività spiega perché i credenti non se ne rendano conto e man­ chi la distanza critica e la tolleranza. Possiamo prendere in esame, a caso, due religioni diver­se ma di uguale radice, come quella cattolica e quella mu­sulmana: ognuna è pronta a giurare sulle proprie verità, assai diverse per quanto simili, ed in nome di queste a combattere ed uccidere. Così è stato per centinaia di an­ni: assurdo totale, ma ogni parte in causa pretende di ave­re ragione.

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