(a cura di) Antonioli Maurizio, Dibattito sul sindacalismo. Atti del Congresso Internazionale anarchico di Amsterdam 1907

Edito da CP, Firenze, 1979, 267 p.

Nell’Agosto del 1907 si tiene ad Amsterdam un congresso inter­nazionale anarchico, al quale partecipano i delegati di 14 paesi: nell’arco di una settimana vengono affrontati i seguenti problemi: antimilitarismo; rapporto maggioranza minoranza all’interno del­l’organizzazione anarchica; anarchismo e organizzazione; anar­chismo e sindacalismo; sindacalismo e sciopero generale; costi­tuzione dell’Internazionale; educazione integrale dell’infanzia; associazioni di produzione e anarchismo; letteratura moderna e anarchismo; anarchismo e religione. Fra tutti i problemi dibattuti, i più importanti per gli sviluppi futuri del movimento operaio internazionale sono senz’altro il rapporto fra anarchismo e sindacalismo e fra organizzazione specifica e organizzazione sindacale, di massa; il modo di porsi del militante nei confronti dell’una e dell’altra; l’opportunità о meno di partecipare alle lotte operaie come militanti di una specifica organizzazione politica… A distanza di settanta anni, le posizioni assunte all’epoca dai vari gruppi di tendenza non hanno perso certo di attualità e di carica polemica: possono quindi valere da utile punto di para­gone per quanti oggi tornano ad affrontare, con fatica, problemi similari, e costituiscono per tutti una testimonianza storica di indiscutibile valore. Nel saggio introduttivo, Maurizio Antonioli inquadra storica­ mente il Congresso nel dibattito in corso nel movimento rivoluzionario e nelle organizzazioni operaie di quegli anni, ed evi­denzia le ripercussioni che esso ebbe sulle lotte sociali del periodo.

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Marchetti Maurizio, “La santa inquisizione”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Maggio 1999

Tutti sanno cos’è stata l’inquisizione cristiana, ma pochi si ren­dono conto che dietro la dichiarata lotta alle eresie si è consu­mato uno dei più atroci massacri della Storia. Olocausto ingiu­stificato, in ogni caso, perché le torture e le morti venivano in­flitte a persone che, oggi, la stessa Chiesa ha dovuto riconosce­ re del tutto innocenti, addirittura più nel giusto che lo stesso clero omicida. Il lavoro di Marchetti ha proprio questo merito: presentare in maniera cronologica la storia dell’«Istituto più mostruoso che mente umana potesse concepire», fornendo allo studioso più smaliziato ed al curioso meno scaltrito, gli strumenti adatti per poter ampliare la ricerca ed arrivare alle proprie conclusio­ni in piena autonomia. Non ci fossero stati volontari della ve­rità come lui, la Chiesa continuerebbe a negare di aver supera­to abbondantemente gli orrori di un Hitler, e per numero di vittime, e per efferatezza delle torture comminate, e per lun­ghezza del tempo in cui queste sono state perpetrate: il nazi­smo è durato poco più di dieci anni, il cristianesimo ce lo por­tiamo appresso da duemila anni, ed ancora dura!
Massimo Consoli

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Crippa Carlo, “Rosa Luxemburg. Dalla storia alla memoria”

Edito da Galzerano, Casalvelino Scalo, 1993, 107 p.

Lontano dall’apologià malinconica o puramente accademica, questo saggio di Carlo Crippa traccia, in modo vivo ed intenso, un ritratto di Rosa Luxemburg, la fondatrice del Partito Comu­nista tedesco, assassinata barbaramente a Berlino il 15 gen­naio 1919. In tempi di pervicaci banalità sulla “fine del comunismo”, la storia di Rosa Luxemburg meritava un esame lucido e critico che, nel mettere in luce gli aspetti più umanamente autentici di una grande figura del movimento operaio europeo, facesse giustizia di stereotipi e luoghi comuni. La caratteristica più pregevole di questo libro è l’efficace sintesi dei temi del marxismo e degli avvenimenti che caratterizzarono la vicenda dell’Inter nazionale socialista. Leggibile come un romanzo ma equidistante tanto dalla biogra­fia romanzata quanto dal saggio ideologico, il lavoro di Carlo Crippa riporta l’attenzione della memoria su un pensiero po­ litico così “fuori dal tempo” da risultare… attualissimo!

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Masini Pier Carlo, Biografie di sovversivi compilate dai prefetti del regno d’Italia (1)

Estratto da Rivista Storica del Socialismo, 1962, 50 p.

L’Italia degli stati d’assedio, delle leggi eccezionali e del domicilio coat­to fu anche l’Italia del casellario politico. Il casellario venne impiantato dal Crispi nel biennio 1894-1895 per com­battere quella che egli definì setta infame, sbucata dalle più nere latebre della terra, la quale scrisse sulla sua bandiera « nè dio nè capo » (discorso del 10 settembre 1894). La misura era cioè diretta, come le leggi eccezio­nali del 19 luglio dello stesso anno, contro gli anarchici. Ma in effetti essa tendeva a colpire tutti gli oppositori: socialisti, repubblicani, radicali. Venne così costituito un casellario politico centrale presso il Mini­stero degli Interni – Direzione Generale di Pubblica Sicurezza e, probabil­mente, casellari politici periferici vennero istituiti anche presso Questure о Prefetture. Il casellario politico centrale era costituito da fascicoli personali, ordi­nati alfabeticamente, in ognuno dei quali venivano raccolte tutte le carte relative al sorvegliato speciale (rapporti di prefetti, questori, commissari di P. S., marescialli dei carabinieri ecc., denunce anonime, relazioni dei direttori delle carceri per i detenuti e dei consoli per i fuorusciti, ritagli di giornali, copie di denunce all’autorità giudiziaria ecc.). Ma la base del fascicolo era una scheda biografica, compilata su modello mini­steriale a stampa dal prefetto della provincia di nascita о di residenza (o da entrambi). Nella scheda — un libretto di varie pagine — oltre ai dati anagrafici essenziali, ai connotati e alla fotografia era riportato un profilo biografico del soggetto, con particolare riguardo al suo curriculum politico, ai suoi studi, attitudini, relazioni, condanne subite ecc. Il Ministero provve­deva poi a tenere aggiornata la scheda con apposite « annotazioni » redatte sulla base di informazioni о di fogli-notizie trasmessi dai prefetti. Il casellario politico centrale, limitatamente ai « sovversivi » ( questa è la definizione tecnica, introdotta probabilmente dai fascisti) deceduti prima del 1935, si trova ora a disposizione degli studiosi presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma, nella nuova sede dell’E.U.R.. Si tratta di alcune migliaia di fascicoli di cui esiste inventario alfa­betico.
Ragguardevole è il valore di questo materiale per la storia dell’Italia contemporanea. Sotto l’aspetto politico il casellario costituisce, per così dire, l’anagrafe, il ruolo organico dell’opposizione socialista, repubblicana о demo­cratica: un esercito di militanti, dirigenti di fama internazionale e oscuri propagandisti di provincia, tutti perseguitati per le loro idee, tutti impe­gnati in una dura lotta contro quello che fu in Italia, ancor prima del fascismo, un regime di dittatura. E il volto di questa dittatura, inquisitorio, fiscale, poliziesco, appare dalle note biografiche compilate dai prefetti col linguaggio ereditato dai loro predecessori imperialregi e borbonici. Per la parte informativa il casellario fornisce, cronologicamente ordi­nate, copiosissime notizie biografiche, altrimenti di difficile accertamento: date di nascita e di morte, arresti, processi, espatrii, collaborazione a riviste e giornali, casi familiari ecc. Ma l’interesse maggiore del casellario è quello umano, cioè la scoperta di una realtà assolutamente inedita, che spesso sfugge allo storico dei movimenti sociali, proteso a cogliere fenomeni collettivi e di massa e tal­ volta dimentico che dietro quei fenomeni, dentro quella massa anonima ci sono uomini, uno più uno, ognuno con un volto, un’età, un tempera­mento, un mestiere, uno stato civile. Grazie a queste biografie, all’interno della classe о del partito, che per semplificazione espositiva о per astra­zione teorica spesso presentiamo come formazioni compatte ed omogenee, noi ritroviamo una umanità ineguale e frastagliata, nella quale peraltro è possibile individuare le spinte oggettive che trasformano un assieme di casi individuali in fenomeno collettivo. Cosicché la vita individuale cessa di essere, davanti alla generalizzazione di movimenti di massa, una trascu­rabile appendice di curiosità aneddotiche, ma diventa materiale scienti­ficamente utilizzabile per pervenire alla scoperta, alla convalida (e qualche volta alla rettificai di quelle generalizzazioni. Iniziamo qui la pubblicazione di una serie di schede biografiche. I sog­getti appartengono quasi tutti alta prima generazione socialista: quella della Prima Internazionale. Alle schede abbiamo aggiunto in certi casi, oltre ad una breve nota bibliografica, anche altre testimonianze ricavate da necrologi, notizie di stampa, cronache ecc., quasi tutte poco conosciute e utili per una rico­struzione biografica. Abbiamo invece ritenuto di non estendere la pubblicazione ai vari do­cumenti contenuti nel fascicolo personale, poiché in tal caso il lavoro avrebbe assunto proporzioni troppo vaste. Da questi documenti abbiamo invece tratto alcune notizie integrative della scheda biografica, che qui compaiono in una nota introduttiva.

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Nota dell’Archivio
-Opuscolo fotografato

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Masini Pier Carlo, “Antonio Gramsci e l’Ordine Nuovo visti da un libertario”

Edito da L’Impulso Edizioni, Livorno, 1956, 32 p.

Perché la pubblicazione di questi scritti di Antonio Gramsci (che poi sono gli “scritti” propriamente detti, trattandosi, a differenza delle Lettere e dei Quaderni, di materiale elaborato per la pubblicazione e pubblicato) costituiscono un grande avvenimento culturale e po­litico?
Pur avvertendo la difficoltà di operare in Gramsci e particolarmente in questo Gramsci una distinzione del culturale dal politico, possiamo rispondere che gli scritti dell’ “Ordine Nuovo” (A Gramsci. L’Ordine Nuovo. To­rino. Einaudi 1954. pp. 500) presentano ai tanti, ai troppi lettori e ammiratori del Gramsci, della sua umanità, della sua cultura, della sua intelligenza un Gram­sci che vuol veder la gente in faccia, che offende, che urta, che non si fa perdonare, in grazia dell’erudizione il peccato di essere un comunista rivoluzionario; possia­mo rispondere che la pubblicazione di questi scritti spezza un equivoco, rompe il malinteso di un Gramsci soltanto sensibile umanista c diligente filologo, soltanto cultore delle patrie lettere o critico drammatico, tutt’al più mediatore di Marx con De Sanctis e Croce.
Questo Gramsci era ospite gradito dei circoli intel­lettuali borghesi, della provincia culturale sub-crociana, del bel mondo delle lettere e delle arti. Ora l’apparizio­ne del Gramsci, militante rivoluzionario, è un fatto cul­turalmente positivo, proprio perche è destinato a dissi­pare questi indebiti consensi e sospette simpatie all’ope­ra sua
Sotto l’aspetto politico poi la pubblicazione (e quindi la diffusione, la lettura, la conoscenza) di questo volu­me avrà enormi ripercussioni all’interno del partito comunista (e di riflesso in quello socialista). Non biso­gna infatti dimenticare che la grande massa dei mili­tanti comunisti, venuta al partito di « tipo nuovo » di questo dopoguerra, seguendo non tanto le lontane ri­membranze del partito di Livorno quanto le suggestioni del mito sovietico (e di questo più i fasti staliniani che gli echi remoti dell’ottobre rosso), questa nuova gene­razione di militanti che è stata nutrita per dieci anni di broda “democratica” conosce assai meglio gli arti­coli della Costituzione Repubblicana o le parole d’ordine dei Partigiani della Pace che, non per fare un esempio, le 21 condizioni d’ammissione alla Internazionale Co­munista o le tesi di Roma del Partito Comunista d’Italia; i suoi massimi problemi teorici possono essere quelli della critica e dell’autocritica o della direzione collegiale o della possibilità di coesistenza degli stati socialisti con gli stati capitalisti: più in là non va.
Per questo la pubblicazione degli scritti di Gramsci degli anni 1919-1920 è per centinaia di dirigenti comu­nisti di base, bravi ed entusiasti, per migliaia di attivisti sinceri e devoti, come un vasto ed improvviso bagliore che illumina nuovi orizzonti, che getta viva luce su zone rimaste fino ad ora nell’ombra.
In queste pagine gramsciane si sente un linguaggio nuovo, chiaro, vigoroso, si afferrano orientamenti pre­cisi, si scopre una affascinante prospettiva di lotte e di conquiste rivoluzionarie; quei nomi di Trotskj, di Bucharin. di Radek, di Zinovieff. di Kameneff si sentono citati, non più (o meglio non ancora) col marchio del­l’infamia e col solito corredo di improperi, ma come degni compagni di Lenin, come artefici di una grande rivoluzione, come uomini provvisti di particolari loro vedute, non esenti da errore, ma non per questo vitu­perati nè vituperabili ( l’augusto nome di Stalin, a segno di tanta fama, in 500 pagine non viene citato neppure una volta); e poi la grandiosa immane complessa pro­blematica della rivoluzione comunista, della sua strate­gia c della sua tattica, delle sue esperienze, via via ana­lizzate e studiate, in Russia, in Germania, in Ungheria, in Italia. E quale valore di contributi, quale ricchezza di dibattiti, quale impegno di ricerca a confronto con la povertà degli empirismi oggi in voga, in confronto con i miserevoli contorsionismi tattici e ideologici del­l’era staliniana!

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nell’introduzione dell’opuscolo, “questo breve studio sul pensiero di Gramsci del periodo ordinovista riproduce, ampliata e rielaborala, una recensione del volume di scritti del!’ Ordino Nuovo, ap­parsa su l’Impulso, organo dei Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria (numeri del 15 dicembre 1954. 15 gennaio e 15 febbraio 1955)

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Masini Pier Carlo, “Anarchici e comunisti nel movimento dei consigli a Torino”

Stampato da Tipolitografia G. Capponi, Firenze, 1970, 33 p.

Prefazione
Presentando ai lavoratori italiani, e particolarmente agli anarchici, lo studio che Pier Carlo Masini ha voluto dedicare al movimento dei consigli di fabbrica del dopoguerra rosso 1918-1922, formulo l’augurio che alla larga diffusione corrisponda da parte dei lettori un vivo interesse per questo tipico organismo dalle grandi possibilità rivoluzionarie, che in quegli anni fu strumento essenziale e caratteristico della nostra lotta. La lucida trattazione e l’ampia documentazione testimoniano la diligenza e la obiettività di questa esposizione che illustra, specie ai giovani compagni, quanto di più concreto il movimento anarchico seppe allora esprimere per potenziare, su un terreno nostro, gli aneliti di riscossa e di emancipazione delle classi lavoratrici. Inoltre, proprio nel momento in cui la situazione politica di un mondo minato dalle sue stesse contraddizioni, ancor più che dalla volontà degli uomini, può aprire insperate possibilità rivoluzionarie, mi pare estremamente utile l’idea dell’autore di riproporre il tema dei Consigli. E soprattutto mi sembra opportuno sottoporre ad adeguata riflessione le diverse concezioni, ben messe in evidenza dal Masini, della funzione e del potere di essi da parte delle diverse correnti ideologiche. Purtroppo oggi, come allora, rimane inalterato il dissenso fondamentale fra noi ed i comunisti autoritari sul carattere statale o libertario dei Consigli.
Ed è ormai evidente anche sul piano storico che una società di Consigli di produttori liberamente eletti non è conciliabile, per la contraddizion che nol consente, con un regime di dittatura, sia pure proletaria. È ovvio però che ciò non è sufficiente per dimostrare che il sistema dei Consigli, come noi lo intendiamo, è irrealizzabile. Non solo, ma lo stesso pericolo di uno slittamento autoritario di questo strumento di lotta e cellula della futura struttura sociale non può indurci a rinunciarvi. Perciò, se sarà necessario, noi lotteremo a fianco delle correnti politico-sindacali a noi affini finchè riterremo che ciò sia utile allo scopo comune, che mira al possesso collettivo dei mezzi di produzione e di scambio ma poi, come nei più bei tempi della mia vita modestamente polemizzando dicevo ad Antonio Gramsci, raggiunto il bivio dal quale si dipartono le vie che conducono all’autorità od alla libertà, al Soviet di Stato o al Soviet della libera comunità umana, gli anarchici sceglieranno la loro strada.
Maurizio Garino

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Collana Seme Libertario, (a cura del) gruppo Barriera di Milano, Torino, 1951

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Bertante Alessandro, “Contro il ’68. La generazione infinita”

Edito da Agenzia X, Milano, 2007, 94 p.

La spinta propulsiva ed eversiva delle nuove generazioni rappresenta da sempre la linfa delle società evolute, la possibilità di un ricambio vitale ed emozionale. Un ricambio che in Italia manca da più di vent’anni, da quando i sessantottini sono diventati classe dirigente tenendo ben strette le redini del potere politico e mediatico. Figli del boom economico, borghesi pasciuti e scolarizzati, sono stati la prima generazione moderna di un’Italia che da rurale diventava urbana e ha avuto accesso a beni di consumo, cultura, viaggi e tempo libero. Onnivora e vorace, ansiosa di scoperte e nuove esperienze, la generazione contestataria ha tentato l’assalto al cielo simulando una fantomatica contrapposizione di classe. In realtà il Sessantotto non ha aperto alcuna stagione politica e culturale nuova (troppo superficiali, conformisti e intolleranti ideologicamente per una vera rivoluzione), ma può essere considerato come l’ultima fiammata spontaneista di un grande cambiamento iniziato negli anni Cinquanta. Bertante scardina da sinistra la mitopoiesi postuma del Sessantotto, evidenziando le ambiguità della parabola esistenziale dei suoi protagonisti che, una volta adulti, hanno inaugurato la stagione edonistica e liberistica degli anni Ottanta, all’origine dell’attuale decadenza etica e culturale del Pese. Facendo propria la voce dei “figli” dei sessantottini, l’autore sottolinea la tutela alla quale è ancora sottoposta la sua generazione.

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La scuola moderna. Rivista quindicinale di cultura popolare

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Durata: 16-30 Novembre 1910 – Maggio-Giugno 1911
Luogo: Bologna
Periodicità: Quindicinale (Per gli ultimi numeri: varia).
Pagine: 16 pagine

Note dell’Archivio
-Manca il n. 10
-Nel Bollettino Archivio Giuseppe Pinelli, n. 7, Luglio 1996, Francesco Codello scrive il seguente articolo: “«La Scuola Moderna» rivista quindicinale di cultura popolare” che copio-incolliamo in modo integrale:
Tra il novembre del 1910 (16-30 nov., a.I n.1) e il maggio 1911 (a.I n.10) viene pubblicata a Bologna questa rivista che si inserisce a pieno titolo nel panorama politico e pedagogico italiano, concorrendo a caratterizzare in senso educazionista una parte del movimento anarchico italiano di questi primi anni del secolo. Tra i redattori figurano personalità di spicco come Pietro Gori, Luigi Fabbri e Domenico Zavattero, che insieme a Angelo Tonello e Adele Sartini costituiscono un gruppo redazionale di spiccate vocazioni educazioniste ma, al contempo, di accesa fede rivoluzionaria e libertaria. «La Scuola Moderna» vede la luce dopo l’esperienza della Escuela Moderna e la fucilazione di Ferrer e dopo l’iniziativa della rivista «La Scuola Laica» di Roma [vedi Bollettino n°6], in un periodo in cui forte è anche in Italia l’attenzione del movimento anarchico verso i temi dell’educazione e della scuola. Il che avviene grazie anche alla vivace iniziativa di Luigi Molinari, al complessivo movimento delle Università Popolari e all’esperienza dell’asilo razionalista di Clivio. La rivista assolve, nell’intento dei suoi redattori e nella sua strutturazione, al duplice compito di divulgare, da un lato, le teorie e le esperienze degli anarchici europei nell’ambito della pedagogia e, dall’altro, di dare attenzione ai problemi anche quotidiani del rapporto insegnanti/alunni e genitori/figli. Scorrendo le pagine della rivista si possono infatti trovare riprodotti scritti significativi e importanti di educatori anarchici come Paul Robin e libertari come Leone Tolstoj accanto a rubriche come La pagina delle mammine nella quale si forniscono consigli pratici di igiene e educazione alimentare, insieme ad interventi di carattere più psico-pedagogico. Non mancano articoli di critica politica alla scuola e di analisi pedagogica, così come si possono leggere brevi sunti di divulgazione scientifica. Una rivista insomma che si misura con la complessità delle problematiche che caratterizzano l’educazione nei vari aspetti teorici, storici, psicologici e politico-sociali. Nell’editoriale di presentazione l’impegno dei redattori è proprio quello di non farne una rivista astrusa e avulsa dalla realtà: «Non trascurerà, nel suo corso, la trattazione di questo o quel problema pedagogico, e sarà quindi anche una palestra per quegli educatori e maestri di scuola che vorranno dire le proprie idee; ma il suo compito principale è quello di diffondersi fuori dallo stretto ambito dei maestri e degli scolari. Noi siamo convinti che oramai tutti sono un po’ maestri e scolari nella vita; e che la scuola ai ragazzi si fa più fuori dell’edificio scolastico che dentro». Lo scopo è dunque quello di portare la discussione sull’educazione libertaria nell’ambito più ampio possibile e di dare voce a tutte quelle esperienze e quelle voci che anche all’interno della scuola e di altre istituzioni educative si muovono nel senso della libertà e dell’uguaglianza. Insomma un impianto decisamente moderno caratterizza questa pubblicazione che dimostra e testimonia come fosse vitale e diffusa la presenza delle idee anarchiche in Italia tanto da potersi permettere la pubblicazione di riviste tematiche come questa. Sull’ultimo numero uscito (maggio-giugno 1911), nell’articolo di apertura viene riassunta in modo chiaro ed esplicito la concezione educazionista che fa da sfondo a quest’esperienza bolognese e che ben coglie il problema essenziale di ogni trasformazione della società: «Nell’impazienza di raggiungere la fase risolutiva della questione sociale, gli elementi cosiddetti sovversivi hanno trascurato sempre un fattore importantissimo di trasformazione: la mentalità degli uomini».

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La guerra sociale. Settimanale anarchico interventista

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Durata: 20 Febbraio 1915 – 24 Aprile 1915
Luogo: Milano
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4 pagine

Note dell’Archivio
-Come riportato da Leonardo Bettini, “È il foglio degli anarchici interventisti, che già nell’ottobre del 1914 avevano lanciato a Roma, il n.u. la Sfida . Al giornale, la cui uscita era stata annunciata sulle colonne del Popolo d’Italia di Mussolini, collaborarono, fra gli altri, Mario Gioda, Massimo Rocca (“Libero Tancredi”), Maria Rygier e Oberdan Gigli. Di quest’ultimo è l’articolo programmatico (Perchè siamo interventisti, a. I, n. 1), nel quale si tornava a ribadire quell’identità “guerra-rivoluzione”, con cui il gruppo redazionale giustificava la propria posizione interventista. Vi si legge, fra l’altro: “Questa nuova Guerra Sociale difende il pensiero e l’azione degli anarchici che sostengono oggi la collaborazione di tutte le classi sociali per impedire il predominio tedesco nel mondo e per risolvere i problemi borghesi che ancora non permettono l’impostazione dei problemi sindacali e libertari”. Premesso poi, che “noi accettiamo o rinneghiamo i fenomeni più terribili della storia — la guerra e la rivoluzione — secondo lo spirito che li anima” e che quindi “accettiamo la guerra per evitare una oppressione”, conclude invitando i lavoratori a non estraniarsi dal conflitto, perchè il danno del vassallaggio nazionale si ripercuoterebbe su di loro.
-Nella bibliografia de La guerra sociale riportata sul sito Bettini, vediamo alcuni titoli critici verso questi interventisti anarchici. Non avendo a disposizione l’articolo di Masini, condividiamo i due link degli articoli di Ugo Fedeli, pubblicati su Volontà: “Note sul 1914-1918. Gli anarchici e la guerra”, nn. 10 e 11.
Inoltre segnaliamo il citato libro dal sito Bettini, Gino Cerrito, “L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo”, Samizdat, Pescara, 1998. Di questo libro, si veda in particolare il capitolo Quinto, La violenza herveista, pagg. 41-49

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AIT Azione Diretta dell’Unione Sindacale Italiana

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Durata: Febbraio 1953
Luogo: Genova-Sestri
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4

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