
Durata: Dicembre 1952
Luogo: Genova-Sestri
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4 pagine

Milano, 14 Aprile 2007, 24 p.
Il disastro dell’Icmesa del luglio 1976 diede vita a discussioni e battaglie sociali su armi chimiche, produzioni nocive e diritto d’aborto; e sin da allora le parole ‘nocivo’ e ‘vita’ divennero a loro volta armi da usare in modo strumentale per nascondere le responsabilità e i danni reali. Anche oggi residui tossici, armi chimiche, materiali altamente contaminanti e grandi opere dall’impatto ambientale devastante garantiscono la prosperità al mercato neoliberista e producono morte. E oggi come allora le istituzioni ignorano deliberatamente il rischio quotidiano per la salute della popolazione, e parlano di ‘difesa della vita’ solo quando si tratta di attaccare il diritto delle donne all’autodeterminazione. Quali sono stati gli esiti di quelle battaglie? Cosa è cambiato in trent’anni in materia di tutela e di consapevolezza dei rischi? Cosa significa oggi ‘nocività’, e che importanza assumono le lotte territoriali contro il Tav, gli inceneritori, le trivellazioni petrolifere, le basi militari?
Nota dell’Archivio
-Come segnalatoci, il collettivo Maistat@zitt@ di Milano non esiste più.

Stampato da Barboni e Paganelli, Castrocaro, 1891, 16 p.
Estratto da Masini Pier Carlo, “Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta”, pagg. 240-241
[…]L’iniziativa di un congresso nazionale, ampiamente discussa durante l’estate del 1890, entrò in una fase di realizzazione con la riunione di anarchici romagnoli svoltasi a Faenza il 13 ottobre e con una quasi contemporanea proposta di anarchici milanesi. […] la riunione era segretamente indetta per i giorni 4, 5 e 6 gennaio 1891 nel piccolo centro ticinese di Capolago, non lungi dalla frontiera italiana. Il congresso ebbe pieno successo, non solo per la partecipazione di delegati – un’ottantina provenienti da quasi tutte le regioni italiane e da diversi centri dell’emigrazione all’estero – ma anche perché rispose pienamente agli intenti dei promotori.Malatesta e Merlino volevano un congresso « aperto a tutti i socialisti senza distinzioni di partito » e ottennero da una parte la personale partecipazione di Cipriani, il cui nome era un simbolo d’unità rivoluzionaria, e dall’altra la adesione di Luigi Galleani, non molto favorevole all’organizzazione di partito. Insieme ad anarchici come Malatesta, Merlino, Gori, Ettore Molinari, Cesare Agostinelli parteciparono anche socialisti moderati come Giuseppe De Franceschi e Jacopo Danielli che ebbero modo di far presenti le loro riserve sull’astensionismo elettorale della maggior parte dei presenti. Comunque, dal congresso uscì il partito, anzi la federazione italiana di un Partito socialista anarchico rivoluzionario internazionale, la cui estensione ad altri paesi era nei propositi dei suoi fondatori. Apparato organizzativo ridotto al minimo, con la solita commissione di corrispondenza. I lavori del congresso si conclusero in un clima di tolleranza, senza il prevalere di maggioranze su minoranze ma con la registrazione di consensi e di dissensi quali venivano dichiarati dai partecipanti. Il congresso all’unanimità decise di aderire alla festa universale del 1° maggio per farne una grande occasione di agitazione sociale e di lanciare l’appello « ai socialisti e al popolo d’Italia ». L’appello diffuso in tutta la penisola contiene un compendio delle idee socialiste e anarchiche, una critica abbastanza misurata del socialismo legalitario e una finale esortazione alla rivolta. […]
Nota dell’Archivio
-Nel libro di Masini, vi è una nota a piè pagina: “Un resoconto del congresso è dato da F. S. Merlino con Socialisme et anarchisme, Le Congrès socialiste italian de Capolago (Suisse) in La Socìété Nouvelle (Paris-Bruxelles) del marzo 1897.”

Edito da Serantoni Editore, Roma-Firenze, 1905, 16 p., Seconda Edizione
Prefazione
Mentre da un lato la ossessione parlamentare dissolve e scinde le file dei partiti socialisti democratici, e dall’altro lato i quaresimalisti della egoarchia pura si danno la mano dai due estremi opposti delle classi e dei partiti – un manipolo di arcieri operosi della emancipazione proletaria, senza perdere la visione della meta ideale, lanciarono da qualche anno attraverso le organizzazioni operaie Francesi il grido di raccolta intorno allo stendardo della lotta economica, sulla base dell’associazione di mestiere. Fecero, a differenza di quegli altri, poche parole – e quelle che fecero, furono schiette e buone – e molti fatti. Fatti, forse senza rimbombo di grida o di terrore – ma fatti poderosi, nel silenzio del paziente e pertinace lavoro, a sollevare la coscienza delle classi produttrici verso quel livello di dignità e di fierezza umana, senza il quale ogni scatto di rivolta individuale non è che una pugnalata in una notte buia, da cui non echeggiano che un urlo ed un angoscioso spavento in chi l’ode. Andare alacramente di gruppo in gruppo, da individuo a individuo, parlando la semplice ed eloquente verità economica, che tutti sentono, e da cui la iniquità delle condizioni fatte ai lavoratori scatta fulminea agli occhi come bagliore di folgore – stringere fraternamente le mani incallite, ancora inconscie della futura lor possanza sociale, e allacciarle fraternamente alle altre mani incallite, soffiare nell’anima operaia lo spirito nuovo di solidarietà, inculcare la necessità intuitiva di contrapporre alla lega dei privilegi l’alleanza dei diritti, all’associazione internazionale degli sfruttatori, oggi nella lotta, come, inevitabilmente domani nel trionfo; dimostrare che senza l’unione delle forze operaie, liberamente federate, non è concepibile la possibilità di cotesta vittoria, come senza un organismo di mutuo servigio e di cooperazione universale, certo libero da gerarchie e dominazioni, non sarà mai attuabile la vagheggiata armonia tra l’individuo e la società: insegnare infine che se il lavoratore isolato nulla può, e che tutti i lavoratori associati tutti possono – sembrerà forse fatica troppo oscura ai facitori di frasi terribili i quali vogliono ignorare che la rivoluzione sociale per essere emancipazione del lavoro e rivendicazione integrale d’ogni umano diritto, deve, mentre distruggere, riedificare, si manifesta invece ai sereni osservatori dei fenomeni sociali, come il più interessante ed efficace episodio della lotta contemporanea tra le classi dominate e le dominatrici. In Francia si deve appunto alla energia illuminata di Fernando Pelloutier e di altri vigorosi difensori del corporativismo libertario, se la imponente organizzazione operaia di quel paese ha decisamente abbandonato le pericolose illusioni di una politica parlamentare proletaria convergendo invece tutte le forze e tutte le attività nelle associazioni di arte e mestiere, nelle camere del lavoro, nei sindacati operai, preparando con esse i mezzi e le coscienze alle scaramucce ed alle battaglie, che saranno la guerra più vasta e più logica di tutto il billennio. È necessario romperla coi rigidismi frateschi i quali vogliono far credere essere libertà ed associazione due termini incompatibili – senza accorgersi, che così dicendo essi proclamano impossibile l’anarchia giacchè l’unità non può rinunciare a questo bisogno acquisito dall’associazione, che è ormai il veicolo necessario per ogni suo benessere ed ogni suo progresso. Ma quelli i quali pensano che nell’associazione, purchè libertaria, può vigoreggiare la libertà individuale, perchè per quella si aumentano materialmente e moralmente i vantaggi e le forze dell’associato, sanno anche che l’organizzazione (a dispetto del sacro terrore che ha della parola i devoti del sillabo individualista) non significa razionalmente che associazione omogenea.
E le associazioni di mestiere hanno senza dubbio una omogeneità imprescindibile di interessi, che le rende associazioni tipiche di lotta e di cooperazione a lotta compiuta. Leggano i predicatori dello spontaneismo universale il succoso studio del compagno Pelloutier e riconoscano che la miglior filosofia della rivoluzione è mobilizzare, come seppe far lui ed altri amici di Francia, quel formidabile esercito di liberazione che è la milizia del lavoro.
Pietro Gori
Gennaio 1900
Note dell’Archivio
-Opuscolo fotografato
-Il testo originale è “L’organisation corporative et l’anarchisme. Plan de conférence”, edito da Bibliothèque de l’Art social, Editions de l ’Art social, 1896. Questo testo venne ritradotto da Enzo Sciacca e inserito nell’opera antologica “Pelloutier Fernand, “Lo sciopero generale e l’organizzazione del proletariato”“. In questa versione, Sciacca non menziona l’edizione curata da Serantoni, tanto meno la prefazione di Pietro Gori del Gennaio 1900

Edito da JacaBook, Milano, Luglio 1976, 233 p.
Il nome di Pelloutier è più di ogni altro legato all’esistenza e alla storia delle famose “Bourses du travail” di cui fu segretario dal 1895 al 1901. Questa opera ha il duplice valore di descrivere un grande salto qualitativo operato nella storia delle organizzazioni sindacali e, nello stesso tempo, di essere la testimonianza diretta di un protagonista di tale avvenimento. “Oltre al fondamentale servizio di collocamento degli operai, tutte queste Borse del Lavoro erano fornite di una biblioteca, corsi professionali, tenevano conferenze economiche, scientifiche e tecniche, servizi di assistenza per compagni di passaggio; esse avevano, fin dalla loro apertura, permesso la soppressione in ciascun sindacato di servizi che, necessari finché i sindacati avevano vissuto isolati, divenivano ora inutili da quando un’amministrazione comune era in grado di provvedervi; esse avevano già coordinato le rivendicazioni, il più sovente incoerenti, e talvolta anche contraddittorie, stabilite dai gruppi corporativi in base a dati economici insufficienti; in breve, esse avevano, in meno di sei anni, assolto, ciascuna nella propria sfera, un compito di cui la Fédération des syndicats non aveva neppur sospettato l’importanza’ e l’utilità. L’idea di federare queste Borse del Lavoro era inevitabile…”
Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Histoire des Bourses du Travail”, Alfred Costes Editeur, 1921.
–Nella versione originale in francese vi è la prefazione di George Sorel e la nota biografica di Victor Dave
-L’edizione curata da JacaBook è tratta dalla versione in inglese dell’opera di Pelloutier, pubblicata da Gordon&Breach, Parigi-Londra-New York, 1971
-Recensione pubblicata su “Autogestione. Rivista trimestrale per l’azione anarcosindacalista“, n. 2, Primavera 1979: “La breve ed intensa vita di F. Pelloutier (1867-1901) coincide con la rinascita del movimento operaio e sindacalista (un sindacalismo non certo paragonabile a quello che abbiamo oggi sotto gli occhi) seguente alla sconfitta della Comune di Parigi fino agli inizi del 1900. Pelloutier è stato un anarchico strettamente legato alla realtà quotidiana sostenendo fermamente il suo disprezzo per le formule politiche e preconizzando la lotta sul terreno puramente economico. Allora come adesso esisteva nel campo libertario chi non ammetteva la efficacia dell’azione sindacale e in una famosa “lettera agli anarchici” il compagno francese definisce limpidamente il suo pensiero: “Partigiani della soppressione della proprietà individuale, noi siamo inoltre quello che i politici non sono, dei ribelli in ogni circostanza, uomini senza Dio, senza padrone e senza patria, i nemici irriducibili di ogni dispotismo morale e collettivo, cioè delle leggi e delle dittature (compresa quella del proletariato) e gli amanti appassionati della cultura in se stessa. Agli anarchici che non ammettono l’efficacia dell’azione sindacale (chiede) di rispettare quelli che credono alla missione rivoluzionaria del proletariato illuminato di proseguire più attivamente, in modo ancor più metodico e ostinato che mai l’opera di educazione morale, amministrativa e tecnica necessaria per rendere vitale una forma sociale di uomini liberi”. La sua vita la dedica all’azione proletaria, convinto che 1’emancipazione del proletariato sarà opera del proletariato stesso, è fra i maggiori (o il maggiore) organizzatori delle “Camere del Lavoro”, quegli organismi di auto-organizzazione ed emancipazione dei lavoratori che segneranno l’origine del sindacalismo rivoluzionario organizzato.Sull’esperienza delle Borse del Lavoro Pelloutier ha scritto un libro (edito nel 1976 dalla Jaca Book sotto il titolo di: “Storia delle Borse del Lavoro, alle origini del Sindacalismo”)che è soprattutto una analisi della società francese dalla Comune in poi, dalla sconfitta del proletariato nel 1871 alla tenue ripresa dell’attività sindacale caratterizzata dalla conciliazione tra capitale e lavoro espressa da organismi formati da uomini intimamente compiaciuti di avere il campo sgombro dai rivoluzionari repressi e annientati dalla reazione borghese. Ma l’insegnamento della Comune ha lasciato tracce profonde come pure la propaganda dell’Internazionale, per cui già al primo congresso operaio cominciano a riaffiorare i primi rivoluzionari ed anarchici, comincia a crearsi un nuovo legame tra gli operai che si contrappone a chi ha voluto far causa comune con gli sfruttatori; ed è cosi che nel 1878 (secondo convegno operaio) si parla apertamente di abolizione dello Stato, dell’organizzazione politica centralizzata (struttura che mantiene l’ingiustizia economica) per riaffermare i principi anti-autoritari e anti-statalisti.Anche nel campo sindacale iniziano a riaffiorare le divisioni tra statalisti e anti-statalisti, controversia che negli anni ’70 ha causato la profonda rottura all’interno della Prima Internazionale. Ed e in questo ambito e in questo momento storico che alcuni uomini al contempo membri di associazioni operaie e del Partito Operaio Francese fondano una federazione “credendo di intravedere nel nuovo programma sindacale la prova che le organizzazioni operaie fossero definitivamente acquisite al socialismo parlamentare e nello stesso tempo comprendendo che i sindacati costituivano una forza che era puerile disdegnare”. La nuova federazione non realizza le speranze dei proletari e nemmeno quelle dei suoi fondatori poiché fin dall’inizio essa è una macchina messa al servizio del “partito” per facilitare il successo dell’azione elettorale in cui quest’ultimo si è impegnato. Il fallimento e la fine della Federazione viene affrettata da alcune circostanze, prima fra tutte la nascita(nello stesso anno) della “Camera del Lavoro” di Parigi “centro di riunione delle organizzazioni operaie che sta ottenendo come primo risultato quello di annodare tra loro solide e permanenti relazioni permettendo quella difesa, quella mutua formazione la cui assenza ha costituito fino a quel momento 1’ostacolo insormontabile al loro sviluppo e alla loro efficacia”. Dopo il fallimento della federazione legata al Partito, la“Federazione delle Camere del Lavoro” resta la sola organizzazione esistente e costituisce l’applicazione più alta e definitiva dei “consigli di gruppo e di solidarietà” dati trent’anni prima al proletariato dall’Internazionale. Esse si dichiarano risolute a respingere ogni ingerenza di autorità governative e comunali, ripudiando il mutualismo umiliante e inefficace dei sindacati del1875 per adottare il mutualismo proudhoniano e il federalismo bakuninista. La loro azione comprendeva il servizio di mutuo soccorso(collocamento, sussidio di disoccupazione); il servizio di insegnamento con la creazione di biblioteche che “hanno come fine di concorrere al progresso morale e materiale dei lavoratori di entrambi i sessi”, divenendo delle vere e proprie “università dell’operaio”; il servizio di propaganda e il servizio di resistenza che si occupa dell’organizzazione degli scioperi e delle agitazioni. Federaliste, le Borse non cessano mai di rivendicare l’autonomia, la divisione dei poteri, la dimissione dell’autorità centrale per una rivoluzione senza più Stato nè centralizzazione; nella pratica organizzativa in “Comitato” delle “Camere del Lavoro” sceglie una sede fissa, sede che non costituisce in alcun modo un’adesione alla politica centralizzatrice, ma ha come significato quello di evitare che il comitato cada ogni anno nelle mani di una nuova setta politica.Scrive Pelloutier: “Dopo il 1894, la Federazione delle Camere del Lavoro è rimasta la sola organizzazione francese vivente, esse riflettono lo stato d’animo dei raggruppamenti operai… dando corpo al segreto desiderio degli operai di scuotere qualsiasi tutela e attingere ormai in loro stessi gli elementi della loro emancipazione”; gli aderenti alle Camere del Lavoro compresero che potevano elaborare da soli gli elementi di una nuova società, come compresero che la trasformazione economica deve essere opera degli stessi sfruttati; a ciò si aggiunse l’ambizione di costruire all’interno dello stato borghese “un autentico stato socialista (economico e anarchico), di eliminare progressivamente le forme di associazione, di produzione e di consumo capitalista con delle corrispondenti forme comuniste”. Sono queste le congetture future delle Camere del Lavoro.E in rapporto allo sbocco della Federazione il comitato federale delle “Bourses” afferma: “… La rivoluzione sociale deve quindi avere quale obiettivo sopprimere il “valore” di scambio,il capitale che questi genera e le istituzioni da esso create. Noi partiamo da questo principio: che l’opera della rivoluzione deve essere quella di liberare gli uomini, non solamente da ogni autorità da ogni istituzione, che non abbia essenzialmente quale fine lo sviluppo della produzione. Di conseguenza, noi non possiamo immaginare la società futura altrimenti che come “1’associazione volontaria e libera dei produttori”. Se è esatto che l’avvenire spetta alla libera associazione dei produttori, prevista da Bakunin, emersa in tutte le manifestazioni di questi due secoli, sarà in organismi simili alle Camere del Lavoro ma aperti a tutto ciò che pensa e agisce, che gli uomini si incontreranno, per cercare in comune i mezzi per organizzare le forze naturali servire per il benessere della umanità.Concludendo, lo spirito delle “Bourses”, in particolare del loro segretario (Pelloutier) prevale nella CGT (Confederazione Generale del Lavoro), creata nel 1898, e che da quel momento prevarrà nel movimento sindacale francese sino alla vigilia della prima guerra mondiale. Il sindacato è separato dai partiti e la sua autonomia reale è condizione della unità proletaria, la CGT ha un carattere elastico come organizzazione, tesa a coordinare ma non agisce burocraticamente e dirigisticamente mentre l’azione diretta nelle singole realtà diventa lo stile di lotta.”

Edito da PellicanoLibri Edizioni, Catania, 1977, 182 p.
In un momento politico come quello attuale, caratterizzato da profonde tensioni sociali e da inquietanti segni di disagio provenienti da settori sino ad oggi collegati con le formazioni storiche della sinistra tradizionale, proporre la lettura di alcuni scritti di Fernand Pelloutier sullo sciopero generale e l’organizzazione del proletariato acquista un particolare significato politico, che si aggiunge all’interesse più propriamente storiografico che tali scritti potranno sollevare. Lo sciopero generale come strumento per la trasformazione delle basi economiche della società, e nello stesso tempo come prima realizzazione dell’autogestione operaia dei mezzi di produzione, la visione del sindacato come l’unica organizzazione di massa capace di emancipare la classe proletaria, la stessa emancipazione del proletariato vista come fine e non come mezzo per giungere alla costruzione dello Stato socialista: sono questi i temi che Pelloutier privilegia nel suoi scritti, e che scaturiscono dalla sua militanza sindacale e politica.
Nota dell’Archivio
-Gli articoli presenti sono i seguenti:
–La Rivoluzione attraverso lo sciopero generale. Titolo originale: De la Révolutìon par la
grève générale. Scritto da Aristide Briand e Fernand Pellouter tra il Maggio e l’Agosto 1892
–Che cos’è lo sciopero generale? Titolo originale: Qu’est-ce que la grève générale? Leçon
faite par un ouvrier aux docteurs du socialisme. Colloque entre ouvriers, un samedi soir, après la paie. Scritto da Henri Girard e Fernand Pelloutier nel Dicembre 1895
–L’organizzazione corporativa e l’anarchia. Titolo originale: L’organisation corporative et l’anarchisme. Plan de conférence, edito da Bibliothèque de l’Art social, Editions de l ’Art social, 1896
–Arte e rivolta. Titolo originale: l’Art et la Révolte, Bibliothèque de l’Art social, edito da Éditions de l’Art social, Paris, 1897.
–Lettera agli anarchici. Titolo originale: La Lettre aux anarchistes. La lettera, come spiegato dal curatore e traduttore italiano di questi testi, “fu posta da Pelloutier come premessa ad una sua brochure dal titolo Le congrès général du parti socialiste français, 3-8 décembre 1899, précédé d’une lettre aux anarchistes, P. V. Stock, Paris, 1900, pp.IX-72.”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Dicembre 2009, 200 p.
Dalla prefazione di Valerio Pocar
La letteratura storica, giuridica e anche filosofico-politica sul te ma della tortura è quanto mai vasta, con opere di maggiore o minore pregio, purtroppo spesso sollecitate da curiosità, talora anche malsane, del pubblico e ammiccanti a sadiche morbosità. Qui non si tratta di questo, anche se, ovviamente, in conseguenza della ricchezza della documentazione che consente di ricostruire il fenomeno non solamente nel suo complesso e nei suoi tratti generali, ma anche nelle variegate e sciagurate prassi e procedure utilizzate, la lettura risulta semplicemente raccapricciante e inadatta agli stomaci deboli. […] In questa speciale capacità di crudeltà e sadismo – è onesto dirlo – la Chiesa non appare affatto poi peggiore, nelle modalità concretamente seguite, dei sistemi repressivi e giudiziari di altre organizzazioni politiche nei lunghi secoli nei quali alla pratica della tortura si faceva abituale e legale ricorso. Il livello di efferatezza è suppergiù lo stesso, in un quadro di arretratezza civile e culturale e di barbarie generalmente diffuse, e, non per caso, la pratica della tortura veniva spesso delegata e «appoggiata» al braccio secolare, così come l’irrogazione delle pene che ai rei confessi (?) a seguito della tortura venivano comminate e l’esecuzione delle pene medesime. Ciò che sconcerta, piuttosto, è la constatazione che il sistema repressivo e giudiziario della Chiesa non fosse migliore di altri. La Chiesa, che ha sempre preteso e ancora pretende di rappresentare un ordinamento teocratico ispirato ai princìpi di un’ideologia fondata sull’amore e sul per dono, la Chiesa che ha predicato e predica la carità come virtù teologale pilastro di una vita autenticamente cristiana non appare affatto, come queste pagine ricostruiscono, in alcun modo migliore di altri regimi senza pretese virtuose e fondati sulla violenza e sul prepotere di gruppi che, senza ammantarsi di missioni di realizzazione o di rappresentanza della giustizia e dell’amore in terra, si preoccupavano tutt’al più, e ben volentieri, di giustifica re e di legittimare il loro sopruso attraverso il riconoscimento e la benedizione ecclesiastica, benedizione e riconoscimento che la Chiesa fu prontissima a fornire a chiunque apparisse volta a volta il potente di turno, con l’eccezione di quei potenti che ardissero porsi in concorrenza col potere ecclesiastico stesso. Insomma, tra la spada e la croce ci saremmo dovuti e potuti aspettare che la croce fosse la più umana e la meno crudele, magari, non tanto corriva col potere politico. Non fu così.

Edito da Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, 91 p.
Nota introduttiva
D’Holbach no. Nemmeno Averroé, Pier delle Vigne, Poggio Bracciolini e Spinoza. Ma che importa? Come tutte le grandi sfide, questo piccolo libro, oltrepassa i confini di un solo uomo, sia pure filosofo o scienziato. E in epoca recente, anzi recentissima, su di esso si sono esercitati, improvvidamente, i denti di scienziati e filosofi, senza risultato alcuno.
Lo consegniamo così come sta, con lo stretto indispensabile di annotazioni, pochissime, e senza un apparato critico e storiografico che i secoli hanno fatto diventare tanto ingombrante quanto inutile.
Che il lettore provveda da solo a trovare spunti di riflessione sulla stupidaggine umana e sulla fantasia di mistagoghi vari che l’hanno alimentata. Fare pulizia nella propria mente, fugando i fantasmi e la fuliggine di un passato quasi sempre odioso, è opera meritoria.
Trieste, 10 novembre 2011
Alfredo M. Bonanno

Edito da SugarCo Editore, Milano, 1972, 325 p.
Introduzione
La crisi sociale che stiamo attraversando è fondamentalmente dovuta al fatto che gli uomini sono incapaci di governare la propria vita. Fondandosi su questa incapacità, negli ultimi trent’anni sono sorte dittature crudeli, affatto prive di fini sociali razionali. Ovunque vi sono uomini e donne saggi, profondamente consapevoli dei disastri che minacciano di cancellare le nostre esistenze, la nostra felicità e di provocare danni anche per i nostri figli. Questi uomini e queste donne vogliono sentire la schietta verità. Vogliono la verità su come veramente vivono, agiscono, reagiscono emotivamente gli uomini. Dire agli uomini di tutto il mondo tutta la verità sul loro conto significa rispettare la loro responsabilità sociale. I problemi che vengono affrontati in questo libro sono acuti problemi della società odierna. Tuttavia le soluzioni di questi problemi qui fornite sono immature, emozionalmente confuse, insufficienti o incomplete. Il libro viene dunque presentato sotto forma di materiale storico proveniente dagli archivi dell’Orgone Institute. L’Esperimento Oranur, iniziato nel 1947, ha fornito inaspettamente alcune fondamentali soluzioni dei problemi sociali ed emozionali dell’umanità, soluzioni in precedenza inaccessibili. Una vasta pubblicazione sulle implicazioni emozionali dell’Esperimento Oranur è in via di preparazione. L’Assassinio di Cristo può essere utile come introduzione al materiale biografico di base dell’Esperimento Uranus. « Dio » è la Natura, e Cristo è la realizzazione della Legge Naturale. Dio (Natura) ha creato gli organi genitali di tutti gli esseri viventi. Ha fatto in modo che essi funzionassero secondo una legge naturale e divina. Quindi se si attribuisce una vita amorosa divina al messaggero di Dio in terra non si commette sacrilegio, né si commette alcunché di blasfemo. Al contra rio, si tratta del radicarsi di Dio nelle più pure profondità dell’essere umano. Queste profondità esistono fin dai primissimi tempi di vita. La propagazione della specie segue semplicemente alla genitalità come conseguenza della pubertà. Il divino amore genitale nasce con molto anticipo rispetto alla funzione riproduttiva e di conseguenza l’abbraccio generale non è stato creato dalla Natura e da Dio con l’unico scopo di assicurare la propagazione della specie.
Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “The Murder of Christ”, 1953

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 1976, XI+224 p.
Dall’incipit del libro
Di Gesù Cristo — persona reale, essere umano — la storia non ci ha conservato nessun documento, nessuna prova, nessuna dimostrazione.
Egli non ha scritto nulla .
Anche Socrate, in vero, non scrisse nulla, insegnando solo oralmente. Ma tra Cristo e Socrate vi sono tre differenze capitali: la prima consistente nel fatto che Socrate non insegnò nulla che non fosse razionale, o meglio, umano, mentre Cristo a ben poca cosa di umano mescè molto di miracoloso; la seconda, derivante dalla circostanza che Socrate passò alla storia unicamente come persona naturale, laddove Cristo non fu né è conosciuto che come persona soprannaturale; la terza, infine, scaturente da ciò che Socrate ebbe per discepoli persone storiche che ci sono garanti della sua esistenza — quali Senofonte, Aristippo, Euclide, Fedone, Eschine, ed il divino Platone — mentre dei discepoli di Cristo nessuno è conosciuto se non attraverso i documenti sospetti della fede, come il loro Maestro.[…]
Note dell’Archivio
-Bossi firmò questo opuscolo con lo pseudonimo di Milesbo
-Edizioni precedenti e successive a La Fiaccola: Società Editoriale Milanese (1900, 1904, 1905 e 1906), Libreria Internazionale Di Avanguardia (1951), La Baronata (2009) e Urania editoriale (2010)