Stupia Michele, “Puerili esercitazioni. Materiali e interrogativi per una storia de Il Ponte dopo Calamandrei (1956-1962)”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Novembre 1999, 79 p.

«Puerili esercitazioni» arrivò a definire le prime imprese di «Giu­stizia e libertà» Giorgio Amendola, polemizzando nel 1957 con Ernesto Rossi; ma «puerili esercitazioni» devono essere sembrate a molti altri le vicende dei movimenti terzaforzisti e delle loro ri­viste, specie per il periodo seguente all’immediato dopoguerra. Chi ha compilato questo volume, pigro studioso di provincia ma forse lettore non del tutto distratto, ha invece voluto cominciare a mostrare quanto complessa sia stata la vicenda de «Il Ponte», e come anche a un superficiale esame di questa rivista ci possano essere delle sorprese. Ferruccio Parri e A.C. Jemolo non sono cer to personaggi sconosciuti: ma si è mai notato che (insieme col fedele E.E. Agnoletti, figura invece ancora da scoprire) furono loro i veri successori di Calamandrei come editorialisti della rivista, e come nei loro articoli si trovino critiche, polemiche, osservazioni lontane dall’immagine stereotipata di quelle personalità? Si è mai riflettuto sui commenti per nulla ovvi e a volte inquietanti della nostra rivista su fatti come quelli dl periodo di Tambroni о sugli scioperi del ’62 о sulle vicende ungheresi e israeliane? Nelle ampie note si trovano riferimenti a libri e articoli anche al di fuori dall’ambito della nostra rivista, rimasti sconosciuti an­che se gli autori loro erano Calamandrei, E. Rossi, De Caprariis, A. Borghi, e risalendo nel tempo E. Malatesta, ecc., si suggerisco­ no indagini su un mondo ancora da scoprire e si avanzano ipotesi per spiegare alcuni di questi strani silenzi. In appendice è ristampato un articolo sconosciuto di Jemolo del 1977, nel quale il giurista cattolico-liberale uscì un istante dal suo cupo pessimismo per cercare elementi positivi, tipicamente li­bertari, nelle agitazioni di quel periodo.

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Doglio Carlo, “L’equivoco della città giardino”

Edito da CP, Firenze, 1974, XXXI+126 p.

Introduzione dell’autore alla seconda edizione
[…]
Le nuove città come centri storici. Oscure nubi solcano cieli gremiti di portenti: è un po’ diffi­cile, in una situazione del genere, continuare a sgomitolare sillogi­smi fondati su una ragione che di momento in momento si raggrinza e svuota. La mia intenzione è di fornire al lettore alcuni materiali, o meglio linee di riflessione, che poi lui stesso elabori e faccia pro­prio contesti — una partecipazione, insomma — nella lettura in filigrana di idee e fatti della pianificazione urbanistica e architet­tura, della pianificazione e organizzazione territoriale, di Gran Bre­tagna vista dall’Italia, e del nostro medesimo paese per eventuali occasioni d’intervento, ovviamente progettuale cioè globale. Sono persuaso che la contemporanea società industriale (o in via di industrializzazione, che per i ciechi e sordi sarebbe « di svi­luppo ») corra sempre più velocemente in direzione della propria estinzione, contrassegnata da fasi crescenti di massificazione e di predomini totalitari e dal grido del « sempre più grande! ». Le tecniche costruttive, sia rispetto alle strutture urbane e residenziali — la città, la casa — sia rispetto alle infrastrutture così fisiche (strade, ferrovie, ecc.) come immateriali (telegrafo, radio, tv) sono a traino di quella corsa. Sviluppano una tecnologia che permetta e faciliti il « sempre più concentrato », « sempre più veloce », « sem­pre più vasto », con le collaterali risultanze di anomia, alienazione, espulsione dell’uomo dall’ambito del lavoro creativo per immetterlo in un tempo « libero da nulla », per niente « liberato ». Si parla di megalopoli, e delle sue congeniali tecnologie. Noi ancora non ci siamo, a quel punto: che è poi un punto di « non ritorno »: dinosauri disperati che risucchiano tutto il midollo della terra, che svuotano i cicli e disseccano le acque. Le metropoli costi­tuiscono il momento di passaggio, quando si è ancora in tempo a mutar direzione, a invertire la marcia. Lasciar trascorrere quel mo­mento, di decine d’anni vediamo, senza intervenire, o peggio inter­venendo d’equivoci, è esiziale. Un equivoco storico, nel contesto britannico, sono le città-giar­dino. È la reazione del decentramento alla concentrazione, del pic­colo al grande, del sociale all’individuo nell’ambito delle riflessioni di fine Ottocento e inizio di secolo nutrite di Henry George e di supe­ramenti filantropici. Il « progetto » non ha importanza, prevale la « organizzazione » secondo schemi metà manageriali e m età buro­cratici. Si cerca di esorcizzare il dormitorio e il frastuono, conclu­dendo nella astrazione delle partite a scacchi. Le « nuove città » sono la stessa reazione, entro un diverso brodo culturale che sarà, adesso, quello post-bellico 1945. Lo nutre l’alleanza del capitalismo liberale e del socialismo di Stato contro il primo mostro dei nuovi tempi, il primo grumo della illibertà ra­zionalizzato tecnologicamente, il nazismo. Nutrite di laborismo co­me le città-giardino erano fertilizzate di filantropismo e imprendito­ria, conducono una battaglia di retroguardia contro i sobborghi e le periferie intente a non urtare — quale libertà?! — la nuova pic­cola borghesia d ’estrazione operaia. Una forma simile è quella del ritorno ai « centri storici » nel quadro urbano e territoriale italiano. Le nostre nuove città sono i centri storici. Non si è capito che codesti sono del tutto « antichi », cioè incapaci di fornire elementi di progresso, di svolgimento alter­ nativo… ma forse non lo si vuole capire. Eppure è tanto semplice! quando siano socio-urbanisticamente, e architettonicamente, validi, i centri in questione sono « risolti in sé », monumenti globali, pezzi archeologici e nessuno pensa di andare ad abitare, di fame soluzione d’abitazione e vita, in un tempio greco o rom ano, o azteco o druido o così via. Quando non attingono la sopracitata validità, e da questo punto di vista sarebbero storicizzabili, cioè adatti a essere modellati in forme ulteriori, la verità è che codeste forme sono de­ boli, fiati di acquisizione culturale borghese beninteso secondo la nuova borghesia che non è quella dell’Ottocento (britannico?) ma di adesso 1974, contesta di terziarizzazioni, di dipendenze statuali (e così via nella scala fino al quartiere), di aneliti d’imitazione. Così, in un paese come l’Italia, diventa tipico il dilemma che riproduce a scala urbanistica quello che in termini architettonici fu il revival del neo-liberty. La cosa più divertente, segno d’altronde dei tempi, è che a poco a poco si andrà scoprendo l’infantilismo di una polemica tra i difensori del restauro conservativo e i settatori dell’intervento moderno: poiché l’intervento moderno, fatto in stile, è la stessa cosa della conservazione e ambedue non muovono aria: sotto riversi cieli campane sterilizzate, grandi fatti tecnologici e la vita sfugge dal pianeta terra. In un paese come la Gran Bretagna, lo stesso problema è ri­proposto, in termini ovviamente più avanzati, dallo scontro fra planning (urbanistica?) e design (architettura?). È tutto un coin­volgersi di razionalismo importato e di organicismo rielaborato tra­ mite l’illuminismo delle buone e cattive maniere in architettura. Tutto è « civile », grande conquisa per vero. Ma che appartiene al fluire della storia configurata dagli inizi del Settecento a oggi, e che oggi non ha più futuro (se non quello della definitiva spogliazione delle risorse non rinnovabili, dello stupro della natura e mostri, oh quali e quanti sono già tra noi!). L’alternativa è globale. Si tratta di tornare ai discorsi semplici e diretti di antiche formulazioni che vanno da uomo a uomo, senza intermediari o meglio senza intermediazioni di potere. Codesto re­troterra culturale va riconquistato in ogni sfera, ed espresso in ogni ambito. Non ci può essere una tecnologia dal volto umano se codesto volto non riappare al di là dei fumi linguistici, dei rictus scientifici messi in circolazione per nascondere l’ignoranza (nel senso che « ignoriamo » dove si sia diretti) e acquisire autorità — sacerdoti dell’ignoto, e dell’inconscio. Le forme vanno nuovamente modellate nei loro propri mate­riali, non desunte da schemi e da produzioni inventate per « svel­tire il lavoro, toglier di mezzo la m ano umana, ingrossare i profitti ». È difficile non restare abbacinati da esempi nutriti di più esperienza e pragmatica che non ci sia usuale — ma anche là tutto è fatica e incertezza, e dove sembra tutto chiaro è il lucido di una riprodu­zione fotografica, dove è la vita?
Carlo Doglio
Bologna, 1 Settembre 1974

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Note dell’Archivio
-Nel frontespizio viene riportata la seguente nota: “Esce per la prima volta a puntate su «Volontà», 1953, a. V a, nn. 1/2-5-4-5-6/7.
Viene poi riunito in opuscolo: Napoli, 1953, edizioni R.L., pp. 68. Ampi stralci sono apparsi anche su « Urbanistica », 1953, a. XXIII, n. 13, pp. 56-66.
-In questo libro sono riportate le due Introduzioni curate dall’autore

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L’Agitazione del Sud

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Durata: Marzo 1957 – Ottobre 1971
Luogo: Modica; Palermo (dal Dicembre 1958)
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4 pagine

Note dell’Archivio
-Numeri Unici mancanti e precedenti alla pubblicazione mensile dell’Agitazione del Sud: L’Agitazione del Sud (Ottobre 1956), L’Azione libertaria (Gennaio 1957) e L’Agitazione del sud (Febbraio 1957)
-Annate mancanti: 1957-1959, 1964.
-Numeri mancanti: 1960: 2-7; 1961: 7; 1963: 8-12; 1965: 1-7; 1967: 5; 1971: 3
-Come riportato da Bettini, il giornale interrompe le pubblicazioni “dal giu. 1958 (a. II, n. 3) al dic. 1958 (a. II, n.s., n. 1); dal mar.-apr. 1969 (a. XIII, n.s., n. 3-4) al mag. 1971 (a. XV, n.s., n. 1).”

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La salute è in voi!

1905, 47 p.

Al lettore,
Avremmo potuto fare di più e meglio con un maggiore concorso di contributi e di conoscenze. Il contributo fu scarso e le nostre conoscenze sono limitate: dobbiamo quindi presentare ai lettori, così com’è, questo nostro primo opuscolo che avremmo voluto un po’ migliore nella forma e nell’estensione; che sarà senza dubbio seguito da più efficaci contribuzioni di competenti, ma che intanto non ha se non una sola, nuovissima pretesa. La pretesa cioè di eliminare la volgare obbiezione secondo la quale i sovversivi chieggono agli sfruttati rivolte individuali e collettive quotidianamente, trascurando di dare della rivolta i mezzi e le armi. Faccia meglio di noi chi per particolari conoscenze lo possa; noi rivendichiamo a queste poche pagine un unico incontestabile valore: quello cioè di non consigliare, di non suggerire ai compagni in lotta alcun mezzo che non sia stato da noi ripetutamente e rigorosamente sperimentato.
I compilatori

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Nota dell’Archivio
-Scritto, secondo alcuni ricercatori, da Ettore Molinari e Luigi Galleani, questo opuscolo venne pubblicizzato su Cronaca Sovversiva a partire dal n. 6, a. IV, 10 Febbraio 1906.
-Tra le correzioni a matita presenti in questo opuscolo, Ann Larabee, nel suo libro “Sabotage”. The Wrong Hands: Popular Weapons Manuals and Their Historic Challenges to a Democratic Society, Oxford University Press, 2015, riporta quanto segue a pag. 40: “C’era un errore di stampa ne La Salute che non sarebbe sfuggito ad un chimico professionista. Sostituendo una “i” con un “1”, il testo riduceva notevolmente la quantità di acido solforico a meno della quantità di acido nitrico presenti nelle indicazioni per la produzione di nitroglicerina. L’acido solforico rendeva l’acido nitrico più reattivo con la glicerina ed era quindi essenziale per far precipitare la nitroglicerina. A tal fine, l’acido solforico doveva superare la quantità di acido nitrico. Cronaca Sovversiva pubblicò in seguito una correzione con le misure corrette. Nella mia copia de La Salute, proveniente dall’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, qualcuno ha segnato la correzione con una mano molto ordinata, presumibilmente per prevenire eventuali disgrazie. Molti storici dei galleanisti hanno pensato che l’errore rendesse la miscela molto più pericolosa […] In realtà la miscela non sarebbe riuscita a produrre nitroglicerina e si sarebbe trasformata in un miscuglio maleodorante di acidi corrosivi. […]”

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Senta Antonio, “Luigi Galleani e l’anarchismo antiorganizzatore.”

Edito da Edizioni Bruno Alpini, 10 Settembre 2013, Seconda edizione rivisitata e corretta

Relazione presentata alla European Social Science History Conference, Glasgow, 11-14 aprile 2012.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: 29 Luglio 2012

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Pernicone Nunzio, “Luigi Galleani and italian anarchist terrorism in the United States”

da «Studi Emigrazione/Etudes Migrations», a. XXX, n. 111, 1993, pagg. 469-489

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Galleani Luigi, “”Scuola moderna” di Francisco Ferrer (1902-1909)”

Edito / Ciclostilato da Assandri, Torino, 21 Giugno 1978, VIII+28 p.

Nella vita di Ferrer erano rimasti vivi i ricordi dei metodi educativi della sua infanzia, la miseria estrema delle scuole, l’insegnamento “ex cathedra”, a base di cerimonie e funzioni religiose, di preghiere, impartito da maestri ignoranti, molti dei quali preti, e l’ignoranza profonda del popolo. Ferrer giovane si trovò a vivere in tempi terribilmente reazionari. La monarchia, sostenuta dal clero, tiranneggiava sul popolo e reprimeva nel sangue qualsiasi tentativo dei lavoratori di organizzarsi per difendere il loro diritto all’esistenza. Le prigioni rigurgitavano di uomini ritenuti responsabili di tali tentativi e le più crudeli, efferate torture erano usate contro i detenuti e dal Forte di Montjiuch si udivano, troppo di frequente, gli scoppi delle fucilazioni. Le repressioni feroci, sanguinose provocano sempre azioni individuali e violente. Parecchi attentati vi furono in Spagna tra la fine del secolo scorso ed il principio di questo. Anche l’anarchico italiano, Michele Angiolillo, il 9 Agosto 1897, gettò una boma che uccise Canovas del Castillo, presidente del consiglio spagnolo.

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Nota dell’Archivio
-L’opuscolo raccoglie gli articoli pubblicati su Cronaca Sovversiva inerenti alla questione di Francisco Ferrer:
Un primo insegnamento della rivolta catalana (2 Ottobre 1909)
Oh, questa volta è finita ! (9 Ottobre 1909)
Alla gogna oggi: domani alla lanterna ! (23 Ottobre 1909)
Nel primo anniversario dell’assassinio di Francisco Ferrer (15 Ottobre 1910)

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Galleani Luigi, “La fine dell’anarchismo?”

Edito da L’Antistato, Cesena, 1966, 133 p.

Estratto dalla presentazione di Giuseppe Rose
[…] Questo saggio del Galleani è di rilevante interesse teorico in quanto contiene, sia pure per accenni, il complesso delle tesi sostenute dall’anarchismo. Infatti, dopo l’esposizione della concezione anarchica dedotta dagli scritti più noti dello stesso Merlino, il saggio mette in rilievo la caratteristica dell’anarchismo, si sofferma lungamente sulle sostanziali differenze tra collettivismo socialista e comunismo anarchico,e tra individualismo e comunismo anarchico, e deduce la solidità dell’ideologia anarchica nei confronti delle altre scuole socialiste. […]

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Note dell’Archivio
-Prima edizione: Edizione curata dai vecchi lettori di Cronaca Sovversiva, 1925
-Il file presenta degli errori ortografici. La versione originale si può leggere a questo indirizzo

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Galleani Luigi, “Figure e Figuri. Medaglioni”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Dicembre 1992, 233 p.

Luigi Galleani «è stato una tra le figure più vive e significative dell’anarchismo militante tra la fine e l’inizio del secolo… Scrittore e polemista di grande efficacia » , un « Cavaliere Errante dell’Anarchia…»! Ciò malgrado, nemmeno gli anarchici ne parlano volentieri. Come se si provasse turbamento e fastidio a ricordarlo. Come se, anche col silenzio, si volesse escluderlo dalla storia dell’anarchismo e da quella degli sfruttati. Eppure, Galleani, ha pubbli­cato – in Italia e negli Stati Uniti d’America, – una serie di giornali e numeri unici che hanno marcato gli avvenimenti dell’epoca, quali «L’Operaio» e «Cronaca Sovversiva ». Ed oltre che «polemista di grande efficacia » è stato un apologista convinto della « Propaganda col fatto » e dell’«Azione diretta». Ma il silenzio nei suoi riguardi s’è fatto molto pesante e pregiudizievole.
Noi vogliamo ricordarlo dando alle stampe questi suoi «medaglioni» che dimostrano, oltretutto, la forza e la vivacità polemica di questo esemplare « Cavaliere Errante dell’Anarchia», di questo forte e intemerato agitatore anarchico senza «macchia né paura». Figure e figuri è un libro pubblicato a sua insaputa mentre si tro­vava «confinato nell’Isola di Lipari, nell’impossibilità assoluta di ricevere e dare notizie».
I «figuri» altro non sono che i «galantuomini» del potere e i pa­droni del tempo, che lasciarono un segno brutale e terribilmente au­toritario nella Storia e nelle carni vive degli sfruttati. Per contro, le «figure», sono stati quegli uomini coraggiosi e generosi che vi si opposero affrontando tutta la violenza – persecuzione, carcere, morte – dei signori dello sfruttamento e della guerra e dei loro servi e complici. Una lotta senza limiti, veramente «continua» e impari per migliorare e rendere più umane le condizioni sociali dei lavoratori e degli sfruttati di tutto il mondo, e per realizzare l’Anarchia.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Biblioteca de «L’Adunata dei Refrattari», Newark, New Jersey, USA, 1930.

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Galleani Luigi, “Il processo di Emilio Henry”

Edito da Gruppi Anarchici Riuniti, Genova, Novembre 1956, 54 p.

Resoconto del processo e della condanna a morte dell’anarchico francese Émile Henry.

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Note dell’Archivio
-Opuscolo fotografato
-Prima edizione edita da La Rivolta, Roma, 1948

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