Fratel Luther Blissett, “Il cinema libera la testa. Elogio della ribellione nella macchina cinema”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Gennaio 2004, 181 p.

Questo Trattato sulla ribellione libertaria nella storia del­ la «macchina/cinema», l’ha scritto, copiato, rubato Fratel Luther Blissett, l’ultimo dei «banditi situazionisti» non an­cora recuperato né dalla celebrazione mercantile/museale né dalle false mitologie del consenso massmediatico. Fratel Luther Blissett è un eretico dell’eresia situazionista. Un Anarca che sta al limitare del bosco, fuori da ogni ba­ garre culturale, politica о dottrinaria… un poeta della di­sobbedienza anarchica, intento ad affilare le armi avute in dono dai padri e dai padri dei padri… in attesa di conqui­stare quell’utopia amorosa dove nessuno è servo perché tutti sonore… Questo pamphlet velenoso, acido, irrive­rente è la più feroce critica radicale portata contro la «Fabbrica dei sogni» (il Cinematografo), i cani da guardia (la critica) e i vassalli (il pubblico) dell’impero dell’immagi­nario addomesticato dove la favola, la mediocrità e la stu­pidità sono fantasmati come forme d’arte. Fratel Luther Blissett è vicario della Compagnia del Libero Spirito e di­ ce che non bisogna pensare, né scrivere, né sognare… nella lingua dei padroni, perché lì regna la menzogna! e alla menzogna va tagliata la testa! Buona visione.
L’Editore

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Barret Rafael, “Cosa sono gli yerbales”

Edito da Il Libero Accordo, Torino, 1979, 49 p.

Ritorno alle origini
Non è certo un ritorno all’uomo della pietra, allo stato pri­mitivo in cui l’uomo racchiudeva in sé soltanto la necessità di sopravvivenza… come si vuole affermare attualmente col gravare su di esso il peso enorme della estinzione grazie alla chimica, all’atomo, allo stordimento provocato dalla falsa idea politica assurta a virtù essenziale, quando occorre riflessione e determi­natezza nello affrontare il concetto teologico del bene e del male che dà ali e spazio alle debolezze umane. Sotto questo aspetto ci accingiamo a rinverdire, a rileggere e « riesumare » — se così si può affermare un verità splendida come il sole — gli scritti di Rafael Barrett, il quale fu « silenzia­to » dai grandi movimenti cosiddetti della emancipazione del « proletariato » reietto e, sconosciuto soprattutto alla folla dei giovani che con tanta « rabbia » fà olocausto di se stessa in questi giorni di sopercheria alzata di testa della « autorità tute­lare » sia essa militare, poliziesca о semplicemente e tradizio­nalmente cattolica.
« … come sempre, la legge del mondo è la forza. Gli interessi uniscono, però, gli interessi passano e non resta che l’irriducibile ferocia della lotta per la vita. Infelice colui che si abbandona ai disgreganti sentimenti della fraternità! Conosco una fraternità indiscutibile, quella di Caino e Abele ». Sono parole che sembrano rimbalzare da un mondo all’altro delle tendenze odierne… non è forse il ricavato di una vendita all’asta dei sacerdoti di tutti i tempi? Il derivato di un’alchimia dogmatica e ipocrita che dà come risultato quella mentalità del PULCINELLA о di quel riso tropicale che maschera l’indigenza spirituale e… materiale; acuisce i sensi nell’animale uomo facen­dolo credente d’ogni specie di fatalismo che « rende » allegria e benessere a coloro, « falsi e imbonitori » amministratori della umana gente ammansita dalle briciole rimaste sotto il tavolo dei corpi « diplomatici » a salvaguardia dei loro esclusivi privilegi, per grazia di dio e degli uomini… che votano i loro boia: simboli di iniquità…
Gli « yerbales » sono il più crudo esempio di questi iniqui comportamenti dell’amato potere temporale, di cui oggi, proprio qui, in Italia, si protrae nella parola mielata e pregna di insidie per il mondo intero, del cattolicissimo polacco Wojtila, papa eletto nella cerchia di una « apertura » alle cose terrene… chimi­ca repellente. Non è tale, Dottò Catalano?
« Gli anarchici — scrisse Luigi Galleani — considerano le riforme per quel che sono in realtà: la zavorra onde la borghesia si alleggerisce per non portare a picco, nella tempesta rivoluziona­ ria, la barcaccia dei suoi privilegi… » che gli attuali « rappresentanti » del « proletariato » si preoccu­pano con tanta sagacia di condurre in porto, nell’Italia di santa romana chiesa. A questo tema abbiamo aggiunto due argomenti trattati in un preciso momento della storia dell’america latina, tratte da un altro libretto intitolato « Paginas Dispersas » e che il lettore troverà ubicate al termine di questo lavoro sotto la denominazione di « Psicologia di Classe » e di « Il terrorismo ». Inoltre, da una accurata ricerca di V. Munoz abbiamo potuto inserire una ulteriore pagina preziosa di Barret sull’argomento « La Chiesa e LO STATO » pubblicato il 4 dicembre 1908 sul giornale « El Liberal » in prima pagina. Considerazioni sulla traduzione. Abbiamo lasciate intatte nella loro originale terminologia guarani, gli stessi termini che Barrett, nei suoi scritti, rispettò integralmente. Alcune di queste parole vengono descritte a seguito delle stesse, altre, per la loro non facile traduzione diretta, le abbiamo descritte a parte dan­done il senso e la loro significazione, allo scopo di semplificarne la scorrevolezza alla lettura del testo che, il lettore intelligente saprà cogliere nel suo giusto carattere.
Mancuso Gaspare

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Nota dell’Archivio
-Su Gaspare Mancuso, vedere la sua biografia qui

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(a cura di) Cegna Andrea, di Monte Alberto Albo, “20 ZLN. Vent’anni di zapatismo e liberazione”

Edito da Agenzia X, Milano, 2014, 157 p.

Il 1° gennaio 1994 scoppiava la rivolta dei nativi del sud-est messicano. Attraverso l’Esercito zapatista di liberazione nazionale, l’opinione pubblica globale scopriva allora l’esistenza di un Chiapas diverso da quello delle cartoline turistiche, delle rovine maya e della sua meravigliosa selva. 20 anni di guerra sporca, conflitto sociale, dignità e opposizione al neoli­berismo sono trascorsi nelle parole e nell’insorgenza di migliaia di donne e uomini coperti dal passamontagna. Da quell’angolo sconosciuto di uno dei più poveri stati del Messico è nato un vento che ha ibridato ovunque i linguaggi e le teorie su autonomia e autogoverno. Il titolo di questo volume richiama l’attenzione sul processo sociale che si è attivato dietro la linea delle armi con la nascita dei caracoles nel 2003 e proseguito senza sosta fino al giorno d’oggi. 20zln è un mosaico di voci: dal centro per i diritti umani Frayba, dalla Brigada Callejera di Città del Messico, dai media indipendenti Promedios e Centro de medios libres. Alle quali si aggiungono le testimonianze di storici comitati italiani, alcuni interventi di artisti solidali (Rouge, 99 posse, Lo stato sociale e Punkreas) e i racconti orali sul recente viaggio all’interno dell’esperimento collettivo nato dalla fucina di idee e pratiche della lotta zapatista: l’escuelita.

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(a cura di) Proli Stefania, “Carlo Doglio. Il piano aperto”

Edito da Eleuthera, Milano, 2021, 200 p.

In dissenso con la pretesa «autoriale», Doglio concepisce il piano urbanistico come un processo collettivo e pluralistico da costruire attraverso l’azione sociale degli abitanti e il territorio come un sistema aperto in cui è ammesso il disordine e in cui si negano i rapporti di dominio aprendosi alla solidarietà e alla condivisione.
Ma che razza di società vogliamo? Da una parte c’è il piano rigido proprio di una società preordinata secondo schemi astratti che dalle rilevazioni sul campo esigono solo una conferma. Dall’altra c’è il piano aperto, flessibile, sottoposto alla verifica della realtà e ricreato costantemente dall’azione reciproca fra gli esseri umani e l’ambiente. A partire da questa visione, Doglio elabora una critica pungente della cultura disciplinare ufficiale, cogliendo con grande lungimiranza la crucialità di tematiche che di fatto verranno affrontate solo alcuni decenni dopo: la necessaria interazione fra interessi plurali e spesso divergenti; la dimensione deliberativa come confronto argomentativo fra voci diverse; la possibilità di apprendimento tramite negoziati o argomentazioni. La società che emerge da questa visione richiama quella che in alcune città medievali, e poi nel flusso dei moti rivoluzionari, si configurò in modo spontaneo, senza la necessità di un piano preconcetto imposto dall’alto: una società aperta e viva, in cui il sociale è l’elemento che unisce gli abitanti, in una continua e creativa partecipazione di ognuno all’opera comune.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato dalla curatrice, questa antologia riporta i seguenti scritti, interventi ed estratti:
–Il piano e l’indagine, «Comunità», n. 94, 1961
–A quale piano miriamo e come ci vogliamo arrivare, Convegno di Santa Ninfa, 2 giugno 1962
–Il piano della vita, «Comunità», n. 109, 1963
–Elementi per l’identificazione del soggetto della pianificazione territoriale (a scala regionale, che è poi l’unica scala creativa e partecipazionista), «Architetti di Sicilia», 1965
–Della metropoli come mercato e del territorio come merce fa parte della raccolta di scritti Dal paesaggio al territorio, 1968
–Il piano armonico (La pianificazione della libertà), pubblicato in Anarchismo ‘70. Materiali per un dibattito, edizioni L’Antistato, Cesena, 1970
–Pianificatori… di che cosa? (1970) e Il primo immobile (1971), «Parametro», Bologna
–Forme sociali e forme architettoniche. “La prima versione, più estesa e intitolata Le forme della socialità urbana, è inclusa nell’articolo La società del piano urbanistico (1972) pubblicato nel primo numero di «La ricerca sociale», rivista dell’Istituto di Sociologia dell’Università di Bologna che Doglio contribuisce a fondare insieme ad Achille Ardigò, partecipando al comitato di direzione. L’articolo, che raccoglie le riflessioni e gli studi da lui effettuati per il Piano Regolatore di Cefalù, di cui si è occupato a metà degli anni Sessanta insieme a Giuseppe e Alberto Samonà, verrà riproposto in forma semplificata e ridotta, con il titolo Forme sociali e forme architettoniche, nella rivista «Spazio e società» (1976) e successivamente in Studi in onore di Giuseppe Samonà (1988). In questa sede si propone l’ultima versione, rivisitata e pubblicata in forma breve per La città è nuda (1995), numero monografico della rivista «Volontà» che raccoglie le riflessioni sulla città di più autori legati al pensiero libertario.”
–Storia di Fantaghirò isola bella, «Parametro», Bologna, 1972
–La fionda sicula. Piano della autonomia siciliana, 1972. “È un insieme di passaggi tratti dall’Introduzione e dai capitoli iii e iv dell’omonimo volume di Carlo Doglio e Leonardo Urbani. Il lavoro può essere interpretato come il suo tentativo più maturo di enunciazione di una teoria di pianificazione urbanistica e territoriale in cui rielabora le riflessioni maturate nei sette anni di lavoro sul campo in Sicilia. Il libro, che viene presentato dagli autori come «un’opera globale sulla Sicilia», si struttura contrariamente alle altre pubblicazioni di settore non come un trattato tecnico ma come un racconto, in cui le proposte di assetto territoriale si fondono con la narrazione storica e l’indagine sociale.”

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(a cura di) Mazzoleni Chiara, Morreale Nino, Scianna Ferdinando, “Carlo Doglio. Il piano della vita. Scritti di urbanistica e cittadinanza”

Edito da Lo Straniero, Roma, 2006, 46 p.

Un anno fa si è tenuto a Bagheria un convegno per ricordare Carlo Doglio, studioso di architettura e urbanistica e pianificatore “sul campo” che ha lavorato per Adriano Olivetti, per le edizioni di Comunità e per la rivista che ne prendeva il nome. Doglio operò infatti per lunghi anni in Sicilia, prima a Partitico con Danilo Dolci, poi a Palermo e Bagheria, su iniziale mandato di Olivetti. La sua impostazione fu pianificatrice secondo una vena riformista e libertaria vicina a quella di Lewis Mumford, un autore prediletto dalle edizioni olivettiane, e di colleghi italiani che nel secondo dopoguerra tentarono strade innovatrici, prima dei disastri conseguenti alle mitologie del progresso purchessia che furono care ai governanti del tempo così come all’opposizione. Come molti altri grandi intellettuali dell’epoca, Carlo Doglio è pressoché dimenticato dall’Università e dalla storia della cultura, perché la storia la fanno i vincenti, e l’ha fatta in Italia, per quanto riguarda la sinistra culturale, sociale e non solo politica, l’area comunista (ancora oggi: vedi le poco apprezzabili memorie di vecchi dirigenti più che ufficiali, diventati bonzi del “sistema” e del “palazzo”). […]

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Mentana, “Madri d’Italia! (per Augusto Masetti)”

Edito da Cronaca Sovversiva e dagli anarchici di Plainsville, 1913, 24 p.

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Nota dell’Archivio
– Mentana era lo pseudonimo di Luigi Galleani usato in onore di Garibaldi. “I suoi sentimenti repubblicani sono profondi e altrettanto profonda è l’ammirazione per l’eroe dei due mondi. La lotta contro la religione, considerata il primo fattore di oppressione dell’uomo, è e rimarrà sempre centrale nel suo immaginario: Mentana sarà uno dei più usati tra i suoi innumerevoli pseudonimi nella futura attività pubblicistica e sarà il nome che sceglierà nel 1909 per una delle figlie.” (Senta Antonio, “Luigi Galleani, l’anarchico più pericoloso d’America”, Novadelphi, Roma, 2018, Capitolo I “Da studente in Legge a organizzatore operaio”)

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Stupia Michele, “Puerili esercitazioni. Materiali e interrogativi per una storia de Il Ponte dopo Calamandrei (1956-1962)”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Novembre 1999, 79 p.

«Puerili esercitazioni» arrivò a definire le prime imprese di «Giu­stizia e libertà» Giorgio Amendola, polemizzando nel 1957 con Ernesto Rossi; ma «puerili esercitazioni» devono essere sembrate a molti altri le vicende dei movimenti terzaforzisti e delle loro ri­viste, specie per il periodo seguente all’immediato dopoguerra. Chi ha compilato questo volume, pigro studioso di provincia ma forse lettore non del tutto distratto, ha invece voluto cominciare a mostrare quanto complessa sia stata la vicenda de «Il Ponte», e come anche a un superficiale esame di questa rivista ci possano essere delle sorprese. Ferruccio Parri e A.C. Jemolo non sono cer to personaggi sconosciuti: ma si è mai notato che (insieme col fedele E.E. Agnoletti, figura invece ancora da scoprire) furono loro i veri successori di Calamandrei come editorialisti della rivista, e come nei loro articoli si trovino critiche, polemiche, osservazioni lontane dall’immagine stereotipata di quelle personalità? Si è mai riflettuto sui commenti per nulla ovvi e a volte inquietanti della nostra rivista su fatti come quelli dl periodo di Tambroni о sugli scioperi del ’62 о sulle vicende ungheresi e israeliane? Nelle ampie note si trovano riferimenti a libri e articoli anche al di fuori dall’ambito della nostra rivista, rimasti sconosciuti an­che se gli autori loro erano Calamandrei, E. Rossi, De Caprariis, A. Borghi, e risalendo nel tempo E. Malatesta, ecc., si suggerisco­ no indagini su un mondo ancora da scoprire e si avanzano ipotesi per spiegare alcuni di questi strani silenzi. In appendice è ristampato un articolo sconosciuto di Jemolo del 1977, nel quale il giurista cattolico-liberale uscì un istante dal suo cupo pessimismo per cercare elementi positivi, tipicamente li­bertari, nelle agitazioni di quel periodo.

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Doglio Carlo, “L’equivoco della città giardino”

Edito da CP, Firenze, 1974, XXXI+126 p.

Introduzione dell’autore alla seconda edizione
[…]
Le nuove città come centri storici. Oscure nubi solcano cieli gremiti di portenti: è un po’ diffi­cile, in una situazione del genere, continuare a sgomitolare sillogi­smi fondati su una ragione che di momento in momento si raggrinza e svuota. La mia intenzione è di fornire al lettore alcuni materiali, o meglio linee di riflessione, che poi lui stesso elabori e faccia pro­prio contesti — una partecipazione, insomma — nella lettura in filigrana di idee e fatti della pianificazione urbanistica e architet­tura, della pianificazione e organizzazione territoriale, di Gran Bre­tagna vista dall’Italia, e del nostro medesimo paese per eventuali occasioni d’intervento, ovviamente progettuale cioè globale. Sono persuaso che la contemporanea società industriale (o in via di industrializzazione, che per i ciechi e sordi sarebbe « di svi­luppo ») corra sempre più velocemente in direzione della propria estinzione, contrassegnata da fasi crescenti di massificazione e di predomini totalitari e dal grido del « sempre più grande! ». Le tecniche costruttive, sia rispetto alle strutture urbane e residenziali — la città, la casa — sia rispetto alle infrastrutture così fisiche (strade, ferrovie, ecc.) come immateriali (telegrafo, radio, tv) sono a traino di quella corsa. Sviluppano una tecnologia che permetta e faciliti il « sempre più concentrato », « sempre più veloce », « sem­pre più vasto », con le collaterali risultanze di anomia, alienazione, espulsione dell’uomo dall’ambito del lavoro creativo per immetterlo in un tempo « libero da nulla », per niente « liberato ». Si parla di megalopoli, e delle sue congeniali tecnologie. Noi ancora non ci siamo, a quel punto: che è poi un punto di « non ritorno »: dinosauri disperati che risucchiano tutto il midollo della terra, che svuotano i cicli e disseccano le acque. Le metropoli costi­tuiscono il momento di passaggio, quando si è ancora in tempo a mutar direzione, a invertire la marcia. Lasciar trascorrere quel mo­mento, di decine d’anni vediamo, senza intervenire, o peggio inter­venendo d’equivoci, è esiziale. Un equivoco storico, nel contesto britannico, sono le città-giar­dino. È la reazione del decentramento alla concentrazione, del pic­colo al grande, del sociale all’individuo nell’ambito delle riflessioni di fine Ottocento e inizio di secolo nutrite di Henry George e di supe­ramenti filantropici. Il « progetto » non ha importanza, prevale la « organizzazione » secondo schemi metà manageriali e m età buro­cratici. Si cerca di esorcizzare il dormitorio e il frastuono, conclu­dendo nella astrazione delle partite a scacchi. Le « nuove città » sono la stessa reazione, entro un diverso brodo culturale che sarà, adesso, quello post-bellico 1945. Lo nutre l’alleanza del capitalismo liberale e del socialismo di Stato contro il primo mostro dei nuovi tempi, il primo grumo della illibertà ra­zionalizzato tecnologicamente, il nazismo. Nutrite di laborismo co­me le città-giardino erano fertilizzate di filantropismo e imprendito­ria, conducono una battaglia di retroguardia contro i sobborghi e le periferie intente a non urtare — quale libertà?! — la nuova pic­cola borghesia d ’estrazione operaia. Una forma simile è quella del ritorno ai « centri storici » nel quadro urbano e territoriale italiano. Le nostre nuove città sono i centri storici. Non si è capito che codesti sono del tutto « antichi », cioè incapaci di fornire elementi di progresso, di svolgimento alter­ nativo… ma forse non lo si vuole capire. Eppure è tanto semplice! quando siano socio-urbanisticamente, e architettonicamente, validi, i centri in questione sono « risolti in sé », monumenti globali, pezzi archeologici e nessuno pensa di andare ad abitare, di fame soluzione d’abitazione e vita, in un tempio greco o rom ano, o azteco o druido o così via. Quando non attingono la sopracitata validità, e da questo punto di vista sarebbero storicizzabili, cioè adatti a essere modellati in forme ulteriori, la verità è che codeste forme sono de­ boli, fiati di acquisizione culturale borghese beninteso secondo la nuova borghesia che non è quella dell’Ottocento (britannico?) ma di adesso 1974, contesta di terziarizzazioni, di dipendenze statuali (e così via nella scala fino al quartiere), di aneliti d’imitazione. Così, in un paese come l’Italia, diventa tipico il dilemma che riproduce a scala urbanistica quello che in termini architettonici fu il revival del neo-liberty. La cosa più divertente, segno d’altronde dei tempi, è che a poco a poco si andrà scoprendo l’infantilismo di una polemica tra i difensori del restauro conservativo e i settatori dell’intervento moderno: poiché l’intervento moderno, fatto in stile, è la stessa cosa della conservazione e ambedue non muovono aria: sotto riversi cieli campane sterilizzate, grandi fatti tecnologici e la vita sfugge dal pianeta terra. In un paese come la Gran Bretagna, lo stesso problema è ri­proposto, in termini ovviamente più avanzati, dallo scontro fra planning (urbanistica?) e design (architettura?). È tutto un coin­volgersi di razionalismo importato e di organicismo rielaborato tra­ mite l’illuminismo delle buone e cattive maniere in architettura. Tutto è « civile », grande conquisa per vero. Ma che appartiene al fluire della storia configurata dagli inizi del Settecento a oggi, e che oggi non ha più futuro (se non quello della definitiva spogliazione delle risorse non rinnovabili, dello stupro della natura e mostri, oh quali e quanti sono già tra noi!). L’alternativa è globale. Si tratta di tornare ai discorsi semplici e diretti di antiche formulazioni che vanno da uomo a uomo, senza intermediari o meglio senza intermediazioni di potere. Codesto re­troterra culturale va riconquistato in ogni sfera, ed espresso in ogni ambito. Non ci può essere una tecnologia dal volto umano se codesto volto non riappare al di là dei fumi linguistici, dei rictus scientifici messi in circolazione per nascondere l’ignoranza (nel senso che « ignoriamo » dove si sia diretti) e acquisire autorità — sacerdoti dell’ignoto, e dell’inconscio. Le forme vanno nuovamente modellate nei loro propri mate­riali, non desunte da schemi e da produzioni inventate per « svel­tire il lavoro, toglier di mezzo la m ano umana, ingrossare i profitti ». È difficile non restare abbacinati da esempi nutriti di più esperienza e pragmatica che non ci sia usuale — ma anche là tutto è fatica e incertezza, e dove sembra tutto chiaro è il lucido di una riprodu­zione fotografica, dove è la vita?
Carlo Doglio
Bologna, 1 Settembre 1974

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Note dell’Archivio
-Nel frontespizio viene riportata la seguente nota: “Esce per la prima volta a puntate su «Volontà», 1953, a. V a, nn. 1/2-5-4-5-6/7.
Viene poi riunito in opuscolo: Napoli, 1953, edizioni R.L., pp. 68. Ampi stralci sono apparsi anche su « Urbanistica », 1953, a. XXIII, n. 13, pp. 56-66.
-In questo libro sono riportate le due Introduzioni curate dall’autore

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L’Agitazione del Sud

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Durata: Marzo 1957 – Ottobre 1971
Luogo: Modica; Palermo (dal Dicembre 1958)
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4 pagine

Note dell’Archivio
-Numeri Unici mancanti e precedenti alla pubblicazione mensile dell’Agitazione del Sud: L’Agitazione del Sud (Ottobre 1956), L’Azione libertaria (Gennaio 1957) e L’Agitazione del sud (Febbraio 1957)
-Annate mancanti: 1957-1959, 1964.
-Numeri mancanti: 1960: 2-7; 1961: 7; 1963: 8-12; 1965: 1-7; 1967: 5; 1971: 3
-Come riportato da Bettini, il giornale interrompe le pubblicazioni “dal giu. 1958 (a. II, n. 3) al dic. 1958 (a. II, n.s., n. 1); dal mar.-apr. 1969 (a. XIII, n.s., n. 3-4) al mag. 1971 (a. XV, n.s., n. 1).”

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La salute è in voi!

1905, 47 p.

Al lettore,
Avremmo potuto fare di più e meglio con un maggiore concorso di contributi e di conoscenze. Il contributo fu scarso e le nostre conoscenze sono limitate: dobbiamo quindi presentare ai lettori, così com’è, questo nostro primo opuscolo che avremmo voluto un po’ migliore nella forma e nell’estensione; che sarà senza dubbio seguito da più efficaci contribuzioni di competenti, ma che intanto non ha se non una sola, nuovissima pretesa. La pretesa cioè di eliminare la volgare obbiezione secondo la quale i sovversivi chieggono agli sfruttati rivolte individuali e collettive quotidianamente, trascurando di dare della rivolta i mezzi e le armi. Faccia meglio di noi chi per particolari conoscenze lo possa; noi rivendichiamo a queste poche pagine un unico incontestabile valore: quello cioè di non consigliare, di non suggerire ai compagni in lotta alcun mezzo che non sia stato da noi ripetutamente e rigorosamente sperimentato.
I compilatori

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Nota dell’Archivio
-Scritto, secondo alcuni ricercatori, da Ettore Molinari e Luigi Galleani, questo opuscolo venne pubblicizzato su Cronaca Sovversiva a partire dal n. 6, a. IV, 10 Febbraio 1906.
-Tra le correzioni a matita presenti in questo opuscolo, Ann Larabee, nel suo libro “Sabotage”. The Wrong Hands: Popular Weapons Manuals and Their Historic Challenges to a Democratic Society, Oxford University Press, 2015, riporta quanto segue a pag. 40: “C’era un errore di stampa ne La Salute che non sarebbe sfuggito ad un chimico professionista. Sostituendo una “i” con un “1”, il testo riduceva notevolmente la quantità di acido solforico a meno della quantità di acido nitrico presenti nelle indicazioni per la produzione di nitroglicerina. L’acido solforico rendeva l’acido nitrico più reattivo con la glicerina ed era quindi essenziale per far precipitare la nitroglicerina. A tal fine, l’acido solforico doveva superare la quantità di acido nitrico. Cronaca Sovversiva pubblicò in seguito una correzione con le misure corrette. Nella mia copia de La Salute, proveniente dall’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam, qualcuno ha segnato la correzione con una mano molto ordinata, presumibilmente per prevenire eventuali disgrazie. Molti storici dei galleanisti hanno pensato che l’errore rendesse la miscela molto più pericolosa […] In realtà la miscela non sarebbe riuscita a produrre nitroglicerina e si sarebbe trasformata in un miscuglio maleodorante di acidi corrosivi. […]”

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