Fedeli Ugo, “Luigi Galleani. Quarant’anni di lotte rivoluzionarie. 1891-1931”

Edito da Centrolibri Edizioni Anarchiche e libertarie, Catania, 1984, 135 p.

Un notevole contributo alla storia del movimento anarchico di lingua italiana. La ricostruzione della vita di Luigi Galleani offre la possibilità di conoscere molte delle lotte sociali sostenute da tanti anonimi compagni del cui passaggio – sia in Italia che sulle strade dell’immigrazione negli Stati Uniti- si sarebbe persa altrimenti ogni traccia. Questa biografia offre molto materiale documentativo poco conosciuto permettendo, tra l’altro, di trarre una più corretta valutazione degli avvenimenti che portarono al costituirsi del movimento anar­chico, come movimento distinto da quello genericamente inteso socialista, dell’Anarchismo come teoria e pratica rivoluzionaria separata dalle altre correnti di pensiero facenti capo al Socialismo. Ma, al di là dei fatti meramente storici di cui il libro tratta, altre valutazioni profonde ed attuali ci hanno spinto alla riproposizione di questa biografia. Senza voler mitizzare la figura e l’azione di un compagno, il Galleani appunto, ci è sembrato che una più attenta valutazione del suo modo di porsi contro il Potere, delle sue scelte, dei suoi categorici non cedimenti, della sua coerenza, possa essere di stimolo alla rifles­sione e quindi all’azione.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: “L’Antistato”, Cesena, 1956

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Poidimani Nicoletta, “Rispettabilità e “bonifica umana” nell’epoca della “sicurezza””

Estratto dal libro di Boni Livio e Cavazzini Andrea, “Politiche, sessualità”, Mimesis, Milano, 2009, 214 p.

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Acquistapace Alessia, “Relazioni senza nome Reti di affetti, solidarietà, intimità e cura oltre la “coppia eterosessuale obbligatoria””

Bologna, 2013, 246 p.

Introduzione
In Italia ci sono sempre meno matrimoni e unioni stabili – un dato che di solito è preso in considerazione con vago allarme, e quasi sempre in rapporto a una preoccupazione per l’andamento della natalità. Ma mentre molte energie e parole vengono spese per domandarsi perché la gente non si sposa, o si separa presto, o non fa figli, poca o nessuna attenzione è dedicata a cercare di capire cosa invece fanno e come effettivamente vivono le persone che non riproducono questi eventi topici. Conducono davvero un’esistenza solitaria e individualista? Restano figli/e a vita? O piuttosto costruiscono legami d’affetto diversi da quelli tipicamente familiari o di coppia? Legami che producono forme di condivisione e responsabilità di cura reciproca in parte differenti da quelle cui siamo abituati/e? In questa ricerca mi occupo dell’esperienza di venti persone, di età compresa fra i ventisette e i quarantanove anni, le quali, per motivi e in modi diversi, hanno organizzato la propria vita in maniera che le loro fonti di sostegno emotivo e materiale non fossero esclusivamente né prevalentemente rappresentate dalla famiglia e/o dalla coppia così come sono comunemente intese nella nostra cultura. Si tratta di persone omosessuali o eterosessuali, lavoratori e lavoratrici precarie o anche stabili, le cui esistenze contestano il concetto di senso comune per cui o si è “figli”, o si “sta con qualcuno”, o si è “soli” – intendendo naturalmente con ciò non la solitudine totale, ma di certo l’assenza di punti di riferimento affettivi veramente forti: qualcuno che ci aspetti a casa la sera, che sia disposto a fare le notti in ospedale per noi, o che piangerebbe al nostro funerale. Nell’immaginario comune, nel dibattito pubblico, nelle politiche sociali, nel cinema, in televisione, e purtroppo anche nella ricerca sociale, la nostra società assegna un privilegio simbolico indiscusso alla figura della coppia eterosessuale convivente, monogama e riproduttiva. Proprio in virtù di questo privilegio, talvolta assumono rilevanza le alternative o i supporti ad essa offerti, in campo riproduttivo, dalla tecnologia biomedica, o addirittura acquistano visibilità le varianti omosessuali al modello di coppia suddetto. Ma questa centralità simbolica della coppia – di un certo tipo di coppia – è appunto ciò che ci impedisce di vedere come, pur nel bel mezzo della molto discussa “crisi della famiglia”, non necessariamente le persone vivano sole e abbandonate a se stesse. Dunque, dopo aver illustrato, nel capitolo uno, il contesto, i presupposti e il metodo della mia ricerca, nel capitolo due cercherò di decostruire alcune concezioni implicite direttamente o indirettamente collegate a tale centralità della coppia. In particolare, cercherò di problematizzare la concezione dell’età adulta come fase della vita caratterizzata dal matrimonio e dal lavoro stabile; evidenzierò il carattere strutturante della metafora della vita come percorso e i problemi che essa presenta in rapporto alle forme di vita contemporanee; esaminerò criticamente una certa idea dell’affetto come moto dell’anima e non del corpo, e come qualcosa di originario rispetto alle pratiche e ai gesti attraverso cui l’affetto stesso si esprime; proporrò infine di concepire le pratiche di cura e di condivisione come un qualcosa che è produttivo di affetti almeno tanto quanto ne è il prodotto. Il punto di partenza del terzo capitolo sarà, in senso lato, la cura. Racconterò di chi si prendono cura i soggetti coinvolti in questa ricerca, chi si prende cura di loro e con quali modalità, sia nella vita quotidiana che nelle situazioni di emergenza. Un’attenzione particolare sarà dedicata alla realtà delle case condivise, alle pratiche di cura fra coinquilini/e, e alle risignificazioni dello spazio domestico che si producono nell’ambito di tali esperienze. Illustrando le pratiche di cura nel quotidiano, ma soprattutto nelle situazioni di emergenza (malattia, mancanza di alloggio, di reddito ecc.), verrà in primo piano l’interazione, non sempre alla pari, fra relazioni di parentela, relazioni di coppia propriamente dette e altre relazioni. Ciò mi condurrà a esaminare il problema del riconoscimento sociale delle varie relazioni, un riconoscimento che può avvenire anche a un livello estremamente micro, nel contesto delle altre relazioni private o pubbliche che ciascuno e ciascuna intrattiene quotidianamente, e che influenza non tanto il grado di impegno all’aiuto reciproco che caratterizza ciascuna relazione, quanto le possibilità concrete di mantenimento dell’impegno nei vari casi e la pratica stessa della relazione nei suoi aspetti più minuti. Alla fine del capitolo, cercherò di analizzare, alla luce di tutto quanto detto sopra, il modo in cui i soggetti percepiscono la propria sicurezza o insicurezza di fronte alle avversità della vita quotidiana così come di fronte alle emergenze e alle crisi della vita. Il capitolo quattro sarà dedicato a discutere della vita affettiva e sessuale delle persone coinvolte nella ricerca, in rapporto a quelle che loro percepiscono essere le norme sociali della coppia “standard” ma anche, in un certo senso, le norme della promiscuità “standard”. Ciò renderà necessario problematizzare più precisamente gli affetti come oggetto di indagine etnografica, e consentirà di sostanziare con ulteriori esempi il tema, già toccato nel secondo capitolo, del rapporto fra affetti, pratiche, linguaggio e relazioni sociali. Ci addentreremo quindi nell’etnografia cercando di dare un’idea della varietà di forme di affetto riportata (e in un certo senso rivendicata) dai soggetti sia nel campo delle relazioni non sessuali che in quello delle relazioni sessuali, in un modo che, come vedremo, tende a mettere in questione questa stessa distinzione. L’analisi porterà ad evidenziare come le norme sociali – quelle apparentemente dominanti ma anche quelle prodotte nell’ambito di pratiche e discorsi contro-egemonici – operino in modo molto diverso sulle soggettività femminili e sulle soggettività maschili, in particolare per quanto riguarda l’esercizio della sessualità. Infine, l’ultima parte del capitolo sarà dedicata a raccontare nello specifico alcune esperienze di messa in discussione della monogamia

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Nota dell’Archivio
-Come spiegato dall’autrice, “questo testo è una versione leggermente rivista della
Tesi di Laurea in Antropologia del corpo presentata da Alessia Acquistapace, Università degli studi di Bologna – Facoltà di Lettere e filosofia. Corso di laurea specialistica in Antropologia culturale ed Etnologia, 13 luglio 2011″

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Ravera Lidia, Lombardo Radice Marco, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”

Edito da Savelli, Roma, 1976, 208 p.

Gli anni settanta e due ragazzi della sinistra studentesca: la scoperta della vita, il sapore della ribellione, il racconto delle loro emozioni in presa diretta. L’iniziazione al sesso, la ricerca dell’amore, il dolore, la solitudine, la fantasia, la lotta politica: tutto si intreccia nelle loro riflessioni, tessute con naturalezza e la forza della sincerità. Sulla quinta di una stagione disordinata e vivace, i protagonisti vivono la contraddizione di chi sente di avere ali per volare ma non riesce a sganciarsi dalla realtà. Un libro che racconta la fame di vita e le molteplici passioni di una generazione che ha strizzato l’occhio al Sessantotto.

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Bollettino della Escuela Moderna

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Durata: 31 Ottobre 1901 – 31 Novembre 1904
Luogo: Barcellona
Periodicità: Mensile
Pagine: 16 pagine (nn. 1-6, anno I); 20 pagine (nn. 7 e 8, anno I; tutti i numeri delle annate II e III); 21 pagine (anno IV)

Note dell’Archivio
-Traduzione dallo spagnolo di tutti i numeri del Boletín de la Escuela Moderna, pubblicata dalle Edizioni Vulcano, Febbraio 1980.
-Dalla presentazione della case editrice: “FRANCISCO FERRER Y GUARDIA, fondatore della ESCUELA MODERNA, nacque il 10gennaio 1859 ad Alella, un villaggio poco distante da Barcellona. A vent’anni, facilitato dalla sua posizione di ispettore ferroviario, viaggiava avanti e indietro dalla Francia, mantenendo i collegamenti tra Ruiz Zorilla, il leader del partito repubblicano allora in esilio, ed i suoi aderenti in Spagna. In seguito lo raggiunse a Parigi e ne divenne il segretario, scrivendo testi in cui appare evidente il suo spirito profondamente rivoluzionario.  Col tempo, però, intuì che nessuna rivolta politica in Spagna avrebbe raggiunto obiettivi duraturi, data la diffusa ignoranza della massa popolare. L’analfabetismo, infatti, superava l’80 %. Nessuna rivoluzione, a suo avviso, poteva quindi prescindere da un radicale rovesciamento di questa situazione. A quei tempi era riuscito a trovare un precario mezzo di sostentamento nell’insegnamento privato dello spagnolo. Tra i suoi allievi c’era una ricchissima ereditiera che fu affascinata dalle sue teorie nel campo della didattica, al punto di lasciargli tutte le sue sostanze quando morì. Da questo lascito nacque la ESCUELA MODERNA, l’8 settembre 1901. Per 5 anni la scuola fiorì, diffondendo ovunque per il tramite dei Bollettini le teorie didatti· che di Ferrer, arditissime per quei tempi: le scienze esatte come base del sapere, il laicismo, l’antimilitarismo, il gioco come strumento didattico, l’abolizione dei premi e dei castighi, l’eliminazione del testo scolastico e l’istituzione della biblioteca scolastica, l’igiene della scuola, classi miste, abolizione degli esami. Tutte innovazioni rivoluzionarie che suscitarono un entusiasmo che andò ben oltre le pareti dell’edificio scolastico. Suscitarono però anche allarme nelle autorità religiose, militari e di stato. Con un pretesto, Ferrer fu incarcerato e la scuola chiusa. Un tribunale civile dovette assolverlo per totale mancanza d’indizi, ma gli fu negata l’autorizzazione di riaprire la scuola. La sua opera didattica, però, continuò attraverso i Bollettini che, oltre a diffondere nozioni di una modernità sorprendente, riassumevano anche tutte le nuove scoperte fatte allora in tutti i campi. Ospitavano articoli femministi. Fornivano cenni di igiene dell’infanzia e dell’ambiente. Erano un compendio di tutti i nuovi moti intellettuali e politici che agitavano l’Europa e molte altre parti del mondo. Per mettere l’insopprimibile Ferrer definitivamente a tacere, lo stato procedette a un nuovo arresto. Questa volta fu giudicato da un Tribunale militare, condannato a morte e fucilato, il tutto nel giro di 4 giorni. Era il13 ottobre 1909, nella fortezza di Montjuich (Monte degli Ebrei. Con la sua morte, anche i Bollettini, quel documento eccezionale di un uomo e di un’epoca, furono nell’oblio. Oggi sono stati ripresi nella loro interezza, tradotti in italiano e pubblicati dalla casa Editrice Vulcano. Non si tratta solo di un documento storico. È anche un lunghissimo «testamento rivoluzionario, di un uomo che morì, ucciso dal potere, perché volle dare una contro-educazione libertaria ai suoi compaesani è al mondo.
B.G.L.”

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Battistini Eugenio, “Contro il Manifesto di Karl Marx. Sviluppo del capitale e negazione dell’autonomia proletaria in Marx ed Engels”

Edito da La Rivolta, Ragusa, 1977, 65 p.

Le macchine, le fabbriche, la colonizzazione, il po­tere dello stato, secondo Marx ed Engels sono le tappe obbligate sulla via del socialismo. Ciò dimostra che con il marxismo ci troviamo di­ fronte ad un tipico processo dell’ideologia domi­nante: trasformare le necessità del sistema vi­ gente in richieste della classe oppressa. La crisi del marxismo consiste nella sua realizza­zione. Chi crede a un paradosso può riflettere:
— nei paesi socialisti i proletari si battono con­tro i nuovi oppressori; — i partiti comunisti hanno salariati alle loro di­ pendenze;
— gli enti locali sono le nuove forme di ingag­gio o impegno, dicono per le schiere dei clientes;
— nelle università prospera un « ’68 di cattedra » che vive selezionando gli studenti e mostran­do agli amici le collezioni di « quei classici che si tengono ». Sempre chiusi, naturalmente.
Questo testo vuole smascherare l’ideologia dei nuovi governanti con il Manifesto in tasca, che parlano di comunismo e di libertà soltanto per in­gannare e per rendere impossibili il comunismo e la libertà.

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Battisti Ernesta, “Rievocando Francisco Ferrer Guardia. Una pagina di riscossa anticlericale in Europa”

Edito da Grafiche Operai Albarelli, Verona, 1952, 23 p.

Una pagina di Storia: “contemporanea” per i miei ottantun anni; appena “moderna” per le attuali generazioni, non tanto pel lasso di tempo trascorso dagli avvenimenti in essa narrati, quanto per la distanza di clima politico e spirituale, in cui questi si produssero, dal clima politico e spirituale d’oggi. Una fucilazione? Sì, una fucilazione avvenuta non durante un cruento periodo di guerra, ma in concomitanza ad un grande sommovimento popolare! La fucilazione di uno, che il rinnovamento dei tempi aveva servito colla dedizione ad un’idea: quella della scuola laica. E l’Europa d’allora ne stupisce, ne innoridisce e ne è scossa dalla profondità delle più abbandonate plebi alle sommità dei più puri intelletti! Chi oggi può comprendere quell’orrore, quello sdegno, quella rivolta? Dopo che nel mondo, corso da guerre di rinnovato barbaro spirito imperiale, la soppressione di idealisti, assertori e difensori di una raggiunta civiltà morale e intellettuale, fu strage? E quello che fu nel 1909 spettacolo di difesa statale, inaudita parve e pare divenuto costume? Pure giova affissarsi per conforto allo spettacolo di un’umanità, che in tempi tanto recenti serbava vivi in sè i frutti migliori della sua faticosa storia ad indicare a dirigerne le migliori vie per l’avvenire. E non è indegno dedicare la rievocazione al nome di Francisco Ferrer, intorno al cui sacrificio quello spettacolo si offerse; al nome cioè di un altissimo martire dell’idea e della scuola laica sentita come strumento essenziale per camminare su tali alte vie. Non indegno e vorrei non inutile in un mondo, in cui quella idea pare andata smarrita, quando non sia decisamente contrastata.
Trento, 13 Ottobre 1952

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L’ultimo delitto dell’inquisizione. Francesco Ferrer

Edito da Società Editrice La Milano, Milano, [1909], 31 p.

“Consummatum est!” – Il delitto è compiuto! La reazione spagnuola, medioevale e clericalesca può esultare, può danzare sulla tomba sanguinosa il suo più sfrenato can-can di gioia. Non le sarà facile riacciuffare un’altra consimile occasione. No. non sarà facile che il delitto si ripeta. Da troppe voci, da troppe coscienze il grido di ribellione è salito acuto e profondo, di troppe minaccie è gravido oggi il cielo della storia, perchè un altro caso Ferrer debba rinnovarsi a breve distanza. Speriamo che non si rinnoverà più. Speriamo che l’ideale balenato al martire innocente nell’ora dell’agonia abbia ad essere realizzato. Speriamo che mai più la storia del Secolo XX, di questo secolo che dovrebbe realizzare tutte le speranze che gli uomini nutrono in cuore, tutti gli ideali di pace, di fratellanza, di giustizia, tutta la libertà di pensiero, tutta la sincerità di propositi, debba tracciare una pagina così vergognosamente sanguinosa. […]

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Fare controinformazione

Edito da Savelli Editore, 1974, Roma, 80 p.

Due mesi fa, in una città italiana, un compagno è andato a visitare un gruppo che faceva riferimento alla sua stessa organizzazione militante. Il gruppo — a carattere locale — stava preparando un nuovo numero del suo giornale. Parlando, viene fuori che i compagni del gruppo producono il giornale con una tecnica nuova, che migliora la qualità e abbassa i costi, un procedimento serigrafico di nuovo tipo. Al compagno che da anni si dibatte in problemi di stampa e di mancanza di soldi, e di fatica,, gli brillano gli occhi: «Ah, fantastico, ditemi come cazzo fate»; i compagni gli rispondono: «No, il procedimento lo abbiamo scoperto noi, ce lo teniamo». Il compagno strabuzza gli occhi, non ci crede, pensa a uno scher­zo. «Non stiamo scherzando, non rompere le palle, la paraculata è nostra e non la diamo in giro».
QUESTO FASCICOLO E’ NATO DA TUTTE LE ISTANZE, ESIGENZE PROGETTI E REALTÀ COMPLETAMENTE ANTITETICI E COMUNQUE RADICALMENTE DIVERSI DAL­ L’ATTEGGIAMENTO DI COMPAGNI CHE SI COMPORTANO COSI’.
IL LAVORO POLITICO E MILITANTE PER LA RIVOLUZIONE E’ TROPPO IMPORTANTE PER PERMETTERSI DI NON SCAMBIARSI QUI E SUBITO, NEL MODO PIÙ RAPIDO POSSIBILE, TUTTE LE INFORMAZIONI UTILI.

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Baldelli Pio, “Informazione e controinformazione”

Edito da Mazzotta Editore, Milano, Ottobre 1976, XIX-431 p., Quinta Edizione

Il discorso sui mezzi di comunicazione di massa, i co­siddetti mass-media, è stato portato avanti in genere da studiosi non marxisti che, pure con buoni risultati, non sono mai giunti al discorso essenziale: i mass-media sono un’arma micidiale nelle mani della classe dominante contro la quale si può combattere solo conoscen­done a fondo i meccanismi e le tecniche. Nasce cosi il concetto di controinformazione come componente es­senziale della lotta di classe, come strumento per la cre­scita della coscienza delle masse proletarie, come em­brione di una « nuova informazione ». Pio Baldelli mette a nudo le strutture borghesi dell’informazione in tutte le sue manifestazioni, linguistiche e tecniche, e analizza le strutture, ancora carenti ma fortemente sviluppabili, della controinformazione di cui fornisce ampie docu­mentazioni su alcune passate « battaglie » collegate al periodo della « contestazione ». Il nucleo centrale del volume è imperniato sull’analisi del rapporto informa­zione-controinformazione in alcuni avvenimenti di gros­sa portata politica come i fatti di Cecoslovacchia, l’Isolotto, il caso Pinelli-Valpreda, la morte di Feltrinelli, l’uc­cisione di Calabresi, le tragiche olimpiadi di Monaco e il caso Watergate. Una attenta disamina delle forme e degli usi politici delle tecniche audiovisive chiude, con un chiaro di­ scorso sul cinema politico, questo volume, che si stacca molto nettamente dalle consuete analisi sui mass-media per entrare nella viva realtà del discorso politico svolto con l’ottica del militante e dell’esperto.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Giugno 1972
-Seconda edizione: Ottobre 1972
-Terza edizione: Settembre 1973
-Quarta edizione: Maggio 1974

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