Holz Max, “Germania 18-21. Un ribelle bella rivoluzione tedesca. 1918-1921”

Edito da BFS-Rivista Collegamenti/Wobbly, Pisa-Genova, 2001, 160 p.

Max Hölz (Moritz/Sassonia 1889 – Gorki 1933) è una delle figure più affascinanti e meno conosciute del movimento operaio tedesco. Di origini modeste, volontario nella Prima Guerra mondiale, dove sente per la prima volta parlare del socialismo, è protagonista del movimento dei consigli del 1918-1919 nella Germania centrale, per lunghi anni costretto alla clandestinità, comandante delle milizie operaie nel sollevamento del marzo 1921. Spartachista fuori dai ranghi, pronto ad accorrere dove vede accendersi i fuochi della rivoluzione o dove la reazione scatena i suoi colpi, Hölz è sempre lì, a organizzare, dirigere, combattere. Con una regola: “Non chiederò mai a chi mi segue di fare qualcosa che io stesso non farei”. Uomo di prima linea, nei combattimenti, nelle azioni più pericolose, dovunque c’è da rischiare, tanto da creare un vero e proprio mito che nasce e s’ingigantisce nella fantasia popolare, nei resoconti dei giornali, nelle paure dei suoi nemici: una sorta di novello Robin Hood, che espropria i capitalisti per finanziare la rivoluzione. Soprattutto, è uno straordinario recettore degli antagonismi di classe, con l’istinto della pratica diretta, non mediata da teoricismi paralizzanti. Una vicenda, la sua, che ci restituisce le atmosfere vissute da un ribelle proletario in un’epoca di rivoluzionari. Il volume raccoglie la sua autobiografia, finora mai pubblicata in italiano.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Vom “Weissen Kreuz” zur roten Fahne Jugend- Kampf- und Zuchthauserlebnisse”, Malik-Verlag, Berlino, 1929

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La terra trema, lo Stato avanza. Il terremoto di Messina nel 1908. L’ingegneria sociale dei terremoti passati e futuri

Edito da ‘u piscistoccu, [Haiti, Vulcan Road], Febbraio 2011, 46 p.

Un comune denominatore unisce disastri lontani nello spazio e nel tempo, quello della penetrazione militare massiccia nel cuore di una comunità già in ginocchio, emotivamente e fisicamente provata, e nell’impossibilità di procacciarsi i beni di prima necessità secondo le modalità consuete di sopravvivenza. Senza la macchina organizzativa che permette di applicarla, senza i suoi tutori, i suoi guardiani e controllori, la legge diviene carta straccia, la morale viene annullata dalle necessità impellenti, l’ordinaria sottomissione quotidiana viene scossa dal freddo, dalla fame, dalla sete. Il potere costituito non può correre il rischio di estinguersi e agisce nell’unico modo che gli è proprio, quello della violenza istituzionalizzata. Ma, nel tempo che intercorre tra il disastro e la riorganizzazione del potere, si aprono spazi di libertà senza precedenti nella storia della nostra vita ordinaria… Sta a noi tentare di prolungare questo intervallo di tempo il più a lungo possibile.

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Frazzi Luca, “Punk Italiano”

Edito da Edizioni Apache, Pavia

Volume 1: Febbraio 2003, 77 p.
Volume 2: Luglio 2003, 77 p.

Quarta di copertina del Volume 1
Rete Due, prima serata. Scorrono le immagini di un servizio da Londra. La trasmissione è l’oltraggiosa Odeon (sottotitolo: Tutto quanto fa spettacolo), la prima ad aver mostrato seni nudi ai teleutenti del servizio pubblico fresco di riforma. La telecamera si muove tra i locali della capitale alla ricerca della sensazione del momento. La nuova si chiama “PUNK” ma, come dice il cronista, non avrà vita lunga: troppo spinta, troppo volgare…
In questa guida ci occupiamo dei pionieri, di tutti coloro che tra il ’77 e l’82 si sono sentiti punk nell’Italia violenta, fragile e confusa di quegli anni. A modo loro, magari un po’ superficialmente, bucandosi la guancia con uno spillone o imbrattando una cabina telefonica. Perchè anche questa è storia.

Quarta di copertina del Volume 2
La fantasia spiazzante del primo punk, la sua voglia di stupire, nel bene e nel male, la sua inclassificabilità lasciano il posto a quella che negli anni si rivelerà come un’autentica strategia di guerra. L’hardcore italiano è contro. Contro il sistema, prima di tutto, ma anche contro il passato. Per qualcuno l’hardcore è come la lotta armata: una scelta senza ritorno. Ovunque, nelle grandi città come nelle piccole realtà di provincia, i giovani adepti si radunano in gruppi che fanno riferimento ad una strada, un parco, un negozio di dischi, un locale, i più fortunati ad un centro sociale, e cominciano a tessere la trama di una storia che, tra alti e bassi, si è protratta sino ai giorni nostri…
I ragazzi che sposano la sua causa sono tanti. Appassionati, decisi, convinti di non dover scendere a compromessi. Un po’ naif ma inconfutabilmente veri. Ossessionati dall’incubo nucleare, dalle ingiustizie sociali, dai disastri ambientali, dall’imperialismo militarista. E pronti a combattere con i mulini a vento, che in quel momento erano i politici, gli amministratori, i rampanti che governavano l’industria e la comunicazione. Tutti, nessuno escluso. Come? Con occupazioni, slogan incendiari, concerti che finivano in mezze rivolte. Ed il sistema si adoperava nel suo sport preferito: sgomberava, reprimeva, schiacciava…
Gli anni che vanno dall’81/’82 all’87/’88 sono, a tutti gli effetti, quelli che contano nella storia del nostro hardcore, più duro, furioso, veloce e caotico di ogni altro. È in quegli anni che si scrive il romanzo del “Virus”, del “Victor Charlie”, di decine di altri centri sociali occupati sparsi per la penisola e che, per la prima volta, esportivamo un “prodotto antagonista”. Sono gli anni dell’hardcore italiano per come esso è ricordato e per tanti versi venerato all’estero…

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Buenacasa Manuel, “El movimiento obrero español. Historia y crítica (1886-1926)”

Edito dalla Famiglia e dagli Amici dell’Autore, Parigi, 1966, 318 p.

Estratto della Primera parte

Ho detto e scritto in più di un’occasione che la Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT, ndt) spagnola ha avuto periodi il cui carattere esemplare ha quasi oscurato le migliori azioni della vecchia sezione spagnola dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Indubbiamente, anche la suddetta organizzazione, negli anni tra il 1919 e i giorni nostri, ha subito gli errori più deplorevoli e le deviazioni più disastrose. E se è così, perché non fare una storia della vita del nostro movimento, quasi sempre così intensa? Perché non parlare del bene per stimolarlo e del male per anatemizzarlo? Questa è una delle ragioni principali del nostro presente lavoro. Coloro che, in generale, hanno parlato o scritto del movimento operaio spagnolo, anche se non condividono le nostre idee di emancipazione integrale, hanno sempre fatto riferimento al movimento anarchico – intimamente legato all’azione sovversiva, virile e onesta delle nostre classi lavoratrici. E questo è ciò che hanno fatto gli storici di tutte le tendenze, perché i gruppi operai esistenti in Spagna, se escludiamo quelli impregnati di spirito e idea libertaria, sono totalmente privi di coraggio e di influenza negli ambiti sociali del nostro Paese. […]

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Nota dell’Archivio
-Libro in Spagnolo

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Quadrelli Emilio, “Andare ai resti. Banditi, rapinatori, guerriglieri nell’Italia degli anni Settanta”

Edito da Derive Approdi, Roma, 2004, 315 p.

Sul finire degli anni Sessanta si materializzano in Italia, nell’area del triangolo industriale e sullo sfondo del lavoro di fabbrica, gang giovanili che evolvono rapidamente in temibili batterie di rapinatori. La linea di condotta dei banditi metropolitani è tutt’altro che estranea ai modelli culturali dei quartieri operai e il loro stile esistenziale assolutizza quell’impazienza e assenza di mediazione che caratterizzerà le generazioni degli anni Settanta. Nel gergo pokeristico andare ai resti significa giocarsi tutto: in questo modo i rapinatori ostentano l’imbocco di una strada senza ritorno, una visione del mondo fatta propria per oltre un decennio dalla meglio gioventù e formata attraverso la rielaborazione esistenziale dell’immaginario della ribellione. Tra le molte anomalie, rispetto alla criminalità tradizionale, vi è il ruolo delle donne. In un’epoca in cui, anche negli ambienti politici più radicali, le donne sono, nella migliore delle ipotesi, gli angeli del ciclostile, le donne/bandite conquistano un’autonomia decisionale e operativa scomoda sia per il conservatorismo borghese che per il progressismo femminista. Inevitabilmente, quando non muoiono in uno dei tanti conflitti a fuoco, per le donne e gli uomini delle batterie il carcere diventa un passaggio obbligato. Qui la loro utopia incontra quella dei militanti rivoluzionari, e in carcere le affinità elettive finiranno col riconoscersi. Partendo da un humus esistenziale comune, banditi, rapinatori e guerriglieri mettono in campo la critica più radicale mai portata alle istituzioni totali che sfocia in innumerevoli evasioni, riuscite o tentate. Quest’epoca si dissolve nelle carceri speciali nei primi anni Ottanta, quando la criminalità organizzata ritorna a egemonizzare i mondi illegali.

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Quadrelli Emilio, “Evasioni e rivolte. Migranti, CPT, Resistenze”

Edito da Agenzia X, Milano, 2007, 191 p.

Le lotte e le resistenze dei migranti sono sistematicamente eluse da tutti gli studi e le riflessioni sui Centri di permanenza temporanea. Un rom, un sudamericano, un africano e un arabo raccontano in presa diretta la fuga dai Cpt. Testimonianze drammatiche e avvincenti che rivelano un lato sconosciuto della condizione dei clandestini in Italia e pongono domande inedite: il loro limite di sopportazione è già stato superato? Quali sono le ricadute sociali di tale esasperazione? Esiste una pratica comune tra i migranti? Evasioni e rivolte traccia un percorso che varca i confini del nostro paese, grazie alle agghiaccianti parole di una donna internata nei campi di lavoro albanesi e di uomini che stanno dall’altra parte della barricata, i militari e i contractor. Un volume che prova a ragionare sugli scenari del conflitto globale, su una guerra che ha ormai raggiunto e aggredito le nostre metropoli.

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Milan Giuseppe, “L’educazione come dialogo. Riflessioni sulla pedagogia di Paulo Freire”

da Studium Educationis. Vol. 1, n. 1, Febbraio 2008, 28 p.

Paulo Freire è un pedagogista che non ammette mezze misure: o lo si ama o lo si evita scrupolosamente. D’altronde la sua vita, la sua azione, la sua pedagogia non ammettono mezze misure: operano nette scelte di campo e spesso, di conseguenza, rotture. La sua attualità, a dieci anni dalla morte, è dovuta anche a questa chiarezza di opzioni, alla coerente determinazione etica, teorica ed esistenziale che impregna la sua azione e il suo pensiero. Naturalmente è impossibile raccontare-spiegare Freire in poche pagine. In questo contributo saranno evidenziati alcuni aspetti, che ritengo particolarmente importanti e attuali, della sua pedagogia: la sua visione antropologica e il contrasto con una realtà spesso ingiusta e opprimente; il suo orizzonte teleologico, con l’indicazione di finalità irrinunciabili nel percorso di umanizzazione che l’educazione è chiamata a promuovere; alcune modalità dell’educazione come «dialogo», con le implicazioni che ne derivano per gli insegnanti, per gli educatori in genere, per quanti possono essere attori di umanizzazione in ogni contesto e a ogni latitudine.

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La Cecla Franco, “Modi bruschi. Antropologia del maschio”

Edito da Eleuthera, Milano, 2010, 168 p.

Come si fa a diventare maschi? Questa domanda ci introduce in un territorio assai pericoloso se è vero, come diceva Simone de Beauvoir, che è impossibile per un autore maschio scrivere un libro sull’essere uomo. La Cecla tenta l’impresa nella sua solita maniera provocatoria, ma al contempo ben documentata su culture, società ed epoche diverse. L’antropologia del maschio che ci propone parte dall’idea che la mascolinità preceda la nascita – con buona pace delle teorie transgender e queer che ritengono il genere una scelta individuale arbitraria – e ci restituisce un quadro per la prima volta non caricaturale, non demonizzante, e ovviamente neppure machista. L’identità maschile è una lunga costruzione culturale che esiste a prescindere dalle scelte sessuali individuali e che concorre in maniera essenziale alla costituzione dell’intera società. Con questo libro Franco La Cecla rimette in discussione le posizioni politically correct che identificano la mascolinità con il male, la violenza, il dominio. E lo fa richiamandosi alla grande tradizione di Foucault, Lévinas e della più recente antropologia.

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Augé Marc, “Che fine ha fatto il futuro? Dai nonluoghi al nontempo”

Edito da Eleuthera, Milano, 2009, 110 p.

Per secoli il tempo è stato portatore di speranza. Dal futuro ci si attendeva pace, evoluzione, progresso, crescita… o rivoluzione. Non è più così. Il futuro è praticamente sparito. Sul mondo si è abbattuto un presente immobile che annulla l’orizzonte storico e, con esso, quelli che per generazioni intere sono stati i punti di riferimento. Da dove viene questa eclisse del tempo? Perché il futuro, insieme al passato, è scomparso dalle coscienze individuali e dalle rappresentazioni collettive? Ci sono rimedi o uscite di sicurezza? Per rispondere, Auge scruta lucidamente le molteplici dimensioni della globalizzazione nei suoi aspetti politici, scientifici e simbolici. E abbozza elementi di speranza.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Où est passé l’avenir?”, Editions du Seuil, Parigi, 2010

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Di Corinto Arturo, Tozzi Tommaso, “Hacktivism: la libertà nelle maglie della rete”

Edito da Manifestolibri, Roma, 2002, 302 p.

Hacktivism e’ un’espressione che deriva dall’unione di due parole: Hacking e Activism. L’Hacking e’ un modo creativo, irriverente e giocoso, di accostarsi a quelle straordinarie macchine con cui trattiamo il sapere e l’informazione, i computer, e da sempre indica un modo etico e cooperativo di rapportarsi alla conoscenza in tutte le sue forme.
Activism, indica le forme dell’azione diretta proprie di chi vuole migliorare il mondo senza delegare a nessuno la responsabilità del proprio futuro.
Hacktivisti sono gli hacker del software e gli ecologisti col computer, sono artisti e attivisti digitali, ricercatori, accademici e militanti politici, guastatori mediatici e pacifisti telematici. Per gli hacktivisti i computer e le reti sono strumenti di cambiamento
sociale e terreno di conflitto. Hacktivism e’ l’azione diretta sulla rete. Hacktivism e’ il modo in cui gli attivisti del computer costruiscono i mondi dove vogliono vivere. Liberi.”

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