Capitini Aldo, “Teoria della nonviolenza”

Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia, 1980, 31 p.

La nonviolenza risulta dall’insoddisfazione verso ciò che, nella natura, nella società, nell’umanità, si costituisce o si è costituito con la violenza; e dall’impegno a stabilire dal nostro intimo, unità amore con gli esseri umani e non umani, vicini e lontani. La manifestazione più concreta ed anche più evidente di questa unità amore è l’atto di non uccidere questi esseri e di non operare su di loro mediante l’oppressione e la tortura. Questo impegno non è che un punto di partenza (come nessuno nella poesia, nella musica, può pretendere di esaurirle), e le imperfezioni del nostro atto di unità amore non possono essere compensate che dal proposito di essere attivissimi in essa, nel tu che diciamo agli esseri nella loro singola individualità, mai dicendo che basta. La nonviolenza non è l’esecuzione di un ordine, ma è una persuasione che pervade mente, cuore ed agire, ed è un centro aperto: il che significa che ognuno prende l’iniziativa di unità amore senza aspettare che prima tutti si innamorino, e la concreta in modi particolari che egli decide con sincerità, e con dolore per ogni limite e impedimento che lo stato attuale della realtà-società-umanità ancora mette a sviluppare pienamente questa unità con tutti. […]

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AA.VV., “La fascia trasformata del ragusano. Diritti dei lavoratori, migranti, agromafie e salute pubblica”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, 2021, 190 p.

Attraversare i luoghi della fascia trasformata della provin­cia di Ragusa è come entrare in una grande clessidra, una volta capovolta però, la sabbia si poggia sul fondo e non la si può più capovolgere, si rimane stagnati lì e molto spesso ci si rassegna per sempre ad essere cullati dal silenzio atroce e assordante del mondo esterno. Questo libro è un’antologia di autori che hanno affrontato il fenomeno sotto vari punti di vista, ciascuno secondo le pro­prie specificità e le relative esperienze. Raccontano in modo schietto le vite dei migranti e dei loro bambini in questa provincia partendo dalla memoria delle lotte contadine degli anni Cinquanta, continuando la loro analisi approfondendo la situazione attuale da un punto di vista economico, sociale e sanitario. A fianco il ruolo fonda­ mentale del sindacato che lavora per la consapevolezza dei lo­ro diritti e con ai margini, ma tutta in salita, quella strada an­cora lunga da percorrere per una reale integrazione che esuli dal pregiudizio e che intraprenda invece la direzione del­ l’umanità

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Persichetti Paolo, “Disobbedire non basta. I malintesi della nonviolenza”

[2010], 12 p.

I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d’uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell’incosciente gesto di sfida, s’era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell’anarchico diventata un manifesto, quando l’eco d’alcuni colpi di pistola risuonò nell’aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva freddamente preso la mira per fucilarlo alle spalle. In quel momento il suo sorriso si trasformò in una smorfia di dolore. Colpito alla schiena ma ancora incredulo continuò a camminare ma le sue falcate sembravano oramai passi di danza. Cadde sull’asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il “movimento dei movimenti” solo per poco era scampato al suo primo morto.

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Lippolis Leonardo, “Viaggio al termine della città. La metropoli e le arti nell’autunno postmoderno (1972-2001)”

Edito da Eleuthera, Milano, 2009, 135 p.

Due crolli segnano i limiti immaginari dell’autunno postmoderno. Nel luglio 1972 il complesso residenziale “corbusiano” di Pruitt-Igoe, costruito a Saint-Louis dall’architetto Minoru Yamasaki, viene fatto saltare in aria su richiesta dei suoi abitanti. A quasi trent’anni di distanza è un altro crollo, quello delle Twin Towers l’11 settembre 2001, a rappresentare un nuovo momento di rottura storica. Caso, fatalità, o segno preciso dei tempi, l’architetto delle Twin Towers è di nuovo Yamasaki. Questo “viaggio al termine della città” è un’indagine sulla crisi della metropoli e sull’immaginario di un’epoca che, nelle trasformazioni delle sue città, legge il proprio inesorabile declino. È infatti nella dialettica tra la descrizione di una distopia catastrofica in atto, compiuta da filosofi e urbanisti, ma anche da romanzieri e cineasti, e la volontà degli artisti di trovare un malinconico rifugio in eterotopie urbane che sembra essere fatalmente racchiuso il destino del mondo contemporaneo.

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Le Guin Ursula K., “Ciclo di Earthsea”

Editi
-da Editrice Nord, Milano: Il mago di Earthsea, 1979, VI+187 p.; Le tombe di Atuan, 1980, VI+153 p.; La spiaggia più lontana, 1981, III+213 p.
-da Loganesi: L’isola del drago, 1992, 240 p.
-da Mondadori: I venti di Earthsea, 2004, 233 p.; Leggende da Earthsea, 2004, 330 p.

Nel mondo incantato di Terramare, fatto di arcipelaghi e acque sconfinate, un giovane pastore possiede il dono di parlare agli animali e di piegarli alla sua volontà con misteriosi sortilegi. Non sa ancora di essere Ged, il grande mago destinato a sconfiggere le forze dell’oscurità che minacciano di sopraffare il suo mondo. Solo il duro e avventuroso apprendistato presso la Scuola per Maghi dell’isola di Roke lo renderà degno di diventare Signore dei Draghi e di sfidare le potenze del Male. Ma lungo il percorso, in un viaggio che lo spingerà oltre il regno della morte, incontrerà un nemico inaspettato: la propria ambizione e il desiderio di potere, che lo costringeranno a misurarsi con l’Ombra e minacceranno di annientare l’unico eroe in grado di riportare la magia in una terra che ne ha disperato bisogno.

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Nota dell’Archivio
-Traduzioni originali dei libri:
–A Wizard of Earthsea, Parnassus Press, 1968
–The Tombs of Atuan, Atheneum, 1971 (precedentemente era stato pubblicato sulla rivista Worlds of Fantasy, 1970)
–The Farthest Shore, Atheneum, 1972
–Tehanu, Atheneum, 1990
–The Other Wind, Harcourt, 2001
–Tales from Earthsea, Harcourt, 2001

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Centemeri Laura, “Ritorno a Seveso. Il danno ambientale, il suo riconoscimento, la sua riparazione”

Edito da Mondadori, Milano, 2006, 224 p.

Nel 1976 l’Italia fu teatro di uno dei maggiori disastri ambientali della sua storia: da un reattore della fabbrica Icmesa si sprigionò una nube di diossina, un veleno che, per quanto se ne sapeva allora, avrebbe potuto generare effetti catastrofici, non solo distruggendo vite umane ma rendendo di fatto inabitabile il territorio su cui si era depositata. A trent’anni dall’incidente, uno studio che finalmente mette a fuoco i risvolti sociali e politici legati al danno biologico ed ecologico, non limitandosi a insistere sulle vittime della diossina e sul loro inquietante statuto di “osservati speciali” da parte della scienza, ma ricostruendo gli eventi secondo una chiave interpretativa di ampio respiro.

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Ferrara Marcella, “Le donne di Seveso”

Edito da Editori Riuniti, Roma, Febbraio 1977, 215 p.

Analisi femminista ed ecologica di una delle più grandi tragedie ambientali italiane. La giornalista de L’Unità, Marcella Ferrara, raccoglie una serie di testimonianze delle donne vittime non solo dell’inadempienza e del profitto al di sopra di tutto e tutti di La Roche e soci ma anche dell’onnipresenza mefitica della Chiesa Cattolica e soci annessi (con in testa Comunione e Liberazione) che si prodigarono in campagne antiabortiste marcate e violente oltremisura.

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Icmesa. Rilanciare l’autogestione della salute

Estratto dalla rivista “Medicina democratica. Movimento di lotta per la salute”, n. 3, Settembre 1976, pagg. 6-26

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Seveso, una tragedia italiana. Il fatto, la foto

Edito da Idea Editions, Milano, Giugno 1977, 74 p.

Il 10 luglio 1976, alle ore 12,37’7″ si rompe la valvola di sicurezza, che sfiatava direttamente nell’atmosfera, di uno dei due reattori del reparto B dell’industria chimica Icmesa, di Meda. La popolazione spaventata vede irrompere un pennacchio bianco – qualcuno, più tardi, dirà grigio, scuro … – che si muove velocemente. Il vento spira al suolo a 7 chilometri all’ora verso sud e a 1.500 metri di altezza a 40 chilometri all’ora verso nord. Le descrizioni che faranno poi del fenomeno le persone interrogate, saranno diverse e talvolta contraddittorie, ma concorderanno tutte sull’ora, sul senso di bruciore agli occhi, alla gola, sull’irrespirabilità dell’aria, sulla paura. Alla vista di questa nube compatta che si avvicina veloce come una minaccia molti si barricano in casa, chiudono porte e finestre, rimangono spaventati a guardare dietro i vetri. Alcuni ricordano altre nubi, più piccole, odori sgradevoli, la gola secca, gli occhi che lagrimano un po’; fenomeni rimasti misteriosi, ma brevi, fugaci come un refolo di vento che solleva un polverone e si dilegua. Una donna che abita in via Carlo Porta – quella che diventerà poi la zona A della prima evacuazione – dirà più tardi che l’odore della nube di Seveso era lo stesso di un pennacchio di fumo fuoriuscito dall’Icmesa il 13 gennaio 1975 e nel maggio del 1976. Fu lei stessa a dare l’allarme all’Icmesa, spaventata perché sua figlia che stava andando a scuola era tornata a casa di corsa premendosi il fazzoletto sulla bocca. La gente di Meda e di Seveso si era abituata a queste stranezze metereologiche. […]

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Comitato Scientifico Popolare, “Seveso in lotta”

Settembre 1976, 16 p.
Aprile 1977, 4 p.
Maggio 1977, 8 p.
Luglio 1977, 8 p.

Estratto dell’Introduzione dell’Opuscolo del Settembre 1976
I gravi fatti dell’ICMESA dimostrano ancora una volta come la salute dei lavoratori e della popolazione e la salvaguardia dell’ambiente naturale siano completamente subordinate alla volontà di profitto dei grandi monopoli e delle industrie multinazionali. Questo non è che un esempio particolarmente clamoroso di quello che da sempre gli operai delle fabbriche subiscono a danno della propria salute. Ed è ormai chiaro che solo i lavoratori e la popolazione in prima persona possono difendersi: se si aspetta l’intervento delle istituzioni avverrà sempre quello che è successo al Vajont, nel Belice, in Friuli, ora a Seveso, e intanto nelle fabbriche si continuerà a morire o ad abortire. Nel caso della nube tossica di Seveso le istituzioni (Ministero della Sanità, Istituto Superiore della Sanità, Assessorato regionale alla Sanità, etc) sono intervenute in modo estremamente tardivo e insufficiente, ma soprattutto si sono rifiutate di coinvolgere la popolazione nella difesa della propria salute. Questo è ancora più grave, se si considera che per malattie dovute alle sostanze tossiche non esiste una cura adeguata e quindi è di fondamentale importanza la prevenzione. Per esempio rispetto ai danni che queste sostanze provocano sulla gravidanza è evidente l’importanza fondamentale di mettere a disposizione delle donne metodiche valide per impedire in modo assoluto il concepimento, di fornire una seria educazione sessuale e di predisporre strutture sanitarie e strumenti legislativi che mettano la donna in condizione di interrompere la gravidanza se lo ritiene opportuno. Inoltre le istituzioni hanno teso a coprire e soffocare ogni protesta, ogni tentativo di organizzazione degli abitanti della zona, che non hanno sufficienti informazioni su ogni aspetto della situazione (livello di contaminazione, risultati delle analisi etc), informazioni che sono invece indispensabili per esercitare un reale controllo democratico dal basso. Il Comitato Scientifico Popolare, che ha raccolto nei primissimi giorni numerose prove che dimostrano le responsabilità della multinazionale o delle autorità locali, operando sul principio della non delega, intende allargare il proprio intervento, coinvolgendo gli organismi di base della zona, organismi medici e socio sanitari.

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