Sapere, “Seveso”

Mensile, n. 796, Novembre-Dicembre 1976, 161 p.
Estratto dal n. 812, Luglio-Agosto 1978, pagg. 2-20
Mensile, n. 848, Giugno-Agosto 1982, 130 p.

dal primo articolo del n. 796
Si compiono, mentre scriviamo, sei mesi dal giorno in cui una larga nube di sostanze straordinariamente tossiche si alzò da uno dei cento punti in cui si articola nel mondo la produzione di una gigantesca impresa multinazionale per abbattersi e rotolare su una regione densamente popolata del nostro Paese, investendo da sè uomini, abitazioni, culture, animali, corsi d’acqua ed estesi terreni, avvelenando non si sa ancora quanti, producendo danni non si sa completamente quali, per un unico, noto, identificato fine: il profitto del capitale che trasforma in se stesso non solo il pluslavoro degli uomini, ma anche le condizioni, la nocività, i rischi di questo lavoro. Non si è trattato di un incidente ma di un delitto. Data: 10 Luglio 1976; luogo: Seveso ed altri comuni della Brianza; colpevole: ICMESA di Meda; mandante: HOFFMAN e la ROCHE di Basilea; complici: governanti e amministratori italiani di vario livello (centrale, regionale, locale); arma: organizzazione scientifica di produzioni tossiche; reato: lesioni e danni di varia natura e gravità; vittime: lavoratori, popolazione, ambiente.
Un delitto, diciamolo chiaramente, di cui nessuno vorrebbe più sentire parlare: nè gli esecutori nè i mandanti ma nemmeno i complici e le vittime perchè il potere – mai così sconciamente solidale e compromissorio in tutte le sue più diversificate istituzioni ed aggiornate declinazioni – lo ha gestito con apparente dabbenaggine ma perversa accortezza per portare le cose al punto in cui, con derubricazione ad incidente e la minimizzazione delle conseguenze, si verificasse nella coscienza collettiva – così crudelmente ferita ma deliberatamente confusa – un traviamento di bisogni in desiderio di rimozione: basta, non è stata che una calamità, si paghino i danni e si ritorni alla “normalità”! Noi, invece insistiamo a dire che si tratta di un delitto – come documentano i contributi raccolti in questo fascicolo – cui sono inadeguate persino le precisazioni circostanziali date nelle righe precedenti. Vogliamo, cioè, chiarire subito che non è corretto assegnargli una data se è vero, come è vero, che esso veniva compiendosi da tempo ed ora estende i suoi effetti in un altro tempo che nessuno può, oggi, determinare ma che qualcuno, già oggi, si prepara a confondere; nè è corretto indicare un luogo, orgami assunto a toponimo dell’evento, se nessuno può dire e ancora altri non vuole, dove è ormai giunta la diossina – in profondità e in estensione – e in quali cicli bioalimentari si è ormai inserita; nè è corretto limitarci a parlare di “lesioni e danni” mentre ci è e ci sarà ancora negato conoscere – perchè questa è la ratio dell’apparente insipienza di commissioni assortite per omertà politica e aggettivate per specificità scientifica – con quali modalità e frequenze si convertiranno in morte dei colpiti o sventura della loro progenie. Per tutto ciò e ben altro numero di SAPERE non ci sembra tardivo, forse prematuro. Almeno nel senso che “la faccenda dell’ICMESA” non è accaduta ma sta tuttora accadendo, i “fatti di Seveso” sono scritti solo in parte nel passato ma dovremo leggerne ben altri nel futuro, che “il significato della diossina” non lo conosciamo se non per rari squarci di un ben custodito segreto di guerra e di morte. E così per molti altri aspetti e sviluppi del problema. Per questo, se qui presentiamo materiali e considerazioni raccolti secondo il piano da tempo formulato, di una ricognizione e di un’analisi sviluppatesi in questo semestre, non pensiamo certamente che si esaurisca qui l’attenzione di SAPERE per quanto è accaduto e accadrà, ma anticipiamo al lettore ulteriori interventi su questo che, consapevolmente, abbiamo definito delitto contro i lavoratori, la popolazione: l’ambiente.

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Rivelli Marco Aurelio, “L’arcivescovo del genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano, e la dittatura ustascia in Croazia, 1941-1945”

Edito da Kaos Edizioni, Milano, Febbraio 1999, 292 p.

Nello Stato indipendente di Croazia, voluto dai nazifascisti negli anni 1941-1945, si consumò una delle pagine più terribili della Seconda guerra mondiale. Gli ustascia di Ante Pavelic, sostenuti da Hitler e Mussolini, sterminarono centinaia di migliaia di serboortodossi e decine di migliaia di ebrei e rom, in nome di una “soluzione finale” etnico-religiosa perseguita anche attraverso l’imposizione di “conversioni” di massa al cattolicesimo. In quello che passerà alla storia come l’Olocausto balcanico, un ruolo decisivo, diretto e indiretto, lo ebbe Santa Romana Chiesa: l’arcivescovo di Zagabria, monsignor Alojzije Stepinac, collaborò attivamente con la dittatura ustascia; settori del clero cattolico croato parteciparono in prima persona allo sterminio e alle “conversioni” di massa; il Vaticano avallò il genocidio etnico-religioso attuato da Ante Pavelic. Questo libro ricostruisce l’Olocausto balcanico, e documenta il “collaborazionismo” di monsignor Stepinac e della Chiesa di Roma con il nazifascismo croato, Marco Aurelio Rivelli (Genova 1935), laureato in Scienze politiche con la tesi “La politica razziale e religiosa dello Stato indipendente croato (1941-1945)”, ha pubblicato il libro Le génocide occulte – État indépendant de Croatie 1941-1945 (L’Ago d’Homme, Losanna 1998).

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Campagna Federico Carlo, “Comunicazioni Sovversive”

Università Commerciale Luigi Bocconi, Corso di Laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione, 2004/2005, 43 p.

Introduzione
“Stat rosa pristina nomine,
Nomina nuda tenemus.”
Bernardo di Morlay, De contemptu mundi.
Il presente lavoro di ricerca è nato allo scopo di rappresentare, mediante esposizioni teoriche e aneddotiche, la storia passata e presente di quella forma di contestazione dell’ordine socio-economico esistente denominata dai suoi stessi protagonisti “comunicazione guerriglia”. Nel corso della trattazione verranno esaminate inoltre le principali influenze intellettuali esercitate sugli sviluppi del fenomeno, da parte di numerose correnti novecentesche del pensiero filosofico, sociologico, semiologico e artistico.
In particolare, la struttura della tesi è definita da:
– Capitolo 1: “5 W” => le origini della comunicazione sovversiva, le cause, il “soggetto rivoluzionario”, il terreno di scontro.
– Capitolo 2: “Ping-Fa” => le caratteristiche generali della comunicazione guerriglia e le sue strategie di organizzazione e di lotta (influenze filosofiche).
– Capitolo 3: “Bevo Jägermeister perché il mio spacciatore è in galera” => le principali tecniche impiegate dalla comunicazione-guerriglia, breve cronistoria del détournement, varia e diffusa aneddotica. Prima di dare inizio alla trattazione, è necessario fare però alcune precisazioni, che possono suonare anche come una necessaria professione di umiltà:
– con il presente studio non ci illudiamo affatto di aver trattato l’argomento in questione con sufficiente profondità e diffusione. Di fronte ad evidenti problemi di spazio e di tempo, abbiamo deciso di limitare l’approfondimento soltanto a quelle forme di comunicazione- guerriglia che comportassero un risvolto “performativo”, ovvero azioni concrete nel quotidiano reale. In questo modo abbiamo consapevolmente tralasciato la quasi totalità della comunicazione “virtuale” che avviene esclusivamente sul circuito di Internet.
– Allo stesso modo abbiamo deciso di concentrare l’analisi su fenomeni che interessassero soprattutto le forme di comunicazione, tralasciando dunque spesso i contenuti della comunicazione, a favore di uno studio della forma (che comunque, in molti casi, è essa stessa un contenuto…).
– Non ci siamo occupati dei fenomeni di Controinformazione, in quanto abbiamo ritenuto che quell’ambito avesse acquisito, soprattutto ultimamente, una propria esistenza autonoma, tale da consentirle di poter essere separata dal resto della comunicazione-guerriglia. Sarebbe stato interessante, dunque, integrare l’analisi con uno studio separato del fenomeno della controinformazione, vitalissimo in Europa e in Italia da decenni. Sarà per una prossima occasione…
– Nonostante sia ripetuto più volte nel corso della trattazione come il fenomeno analizzato si caratterizzi per una marcata ostilità per le Teorizzazione, le Astrazioni, i Pensieri Istituzionalizzati, tuttavia, soprattutto nella prima parte della tesi, abbiamo dedicato attenzione particolare all’esposizione dei differenti influssi teorici e alla rappresentazione (comunque sempre non schematica né categorica) delle posizioni ideali che possono in qualche modo accomunare la galassia dei guerriglieri della comunicazione.

Infine, il procedere della narrazione potrà risultare a tratti frammentato e leggermente dispersivo. Ci auguriamo che questo inconveniente si verifichi il meno possibile. In ogni caso, ce ne assumiamo la piena e consapevole responsabilità, poiché è stata scelta fin dal principio una modalità di trattazione “perimetrale” e che fornisse un’ampia panoramica dei collegamenti possibili e degli stimoli nascosti nell’oggetto dell’analisi piuttosto che cercare di elaborare un’analisi più approfondita ma, a nostro giudizio, forse anche più arida. Alla base di questa scelta sta la convinzione di chi scrive che sia di gran lunga preferibile la selva delle intuizioni e delle verità ombrose, piuttosto che la Stonehenge della Verità

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Latour Bruno, “Disinventare la modernità. Conversazioni con François Ewald”

Edito da Eleuthera, Milano, 2008, 71 p.

I politici snocciolano sempre più spesso presunti “dati scientifici” nei loro discorsi. Conservatori o progressisti che siano, tutti si affannano ad assicurarsi il sostegno di qualche “dato certo”, fornito da “esperti”, per le loro opinioni e per le loro decisioni. Come se vi fossero certezze sui fatti e univocità di interpretazioni. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche hanno contribuito a creare il mondo moderno. L’hanno reso più vivibile e confortevole. Ma nessun esperto, nessuno scienziato può controllare e prevedere ogni cosa. E gli “effetti collaterali” dello sviluppo si moltiplicano e amplificano. Che fare? Che fare se l’intreccio di fatti e valori sembra destinato a riproporsi, a dispetto del progresso e della modernità, e diversi sistemi di valori si affrontano? In queste brevi conversazioni Latour delinea una risposta forte. Bisogna “disinventare” la modernità e costruire spazi di mediazione, di negoziazione fra diverse culture, saperi e tradizioni. Solo attraverso l’idea di un mondo comune è possibile comprenderne la pluralità.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del testo “Un monde pluriel mais commun”, Éditions de l’Aube, 2005

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Colombo Eduardo, “Lo spazio politico dell’anarchia”

Edito da Eleuthera, Milano, 2009, 190 p.

L’anarchia è una figura, un principio organizzativo, una rappresentazione del politico, il paradigma di una società non-gerarchica. Lo Stato è un principio differente e opposto, il paradigma dell’espropriazione del potere da parte di una élite. Lo spazio pubplico in cui gli esseri umani possono riconoscersi liberi e uguali è costruzione storica, lunga e incompiuta. Come ogni istituzione esso dipende dal loro volere e dal loro agire ed è dunque intimamente legato alle conquiste dello spirito critico e alla desacralizzazione del mondo. Né la natura né la divinità hanno dato la libertà all’essere umano. Se l’è data da sé, l’ha conquistata giorno dopo giorno in una lotta dura e interminabile contro i poteri grandi e piccoli. E anche contro se stesso.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “L’espace politique de l’anarchie”, 2008

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Il Male

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Durata: Febbraio 1978 – Marzo [?] 1982
Luogo: Roma
Periodicità: Quattordicinale (dal n. 1 al n. 7, 1978); Settimanale (dal n. 8, 1978, fino al n. 10, Marzo [?] 1982)
Pagine: in media 15-16 pagine

Note dell’Archivio
-Manca l’annata 1982
-Mancano gli inserti, eccezione fatta per “Duemila. Supplemento de Il Male. 9 Gennaio 1980” presente in archivio
-Numeri mancanti: 1979: 28; 1980: 6, 14-15, 17-30, 32-37, 39-45
-Numeri presenti del 1981: 3 e 4
-La qualità di alcune scansioni, specie i numeri del 1979, sono scadenti.
-L’annata del 1982 venne diretta da Vincino. La segnalazione “[?]” indica che non sappiamo quale fu effettivamente l’ultimo numero de Il Male. La rivista venne ripresa nel 1994 come numero unico; successivamente uscì come mensile e titolata “Il Nuovo Male” dall’Ottobre 1995 fino al Marzo 1996 . Negli anni dieci del 2000 si assiste all’uscita di due riviste distinte che portano il nome della rivista storica: una diretta da Vincino e Vauro, “Il Male di Vincino e Vauro” (2011-2013), e l’altra da Sparagna, “Il Nuovo Male” (2011-oggi; uscite irregolari)

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Libero Tancredi, “La tragedia di Barcellona”

Edito da Biblioteca del Novatore, Roma, 1911, XI+171 p.

Libero Tancredi dà al pubblico un libro non soltanto onesto, perchè sincero, ma coraggioso. Chi scrive così non ha la preoccupazione del pubblico. Conosco negatori, sovvertitori, pamphletisti, rivoluzionari d’ogni casella che hanno una tale preoccupazione e, scrivendo, assumono pose studiate, come dinanzi allo specchio gli avvocati e i demagoghi sciocchi e vanitosi o le bellezze femminili malsicure e si mettono in guardia verso se stessi, illusi che il solo fatto di chiamarsi o essere chiamati dinamitardi salvi dal rappresentare un personaggio ipocrita nel dramma letterario delle idee. La preoccupazione del pubblico è capace di ridurre un uomo a gittarsi – come suol dirsi – nelle file rivoluzionarie per la paura d’essere creduto pauroso e di costringere un altro eroe a mettere insieme, per esempio, Giordano Bruno e Francisco Ferrer per timore di non apparire abbastanza anticlericale. Libero Tancredi, schietta tempra d’uomo libero, s’infischia del pubblico e d’ogni pubblico. È tale chi abbia molte cose da dire e ne abbia sempre nuove da dire. Questo mio fratello d’armi – sono un po’ vanitoso nel dargli un siffatto titolo, perchè egli è certo più giovane di me d’anni, per iscritto e a voce è una tempesta di idee. Tancredi è, finalmente, una vivente opinione non di setta, perchè anche l’individualismo anarchico è settario nei più dei casi. Quando lo si legge o lo si ode, ci si accorge che egli non deve nulla ai gruppi, alle frazioni, alle scuole, ai testi, alle cento e una diavolerie sistematiche delle caste in giacca o in maniche di camicia. Dagli anarchici ha imparato ad essere libero; dalla libertà ad essere lui. Io sono assai lieto che egli sia venuto a me. S’è accorto che, per me, non è bella, non è buona, non è vera, non è sana e feconda se non l’idea che esce tutta vampante e vibrante, elica rischiosa e vertiginosa, dalla fucina del mio spirito, del suo spirito, quella che, scaturendo, dà lo strazio gioioso d’un amplesso felice. L’argomento del presente volume è – come si dice in giornalismo diplomatico – quanto mai delicato. Ma Libero Tancredi, intelletto libero, diffida delle opinioni generali, dei motivi follaiuoli, delle frasi fatte di cui s’ammantano o si coronano le varie Compagnie di Gesù massoniche, socialistiche, popolaresche, democratiche. C’è, nel libro, il bisogno di rivedere tutta e daccapo la grande faccenda ferreriana. Gagliarda, simpatica volontà, indizio di quell’istinto di superamento continuo che, diciamolo, è poi per l’appunto ciò che si chiama coscienza morale e pensiero responsabile e partito preso che rende conto di sè. Io vado più in là di Libero Tancredi nel giudizio su Ferrer: l’ho scritto da un anno oramai; e mi sento offeso quando rileggo per la centesima volta sui fogli bloccardi l’abbinamento di due nomi: del mediocre professore massone e libertario di scuola tradizionalista che si dichiarò innocente dinanzi ai giudici militari e che trova nei seguaci clamorosi dei proclamatori e documentatori della sua innocenza, con quello di Giordano Bruno! Tancredi fa opera documentaria e riesce ad essere sereno ed equilibrato, egli così veramente anarchista, in un libro tutto tendini e cervello, sincero, denso, ricco, il libro dell’anarchia che generosamente si profonde e gode dell’organismo dialettico solido, della fine linea descrittiva, del plasma estetico tutto proprio. Veggo, a traverso queste pagine come a traverso lo spiraglio d’un carcere tedioso l’azzurro, il cielo d’una liberazione intellettuale per il nostro mondo rivoluzionario.
Paolo Orano, Roma 12 Agosto 1911

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Puglielli Edoardo, “Anticlericalismo e laicità nel socialismo aquilano 1894-1914”

Edito da Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, Ottobre 2009, 93 p.

Nota Introduttiva
Edoardo Puglielli. L’autoeducazione del maestro, pensiero e vita di Umberto Postiglione (1893-1924), Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, luglio 2006, pp. 128; Battaglie e vittorie dei ferrovieri abruzzesi, Sulmona, L’Aquila, Castellammare, Avezzano, 1894-1924, idem, dicembre 2006, pp. 190; Anticlericalismo e laicità nel socialismo aquilano (1894-1914), bozze di stampa. Puglielli (o piuttosto Edoardo, come ama chiamarsi e far- si chiamare, non soltanto per moda giovanilistica) è, per l’appunto, un giovane di trent’anni che da Popoli (Pratola Peligna!) rinverdisce una tradizione sovversiva protrattasi attraverso l’intero Novecento da Nerino Fracasso a Natale Camarra con al centro la personalità emblematica di Nicola Costantini: e la rinverdisce non soltanto grazie alla concreta militanza libertaria ma alla luce di un’attività di ricerca assoluta- mente torrenziale, come ho voluto sottolineare mediante le insolite precisazioni cronologiche dell’intestazione della presente nota. La quale nota ho preferito sostituire alla prefazione che Edoardo, con stima e con rispetto (sono i sentimenti che continuano a manifestarmi tanti giovani, spesso anonimi, e che mi ripagano delle amarezze inflittemi da questa nativa regione nella quale, checché ne fantastichi Umberto Dante, ho non già il privilegio ma la disgrazia di vivere) mi aveva sollecitato per il suo ultimo lavoro, che perciò mi ha presentato in bozze, accompagnandolo con un paio di pubblicazioni dei mesi precedenti che, si badi, non sono le uniche, ma si inseriscono in un gruppo consistente sempre animato da spirito anarchico, rivendicativo e protestatario. Ed ho preferito fare così per poter richiamare l’attenzione di un meno esiguo pubblico su questa produzione, che esiste e vigoreggia in Abruzzo, oggi che alla classica Samizdat pescarese si è affiancato un centro studi chietino doverosamente intitolato a Di Sciullo, senza che da parte dell’ufficialità accademica ed istituzionale in genere si mo- stri per essa quella cura che sarebbe altrettanto doverosa ed indispensabile, al di là della carenze molteplici e gravissime che non sarò certo io, con la stima e col rispetto che ricambio di gran cuore agli amici sovversivi, a mancare di rilevare. Ho già usato un paio di volte, e credo di dover adoperare per tutta l’intera atmosfera che ci concerne, come del resto fa più volte lo stesso Edoardo, il termine sovversivo ad omnicomprendere, per così dire, le svariate sfumature che l’atmosfera medesima presenta e quasi ostenta, e che già in seno all’anarchismo risultano visibilissime, per estendersi poi, storicamente parlando, all’intransigentismo più o meno rivoluzionario, al sindacalismo, al mussolinismo, al massimalismo, a certe forme di comunismo, di fascismo, di dannunzianesimo, e chi più ne ha più ne metta, tutti alla meglio tenuti insieme da quella aspirazione radicale a subvertere, al mettere sottosopra, senza poi trovarsi neppure lentamente d’accordo sul che cosa edificare, con la quale etichetta non a caso era la polizia a tenerli formalmente insieme un po’ tutti, come qualcosa di latamente negativo, di genericamente pericoloso, che per il momento non si poteva e non si doveva fare altro, da Bakunin a Malatesta, ma non soltanto a loro, che reprimere indiscriminatamente. In quest’ambito, per tornare all’Abruzzo, e per limitarci alla ricca fioritura dell’ultimo decennio, segnaleremo le ricerche sulla presenza anarchica nell’aquilano (Cicolani 1997), sugli anarchici abruzzesi nel periodo giolittiano (Calice 1998), su Carlo Tresca (autori vari 1999), su internazionalisti e repubblicani in Abruzzo 1865-1895 (Di Leonardo e Bentivoglio 1999), su Virgilia D’Andrea (Piccioli 2002), sul- l’Abruzzo “rosso e nero” (Puglielli 2003), su Camillo di Sciullo (Palombo 2004), su Luigi Meta (Puglielli 2004), alla quale va aggiunta quanto meno la recente indagine marsicana su Francesco Ippoliti. Balza subito all’attenzione l’assenza della figura senza paragone più rappresentativa dell’anzidetto sovversivismo, anche se torbida e burrascosa ben al di là della lineare e solida robustezza con cui Di Sciullo, tanto per fare il più cospicuo esempio, ha sviluppato il pensiero libertario, non esclusivamente sulle colonne dell’eccellente, interessantissimo foglio che reca quel titolo. Intendo riferirmi, si capisce, ad Ettore Croce, e non soltanto al tribuno, ma anche e soprattutto all’editore, al pro- motore di cultura in senso lato, il cui compito di propaganda e mediazione su orizzonte senz’altro nazionale attende ancora di venir esaminato a dovere. Ma ci sono altri nomi che urgono nello stesso senso, si pensi a Manlio D’Eramo, per esempio, a questo repubblica- no che si colloca formalmente, per così dire, all’estrema de- stra del mondo sovversivo, ma la cui definizione critica è imprescindibile se si vuol comprendere bene la Sulmona del primo quarto del Novecento, e non soltanto Sulmona, in una dialettica con Tresca e Trozzi, tanto per fare i due nomi più rilevanti e conosciuti, tutta da precisare o addirittura da scoprire. E, sempre per restare a Sulmona, quando cercheremo di sapere e di capire se e in qual misura esponenti nazionali del socialismo riformista e massonico quali Arnaldo Lucci ed Attilio Susi abbiano operato sulla città nativa? E chi sia stato davvero, prima e dopo la deputazione massimalista, Bruno Cassinelli? E quello stravagante di Federico Mola? E così via dicendo. Ampio come da arare, dunque: per la quale aratura, tuttavia, e qui torniamo finalmente all’ottimo Edoardo, ma non a lui soltanto, s’intende, non basta assolutamente scorrere sempre, ed in via esclusiva, la stampa di partito e le carte di polizia, con la quale documentazione si fa apologia, s’informa, forse, ma non si fa certamente storia, non si comprende, per trasferirci brevemente all’Aquila, e per fare un unico grosso esempio, chi sia stato davvero l’arcivescovo Carrano a prescindere dalle trivialità della “fogna clericale”, con i suoi tentativi di azione cattolica da cui sono venuti fuori i preti del giornalismo, del segretariato dell’emigrazione, del partito popolare (e non si parla dei vescovi di Sulmona e di Gennaro Sardi, degli interlocutori ed avversari di Di Sciullo a Chieti, dalla variegata società pescarese, del socialismo a Penne e della sua assenza a Lanciano, del fenomeno Celli a Tera- mo e di tutto il retroterra bloccardo che gli sta alle spalle). Già questi brevissimi cenni stanno dunque a ribadire la cautela con cui occorre procedere sul terreno di quella che è l’ultima fatica ancora inedita di Edoardo, alle origini, benissimo, i reduci garibaldini (ma qui andrebbe rivisitato il ruolo dell’Aquila e della Marsica nella preparazione di Mentana, da Pietro Marrelli ad Orazio Mattei), poi i bakuninisti, ma tenendo ben distinto il limpido e patetico Carlo Leoni dagli 9arruffoni sconclusionati alla Pisarri ed alla Tommassetti, e così via via il socialismo cristianeggiante anticattolico che confondeva nella barba e nel rosso della veste Cristo, Garibaldi e Marx (precisante questa era l’immagine che aveva condotto Panfilo Sclocchi, prima che il terremoto l’uccidesse, ad essere il sindaco di Pescina) mentre Giordano Bruno, porta Pia, Francisco Ferrer, appartengono ad un mondo diverso, inconfondibilmente borghese, i cui protagonisti, per rimanere in ambito aquilano, possono essere gli insegnanti forestieri, e gli imminenti interventisti alla Chiarizia ed alla Marinucci, ma non certamente i lavoratori.
In altre parole, quando Edoardo ci ha fatto la cronaca accuratissima degli interventi del periodico socialista «L’Avvenire» e di qualche sparso ed occasionale foglio anarchicheggiante (ma senza dirci che Piccinini era giovane di studio dell’avvocato Lopardi, che Urbani sarebbe diventato il più conformista dei verseggiatori locali e Pighetti deputato fascista, ancorché nel risvolto sovversivo che si è accennato) nei più svariati settori dell’anticlericalismo e della laicità, non riusciamo ancora a cogliere le ragioni per le quali, tanto per starci alle sue stesse constatazioni, sia un prete a sfidare in contraddittorio Emidio Lopardi, siano in molti i proletari che trasmigrano nelle organizzazioni cattoliche (mentre la camera del lavoro fa vita rachitica stentatissima, e perché?), sia il bloccardismo (di cui mai non si parla espressamente et pour cause) ad ispirare nel quinquennio a cavallo del 1910 le rivendicazioni del 20 settembre e le campagne per il divorzio e contro l’insegnamento religioso, ancora sentite ed avvertite di fatto (anche se culturalmente a torto) come prettamente borghesi, a non parlare del libero pensiero, tutto intellettualistico e professionistico, sia l’emancipazione del- la donna infine (non parliamo del libero amore!) a segnare il passo quando si tratti di certe condanne moralistiche in clamorosi casi di cronaca, o dell’ingresso concreto, massiccio, nel mondo del lavoro, le operaie del cotonificio Tobler. Sfumature del genere non vanno trascurate anche a proposito della vicenda abruzzese di un sindacato poderoso e tradizionalmente gelosissimo della propria autonomia e del- le proprie capacità tecniche (l’autogestione delle linee) come quello dei ferrovieri, un discorso che, dal punto di vista regionale, si accentra su Sulmona, e sostanzialmente su due forti figure di leaders assai ben rimarcati sotto un profilo politico massimalista ante litteram, Vincenzo Scapaticci e Quirino Perfetto, mentre, tanto per non perdere di vista l’accennata esigenza di distinzione, un esponente altrettanto qualificato ed attivo come Patrizio Monreale si adatta di buon grado a fare tranquillamente il consigliere comunale all’Aquila. Nel capoluogo infatti l’incidenza sociale e politica dei ferrovieri è obiettivamente assai meno considerevole che a Sulmona ed a Castellammare, nella quale ultima località, com’è noto, essi si inseriscono in prospettiva urbanistica nel- l’opera di governo dell’amministrazione socialista Basile con risultati che la sensibilità odierna va sempre meglio positiva- mente valutando ed apprezzando. Ed eccoci infine in questa necessariamente veloce carrellata ad un personaggio indiscusso ed indiscutibile come Postiglione, al quale il Nostro si accosta simpateticamente anche grazie alla sua personale qualifica professionale, che è precisamente quella di studioso di scienze pedagogiche. In questo campo, com’è noto, emerge la figura indubbia- mente, schiettamente libertaria nel miglior senso del termine, che da Raiano all’America e di nuovo in Abruzzo fino alla morte dolorosamente immatura poco più che trentenne, ebbe con altrettanta certezza una vocazione prepotente, improvvisa ma assolutamente impressionante, il maestro che s’innesta sul giornalista e sull’oratore della propaganda anarchica e del sindacato operaio con i risultati che in meno di un paio d’anni lo conducono agli straordinari esiti del novembre 1923, quattro mesi prima della scomparsa, la relazione al convegno magistrale dell’Aquila che leggiamo più che opportunamente riproposta. Senonché, mentre il pedagogista risalta a luce meridiana, il propagandista ed il sindacalista d’oltre Oceano vengono a definirsi con assai mino- re chiarezza, così nello studio approntato sollecitamente post mortem di Marchesani come nell’assai più tarda raccolta di scritti sociali curata da un suo compagno d’armi appunto in quella propaganda ed in quelle lotte operaie come Venanzio Vallera. Non solo: ma la splendida relazione, tutta fitta contesta di richiami a Croce ed a De Sanctis, ma anche ad un “certo” Mazzini, è affidata a Postiglione da un Giovanni Ferretti che intanto è provveditore regionale agli studi per l’Abruzzo in quanto vicinissimo al Gentile ministro dell’Istruzione, quel Gentile il cui pathos percorre da un capo all’altro il testo del Nostro, magari accentuato nella chiave tecnica che ad esso conferiva da poco meno di un ventennio Giuseppe Lombardo Radice non a caso direttore generale dell’istruzione primaria. In altre parole a me sembra che dalla casa del popolo di Raiano alla scuola elementare di S. Demetrio attraverso quel libro di testo di cultura regionale che, altrettanto non a caso, Ferretti gli aveva affidato nella geniale prospettiva elaborata appunto alla Minerva da Lombardo Radice (ed in Abruzzo si sarebbe affiancato al Nostro un esperto come Berengario Amorosa mentre nel Molise avrebbe tenuto significativamente il campo un poeta, Eugenio Cirese) il Postiglione 1923 sia entrato genuinamente, decisamente in un clima gentiliano che risente solo dal punto di vista emotivo, temperamentale, del d’altronde affine background libertario, clima, si badi, che non vuol dire affatto fascista, prova ne sia il distacco o addirittura l’opposizione che nei confronti del regime seppero con maggiore o minore prontezza assumere rispettiva- mente Ferretti e Lombardo Radice. Ma nel libro di Edoardo c’è anche una succosa appendi- ce, non tanto magari il dramma sociale “roboante” per dirla con Vallera ad altro proposito, quanto la mirabile lettera 10 agosto 1915 da Seattle con la quale il ventiduenne Umberto respinge l’invito dei genitori a tornare in Italia per combattere la guerra della monarchia e della borghesia, respingendo al tempo steso il menzognero concetto di patria che ani- ma quella guerra in pro di un altro più nobile ed elevato concetto che, a questi chiari di luna di orgia patriottarda, noi uomini del Duemila faremmo bene a non perdere di vista. E non solo i chiari di luna di oggi: Edoardo fa benissimo a ricordare la ristampa 1960 Giannangeli del volume 1925 di Marchesani, quella ristampa pavida, conformista e malamente scorretta su cu si esercitò a suo tempo il sacrosanto sarcasmo di Antonio Gasbarrini: benissimo, il mostro sacro Ottaviano Giannangeli si prosternava nel 1960 al regime democristiano così come il buon Marchesani non aveva fatto nel 1925 dinanzi al fascismo trionfante (che si era quanto meno astenuto dal perseguitarlo): la cupidigia di servilismo è sempre fiorente e feconda tra noi: anche per questo, leggere le pagine ed i fatti degli anarchici non ha fatto e non farà mai male.
Raffaele Colapietra L’Aquila, agosto 2007

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Turina Isacco, “Maledire Dio. Studio sulla bestemmia”

Università degli studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, 1999/2000, 199 p.

Estratto dall’Introduzione
È un terreno sdrucciolevole, quello della bestemmia, poiché non si sa esattamente in che modo parlarne. In particolare, non si sa come nominarla: la reticenza risulterebbe forse più elegante, ma in un lavoro che pretenda di dar conto della realtà di un fenomeno socio- linguistico, una simile pruderie impedirebbe di attingere quel livello stesso di cui si vorrebbe parlare; senza aggiungere che non si farebbe altro che perpetuare una lunghissima tradizione di silenzio, la quale ha impedito appunto che si studiasse finalmente quell’elemento di lunga durata della lingua italiana che è la bestemmia.
È stata la letteratura a rompere per prima il ghiaccio e a trascrivere l’innominabile vizio italiano, cercando anche di darne ragioni, guardandolo talvolta con benevolenza e, nei risultati migliori (in particolare con i romanzi di Luigi Meneghello), a indagare il sostrato culturale che da secoli la fa esistere. Ma linguisti e sociologi, a mia conoscenza, non vi hanno ancora messo mano. Pure non mancherebbero motivi per farlo, visto il fascino esercitato, ai nostri giorni, da tutto ciò che sembra in via di estinzione; e la bestemmia, se pur ancora fiorisce, pare comunque aver perso di vivacità (anche se mancano documenti storici attendi- bili sui quali compiere un’analisi diacronica): le leghe antiblasfeme, numerosissime fino alla metà del secolo, sono enormemente ridotte di numero e di forze; il progressivo affermarsi della lingua italiana rende insostenibile l’uso della bestemmia, stigmatizzata come abitudine dialettale; il generale abbassamento della sensibilità religiosa diminuisce la reattività sociale a questo tipo di peccato. Le cause, in- somma, vanno cercate in quei diversi fattori raccolti sotto il nome di “secolarizzazione” o “globalizzazione”: la bestemmia è legata a realtà regionali, e in particolare ai dialetti; è legata ad un preciso modo di intendere la religione, ad una condivisione puramente esteriore cui si oppone ogni idea di un culto interiore, soggettivo e spirituale; la bestemmia, voglio dire, è figlia dei paesi cattolici.
È praticata solamente in Spagna, Italia e Québec, dove la cultura cattolica gode ancora di un certo seguito. Nel medioevo, invece, le forme di bestemmia (che all’epoca erano, per lo più, degli spergiuri) erano diffuse in tutta Europa. La Riforma prima, e l’Illuminismo poi, l’hanno resa incomprensibile nei paesi in cui hanno trionfato. Non sarà un caso se, attualmente, i soli codici penali che ne prevedono l’incriminazione sono quello italiano e quello spagnolo. Ma è para- dossale vedere come certi propagandisti antiblasfemi additassero la modernizzazione, in tutte le sue forme, come causa principale della bestemmia: al contrario, opponendosi ai dogmi del cattolicesimo, il progresso dei paesi occidentali ha svuotato di senso la bestemmia. Essa non è traducibile: chi non abbia una specifica competenza della lingua italiana non può afferrarne la sostanza, per quanto possa coglierne il senso letterale; dal canto suo, il parlante italiano sa come si bestemmia, anche se sceglie di non farne uso per tutta la vita.
Ma forse non è bene dare giudizi definitivi su un fenomeno tal- mente sfuggente. È possibile infatti che la bestemmia sopravviva anche ai cambiamenti sociali, così come si è mantenuta intatta probabilmente per un intero millennio. Molti immigrati extracomunitari ad esempio ne acquisiscono l’abitudine, e anche in uno spazio moderno e globalizzato come quello che si è aperto con internet, le bestemmie sono facilmente reperibili, soprattutto in quei siti in cui ognuno è in- vitato a scrivere una cosa qualsiasi, come su di un muro: queste superfici non tardano a riempirsi di bestemmie. Nell’impossibilità quindi di fare previsioni sul futuro della pratica blasfema, il mio compito sarà quello di tentare di definirla, sia storicamente che, per così dire, concettualmente. Innanzitutto sarà bene precisare che, nella bestemmia, tra concetto e uso lo scarto è notevole: il concetto è di origine religiosa, e come tale, in un’accezione simile a quella del termine “eresia”, esso può essere compreso da chiunque.
Al contrario il suo uso è variabile, poiché si concreta in moduli linguistici che cambiano da una cultura all’altra: esistono formule precise per la bestemmia, diverse nei vari paesi in cui si bestemmia; anche all’interno dell’Italia, pur esistendo alcune formule blasfeme che costituiscono una sorta di koinè, la maggior parte delle occorrenze è racchiusa in un contesto regionale, addirittura, talvolta, idiolettale. Ma pur ritenendo di dover opporre l’argomento dell’uso a chi, per meglio combatterla, la vorrebbe considerare solo dal punto di vista del concetto, sono comunque costretto ad un doppio gioco: devo cioè smascherare anche le ragioni dei bestemmiatori, i quali, se interpellati, si aggrappano in genere alla scusante dell’abitudine o dell’ira, che renderebbero la bestemmia rispettivamente un intercalare o uno sfogo. Non credo che questo sia del tutto vero, o quanto meno non lo trovo sufficiente a spiegare la bestemmia, la quale mantiene in sé una forte connotazione di protesta indiretta e di resistenza alla cultura cattolica ufficiale.
Queste le ragioni per cui ho ritenuto di dover citare, apertis verbis, le bestemmie: esse rappresentano, in fin dei conti, l’unico dato empirico che io possa portare a sostegno della mia ricerca, la quale, per il resto, si basa su un lavoro di raccolta, confronto e commento di documenti scritti.
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FdCA, “Anarchici contro il muro Israele-Palestina”

2007, 63 p.

I testi qui contenuti, scelti nel vasto oceano dell’informazione sulla Palestina occupata, non vogliono essere un tentativo di dare una rappresentazione degli “Anarchici Contro il Muro” (ACIM) quale entità politica, bensì intendono – su una scala più piccola – dare conto dei contesti particolari e delle realtà in cui gli ACIM operano. E tuttavia, proprio nello scegliere di dare più risalto a quest’ultimo aspetto, speriamo si possa cogliere in gran parte la natura politica degli ACIM. Per prima cosa e soprattutto, gli Anarchici Contro il Muro sono una bandiera nel cui nome vengono compiute azioni che sono diametralmente in opposizione non solo con l’occupazione, ma anche con le cause più profonde; in opposizione con le prospettive personali ed il sistema politico, militare e civile, che all’interno di Israele sostiene l’occupazione. Gli ACIM cercano di evitare il peso eccessivo ed ingombrante delle impalcature ideologiche, per assumere come proprio centro di gravità le pratiche – ma non come “praxi”. Il che non implica – naturalmente – che l’analisi teorica ed i principi non siano necessari, dal momento che noi vi facciamo ricorso quando occorre decostruire i miti dell’apartheid sionista. Tuttavia, ora come ora, le individualità che compongono gli ACIM preferiscono dedicarsi, armati di corde da rocciatori, di tronchesi per il fil di ferro e di mazze pesanti, alla decostruzione del muro di Israele e a esprimere il loro dissenso contro i blocchi stradali messi dall’esercito israeliano. Non solo l’azione diretta, ma anche la lotta unitaria sta nel cuore pulsante degli ACIM. Infatti, le premesse del gruppo possono essere fatte risalire alla fusione di due sottocorrenti parallele durante l’intifada di al-Aqsa, la seconda rivolta palestinese. In Israele, il fallimento degli Accordi di Oslo aveva provocato una generale recrudescenza nazionalista ed una svolta a destra anche all’interno del cosiddetto “Campo della Pace”; tuttavia, si ebbe un effetto opposto sulle frange radicali di quest’area, dal momento che l’analisi sul perché Oslo era fallito portò molti a sganciarsi permanentemente dalla coda della sinistra sionista. Nel frattempo, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, la seconda intifada, sebbene mollo più militarizzata della prima, conteneva anche diffuse istanze di lotta popolare e di resistenza civile, espresse con azioni dirette (proteste e manifestazioni), iniziative delle ONG, informazione indipendente con grande sforzo dei media, progetti dei giovani, campagne di boicottaggio e disobbedienza civile in genere messe in atto da comitati popolari. Sebbene marginalizzati dai livelli di violenza e dal crescente centralismo gerarchico dell’Autorità Palestinese, questi sforzi hanno comunque messo radici ed in certi casi hanno anche dato frutti.

Gli ACIM sono stati un prodotto di queste due sottocorrenti che si sono incontrate nel 2003 – un anno dopo l’inizio della ‘costruzione del muro da parte di Israele — nel campo di protesta durato 4 mesi formato da attivisti palestinesi, israeliani ed internazionali nel villaggio di Mas’ha, che stavo per perdere le teme a causa del passaggio del muro. Questo campo è diventato il punto focale per una nuova forma di lotta: unitaria, civile. a democrazia diretta, su base territoriale — di fatto una terza intifada conosciuta come “l’intifada del Muro”. Sebbene forti solo di pochi attivisti israeliani, gli ACIM presero parte intensamente a quesito nuovo sviluppo insieme ad un numero sempre più alto di villaggi palestinesi le cui condizioni di vita erano minacciate dal passaggio del muro: da Masha a Budrus, da Bil’in a Jayyous, da Nîliln a Um Salmuna, e così via, in uno schema di azione diretta e di lotta unitaria che prosegue tutt’oggi. Una componente chiave del modus operandi degli ACIM era e rimane il reindirizzare i privilegio razzista di cui essi godono sotto le politiche discriminatorie di Israele, usandolo per ridurre la violenza militare contro le proteste palestinesi per il solo fatto di stare con loro, dal momento che le regole di ingaggio dell’esercito sono significatamente diverso (specialmente per l’uso di armi vere) quando si trovano di fronte degli israeliani.

L’Intifada del Muro prosegue con un prevedibile ed alto costo su piano umano: a febbraio 2009 sono 17 i manifestanti palestinesi disarmati che sono stati uccisi dall’esercito e dalla polizia di confine nel corso di manifestazioni contro la costruzione del muro, e sono migliaia i feriti e gli arrestati — palestinesi, attivisti internazionali ed israeliani. Finora, gli ACIM hanno dovuto affrontare oltre cento imputazioni (la cui metà è tuttora pendente), soprattutto per “aver portata la guerra in patria” tramite le azioni di protesta fatte nelle città israeliane. inoltre, a parte le spese vive per i lavoro politico quotidiano, come i trasporti, le ballette telefoniche, gli aiuti immediati o i costi di stampa, i debiti contratti dagli ACIM ammontano attualmente ad oltre 40.000 dollari americani, in parcelle dovute agli avvocati amici che stanno lavorando incessantemente per rappresentarci di fronte alla crescente repressione legale della polizia e delle corti.
Ovviamente, gli ACIM non ricevono finanziamenti da nessuna organizzazione o associazione ufficiale (statale, governativa, ONG che sia), né abbiamo dei funzionari retribuiti. Noi contiamo interamente sulle donazioni delle persone in tutto i mondo, che capiscono quanto sia importante questa lotta e desiderano assicurare la prosecuzione con un sostegno concreto alla lotta palestinese. Ma si accumulano i costi dei guai giudiziari che ci infligge lo Stato, per cui ci troviamo in un temibile bisogno di sostegno finanziario e quindi chiediamo il vostro aiuto.

Nota editoriale: dal momento che all’interno degli ACIM esiste una varietà di istanze sia pratiche che politiche, occorre rimarcare che il contenuto di questo lavoro, con tutti i suoi pregi. rappresenta però sola le opinioni degli autori e non degli ACIM come gruppo intero.

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