Apocalisse o insurrezione. Contributi antimilitaristi sulla guerra in Siria. Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale.

Edito da Edizioni Romperelerighe, Rovereto, 2016, 36 p.

Provare a limitare l’indecenza. Stiamo sopravvivendo in anni che stanno diventando sempre più bui: di guerra fra poveri, di cinismo, di disperazione, di rabbie sfogate a chi ci è prossimo, di rassegnazione e di passività. L’individuo è solo: fra paure, problemi materiali ed “economici”, fra affetti centellinati e miseri. È l’autorità. È la legge: quella del capitale, quella della gerarchia. Quella che, beffeggiandoci, ci hanno detto che è una “legge naturale”. La condivisione di piaceri, di fatiche, di progetti si trasforma solo in una comunione di passioni tristi come rabbie ed angosce. Microclima quotidiano di guerra civile. Su questo terreno etico ed emotivo delle persone prosperano furbetti, affaristi, carogne e fascisti che soffiano sulle braci di questa “guerra di tutti contro tutti”. Padroni e politici ridono e banchettano sulle nostre ossa. La collera non tocca mai loro, i diretti responsabili di tutto questo.
Siamo ormai incapaci ad utilizzare la parola come strumento di chiarificazione delle nostre azioni. La usiamo come arnese di confusione portatrice di opinioni che, come insegne luminose, vengono smerciate all’ingrosso dalla nostra bocca. Siamo incapaci a restare con gioia ad assaporare il silenzio. Incapaci di unire il pensiero alla parola e alla pratica per colpire uomini e strutture che han deciso di trascinarci verso la catastrofe. Inetti nell’ascoltarci nella mente, nelle mani e nel cuore per provare noi ad attaccare l’esistente, e a ritrovare il piacere dell’azione che si trova faccia a faccia con il nemico nel nostro quotidiano. Cercare modi nella pratica per autogestirci assieme ed alleggerirci il peso della miseria umana e materiale che il capitalismo ci stritola ogni giorno di più addosso. Ritrovare nel blocco oppressivo di questo quotidiano impostoci le linee di fuga per riprenderci la capacità di riassaporare la bellezza delle passioni, della reciprocità con un nostro simile, della vita.
Provare a limitare l’indecenza, e con l’auspicio che l’insurrezione parta ancora una volta in primo luogo da noi stessi. Dal cuore di ogni singolo solo che scopre gioiosamente di essere una persona, un individuo. Lor signori soffiano sulla guerra tra poveri, e su una guerra che sta probabilmente balenando verso un futuro scontro tra potenze a livello mondiale. Dall’Ucraina, la situazione è evidentemente cambiata. Nel militarismo è concentrato, secondo noi, tutto il meccanismo perverso e schifoso di questo carcere sociale: dall’autorità alla santificazione della gerarchia e del più forte, fino alla trasformazione degli esseri umani in macchine di morte al servizio di qualche potente. Combattere il militarismo significa muovere una pulsione etica e di cuore che va contro tutto quello che è il mondo che ci hanno imposto.
Nella pratica significa, oggi come ieri, dare una speranza all’umanità davanti al dramma della guerra e di questa barbarie socialmente organizzata. Dedicato a tutti coloro che vogliono provare a limitare l’indecenza di se stessi e del mondo. Dedicato a chi ci sta provando.
I contributi che seguono, come spiegheremo all’interno dello scritto, sono semplicemente una miscela di scritti nostri e non, di interviste, di articoli di giornale e di approfondimento tratti da fonti di cosiddetta “contro-informazione” e da fonti principalmente provenienti dal campo statale e borghese, cioè da quello del nostro nemico. Lo scritto così assemblato nasce da esigenze individuali di fare il punto su una situazione internazionale che diviene di anno in anno più terribile e pericolosa.
Nasce dall’urgenza impellente di non stare zitti di fronte alla grandezza tremenda della catastrofe che ci stanno apparecchiando, e dalla volontà di portare un contributo nella pratica e nel pensiero al campo antimilitarista. Vuole, quindi, non limitarsi all’elenco degli orrori, ma offrire spunti curiosi ed interessanti per provare ad indirizzare i nostri sforzi per rendere sempre più concreta la nostra opposizione alla guerra. Sabotare l’ingranaggio militarista è possibile. Ci piace chiudere con la citazione rubata dall’introduzione di un opuscolo che, per noi, ci sembra tristemente ancora molto attuale: (“Verrà la realtà e ci troverà addormentati”, ha scritto un poeta spagnolo. Ecco, in fondo la questione è tutta qui. Vogliamo farci trovare con gli occhi aperti).

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Monti Germano, “Pena di morte all’italiana. Il caso di Prospero Galliani e Salvatore Ricciardi”

Edito da Centro Stampa De Vittoria, Roma, 1994, 25 p.

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FAQ DNA ovvero un piccolo squarcio su alcne misconcezioni comuni a proposito del DNA e del suo utilizzo in campo penale

2017, 27 p.

Questo opuscolo nasce come trascrizione di una chiacchierata avvenuta a Firenze il 16 dicembre 2017 tra i compagni di questa città, colpiti da più di un anno da un’operazione repressiva denominata “Operazione Panico”, un biologo ed un avvocato. Il senso di questa iniziativa era, per noi, principalmente iniziare a schiarirci le idee rispetto alla tematica dell’uso repressivo del DNA, confrontandoci con chi ci potesse aiutare a muovere i primi passi nella comprensione sia delle cosiddette basi scientifiche di cui il sistema giuridico si sta dotando per affinare il proprio operato, che del funzionamento delle nuove leggi, disposizioni e procedure in materia di prelievo e uso forense della prova genetica, con cui ci troveremo, nostro malgrado, sempre più spesso ad avere a che fare. Questi sono d’altronde i motivi che ci spingono alla pubblicazione delle informazioni raccolte, le quali, oltre al caso specifico fiorentino, potrebbero a nostro avviso tornare utili anche ad altri compagni.
L’introduzione di nuove tecnologie di controllo ed indagine, di cui tutti eravamo a conoscenza, almeno a livello teorico, è divenuta un’inquietante realtà tangibile di cui ci siamo resi conto, in ritardo, solo nel momento in cui l’abbiamo subita in prima persona, in seguito agli arresti di agosto, ed un dato di fatto di fronte al quale ci siamo trovati totalmente impreparati. Ciò nonostante, al di là del contenuto prevalentemente “tecnico” di questa conversazione, il nostro obiettivo non è quello di trovare delle “strategie difensive” da suggerire agli avvocati, ma di capire a fondo quale sia la direzione in cui il nostro nemico si sta muovendo, e dotarci degli strumenti necessari a contrastarlo e contrattaccare. Ci teniamo a ribadire il nostro disprezzo per lo Stato, per le sue leggi, e per i suoi servi, di cui faremmo volentieri a meno ma con cui purtroppo, quotidianamente, ci troviamo costretti a fare i conti.
Questa trattazione è, certamente, imparziale e incompleta. Da un lato, perché effettivamente parecchie informazioni mancano, sono ambigue, o sono difficili da reperire. Dall’altro, perché siamo convinti che sia necessario non focalizzarsi solo sull’ambito repressivo dell’utilizzo della genetica, dato che questo discorso si insinua in ogni aspetto dell’esistente e, di conseguenza, si manifesta anche nell’ambito del controllo sociale. Ciò che possiamo fare è cercare di conoscerlo il meglio possibile, saper delineare chiaramente i vari scenari, diffondere le conoscenze che si sono acquisite, partendo dalla consapevolezza che il campo di sperimentazione privilegiato, del DNA come di tanti altri strumenti-meccanismi di controllo sociale, è quello della marginalità, dei delinquenti/detenuti, della sovversione e contestazione politica. In un momento come quello odierno, anche solo riuscire ad acquisire e diffondere conoscenze, fare il punto della situazione, raccogliendo, ad esempio, esperienze dirette di prelievo coatto e di modi per opporvisi, può servire a rendere il quadro più comprensibile e ci sembra già un buon punto di partenza. Senza pretesa di esaustività, ci auguriamo che questo modesto contributo sia da stimolo per ulteriori riflessioni ed approfondimenti.

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Niente di cui Pentirmi. Dichiarazione di Nikos Maziotis di fronte alla giuria del tribunale penale di Atene

1999, 40 p.

Il testo che segue è la traduzione della dichiarazione fatta da Nikos Maziotis al processo, tenutosi ad Atene tra il 5 e il 7 Luglio 1999, nel quale era accusato di detenzione di armi ed esplosivi e per un fallito attentato. Il 6 Dicembre 1997 Nikos Maziotis aveva deposto una bomba all’esterno dell’edificio del Ministero dell’Industria e dello Sviluppo, in solidarietà con la lotta della popolazione di Strimonikos che si opponeva alla costruzione di uno stabilimento per la lavorazione dell’oro, una produzione altamente inquinante.
Forse non è inutile ricordare che all’inizio del 2000 il cedimento di una diga in un impianto simile in Romania ha provocato l’avvelenamento al cianuro di mezzo Danubio. Invece di una dichiarazione difensiva Nikos Maziotis ha scelto di capovolgere i ruoli, ha rivendicato il suo gesto e ha trasformato la sua deposizione in un atto di accusa verso lo stato. Un atto d’accusa espresso con analisi solide e senza i vuoti intellettualismi ai quali troppi sedicenti rivoluzionari ci hanno abituato. Le parole di Nikos sono forti e nitide come le azioni di cui si assume la responsabilità, alla portata di chiunque sia disposto ad ascoltarle.
Come nota del tutto marginale è inteso che la scelta di pubblicare lo scritto di Maziotis non comporta, ovviamente, l’essere d’accordo in tutto e per tutto con le idee espresse. Ad esempio una divisione della società dove da una parte c’è “lo stato, i funzionari di stato, la polizia, l’esercito, le forze dell’ordine, i capitalisti, e dall’altra il resto delle persone: lavoratori, agricoltori, studenti, tutta la società, la maggioranza della gente, la gente oppressa” può avere il vantaggio della chiarezza delle scelte di campo ma non pare corrispondere alla composizione del mondo che abbiamo intorno, dove operare una netta separazione tra oppressi e oppressori non risulta così semplice.
Il testo è stato tradotto dall’inglese e la versione originale dal titolo “The “Pleading” of Nikos Maziotis in front of Athens jury criminal court”, può essere trovata al sito http://www.ainfos.ca/99/dec/ainfos00288.html – edito a cura dell’Anarchist Circle (anar@coldmail.com) e del collettivo Anarchists in Solidarity.
Nikos Maziotis è stato condannato a 15 anni di prigione.
G.A.

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Bosco Salvatore – Considerazioni sulla pena di morte

L’insegnante Salvatore Bosco in questa sua originale monografia, incentrata sulla scottante ed attuale problematica della « pena di morte » affronta questa inquietante questione sviluppando magistralmente nella prospettiva storica l’aspetto etico, morale e filosofico, nonché giuridico del tema. 
E’, questo, un argomento che crea il lievito, il casus di un vasto, appassionante dibattito che trova assertori accaniti e decisi oppositori che ritengono la pena capitale un anacronistico, violento delitto di stato. La relazione dell’autore in parola, svolta e sviluppata con un linguaggio semplice, chiaro ed equilibrato, che nel suo iter non manca di interessanti e originali considerazioni giuridiche, fa un’ampia ed accattivante disamina della condizione dell’uomo primordiale dell’età tribale, della civiltà della pietra fino ad arrivare all’uomo moderno dell’era atomica.
In breve, l’autore fa rivivere l’odissea umana attraverso le epoche e i tempi. L’uomo antico in totale assenza di un completo documentato codice di leggi, di comportamenti, ed in mancanza di una sapienza giuridica, risolveva con estrema violenza, i torti subiti, secondo il vecchio dispositivo del taglione: « occhio per occhio, dente per dente ». In un siffatto precario stato di cose e di circostanze, la pena di morte, che la parte offesa infliggeva ai danni di autori di delitti, rientrava per la carenza di norme, come sopra espresso, nella normalità di comportamento. 
Oggi, alla luce di un profondo, diffuso progresso sociale e giuridico, uno stato moderno che punisce un colpevole con la sedia elettrica, il capestro, la ghigliottina e la camera a gas, si mette alla pari dell’assassino.
Recentemente abbiamo assistito, con profondo disappunto, a due esecuzioni capitali eseguite negli Stati Uniti, esecuzioni che nel loro crudo e triste avverarsi e divenire, hanno suscitato un grande movimento di opinioni, a livello mondiale, sullo scottante problema.
Non pretendo, in questo breve giudizio, esaminare compiutamente il tema qui trattato, però sono certo che quest’ultimo rappresenterà indubbiamente un significativo momento di riflessione e di interessante esame morale e sociale a quanti, spero numerosi, avranno l’opportunità di leggere, approfondire e meditare su questo importante dilemma: « pena di morte sì, pena di morte no ». 

1988, pag. 24

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Una gabbia dorata resta una gabbia. Le nuove prigioni e la bugia dell’umanizzazione

Ogni volta che il potere si appresta a porre le basi per una nuova struttura repressiva, come una prigione, non bada a spese sulle parole da utilizzare per giustificare questo processo. Generalmente, per poter ottenere il massimo consenso da parte della popolazione, le argomentazioni faranno riferimento a dei valori assoluti, che variano evidentemente in funzione delle epoche e dei contesti storici. Quando si trattava di giustificare l’apertura dei campi di concentramento in Francia e in Inghilterra per rinchiudervi, preventivamente, i possibili sabotatori dello sforzo militare all’alba della Seconda Guerra Mondiale, era intorno al valore della « Patria », che lo Stato cercava di riunire la popolazione. Quando era necessario neutralizzare il rifiuto del lavoro salariato negli anni ‘70, frutto e fonte di una vasta sovversione rivoluzionaria, che si esprimeva in particolare attraverso la delinquenza sociale e la rapina delle banche, lo Stato francese, e altre paesi a modo loro, riformarono il sistema penitenziario. Se, da un lato, vere e proprie prigioni all’interno delle prigioni – i dimenticatoi e i centri di tortura che vengono chiamati QHS 1 – venivano introdotte per sradicare lo slancio della rivolta, dall’altro il discorso portava soprattutto all’introduzione di meccanismi di reinserimento, del mutamento dell’ottica della reclusione, da « punizione » a « riabilitazione ». Un discorso profondamente umanista quindi, per poter giustificare sia che le persone vengano schiacciate all’interno dei circuiti di Alta Sicurezza, sia la repressione mortifera per le strade. Ad oggi, quando si tratta di giustificare il più grande programma di costruzione di prigioni che lo Stato belga abbia mai conosciuto, il filo rosso del consenso da ottenere porta anche verso « l’umanizzazione delle prigioni». Usando come pretesto le decine di rivolte che hanno scosso l’universo carcerario belga tra il 2006 e il 2011, che ha messo a nudo la realtà delle condizioni di detenzione, la violenza delle guardie, la sovrappopolazione e la natura obsoleta di alcune prigioni, lo Stato fonda la legittimità di nuove prigioni non solo sull’appello al securitarismo ma anche sul riassetto di tali condizioni, oggi ritenute inaccettabili.
Tuttavia, la costruzione di nuove prigioni ha sempre avuto come scopo principale l’aumento della capacità di reclusione dello Stato, vale a dire un inasprimento della morsa repressiva. Se la reclusione è in effetti una modialità di gestione delle contraddizioni sociali sulle quali questa società è basata, l’aumento ininterrotto del numero di persone detenute indica che questa strategia repressiva non è per nulla obsoleta agli occhi dello Stato. Dunque, per logica, lo Stato deve costruire sempre più prigioni.
Per criticare il discorso dell’umanizzazione delle prigioni (che ha delle forti similutidini con il discorso che tende a umanizzare la guerra, presentandola come un’operazione chirurgica, e con il discorso che umanizza il controllo capillare, disumanizzando i nemici dei valori democratici, e così via) bisogna osare penetrare al fondo delle cose. Il potere esiste e,di fronte alla minaccia di essere distrutto da coloro che schiaccia, deve proteggersi. È nella sua stessa essenza prolungare la sua propria esistenza, protrarre ed estendere il proprio regno. A forza di analizzare gli sviluppi storici, bisogna constatare che il potere non scommette sempre sullo stesso cavallo, o piuttosto, scommette in generale su tutti i cavalli allo stesso tempo: è pronto a bombardare, a massacrare, a compiere dei genocidi e a condurre delle guerre per preservarsi; è anche pronto a dare da mangiare, curare malati e addolcire la sorte dei detenuti, se questo rafforza il controllo sui suoi sottoposti. In questo modo tortura e progresso vanno mano nella mano. Il potere è la tortura ed è il progresso. È la sua forza, è la sua potenza. Se l’umanizzazione delle prigioni è, in ogni modo, una bugia, visto che la reclusione in sé costituisce una tortura, lo vediamo ancor di più se laceriamo i discorsi della propaganda per arrivare alla realtà. Una prigione più pulita è anche una prigione asettica, sterile, con un contatto umano minimo tra detenut*. Una prigione meglio fornita, è anche una prigione dove tutto è automatizzato, dove le porte non si aprono più con delle chiavi ma a distanza; dove le finestre non si aprono, poiché c’è l’aria condizionata per areare. Una reclusione maggiormente basata sul reinserimento è anche la dittatura scientifica – e quindi incontestabile – degli psicologi e degli psichiatri, dei medici e degli assistenti sociali. Se una parvenza di maggiore comfort viene offerta all* detenut* è al prezzo di un controllo rinforzato, e non è diverso all’esterno nell’insieme della società.

Spazio d’informazione e coordinazione delle lotte contro la maxi-prigione, Bruxelles, febbraio 2015, pag. 16

Nota dell’archivio: opuscolo tradotto dall’originale “Une cage dorée reste une cage – les nouvelles prisons et la mensogne de l’humanisation”, secondo numero di tre testi raccolti come “contributo alla lotta contro la costruzione di una maxi-prigione a Bruxelles”

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Croce Nera Anarchica. Bollettino

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Durata: Giugno 1969 – Aprile 1971
Luogo: Milano
Periodicità: Irregolare
Pagine: 15 (n. 1); 13 (n. 2); 17 (n. 3 e 4); 18 (n. 5); 22 (n. 6 e 8); 23 (n. 7); 16 (n. 8 speciale); 19 (n. 9)

Nota dell’Archivio
-Dall’editoriale del numero 1: “Quando un paio di mesi fa, decidemmo di pubblicare questo bollettino, intendevamo farne poco più che una traduzione dell’Anarchist Black Cross, il bollettino che un gruppo di compagni inglesi hanno iniziato a pubblicare alcuni mesi fa, per iniziativa di Stuart Christie. Il compagno Christie, alcuni fa, allora diciottenne, venne condannato da un tribunale franchista per avere introdotto della dinamite in Spagna. Prima di essere rilasciato (a seguito di una campagna di solidarietà che costrinse le autorità inglesi a fare pressioni sul governo spagnolo), ebbe modo di passare tre anni nelle galere franchiste e di conoscere di persona le condizioni e l’ambiente miserabile in cui sono costretti a vivere i prigionieri spagnoli. Perciò, una volta tornato in Inghilterra, si fece un punto d’onore di organizzare un comitato per l’assistenza dei compagni prigionieri che, per analogia con analoghe precedenti iniziative (v. articolo successivo) chiamò ANARCHIST BLACK CROSS (Croce Nera Anarchica).
Scopo minimo, iniziale, del comitato e del bollettino è di:
1-Diffondere notizie dell’attività rivoluzionaria in Spagna che superino la censura fascista e le distorsioni interessate della nostra stampa;
2-Raccogliere dei fondi (anche attraverso sottoscrizioni) per esercitare una “solidarietà” non solo verbale, ma pratica e tangibile, per esempio inviando pacchi di medicinali e viveri ai compagni incarcerati o assistendoli nelle spese giudiziarie etc;
3-Servire, all’occorrenza, come strumento di mobilitazione per organizzare manifestazioni contro i rappresentanti franchisti all’estero.
Fine ultimo: costituire una rete di organismi di autodifesa rivoluzionaria e di solidarietà internazionale.
Mentre stavamo preparando questi fogli, sono successi alcuni fatti a Milano (vedi a pag. 5 e 6) o altrove che, mostrando una pericolosa recrudescenza della repressione poliziesca borghese in Italia, ci hanno convinti della necessità di affiancare all’attività in favore dei compagni spagnoli, un’azione sistematica di sostegno e difesa dei compagni italiani caduti prigionieri nella lotta contro la borghesia.
Inoltre la Francia gollista (con o senza De Gaulle) dopo la “paura” del maggio ’68, continua ad espellere quegli operai stranieri che in qualche modo svolgono attività politica o sindacale. Fra essi ci sono diversi compagni spagnoli (poche settimane fa gli sbirri francesi hanno addirittura consegnato ai loro colleghi franchisti un compagno spagnolo).
Un certo numero di questi cercherà asilo in Italia. Dobbiamo prepararci ad aiutarli perchè non finiscano per mesi e anni nei ghetti dei campi di concentramento per profughi.
Senza fare vittimismi, riteniamo che sarà sempre più necessaria in Italia l’opera di comitati stabili di assistenza e di informazione, collegati fra loro e col Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche (anarchico).”

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La Campana. Organo Socialista

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Durata: 7 Gennaio 1872 — 17 Marzo 1872
Luogo: Napoli
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4

Note riguardante l’Archivio
-Digitalizzazioni da fotocopie
-Il Bettini scriveva la seguente nota: “Nel Dicembre 1871, la sezione napoletana dell’A.I.L. veniva ricostituita, sotto la denominazione di “Federazione Operaia Napoletana” e con programma di chiara ispirazione bakuniniana. Organo ufficiale della Federazione fu La Campana, apparsa nell’inverno del ’72, sotto la direzione di Carlo Cafiero e Alberto Tucci e con la collaborazione di Gambuzzi, Covelli, Palladino e Malatesta.
D’impostazione nettamente antiautoritaria, il foglio napoletano sostenne un egualitarismo ad oltranza, respingendo ogni soluzione non libertaria del problema sociale e la stessa nozione marxista del dominio della classe proletaria. Cf. l’art. di fondo del n. del 14 Gennaio., a. I, n. 2. In uno scritto teorico di notevole interesse (Dal basso all’alto, n. 5, del 4 Febbraio) — e da cui si ravvisa, in pratica, tutta la linea politica del giornale — veniva condannata, come “manifestazione di violenza”, la struttura gerarchica della società, nata dalla religione, ed ogni forma di organizzazione autoritaria: “Noi vogliamo distrutta l’autorità dove e come si appalesi, da Dio al carabiniere, dal dogma al sedicente nazionalista… Dal basso all’alto, cioè dall’individuo, dai suoi bisogni, dai suoi dritti, noi vediamo sorgere la libera associazione di libere forze, e vogliamo costituire cosi l’eguaglianza degli individui e la distruzione permanente delle classi, cioè dell’ineguaglianza”. (Lo scritto è anonimo, ma viene concordemente attribuito al Tucci. Cf. M. Nettlau, Bakunin e l’Internazionale in Italia, Ginevra 1928, pp. 277-78; R. Hostetter, Le origini del socialismo italiano, Milano 1963, p. 410, n. 43).
Nonostante tali premesse, il giornale non arrivò mai, nei confronti del Consiglio Generale di Londra, ad una aperta rottura (anche se un atteggiamento più deciso, era stato sollecitato, in tal senso, da S. Friscia, sul n. 5, del 4 Febbraio); e solo sul n. 7, del 18 Febbraio, i redattori azzardarono a definire “pericoloso il sistema inaugurato dal Consiglio Generale” e “nociva qualcuna delle deliberazioni”, da questi adottate.
Violenta, al contrario, fu la posizione presa nei confronti dei mazziniani, attaccati fin dal 1° n. (14 Gennaio ), come partito “essenzialmente borghese, senza radici nel popolo, con un capo che è rimasto stazionario, incatenato a un misticismo religioso, dichiarato oggi ridicolo della scienza”. Ogni tentativo di conciliazione coi mazziniani, venne d’altronde considerato un tradimento al socialismo; inevitabile fu quindi la polemica condotta dal giornale contro i socialisti romagnoli dei Fasci Operai, che sostenevano il generale G. Garibaldi, allora impegnato a formare una coalizione di forze democratiche — ciò che presupponeva, ovviamente, un compromesso politico coi mazziniani — e ne appoggiavano il progetto di un Congresso generale. Vd., in particolare, nella rubrica La lotta all’interno, i duri attacchi di C. Cafiero a Luigi Stefanoni, che con L. Castellazzi, A. Sammito e S. Battaglia, era stato uno dei principali promotori dell’iniziativa.
Fra i documenti più importanti pubblicati dall’organo napoletano, sono da ricordare: il testo della “Circolare di Sonvilliers” (n. 5, del 4 Febbraio), diramata, come noto, dai bakuninisti svizzeri il 12 Novembre 1871, per denunciare le risoluzioni adottate dal Consiglio Generale al Congresso di Londra (17-23 Settembre 1871); e la Dichiarazione di prìncipi della Federazione Operaia Napoletana (n. 9, del 10 mar.; riportata anche da L’Eguaglianza (Girgenti), del 24 Marzo 1872 e ora in M. Nettlau, op. cit., pp. 279-80), il cui testo era stato diffuso in precedenza, in un volantino a stampa, non datato e firmato da E. Malatesta, Antonio e Clementina Giustiniani, F. Morrone, T. Schettino, S. Guardino, G. Speranza, G. Felicò, C. Cafiero e L. Filicò.”

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La Scuola Moderna di Clivio

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Durata: Novembre 1910 — Novembre-Dicembre 1922
Luogo: Clivio (Provincia di Como); Varese
Periodicità:
periodico (n. 1 (Novembre 1910); n. 4 (Maggio-Giugno 1911); n. 5 (Luglio-Agosto 1911); n. 7 (Novembre-Dicembre 1911-Gennaio 1912); n.8 (Febbraio-Marzo e Aprile 1912); n. 11 (dall’Ottobre 1912 al Luglio 1913); n. 12 (da Agosto a Dicembre 1913); n. 13 (Gennaio-Febbraio-Marzo 1914));
quindicinale (a. 1, n. 1 (Agosto 1920) – a. 2, n. 5 (Aprile 1921);
mensile (a. 2, n. 6 (Giugno 1921) – a. 3, n. 4 (Aprile 1922);a. 1, n. 1 (Maggio 1922) – a. 1, n. 7 (Novembre-Dicembre 1922));
Pagine: 4 (Novembre 1910 – Gennaio-Febbraio-Marzo 1914; Agosto 1920 – Aprile 1922); 16 (Maggio 1922); 24 (Settembre 1922 – Novembre-Dicembre 1922)

Note riguardante l’Archivio
-Numeri mancanti:
Vecchia serie (1910-1914): 2, 3, 6, 9 e 10;
Nuova serie:
–1920: 1, 2;
–1922 (Edizione Varese): 2, 3 e 4.
-Franco S. scrive riguardo questa rivista: “Il Bettini non recensisce la pubblicazione e per avere alcune notizie sulla durata del giornale attingo dal libro di Amerigo Sassi (Gli anarchici di Clivio e la scuola moderna razionalista, Macchione editore, 1988).
Dal 1910, anno di fondazione dell’organo ufficiale della scuola (con una tiratura di 3.000 copie, 6.000 copie il primo numero), al Novembre-Dicembre 1922, anno in cui viene soppresso per l’instaurazione del regime fascista, vennero pubblicati 42 numeri, il cui formato inizialmente fu di cm. 28×40, in seguito più ridotto.
La sede redazionale subì diversi spostamenti e, fino al termine del 1920, sede naturale fu la scuola, dal marzo 1921, pur rimanendo a Clivio, l’Amministrazione venne trasferita presso la Camera del Lavoro di Varese, infine il recapito ufficiale fu “Casella postale 69 – Varese”.
Nel 1915-18 dovette sospendere l’attività e la pubblicazione a causa del primo conflitto mondiale e ripresero con il n. 14 datato agosto-settembre 1920
Il 23 aprile 1922 una spedizione punitiva fascista portò all’incendio dell’archivio e della biblioteca. Il 18 aprile 1923 un nuovo “sopralluogo fascista” con squadre di militi portati da due camion invasero i locali mettendo a soqquadro ed asportando quanto loro poteva interessare.”

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Jacob Alexandre Marius, “Abbasso le prigioni, tutte le prigioni!”

Edito da BePress, Lecce, 2009, 84 p.

Riflessioni, documenti, lettere dal carcere di uno dei più noti ladri di tutti i tempi. Alexandre Jacob passato alla storia come “il ladro gentiluomo” ispirò lo scrittore francese Maurice Leblanc da cui creò il personaggio di Arsenio Lupin. Arrestato con tutta la banda nel 1903, Jacob trasformò la propria difesa in un comizio leggendario: “una parte del mondo vive nel freddo, nella fame, nel dolore. Io ho voluto vendicarla”. In carcere ha scritto sulle condizioni dei detenuti, dei penitenziari e del rapporto con la società più in generale: “Se i prigionieri scappassero dalle angherie, dagli abusi di potere dei quali sono vittime presumibilmente sarebbe un progresso, ma il problema rimarrebbe comunque. Più in generale è l’intera struttura sociale che necessita di un cambiamento. All’attuale stato delle cose, io credo che la vendetta sperimentata dentro i penitenziari costituisca una delle più grandi abominazioni del nostro tempo ed io grido: abbasso le prigioni, tutte le prigioni”.

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