Coda Elena, “Teatro di straniamento in Marinetti e Brecht”

Estratto da “Carte Italiane”, Vol. 1, Issue 13, 1994, 15 p.

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Marinetti Filippo Tommaso, Settimelli Emilio, Corra Bruno, “Teatro Futurista Sintetico”

Edito da Casa Editrice Ghelfi Costantino, Piacenza, 1921, 100 p.

Dall’Introduzione:
Noi creiamo un teatro futurista «Sintetico» cioè brevissimo. Stringere in pochi minuti, in poche parole e in pochi gesti innumerevoli situazioni, sensibilità, idee, sensazioni, fatti e simboli (…). «Atecnico» (…). Col nostro movimento sintetista nel teatro, noi vogliamo distruggere la Tecnica, che dai Greci ad oggi, invece di semplificarsi, è divenuta sempre più dogmatica, stupidamente logica, meticolosa, pedante, strangolatrice. (…) E’ stupido rinunziare al dinamico salto nel vuoto della creazione totale fuori da tutti i campi esplorati. «Dinamico, Simultaneo» cioè nato dall’improvvisazione, dalla fulminea intuizione, dall’attualità suggestionante e rivelatrice. (…) Il nostro teatro futurista si infischia di Shakespeare, ma tien conto di un pettegolezzo di comici, si addormenta a una battuta di Ibsen, ma si entusiasma pei riflessi rossi o verdi delle poltrone. Noi otteniamo un dinamismo assoluto mediante la compenetrazione di ambienti e di tempi diversi. (…) «Autonomo, Alogico, Irreale». La sintesi teatrale futurista non sarà sottomessa alla logica, non conterrà nulla di fotografico, sarà autonoma, non somiglierà che a se stessa, pur traendo dalla realtà elementi da combinarsi a capriccio. (…) Il teatro futurista nasce dalle due vitalissime correnti della sensibilità futurista, precisate nei due manifesti: «Il Teatro di varietà» e «Pesi, Misure e prezzi del genio artistico», che sono: 1) la nostra frenetica passione per la vita attuale, veloce, frammentaria, elegante, complicata, cinica, muscolosa, sfuggevole, futurista; 2) la nostra modernissima concezione cerebrale dell’arte secondo la quale nessuna logica, nessuna tradizione, nessuna estetica, nessuna tecnica, nessuna opportunità è imponibile alla genialità dell’artista che deve solo preoccuparsi di creare delle espressioni sintetiche di energia cerebrale le quali abbiano valore assoluto di novità. Il teatro futurista saprà esaltare i suoi spettatori, cioè far loro dimenticare la monotonia della vita quotidiana, scaraventandoli attraverso un labirinto di sensazioni improntate alla più esasperata originalità e combinate in modi imprevedibili.(…) Ecco le prime nostre parole sul teatro. Le nostre prime 11 sintesi teatrali (di Marinetti, Settimelli, Bruno Corra, R. Chiti, Balilla Pratella) sono state imposte vittoriosamente da Ettore Berti e dalla sua Compagnia ai pubblici affollatissimi di Ancona, Bologna, Padova, Venezia, Verona…

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Stupia Michele, “Quando Salvemini giocava a scopone con gli anarchici…Anarchismo e antimilitarismo ne Il Mondo di Mario Pannunzio”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 2012, 55 p., Seconda Edizione.

Questo volumetto si propone di essere un invito e un aiuto agli studiosi perché esaminino più attentamente quella leggendaria ri­vista che fu «Il Mondo» tra il 1949 e il 1966. L’autore ha tratteg­giato le varie posizioni che il periodico di Pannunzio prese sull’antimilitarismo e sull’anarchismo. Sono così ricordate tante vi­cende, dalla severa condanna dell’obiezione di coscienza durante la guerra fredda, alla difesa dei «diffamatori» dell’esercito fascista; difesa unita sempre alla speranza di un nuovo esercito difensore del «mondo libero»; speranza che entra sempre più in crisi verso il 1960 per lasciare il passo alla condanna di ogni mentalità guerre­sca. E a proposito dell’anarchismo, sono segnalate le varie dife­se che «Il Mondo» fece di tanti «sovversivi» insieme alle critiche ideologiche. E dietro a tutto si intravede un mondo di persone vi­ve: Armando Borghi rievoca Salvemini che gioca a scopone con gli anarchici, lo stesso Salvemini trova accenti religiosi nel ricor­dare Berneri; Ernesto Rossi lascia le polemiche economiche per partecipare alla marcia della pace di Aldo Capitini…

Le ampie note (ancora arricchite in questa edizione) segnalano forse quasi ogni scritto che «Il Mondo» pubblicò su quegli argo­menti, e vogliono suggerire altri spunti di ricerca. In questa nuova edizione certe citazioni forse sconosciute su vicende come il Giap­pone in guerra, i fatti del i960, le polemiche del 1962, potranno essere stimolanti.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: 1995

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Stara Pietro, “Il militarismo del nuovo millennio”

Edito da CUB Scuola, [2001], 40 p.

La recente polemica sugli effetti dell’utilizzo uranio impoverito nei Balcani ha portato l’opinione pubblica a prendere consapevolezza di uno degli aspetti del carattere criminale della guerra.
Riteniamo necessario produrre una documentazione meno legata alla contingenza sulla guerra, sull’esercito professionale, sull’industria militare.
La critica radicale al militarismo è, infatti, uno dei fronti principali di intervento per il sindacalismo di base. La difesa degli interessi dei lavoratori si lega strettamente alla solidarietà internazionale, alla critica alla produzione di morte, allo sviluppo di un punto di vista indipendente sulle questioni sociali e politiche generali.
Nel corso degli ultimi anni il movimento dei lavoratori in generale ed il sindacalismo di base in particolare si sono misurati sul terreno dell’opposizione alla politica di guerra dello stato italiano con impegno e determinazione.

In particolare, e per tenersi all’ultimo periodo, la CUB ha organizzato uno sciopero generale il 13 maggio 1999 contro la guerra nei Balcani, la solidarietà ai lavoratori della Zavasta colpiti dalle distruzioni conseguenti alla guerra, un puntuale lavoro di informazione critica sulle produzioni di morte.
E’ nostra opinione che la lotta antimilitarista sia centrale per lo sviluppo di un sindacalismo indipendente dallo stato, dai padroni, dai partiti. La lotta sindacale, infatti, nel mentre si sviluppa quotidianamente a livello aziendale, categoriale, territoriale, si misura necessariamente con le scelte politiche, diplomatiche, militari dello stato.
La scelta di destinare risorse crescenti alla spesa militare e di dar vita ad un esercito professionale esplicitamente attrezzato per guerre di aggressione ci pone innanzi alla necessità di:

  • Denunciare la sottrazione di risorse necessarie per garantire i servizi sociali, le pensioni, la tutela del territorio. Gli stessi soggetti economici, sociali e politici che affermano la “necessità” di ridurre la spesa sociale in nome dell'”interesse generale” che unirebbe salariati e padroni non hanno alcun dubbio nell’accrescere la spesa militare;
  •  Opporci al diffondersi di una cultura della guerra, della distruzione, della sopraffazione che, se colpisce direttamente le popolazioni aggredite, comporta la riduzione delle libertà civili, politiche, sindacali sullo stesso territorio nazionale. In nome dell'”interesse nazionale” vengono ridotte le libertà sindacali ed il diritto allo sciopero, imposte politiche antipopolari, impedita la libertà di azione contro le scelte del governo;
  • Sviluppare con sempre maggior forza la solidarietà internazionale fra i lavoratori mediante campagne di informazione, la puntuale documentazione della situazione reale, la denuncia delle menzogne correnti sulla politica militare dell’Italia e, in genere, delle potenze che dominano il pianeta, lo sviluppo di concrete iniziative di lotta;
  • Agire contro lo sviluppo delle produzioni di armi e rivendicare la produzione di beni e servizi necessari a garantire condizioni di vita migliori per i lavoratori;
  • Condurre quella una lotta intransigente battaglia per una civiltà fondata sulla solidarietà, la difesa dell’ambiente, la comprensione del comune destino dell’umanità.
    In particolare, riteniamo che nella scuola sia necessaria un’azione puntuale di informazione critica e di denuncia dei tentativi del blocco industriale militare di presentare una guerra come “umanitaria” e il militarismo come una necessità ineludibile.

Proprio nella scuola, infatti, registriamo un crescente attivismo delle forze legate al blocco industriale militare: iniziative per il reclutamento nell’esercito professionale, pubblicità delle imprese produttrici di armi, tentativi di imporre una cultura della guerra ovviamente “umanitaria”.
Come contributo a questo percorso di lavoro, che intendiamo riprendere e sviluppare, pubblichiamo questa breve ma approfondita ricerca, di Pietro Stara, ringraziandolo per la disponibilità che ha dimostrato. Della sua ricerca apprezziamo la ricchezza dei dati riportati ed il rigore critico. Su questi temi riteniamo necessario sviluppare il confronto, la discussione, l’elaborazione di precise proposte d’azione.
Chiunque sia interessato può prendere copia del testo e porsi in relazione con noi per organizzare presentazioni, dibattiti, iniziative di carattere antimilitarista.

Torino 2002
Cosimo Scarinzi

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Rete Antimilitarista Anarchica, “Chi fa la guerra non va lasciato in pace”

Opuscolo autoprodotto dalla rete antimilitarista anarchica, Settembre 2009, 66 p.

Nelle ultime assemblee della Coordinazione anarchica, alla quale attualmente partecipano diverse realtà di collettivi ed individui, a livello nazionale, è emersa l’esigenza di esprimerci e riflettere sulla questione dell’antimilitarismo, poiché le nostre vite sono quotidianamente bombardate da un livello di militarizzazione sempre più crescente, soprattutto nelle città, ma più in generale in un clima che si insigna anche alla luce di una forte ripresa del militarismo, legalizzato o meno, che risulta a dir poco allarmante, con guerre che continuano a combattersi sbandierando la tanto gettonata difesa o conquista della fantomatica democrazia, e non a caso termini come questi, utilizzati dai media, appaiono come imminente richiamo ad un panorama mondiale di conflitto bellico globale e permanente.

Creando una Rete Antimilitarista anarchica, abbiamo voluto ricostruire una rinnovata forza di mobilitazione attorno alla questione antimilitarista appunto. Le basi militari statunitensi sulle nostre terre, in particolar modo nelle isole come la Sardegna, le spese militari in forte crescita, gli investimenti delle banche nel commercio di armi, le aziende italiane produttrici di armi, l’esercito italiano impiegato in operazione di pubblica sicurezza, gli armamenti in dotazione alle forze dell’ordine sono l’aspetto lampante di una società ed un’economia pervasa da una cultura autoritaria e militarista. Per questo abbiamo contribuito a creare una rete di individualità e gruppi che siano in grado di monitorare le situazioni, analizzare i contesti, produrre informazione e nuovi canali di informazione, promuovere momenti di mobilitazione e azione diretta. Una rete che sia in grado di rilanciare il lavoro fatto da chi si è occupato di antimilitarismo in passato riuscendo ad intercettare il lavoro, la passione, la determinazione di chi, sempre di più, odia l’autoritarismo militare, in qualsiasi parte del mondo. Una rete antimilitarista aperta a tutti quelli che si ritrovano sui contenuti e sulle pratiche libertarie per presentare interventi, riflessioni, iniziative e mobilitazioni, per costruire relazioni anche internazionali e porre le basi di una nuova stagione di lotta antimilitarista nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle piazze per sensibilizzare su questi temi tutti i cittadini che subiscono il militarismo in tutte le sue forme.

Ed è proprio a questo proposito che nasce, all’interno della rete, l’idea di un opuscolo che parli di ANTIMILITARISMO in un’accezione fortemente libertaria, in cui se ne ripercorranno brevemente i cenni storici, le origini, passando poi ad analisi più attuali, per esempio leggendo il legame che intercorre fra militarismo e razzismo, o agli innumerevoli sviluppi e nuove forme che il militarismo sa darsi nel mondo attuale, per poi proseguire con due approfondimenti specifici: il primo sulla militarizzazione territoriale annosa e scandalosa della Sardegna, una meraviglia nel Mediterraneo scempiata dalle basi; l’altro su un pessimo tentativo, in alcune scuole di Lecco, di far passare i militari stessi come promulgatori di pace, invitandoli ad incontrare gli studenti all’interno di dibattiti e incontri dal titolo aberrante, se si pensa ai relatori:“la pace si fa a scuola”, travalicando il limite del revisionismo, stravolgendo la realtà per indurre ad un pensiero di paura e conseguente e inevitabile difesa.

Lo scritto raccoglie materiale di analisi ed esperienze che è fatto di tanti contributi variegati proprio perchè più persone, provenienti da spazi e storie diverse, hanno scritto e condiviso, dal basso. C’è anche da specificare che trattandosi di un opuscolo lo spazio ridotto non ha acconsentito molti approfondimenti. A questo proposito i/le compagn* sard* stanno provvedendo alla stesura di altro materiale che formerà un opuscolo a se stante specifico per la situazione territoriale militarizzata dell’isola, con maggiori informazioni e dettagli. Oltre al cartaceo l’opuscolo è ovviamente scaricabile dal nuovo sito web creato ad hoc per la tematica antimilitarista, in cui è possibile apportare contributi, contenuti e modifiche e visionarne gli esistenti.

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Poole Gordon, “Nazione guerriera. Il militarismo nella cultura USA”

Edito da Colonnese Editore, Napoli, 2002, 174 p., Seconda Edizione

All’indomani della guerra dei Balcani, dell’attac­co alle Twin Towers, dell’intervento militare in Afghanistan e alle possibili nuove missioni in Iraq, un saggio di estrema attualità per conosce­re nel profondo la cultura militare statunitense.
Richiamandosi ad una tradizione americana di pacifismo anti-imperialista da Henry David Tho­reau, Mark Twain, a Noam Chomsky, Ramsey Clark, l’autore individua momenti significativi della storia statunitense intesa come storia di con­flitti, sia interni che esterni. Coltivando l’antico sogno di essere il popolo eletto, investito di una missione democratica ed imperialista di portata mondiale, la cultura dominante statunitense svi­luppa, nel corso dei secoli, un’ideologia peculiar­mente bellicosa ed espansionista, spesso accompagnata da motivazioni umanitarie.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: 2001

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Camus Albert, “Riflessioni sulla pena di morte”

Edito da SE, Milano, 2006, 70 p.

Il senso d’impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte alla coalizione pubblica che vuole la sua morte, è già di per sé una punizione inconcepibile. E anche per questo sarebbe preferibile che l’esecuzione avvenisse pubblicamente. L’attore che è in ogni uomo potrebbe allora venire in soccorso dell’animale terrorizzato, e aiutarlo a ben figurare, anche di fronte a se stesso. Ma la notte e la segretezza sono senza appello. In questo disastro, il coraggio, la forza d’animo, persino la fede rischiano di essere affidati al caso. Generalmente l’uomo è distrutto dall’attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono due morti, e la prima è peggiore dell’altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare ancora come una legge di civiltà. Non ha mai preteso che si dovessero cavare entrambi gli occhi a chi aveva reso cieco di un occhio il proprio fratello.

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Nota dell’Archivio
-Nella Nota al testo viene riportato ciò: “NOTA AL TESTO
Nel 1955 Arthur Koestler si fece promotore in Inghilterra di una campagna nazionale per l’abolizione della pena di morte. La mobilitazione dell’opinione pubblica fu vasta e sfociò in un acceso dibattito parlamentare. Nell’autunno Koestler raccolse in un volume dal titolo “Reflections on hanging” gli scritti pubblicati in precedenza sull’«Observer». Manès Sperber, amico di Malraux, ebbe l’idea di far tradurre il libro in Francia, e propose ad Albert Camus di scrivere un saggio da pubblicare unitamente allo scritto di Koestler. Camus accettò. E’ dell’inizio del 1957 la stesura di “Réflexions sur la guillotine”, che apparve sulla «Nouvelle Revue Française» nei numeri di giugno e luglio. Il libro edito da Calmann-Lévy, “Réflexions sur la peine capitale”, comprendeva, oltre allo scritto di Camus, la traduzione parziale del testo di Koestler e un’indagine sulla pena di morte in Francia di Jean Bloch-Michel, che scriveva anche una breve prefazione, nella quale si mettevano in chiaro gli intendimenti che avevano portato alla pubblicazione dell’opera: «… a giudicare dall’indifferenza dell’opinione e dei poteri pubblici, si potrebbe arguire che si tratta di un problema di scarsissimo interesse. E il silenzio è soprattutto prerogativa delle autorità. Sarà sufficiente interromperlo perché la gente avverta il fastidioso rumore delle esecuzioni. A questo, oggi, si accinge Albert Camus». In Italia, da Longanesi, nel 1958 uscì, con una prefazione di Domenico Peretti Griva, “La ghigliottina”, traduzione dei saggi di Camus e di Bloch-Michel. La versione italiana completa del libro francese apparve da Newton Compton nel 1972: Albert Camus – Arthur Koestler, “La pena di morte”, introduzione, cura e studio critico di Jean Bloch-Michel.”

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Molinari Luigi, “Il tramonto del diritto penale”

Edito da Vulcano, Bergamo, 1995, 60 p.

Prefazione alla seconda edizione
Nel settembre 1904 si è pubblicata la prima edizione (5000 copie) del Tramonto del Diritto Penale ed ora (settembre 1909), l’Autore-Editore (ché non è facile trovare in Italia editori di opere libertarie) presenta al pubblico la seconda edizione per far fronte alle richieste che numerose gli pervengono.
Il merito della diffusione di questo lavoro, è doveroso dirlo, lo si deve quasi unicamente agli anarchici, i quali hanno compreso che questo libro, futurista per davvero, contiene idee e concetti che solamente possono essere compresi ed apprezzati da coloro che lottano per un ideale di redenzione che trascinerà l’umanità al sovvertimento del presente stato di vita sociale. Non è che faccian difetto anche fra gli avversari delle dottrine anarchiche i buoni e gli intelligenti che comprendono l’infamia e l’ingiustizia del diritto di punire: non mancano costoro, ma sono sopraffatti dagli interessi delle loro caste, delle loro sette, dei loro partiti che urtano contro il concetto libertario ispiratore di tutta la presente opera.
Il diritto penale, menzogna convenzionale, è necessario per tutti coloro, dal prete cristiano all’ateo socialista, che basano le loro forze sulla potenza della legge. Col tramonto del diritto penale le leggi verranno a mancare della sanzione punitiva e lo Stato teocratico o laico non avrà più armi per mettere all’impotenza i suoi avversari.
Don Romolo Murri – sacerdote democratico cristiano – potrà tollerare che un suo collaboratore in buona fede scriva essere il diritto di punire contrario ai principi della dottrina di Cristo, ma da uomo politico non sottoscriverà mai all’abolizione delle pene; così il Prof. Enrico Ferri – socialista autoritario – potrà coi suoi volumi additare agli studiosi la strada maestra della verità e della scienza, ma dovrà poi smarrirsi nei viottoli dell’opportunismo e all’atto pratico attraversare tenacemente le conclusioni scientifiche degli studi suoi e della sua scuola sulla delinquenza. Tanto l’uno come l’altro hanno bisogno dello Stato, delle leggi e delle carceri!
Era naturale dunque che soltanto gli anarchici concorressero alla diffusione di questo volumetto che espone popolarmente delle idee dovute all’acre lievito libertario. Così confidiamo sarà per la presente seconda edizione che si rinnova con veste tipografica più elegante e si mantiene nel testo intatta.
Nel trascorso quinquennio l’Autore ha raccolto da libri e specialmente dalla stampa quotidiana, un ammasso enorme di fatti coll’intenzione di documentare in una edizione successiva, i singoli capitoli del libro. Ma la realizzazione materiale di questo ottimo proposito si presenta impossibile di fronte alle esigenze tipografiche; il libro verrebbe poi a perdere il carattere di piccolo volume di propaganda e ciò non deve essere. D’altra parte il lavoro di documentazione può essere fatto dai singoli lettori, ai quali spetta il dovere di controllare se le asserzioni dell’Autore trovano efficace corrispondenza nei fatti della vita quotidiana che le riviste ed i giornali o, meglio ancora, il personale esperimento, portano sotto ai nostri occhi.
E prima di chiudere questa breve presentazione vogliamo ricordare un fatto il quale prova che l’idea dell’abolizione delle carceri, quali luogo di espiazione e di vergogna, sia per entrare nel dominio della coscienza popolare.
A Mantova, città italiana che fu sempre all’avanguardia di ogni idea di progresso e di libertà, parecchi operai muratori si sono rifiutati di concorrere, coll’opera loro manuale, alla costruzione del nuovo edificio per le carceri. Onesta protesta trovò eco in tutta la stampa popolare mondiale, e, se la nobilissima e cosciente iniziativa non fosse stata avversata dai politicanti e specialmente dai socialisti, Mantova avrebbe potuto dare al mondo e alla civiltà un grande esempio di umanità e di giustizia.
L’idea però cammina, i buoni apostoli non mancano, e le generazioni future risparmieranno a se stesse l’inutile dolore, l’inutile tortura di un sistema punitivo assurdo e crudele.
Luigi Molinari
Milano settembre 1909

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Contro la guerra e le servitù militari. Atti del Convegno antimilitarista. Genova-La Spezia 2005

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 2007, 171 p.

Premessa
«Se il militarismo rappresenta il primato delle armi sulle ragioni di una politica civile, se il militare imprime un controllo “armato” della so­cietà e del suo sviluppo, se il militare ha una forza di espansione intima­mente correlata a legami solidali tra medesime professioni oltre i limiti dei confini statali, se il militare condensa, in ultima analisi, l’estremizza­zione di una arrogante volontà di potenza, che oltrepassa il ruolo speci­fico e strutturato delle forze armate all’interno di un ordinamento politi­co per configurarsi come “guerriero” che informa di sé totalmente gli ambiti della società, l’antimilitarismo anarchico è il puntuale contrappe­so critico di ciascun vettore del primato militare».
Ritornare sulle ragioni dell’antimilitarismo anarchico e libertario non è mai un’operazione superflua: cambiano i contesti, i ruoli, le funzioni dei soggetti di controllo, di repressione e belligeranti, ma la profondità con cui l’antimilitarismo anarchico individua le ragioni prime del bellicismo non mutano. Al centro, comunque, c’è l’essere umano nella sua pienez­za e le sue ragioni dell’agire politico e sociale: ogni volta che parliamo di eserciti e di guerre in realtà stiamo parlando di noi.
La guerra, forse per qualcuno, è più semplice da denunciare: la sua evidenza distruttiva, anche se sempre più celata sotto vuote immagini di bombardamenti “chirurgici”, lontani dagli occhi e lontani dal cuore, è palese, chiara, esperibile. Prima o dopo le immagini arrivano, prima o dopo qualcuno la può provare, altri ancora, in tempi passati, l’hanno saggiata (i campi di concentramento, la seconda guerra mondiale, il Vietnam, l’Afghanistan…). Ben più difficile è invece andare a trovare i perché: per molti, che lo ammettano o meno, è la natura prima ed ulti­ma ad essere “corrotta” e la deterrenza militare non è altro che una mi­sura spiacevole, ma necessaria, per garantire una coesistenza pacificata delle nostre società, al proprio interno, e delle società, organizzate in Stati, tra loro. Per questo tribunali, carceri, polizie, codici repressivi… trovano una loro giustificazione naturale così come all’esterno la produ­zione di morte, di armi, gli eserciti e da ultimo le guerre trovano ragione d’essere sulla base delle stesse logiche di caratteristiche innate.
Allo stesso modo la libera concorrenza, ovvero il Mercato viene con­siderata dai più come condizione umana ancestrale e quindi immodifica­bile, tale da renderla consustanziale agli stessi diritti umani, essi stessi ascrivibili, infatti, non a dinamiche sociali e politiche, ma a ragioni “on­tologiche”: per i più il Capitalismo è naturale come il mangiare, il bere e la stessa riproduzione.
Anche noi partiamo dalla varia umanità e senza farci illusioni alcune, pensiamo che ogni dinamica relazionale, anche quelle economiche sia­no, di fatto, modificabili, addirittura capovolgibili. Fondamentalmente è una questione di scelta. Niente dimostra che una società totalmente smi­litarizzata e comunistica non possa funzionare meglio di quella in cui stiamo vivendo. Questo non significa che una società altra sia una socie­tà immobile ed a-conflittuale: tutt’altro. Niente di più lontano da un de­terminismo pseudo-marxista o da un totalitarismo sovietizzante.
Società smilitarizzata, quindi ha per noi l’accezione della scomparsa dei confini, tutti i confini, le carceri, i tribunali, le polizie, ma anche di ogni forma di dominio e di discriminazione. Società comunistica, ovvero una società che nel momento in cui socializza i mezzi di produzione, li mette contemporaneamente in critica radicale. Mette in critica radicale la produzione sia nella sua tipologia che nella sua forma che nelle sue quantità, mette in critica radicale il lavoro in ognuna delle sue forme di espressione (tempi, luoghi, subordinazione, mansioni…), annulla ogni forma di concorrenza e di monetarizzazione delle attività umane..

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Associazione culturale “Pietro Gori”, “L’impegno antimilitarista libertario dal 1945 ai giorni nostri”

Milano, 2018, 13 p.

Non c’è antimilitarismo senza abolizione dello Stato. Non c’è abolizione delle Stato senza antimilitarismo. Richiamandoci ad uno storico slogan del movimento delle donne (ed adattandolo all’argomento – l’antimilitarismo – che qui viene trattato) si può cogliere immediatamente il nesso che esiste tra potere e militarismo, azione antimilitarista e lotta contro lo Stato, liberazione totale e lotta contro ogni potere politico ed economico, religioso e militare. In effetti da sempre, all’interno del movimento d’emancipazione del popolo, esistono due mezzi per raggiungere un unico scopo sintetizzato nella libertà e nell’uguaglianza: uno “legale” e l’altro d’appropriazione ed emancipazione diretta. Il primo mezzo colloca l’emancipazione all’interno della legalità che le singole leggi di ciascuno Stato/Potere assume per la propria autoconservazione.
Il secondo invece vede nella cosiddetta legalità un mezzo di falsa liberazione, una apparente emancipazione che resta tutta interna alla logica del potere che anzi si rafforza e si perpetua attraverso il dominio sui singoli e sulla collettività. Dunque non può esistere liberazione senza liberazione dal potere, non può esistere emancipazione senza mettere il potere in discussione, senza abolirlo in favore di una organizzazione sociale basata sulla socializzazione dei mezzi di produzione, sul rifiuto della delega, su piccole e grandi comunità federate tra loro, sulla autogestione della produzione dei beni necessari alla vita collettiva.

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