L’Anticristo

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Durata: 1 Gennaio 1872 (a. I, n. 1) — 5-12 Maggio 1872 (a. I, n. 19).
Luogo: Torino
Periodicità: Settimanale
Pagine: 32

Note dell’Archivio
-Come riportato dal Bettini, questo giornale “dapprima democratico spinto e anticlericale, converge poi, decisamente, su posizioni internazionaliste bakuniniane. Violenta è la polemica che conduce contro i mazziniani e contro ogni possibilità di accordo fra questi e gli internazionalisti. “Le vostre utopie repubblicane — si legge nel n. dell’11 febbraio 1872 — non trovano più un cane che le prenda sul serio! Il popolo d’Italia è un popolo che conoscete meno delle tribù australiane. E’ un popolo che ha fame, che non sa leggere, che ha imparato a odiare: è un popolo di proletari. Che cosa volete che se ne faccia della vostra repubblica? ” Cf. anche l’articolo di G. Eandi, I Mazziniani e l’Associazione Internazionale, sui n. del 3, 10 e 24 mar. 1872. Su G. Eandi, vd. G. Cita Mazzini, Giovanni Eandi, in “Movimento Operaio”, a. I, n. 2 (nov. 1949), pp. 55-56.”
-Mancano i numeri: 2, 3, 4 e 15.
-Nel numero 1 le pagine fotocopiate e digitalizzate sono mescolate fra di loro.
-Nei numero 8 e 16 mancano delle pagine
-Nel numero 13 mancano le pagine 18 e 19

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bell hooks, “Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà”

Edito da Meltemi, Milano, 2020, 251 p.

Come possiamo ripensare le pratiche di insegnamento nell’era del multiculturalismo? Cosa fare degli insegnanti che non vogliono insegnare e degli studenti che non vogliono imparare? Come affrontare il razzismo e il sessismo in classe?
Intriso di passione politica, Insegnare a trasgredire fonde la conoscenza pratica dell’insegnamento e la connessione profondamente avvertita con il mondo delle emozioni e dei sentimenti. Un libro prezioso su insegnanti e studenti che osa affrontare questioni quali eros e rabbia, dolore e riconciliazione, nonché il futuro dell’insegnamento stesso. bell hooks – scrittrice, insegnante e intellettuale nera e ribelle – propone un concetto di educazione come pratica di libertà.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Teaching to Transgress: Education as the Practice of Freedom”, Routledge, 1994

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Monteverdi Anna Maria, “Frankenstein del Living Theatre”

Edito da BFS, Pisa, 2002, 168 p.

Recensione di Oliviero Ponte di Pino
Alla fine degli anni Cinquanta, il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina inventa a New York il nuovo teatro e una nuova cultura. Nel 1968 il gruppo americano è esule in Francia con Paradise Now, uno spettacolo che non si limita a raccontare la rivoluzione ma cerca di provocarla – prima di tutto nei corpi degli attori e degli spettatori. Nel luglio del 2001 è a Genova, con il suo ultimo lavoro, Resistence, sempre fedele a un anarchismo militante e non violento, e alla necessità di un teatro politico.
Frankenstein, messinscena dello scontro tra il bene e il male, riflessione sulla violenza nella società, ideato e rappresentato poco dopo la metà degli anni Sessanta, resta il lavoro per certi aspetti più complesso e problematico del gruppo americano. Nell’offrire una personale versione di questo mito contemporaneo, ricchissimo di suggestioni e oggetto di infinite rivisitazioni soprattutto cinematografiche, il Living affronta i propri stessi fantasmi. Ricordando quell’esperienza, Judith Malina cita una vecchio detto: “Abbiamo conosciuto il nemico, e noi siamo lui”. Perché la Creatura è il mostro-robot figlio della violenza, ma al tempo stesso l’uomo nuovo, figlio della Rivoluzione (o delle buone intenzioni dello scienziato). Da questo punto di vista, l’ambiguo mito inventato da Mary Shelley non ha perso nulla della sua attualità. Lo sottolinea, nell’intervista che chiude il volume di Anna Maria Monteverdi dedicato allo spettacolo, la stessa Judith Malina: “Oggi il nemico sono le multinazionali e noi usiamo i loro prodotti, siamo coinvolti, siamo una parte del meccanismo, e anche quando protestiamo, protestiamo dentro la trappola del nemico”.
Anna Maria Monteverdi esplora e cerca di ricostruire nelle sue diverse stratificazioni (copioni, testimonianze, tracce video, interviste…) dunque un lavoro che coltiva e nutre le proprie ambiguità, e dunque si rivela assai complesso da studiare e ricostruire. Perché il Frankenstein non è mai stato la messinscena di un testo preesistente, ma un continuo processo. Non ebbe mai una forma stabile, ma una serie di versioni successive, sempre diverse: agli antipodi del teatro borghese (quello della finzione, del testo codificato), Frankenstein è una creazione collettiva costruita per azioni sceniche, centrate sul rapporto con il pubblico. Opera aperta, dunque, anche nel rapporto con lo spettatore e con lo spazio, secondo una teorizzazione allora in gran voga, ma al tempo stesso recupero della tradizione teatrale, quando le compagnie e gli autori adattavano il testo a seconda delle circostanze e delle reazioni del pubblico, consapevoli di creare a ogni rappresentazione un evento diverso e unico.
Quello che Anna Maria Monteverdi insegue e cerca di fissare nella pagina in quello che vuol essere un libro-film (e non un libro fotografia) è perciò un esempio di teatro vivente, di “living theatre”. E che in queste pagine resta sempre vivo: non tanto come freddo oggetto di studio, ma cercando di tenere vive le provocazioni di quello spettacolo. Da un lato ci interroga sul senso e sulla necessità del teatro – un teatro dove sia l’attore sia lo spettatore rischiano il loro corpo. Dall’altro ricordandoci che i temi intorno a cui ruotano le diverse versioni del Frankenstein sono gli stessi intorno a cui ancora oggi continuiamo a interrogarci.

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Autogestione Rivista

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Durata: Inverno 1978-1979 – Maggio/Luglio 1986
Luogo: Milano (dal n. 1 al n. 9); Roma (dal n. 10 al n. 12)
Periodicità: Trimestrale (dal n. 1 al n. 9); irregolare (dal n. 10 al n. 12)
Pagine: 96 (n. 1); 140 (n. 2); 124 (n. 3); 92 (n. 4 e n. 6); 52 (n. 5 e n. 10); 100 (n. 7); 68 (n. 8, n. 9, n. 11 e n. 12)

Note dell’Archivio
-I “Quaderni di Autogestione” non sono presenti in questo archivio.
-Dall’editoriale del n. 1:
“Una rivista anarcosindacalista per un movimento anarcosindacalista
Anarcosindacalismo perchè?
L’incapacità della sinistra di fabbrica a dare risposta al processo ristrutturativo in corso e ad opporre al riformismo egemone una pro­posta credibile, sta mettendo in crisi la stessa praticabilità degli stru­menti organizzativi sindacali e di lotta cresciuti nel solco della tradi­zione socialista autoritaria. D’altra parte il procedere della crisi sta, oltre a provocare sfiducia e disgregazione, “liberando” una serie di lavoratori dalla gabbia riformista spingendoli su una strada di critica politica che si va facendo più globale. Non solo, molti miti stanno cadendo uno dopo l’altro facendo ripartire un processo critico verso istituzioni, concezioni, ideologie che si credevano ormai largamente acquisite se non trionfanti. Tutto questo crea le premesse, per la prima volta dopo più di cinquant’anni, per una significativa esistenza di un “movimento operaio libertario di massa”, che sulla lotta di classe, l’autonomia, l’azione diretta, la solidarietà ed il federalismo fonda la sua pratica e la sua teoria, riallacciandosi in questo alla gran­de esperienza dell’anarcosindacalismo mondiale.
Quale chiarezza per quali obiettivi.
Ma se è vero che la possibilità di esistenza di questo “movimento operaio libertario di massa” è reale, è anche vero che molto forti sono i rischi che, a causa di interventi che non sappiano cogliere la complessità del momento, esso abbia uno sbocco minoritario, setta­rio e fortemente ideologizzato.
Ed è per evitare questo che oggi è soprattutto importante lavorare a dar corpo al consolidamento della resistenza operaia, sostenendo fino in fondo il rifiuto della politica dei sacrifici, aggregando su que­sta base tutti i lavoratori disposti a lavorare e a lottare su questo fronte, dando vita a strutture di classe a carattere stabile e spingendo sia ad un loro coordinamento costante su scala nazionale (d’azienda e di settore) che ad un confronto tra tutti gli embrioni di resistenza operaia oggi esistenti. Questo è il terreno più favorevole allo sviluppo dei contenuti dell’anarcosindacalismo oggi in Italia. Ma per meglio favorire questo sviluppo, per meglio sapere esaltare le tendenze liber­tarie ed egualitarie già OGGI esistenti, non basta ricollegarsi ad una esperienza per quanto gloriosa essa sia. Occorre soprattutto aver la coscienza che la costruzione odierna di un punto di riferimento organizzativo, teorico, per il proletariato non può non essere simulta­nea alla costruzione del punto di riferimento per gli stessi militanti interni alla lotta di classe. Occorre, cioè, se di anarcosindacalismo si parla (cioè di una pratica e di una teoria che sappia saldare la lotta economica e la lotta politica), superare la mentalità di “specifico”, basata sul principio dell’affinità ideologica, per costruire una menta­lità nuova, un comportamento anarcosindacalista che sappia riunifi­care non solo le varie tendenze libertarie operanti sul terreno della lotta di classe e di massa, ma soprattutto l’intero proletariato teso alla liberazione dell’umanità.
Fino a questo momento molti compagni hanno sempre ricercato la preparazione, la “certezza d’analisi” necessarie al lavoro di massa, nelle strutture di “specifico”, siano esse gruppi anarchici o partiti. E’ questo un vizio di fondo che va superato. La pratica anarcosinda­calista necessita di una mentalità anarcosindacalista. In questa luce non hanno senso strumenti di “linea”, di “schieramento” precosti­tuite; quelli che hanno senso sono strumenti che favoriscono processi di aggregazione di lavoratori consapevoli e coscienti, superando nei fatti la concezione e la pratica dell’avanguardia codificata. Certo questo non vuol dire che oggi ogni strumento sia GIÀ’ della classe, ma vuol soprattutto dire che comunque si rifiuta, all’interno dell’anarcosindacalismo, momenti di dibattito “interno” tipici delle organizzazioni specifiche, nell’affermazione contemporanea che ogni strumento, ogni momento, deve essere DELLA CLASSE.
Quindi se è vero che oggi qualsiasi strumento parte dall’iniziativa di compagni dell’area militante libertaria, è anche vero che si rifiuta ogni teorizzazione di un ruolo intermedio. Le strutture di raccolta degli anarchici, dei libertari, degli anarcosindacalisti, dell’autonomia operaia (quella reale), sono un insieme composito e diversificato. Un punto di partenza necessariamente in­termedio alla costituzione di un’organizzazione anarcosindacalista espressione reale della classe. In sostanza sono UN embrione che, nella misura in cui saprà collegarsi ad altre pratiche di azione diretta oggi esistenti a livello di massa, potrà risultare ESSENZIALE alla formazione del “movimento operaio libertario di massa”.
Dove si inserisce la proposta di una rivista
La battaglia che dobbiamo condurre dentro e fuori il “movimen­to”, nella classe, per riaffermare pratiche di azione diretta e per il riemergere dell’anarcosindacalismo, necessita di uno strumento di collegamento e di socializzazione delle informazioni, delle esperienze, delle analisi. Uno strumento di formazione e di dibattito che sappia svilupparsi.
Al di là di schieramenti precostiuiti
attraverso il lavoro COLLEGIALE dei militanti anarcosindacalisti operanti all’interno della lotta di classe.
Una rivista in sostanza con un suo spessore d’analisi, che sappia da un lato mettere a fuoco i meccanismi della trasformazione (econo­mica, politica, sociale, …) in atto sia da parte del potere che da parte del proletariato, e dall’altro innescare un processo d’identificazione che partendo dalla continuità sostanziale delle problematiche poste dalla lotta di classe in questo secolo riesca a definire con maggiore precisione le forme e gli obiettivi dell’azione militante. Una rivista che sia momento di riflessione, di dibattito, ma anche di cronaca odierna dello scontro di classe, di storia vista dalla parte del proletariato, di documentazione. Una rivista come specchio e patrimonio del ricostituendo movimento anarcosindacalista.”

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Ripellino Angelo Maria, “Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia”

Edito da Einaudi, Torino, 1959, 279 p.

Presentazione:

Ripellino mette a fuoco in questo saggio la figura di Majakovskij, soffermandosi su quel movimento multiforme di cui il poeta fu una delle figure di punta: il futurismo russo. La storia del movimento, cosí come quella di tutte le avanguardie la cui influenza voleva spingersi al di là delle opere, sin nella vita stessa degli uomini, è una storia, piú ancora che di testi, di gesti, di manifesti, un’aneddotica di personaggi, di sfide, di colpi di scena che, senza escludere la vita privata, arrivano fino al modo di acconciarsi e di vestire. Ne sono protagonisti, con il poeta vagabondo Chlébnikov, l’anarchico profeta del movimento, Pasternàk e Chagall, Mejerchold ed Ejzenstejn. Forse non si vide mai, come nella Russia di quegli anni, un simile fervore di novità, una cosí larga disponibilità per le creazioni fantastiche, un impegno cosí generale verso le idee della nuova società. Nel rinnovato interesse per la storia delle avanguardie europee questo studio ci dà l’immagine di una stagione di straordinaria vitalità, analizzandola nelle sue componenti letterarie, estetiche e ideologiche.

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(a cura di) Viola Gianni Eugenio, “Frankenstein. Interpretazioni del Living Theatre”

Edito da Underground-La Fiaccola, Catania, 1972, 95 p.
Presentazione:
Teatro senza rappresentazione (quindi teatro che è un non-teatro), spettacolo che aspira alla libera­zione del pubblico attraverso un coinvolgimento, tentativo di favorire generose istanze creatrici. Il Living è stato tutte queste cose assieme e molte altre ancora.

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Fo Dario, “Morte accidentale di un anarchico”

Edito da Einaudi, Torino, 1974, 121 p.

Presentazione
Come ci è venuto in mente di allestire uno spettacolo legato al tema della strage di Stato? Anche in questo caso siamo stati spinti da una situazione di necessità. Durante la primavera del ’70 i compagni che assistevano ai nostri spettacoli – compagni operai, studenti, democratici progressisti – ci sollecitavano a scrivere un intero testo sulle bombe di Milano e sull’assassinio di Pinelli, che ne discutesse le cause e le conseguenze politiche. La ragione di questa richiesta era costituita dal pauroso vuoto d’informazione attorno al problema. Passato lo shock iniziale, la stampa taceva: i giornali della sinistra ufficiale, «l’Unità» in testa, non si sbilanciavano e non andavano oltre sporadici commenti del tipo: «Il fatto è sconcertante», «Come oscura è la morte di Pinelli, così rimane avvolta nel mistero la strage alle banche». Si aspettava che «luce venisse fatta». Aspettare, purché non si facesse caciara…
E invece no. Bisognava far caciara, con ogni mezzo: perché la gente che è sempre distratta, che legge poco e male e solo quel che gli passa il convento, sapesse come lo Stato può organizzare il massacro e gestire il pianto, lo sdegno, le medaglie alle vedove e agli orfani, e i funerali con i carabinieri sull’attenti che fanno il presentat’arm…
All’inizio dell’estate esce da Samonà-Savelli il libro La strage di Stato: un documento straordinariamente preciso, ricco di materiale, e soprattutto scritto con grande decisione e coraggio. In autunno «Lotta Continua» e il suo direttore Pio Baldelli vengono denunciati dal commissario Calabresi. è a questo punto che anche noi comprendiamo la necessità di muoverci al piú presto. A nostra volta iniziamo il lavoro d’inchiesta. Un gruppo di avvocati e giornalisti ci fa avere le fotocopie di alcuni servizi condotti dalla stampa democratica e di sinistra – ma non pubblicati; abbiamo la fortuna di mettere il naso in documenti riguardanti inchieste giudiziarie, ci è dato perfino di leggere il decreto di archiviazione dell’affare Pinelli (e, com’è noto, i processi che secondo alcuni avrebbero definitivamente dovuto «far luce» sull’episodio verranno successivamente rinviati e definitivamente sospesi: per morte non accidentale dell’attore). Stendemmo una prima bozza di commedia. Farsa, addirittura: tanto penosamente grotteschi risultavano gli atti delle istruttorie, le contraddizioni delle dichiarazioni ufficiali. Ci viene fatto presente che potremmo correre il rischio di denunce, incriminazioni, processi: decidiamo comunque che vale la pena di tentare che, anzi l’andar giú a piedi giunti sia necessario, è il nostro dovere di militanti politici. L’importante è fare in fretta, intervenire a caldo.
Il debutto, al capannone di via Colletta, coincide con i giorni in cui si celebra il processo a Pio Baldelli, direttore di Lotta Continua. è un successo di massa straordinario: ogni sera la sala è esaurita mezz’ora prima dell’inizio dello spettacolo, ci troviamo a recitare con la gente sul palcoscenico, fra le quinte. Nonostante le provocazioni: come la telefonata del solito ignoto che denuncia la presenza di una bomba in sala, l’intervento della Volante, il rilievo dato all’«incidente» dalla stampa padronale. Nonostante tutto ciò, sollecitati a tener duro dai compagni avvocati del processo Calabresi-Baldelli, le repliche proseguono a platee esaurite fin oltre la metà di gennaio. Le difficoltà cominciano con la partenza per la tournée. In via Colletta siamo a casa nostra: fuori, i compagni che ci organizzano sono costretti ad affittare teatri, cinema, sale da ballo. C’è piú d’un gestore che si rifiuta di accordarci la sala, disposto a pagare ogni danno, dal momento che qualcuno l’ha consigliato di non insistere, di lasciar correre… Qualcuno che non vuol perdere il suo posto di questore.
Spesso, però, le apparenti sconfitte diventano nostre vittorie. A Bologna, per esempio, ci vengono negati i millecinquecento posti del teatro Duse: riusciamo ad ottenere i seimila del Palazzetto dello Sport, e la gente lo affolla. Si comincia a intuire che se la polizia e qualche sindaco piú o meno governativo si danno tanto da fare perché certe cose non si sappiano… ebbene, certe cose vanno assolutamente sapute.
Ma qual è la vera ragione del trionfo di questo spettacolo? Non tanto lo sghignazzo che provocano le ipocrisie, le menzogne organizzate in modo becero e grossolano – a dir poco – dagli organi costituiti e dalle autorità ad essi preposte (giudici, commissari, questori, prefetti, sottosegretari e ministri), quanto soprattutto il discorso sulla socialdemocrazia e le sue lacrime di coccodrillo l’indignazione che si placa attraverso il ruttino dello scandalo, lo scandalo come catarsi liberatoria del sistema.
Il rutto che si libera felice nell’aria anche attraverso il naso e le orecchie proprio attraverso lo scandalo che esplode, quando si viene a scoprire che massacri, truffe, assassini sono organizzati e messi in atto proprio dallo Stato e dai suoi organi che ci dovrebbero proteggere. E il grande sghignazzo nasce nel constatare l’indignazione del buon cittadino democratico che cresce fino a soffocarlo: ma la soddisfazione che sono, alla fine, gli organi stessi di quella società marcia e corrotta a puntare il dito accusatore verso se stessa, verso le sue «parti malate», lo rende libero, disintasato in ogni buco del suo spirito. Fino a farlo esplodere felice nel grido: «Viva questa bastarda società di merda, che si pulisce però sempre con carta soffice e profumata, e che, ad ogni rutto, si porta educatamente una mano davanti alla bocca!»
Lo spettacolo è stato replicato per altri tre anni che hanno visto la morte di Feltrinelli, altre bombe, altri massacri. Evidentemente il testo è aggiornato, il discorso si è fatto più esplicito. Lo scopo immediato è quello di far comprendere come la strage di stato continui imperterrita, e i mandanti siano sempre gli stessi. Gli stessi che hanno tenuto in carcere Valpreda e i suoi compagni, sperando che crepassero, gli stessi che ammazzano a bastonate un ragazzo per le strade e nel carcere di Pisa.Gli stessi che preparano trappole e sceneggiate orrende, che preparano colpi di stato e poi, scoperti, assicurano: «Ma io scherzavo».
Come diceva Bertold Brecht: «Nei tempi bui cantiamo dei tempi bui, poi verrà anche per noi il tempo delle rose». Ma non illudiamoci, vedremo tornare ancora l’arroganza e la ferocia del potere. Un potere rivestito con costumi nuovi, volti mascherati con sotto le stesse facce. E vedremo anche nostri compagni passati sotto le file loro per pochi o tanti quattrini. L’importante per noi è avere la forza di tornare da capo, con la stessa rabbia e la stessa determinazione di mostrare di nuovo al pubblico il deretano nudo e orrendo dell’ipocrisia.

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Monteverdi Anna Maria, “Il teatro di Robert Lepage”

Edito da BFS, Pisa, 2004, 158 p.

Regista teatrale, cinematografico e d’opera, realizzatore di scenografie multimediali per concerti rock, il canadese Robert Lepage è un caso nel teatro contemporaneo. Fin dai suoi primi spettacoli, i maggiori Teatri e Festival internazionali hanno espresso consensi unanimi e riconoscimenti per il suo teatro senza frontiere, liberato dai confini della lingua e del genere e caratterizzato da una narrazione prossima a quella cinematografica. Tra le sue regie teatrali: La trilogie des dragons, Polygraphe, Les aiguilles et l’opium, Elseneur, Les sept branches de la rivière Ota e La face cachée de la Lune.

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Ganzerla Neva, “Alejandro Jodorowsky: performance, teatro e guarigione”

Università degli Studi di Torino, Facoltà di scienze della formazione, corso di studio specialistico in teatro e arti della scena, 2010-2011, 151 p.

Presentazione
La tesi che presentiamo parte da una base di ricerca personale incentrata sulla funzionalità creativa e comunicativa del dolore, inteso in senso mentale, emotivo e fisico, con lo specifico interesse di verificare in quali occasioni esso viene utilizzato e con quale scopo comunicativo. All’interno della storia dell’arte visiva e teatrale, in particolare dell’ultimo secolo, la tematica del dolore è stata ampiamente investigata e applicata da parte degli artisti seppure con scopi e con modalità differenti e costituisce un filone di ricerca artistica che si manifesta in performance teatrali, performance artistiche e produzioni di opere visive. Tutti questi lavori testimoniano egualmente la potenza del dolore come mezzo per comunicare ed è grazie ad esso che riescono a dare una maggiore spinta nell’investigazione di tematiche politiche, sociali e psicologiche.
Quello che ci interessa in questo lavoro è analizzare in particolare come all’interno della teatralità di uno specifico drammaturgo l’uso del dolore si leghi alle istanze comunicative del testo, come esso vada a far parte della genesi della drammaturgia e della messinscena e che tipo di reazioni sia capace di smuovere nel gruppo di fruitori a cui viene “somministrato”. Come caso esemplificativo si è voluto analizzare il lavoro teatrale di Alejandro Jodorowsky (drammaturgo ma anche romanziere, saggista, sceneggiatore, regista e tarologo) poiché, all’interno della tematica del dolore, egli non è solamente interessato agli effetti psicologici che esso ha su pubblico e attori, o all’utilizzo del dolore come strumento per veicolare messaggi, ma soprattutto egli ricerca tramite l’esternazione del dolore (all’interno dell’esperienza teatrale) di stimolare tutti i partecipanti (che siano attori o spettatori) a trovare una soluzione a quegli episodi del vissuto che non hanno trovato soluzione e che continuano quindi a causare sofferenza. L’autore infatti non limita la propria indagine all’interno del dolore come status finito e limitato/limitante, all’analisi psicologica dei meccanismi di autodistruzione o di crescita interiore che esso causa, ma attraverso l’esposizione e l’indagine su di esso, Jodorowsky dimostra un preciso e personale scopo di trascendere dalla sofferenza per elevare il soggetto al di sopra delle immobilità causate dalla sofferenza stessa, sfruttando le possibilità rituali del mezzo teatrale per apportare delle effettive migliorie all’esistenza dello spettatore, dell’attore e dell’autore.
Questo lavoro quindi parte da una ricerca biografica esistenzial-culturale dell’autore, al fine di indagare quale sia il bagaglio esperienziale che ha partecipato alla sua formazione artistica; prosegue con un’analisi della sua produzione artistica (teatral-rituale in primis) soffermandosi sulle opere più esemplificative della nostra tematica di base; ricerca e analizza il rapporto tra poetica e mezzo di comunicazione utilizzato; verifica quali effetti l’opera sortisce nel fruitore e descrive infine l’allontanamento parziale dell’artista dal mezzo performativo verso quello (radicalmente differente nella forma, ma identico nello scopo) dell’audizione personale effettuata tramite l’uso dei tarocchi.

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Fox Manuela, “I conflitti bellici nel teatro di Jerónimo López Mozo e il caso di Anarchia 36”

Estratto da “Scrittura e conflitto. Volume I”, Atti del XXII Convegno dell’AISPI, Catania-Ragusa, 16–18 maggio 2004, pagg. 173-183

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