Virilio Paul, “Guerra e cinema. Logistica della percezione”

Edito da Lindau, Torino, 1996, 120 p.

Questo saggio sviluppa un approccio ancora inesistente, o quasi, quello all’utilizzazione sistematica delle tecniche cinematografiche nei conflitti del XX secolo. Infatti, dopo le note necessità strategiche e tattiche della cartografia, i primi passi della fotografia, militare durante la guerra di Secessione, in attesa dell’attuale videocontrollo del campo di battaglia, la prima guerra mondiale vide svilupparsi l’uso intensivo delle sequenze filmate nella ricognizione aerea. […] Strumento di mira indiretta, complementare a quello delle armi di distruzione di massa, l’oculare della macchina da presa imbarcata a bordo degli aeroplani prefigura dunque una mutazione sintomatica dell’acquisizione di obiettivo, una derealizzazione crescente dello scontro militare in cui l’immagine si prepara ad avere la meglio sull’oggetto, il tempo sullo spazio, in una guerra industriale dove la rappresentazione degli eventi domina la presentazione dei fatti. […] Sviluppando in tal modo le premesse di una vera e propria logistica della percezione militare, in cui l’approvvigionamento delle immagini diventerà l’equivalente dell’approvvigionamento di munizioni, la guerra del 1914 inaugurerà un nuovo “sistema d’armi” formato dalla combinazione di un veicolo da combattimento e di una macchina da presa […]. Guerra delle immagini e dei suoni che sostituisce la guerra degli oggetti

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Guerre et Cinéma. Logique de la perception”, Cahiers du cinéma, 1991.

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Rouch Jean, “Cinè-Ethnography”

Edito da University of Minnesota Press, Minneapolis-London, 2003, VIII+400

Jean Rouch, una delle figure più influenti del mondo documentaristico e del cinema etnografico, ha realizzato più di cento film nell’Africa occidentale e in Francia. In opere così acclamate come Jaguar, i Cacciatori del leone, e Cocorico, Monsieur Poulet, Rouch ha esplorato il razzismo, il colonialismo, la modernità africana, il rituale religioso e la musica. È stato un pioniere di numerose tecniche cinematografiche e ha ispirato generazioni di cineasti e registi della Nouvelle Vague attraverso l’espressione “cinéma vérité” (termine coniato da Rouche stesso).
Il libro, curato da Steven Feld, professore di musica e antropologia presso la Columbia University, raccoglie gli scritti, le interviste e altri materiali di Rouch che distillano il suo pensiero sul cinema, l’etnografia e la sua carriera.

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Note dell’Archivio
-Libro in Inglese.
-La traduzione dei saggi e delle interviste presenti in questo libro è stato fatto da Steven Feld stesso

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Morin Edgar, “Cinema o l’uomo immaginario”

Edito da Cortina Raffaello Editore, Milano, 2016, XXX+238 p.

Morin evidenzia qui il legame strutturale tra cinema e immaginario, descrivendo il cinema come un meccanismo che riattiva processi profondi della psiche. Elemento intermedio tra reale e fantastico, l’immagine ha un ruolo centrale nella conoscenza. Come spettacolo immaginario, il cinema implica una percezione realizzata in stato di doppia coscienza: l’illusione di realtà è inseparabile dalla coscienza che si tratta effettivamente di un’illusione. In questo modo il cinema mette in gioco qualcosa di magico, che ci permette di entrare in un mondo nuovo senza sentirci spaesati. La presenza di intensità affettive ed emozionali nei film ne costituisce la forza e garantisce la capacità di coinvolgere la psiche degli spettatori.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Le Cinéma ou l’homme imaginaire”, Les Editions de Minuit, Parigi, 1956

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Fofi Goffredo, “Il cinema del no. Visioni anarchiche della vita e della società”

Edito da Eleuthera, Milano, 2015, 108 p.

Se è vero che la grande arte ha sempre in sé qualcosa di anarchico, di critica dell’esistente, di contestazione dell’ordine sociale dato, il cinema ha sempre avuto due anime: quella consolatoria, ovvia, tesa a intorpidire le menti (prevalente), e quella non conciliata, provocatoria, critica del “mondo cosi com’è” (minoritaria). Ed è di quest’ultima che si occupa Fofi, di quel cinema che ha cercato l’oltre e il fondo, che ha esplorato territori e linguaggi capaci di mettere a nudo ogni maschera del potere, ogni cultura dell’accettazione, ogni mercato dell’intelligenza e dell’immaginazione. Tanti gli esempi di questo rapporto diretto o indiretto tra cinema e anarchia che possono essere rintracciati in film e registi sia del passato, a partire da maestri come Vigo e Bunuel, sia del presente, in autori come Kaurismàki, Oshima o Cipri e Maresco. Ne viene fuori un sorprendente affresco che ci dà conto di quell’inesausto filone della sfida e della grazia che continua sotterraneamente ad agire nel cinema del nostro tempo.

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Fissore Gianpaolo, “Al cinema nel Sessantotto”

Estratto dal dossier “Il sessantotto, e dopo?” di Marica Tolomelli, Storicamente, Alma Mater Studorium Università di Bologna, 2009, Volume 5, pag. 17

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Armi chimiche. Dossier a cura della Federazione Anarchica Pisana

Edito dalla Federazione Anarchica Pisana, Pisa, [1982], 10 p.

Estratto dell’introduzione
Gli strateghi delle due superpotenze negli ultimi anni parlano sempre più con insistenza di un possibile conflitto limitato alla regione europea ed é anche in vista di questa eventualità che le armi chimiche sono state rivalutate da “deterrenti” ad armi da usare in campo di battaglia, come già é stato nelle ultime guerre che hanno visto impegnate le superpotenze in Vietnam, in Afghanistan, ect. Gli arsenali di armi chimiche stanno subendo una profonda trasformazione, gli eserciti sempre più si preparano ad attaccare e a difendersi nel campo chimico.
Gli anarchici pensano che oggi la lotta non può essere condotta contro le sole armi nucleari, come spesso é avvenuto nelle ultime marce del movimento per la pace, ma necessariamente deve estendersi a tutte le armi e a tutti gli eserciti. Ed é per questo che la lettura di un articolo di un addetto ai lavori Mauro Cifani sulla rivista militare Aeronautica (Anno 53 n. 1 genn.febb.1382) ha stimolato la pubblicazione di questo opuscolo informativo, che si propone di far conoscere un argomento che molti ritengono storia dei conflitti del passato e che invece si prepara ad essere un punto nodale di un possibile conflitto futuro.

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Nota dell’Archivio
-Opuscolo fotografato

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Licemi Augusto, “Si nasce, si pasce, si muore”

Edito da Cooperativa Tipografica Editrice Paolo Galeati, Imola, 1972, 52 p.

PREFAZIONE
Quando il compagno Augusto Licemi mi ha chiesto una prefazione per questo suo Bozzetto in un atto, da lui dedi­cato « a chi sa intendere e a chi ha la pazienza e la capacità di riflettere sulle cose che in esso (con molta modestia) si dicono », ho accettato con animo grato l’invito. Tuttavia, questa introduzione al lavoro di Augusto Licemi preferisco venga considerata come un avvertimento al lettore, piut­tosto ch’essere presentata col nome pomposo di prefazione, intendendo con ciò che il lettore giudichi da sè in modo consapevole e adulto.
Quelle che l’autore presenta al lettore non sono pagine scritte da un esperto che pontifica dalla cattedra erudite sen­tenze, ma vogliono essere un documento diretto, che interes­serà anziani e giovani, con tutta la sua carica di tragedia, re­datto da un uomo semplice, un artigiano pieno di umanità, un anarchico il cui lavoro è vero ed attuale. Stampare questo bozzetto in un momento in cui la lotta politica e sociale in Italia è aspramente combattuta e, nel mondo, ad una generale incoscienza fanno riscontro brutali carneficine, è atto meritorio, contributo serio ed efficace alla conoscenza delle iniziative capaci di porre un freno al dila­gare di una funesta inconsapevolezza, risponde con l’arma migliore della persuasione e della presa di coscienza ad una realtà cruda e profondamente umana. Augusto Licemi ci aveva già dato un saggio della sua bravura di drammaturgo con « LA RESURREZIONE DI CRISTO » — che mette a nudo i fatti della vita e della mi­seria ambientati in una povera casa, in un contrasto patetico tra illusioni, miti e superstizioni e la realtà, l’indigenza e la fame — e « IN CASERMA », pubblicato il primo dalla “Collana Anteo” nel 1962, « GIULIA », « IL FIGLIO DEL MORTO » e, continuando con profitto e serietà d’in­tenti in quel genere, ci offre oggi « SI NASCE, SI PASCE, SI MUORE », scritto con chiara spregiudicatezza, degna di un uomo libero, con il quale mette in luce alcuni dei dram­matici aspetti della vita odierna.
Commedie modeste, senza pretese nè artistiche nè let­terarie, semplici nella disposizione delle scene e nel linguag­gio, che vanno dirette al cuore ed hanno la virtù di com­muovere, rendendo più sensibili chi ascolta o legge, dispo­nendoli a meglio comprendere ciò che l’autore si ripromette, confessando ch’egli scrive solo a scopo di propagandare l’anarchia.
Tipografo di professione, Licemi collabora a diversi gior­nali anarchici e fonda, a Lecce, dove è nato il 25 feb­braio 1888, il 1° dicembre 1912 « per preparare anche in quella contrada arretrata quel movimento di coscienze ope­raie che in altre regioni non è più una novità », il « CIRCOLO FILODRAMMATICO OPERAIO PIETRO GORI », a cura del quale esce il numero di saggio « LA SQUIL­LA NOVA », che diverrà, poi, periodico mensile di pro­paganda razionale, di cui sarà direttore col numero 1 del1’8 gennaio 1913, dedicato all’anniversario della morte di Pietro Gori.
Idealmente coerente con ciò che pensa, e di cui ne è profondamente convinto, troviamo Licemi tra coloro che, anarchici, nel 1915 sono contro la guerra che funesta dal 1914 l’Europa e il mondo. Non si nasconde, anzi firma un suo articolo, che è al tempo stesso una dichiarazione di fede nell’ideale anarchico ed una presa di posizione contro la guerra e il militarismo, apparso nel numero uno, serie B, Anno III del 1° maggio 1915 della « SQUILLA NOVA », periodico quindicinale che, dopo Lecce, egli dirige a Milano, facendo del proprio domicilio il recapito del giornale, in un periodo in cui « il macello europeo ha disorientato ritolti cervelli, non escluso quello di qualche sedicente anarchico » ed è pericoloso condurre una campagna contro la guerra ed il militarismo, soprattutto che il giornale viene distribuito gratuitamente. Insomma, una vita al servizio di un ideale puro e umano, carica d’impegno, questa è la lezione che scaturisce da una intima rivolta e si espande nelle lotte di riscatto che l’umanità provoca e sostiene.
* * *
Con felice invenzione, l’autore colloca la sua vicenda in una verità che altri appena intravedono. L’ufficialità giudi­cante non omologherà come ortodossi i bozzetti di Licemi, ma egli, ottantaquattrenne, procede per la sua strada of­frendo, mirabile esempio di unità di pensiero e anarchica protesta per le offese della vita e della civiltà, usando ma­teriale atto a far rivivere i tesori e le bellezze di un ideale sublime, la cui immagine creativa rende assimilabile l’espres­sione di una vita nuova che cancelli l’orrore di quella che stiamo subendo e soffrendo, dando al lettore la possibilità di conoscere a fondo l’anarchia, le sue caratteristiche, la sua grande umanità.
L’alta ispirazione ideale, l’obiettivo di una società libe­ratrice dell’uomo, si contrappone alla tragica mascheratura che si vuole accreditare dall’esterno; essa prende luce dagli atteggiamenti che i protagonisti assumono via via che gli episodi si svolgono, quasi ubbidissero ad una profezia che sin dall’inizio del dramma segna la nascita del secondo figlio di Corrado e nel fratello Aurelio la tragedia di chi intravede il disastro e si accorge di essere impotente a salvare i suoi cari, e l’umanità con essi, a rompere il cerchio dei pregiudizi, dei miti, delle complicità irreali di mentalità incrostate a tradi­zioni crudeli; consapevolezza di chi ha il cuore puro e sa leggere negli eventi, sa già come tutto andrà a finire, e la previsione trova conferma nel finale in cui il senso della ve­rità avvolge un trionfo, ma solo quello della morte.
Le scorie deposte dalla lunga consuetudine borghese ed il conformismo piatto a cui si adattano facilmente le masse acefali, impediscono di accettare il ragionamento della lo­gica umana, derivante da una pienezza di esperienze radicate nella realtà, da divenire saldi fattori di emancipazione del­l’uomo e dell’umanità. La letteratura che affronta e com­batte apertamente la guerra e il militarismo, che ne è lo stru­mento determinante, è carente di opere vive. Il pubblico disinformato, non trovando nel saggio o nel romanzo la chiave che dà soluzioni di pace ai conflitti armati tra Stati e alle stragi prodotte dalle guerre, cosi pensa l’autore, tro­verà nel teatro, nella rappresentazione, lo stimolo che lo aiuterà a prendere coscienza di una realtà che lo minaccia, a individuarne i responsabili e gli esecutori, a cercare altri con i quali legare, ai problemi e alle lotte contingenti, quelli della rivolta alla guerra, alla sovrappopolazione, al razzismo, alla fame — e tutti i rischi mortali della nostra incivile civiltà — in una contagiosa attesa della fine di un mondo troppo vecchio per le idee nuove.
Le idee contenute in questo « abbozzo di vita vissuta » si riallacciano alla crisi ecologica in atto nel mondo, questa essendo un aspetto nuovo di un vecchio problema, avente per moventi lo sfruttamento, l’ineguaglianza e l’ingiustizia, poste in rilievo dall’autore che, per bocca di Aurelio, le sottopone a sferzante critica includendo, opportunamente, una delle componenti maggiori della generale infelicità: l’ac­crescimento della popolazione mondiale.
« Io amo molto i bambini — esclama Aurelio in una delle più persuasive scene — ed è il grande affetto che ho per loro che mi spinge a propagandare l’idea di non farli na­scere, di non metterli al mondo, a questo mondo. È logico: non approvo la loro nascita, perchè non approvo la loro sorte, il loro avvenire, il loro soffrire, la loro fine uguale per tutti: la morte. Questo è il mio solo, vero, umano pensiero, il mio incubo ».
Fu questo grido d’allarme straziante che diede enorme importanza sociale ad una battaglia per la quale Giovanna Berneri e Cesare Zaccaria, anarchici, incorsero nella denuncia penale seguita da processo e condanna, colpevoli di avere sfidato i divieti fascisti contro la propaganda dei metodi anti­concezionali. E fu questo episodio di cronaca giudiziaria, aperto contro gli anarchici un quarto di secolo fa, che ne apri successivamente altri contro sociologi insigni e gli amici dell’A.I.E.D., tra l’ironia compiaciuta della maggior parte della nostra classe politica legalitaria.
I problemi della crisi demografica, che investono l’av­venire di circa quattro miliardi di esseri umani oggi viventi, non sono isolati da altri ugualmente gravi e minacciosi, quali la diversità dei livelli di ricchezza dei popoli, che le varie conferenze mondiali ufficialmente riconosciute non sono riu­scite ad equilibrare, a causa degli ostacoli frapposti dai po­tenti della terra i quali, pur consci delle immense respon­sabilità che ricadono sulle loro spalle, tuttavia non intendono rinunciare a quegli interessi particolari — nè la Chiesa ai suoi dogmi sulla procreazione per volontà divina — che a molti sembrano sacrosanti anche se ci hanno condotto sulla soglia di un abisso senza fine.
Idee e argomenti, l’autore li prende dalla vita e dall’anar­chismo che lo aiuta a cercarli; essi sono destinati, perchè profondamente sentiti, a far presa nel pubblico, a commuo­verlo e convincerlo. Non si può non concordare con l’esigenza avanzata dall’autore di propagare ciò che per lunga espe­rienza egli ha vissuto, combattendo lo Stato come potere autoritario e oppressivo, affidandosi all’anarchismo sostan­zialmente benefico.
La sua crociata contro la guerra è urgente quanto il rico­noscere l’uomo cittadino del mondo e la terra madre di tutti gli esseri umani. Questo è il messaggio che, attraverso le scene ed i personaggi di cui sono protagonisti, Augusto Li­cemi ha voluto trasmettere all’uomo, perchè si rivolti al pen­siero -di una fine cosi crudele ed abbia ancora in sè la forza e la speranza di sopravvivere.
Savona, 26 giugno 1972.
Umberto Marzocchi

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Licemi Augusto, “In caserma. Scene dal vero in un atto”

Edito da Cooperativa Tipografica Editrice Paolo Galeati, Imola, 1965, 47 p.

PREFAZIONE
Nel 1912 si combatteva, per volere di S.E. Giovanni Giolitti (se non erro era proprio lui che aveva allora in mano le redini del governo italiano, regnando Vittorio Emanuele III), si combatteva – dicevo – la guerra libica ed io ero, per la prima volta, richiamato sotto le armi, pur essendo stato da poco congedato dal periodo di leva vissuto a Palermo. Ero caporale (giù il cappello!) addetto alla fureria di una compagnia di un reggimento di fanteria di stanza, allora, in una città delle Puglie, e avevo la possibilità di assistere a molte scene e scenette di ogni genere, talvolta comiche e talvolta dolorose e anche, tra l’altra volta, più o meno disgustose, come quella, per esempio, del soldato reduce dalla Libia, che nello zaino gelosamente custodiva la mammella di una ragazza nexra, quindicenne, alla quale gliela aveva asportata, dopo averla -diceva lui, con molto orgoglio – deflorata brutalmente seviziata!
Cose queste che naturalmente, sempre più mi facevano odiare la guerra e i suoi entusiasti sostenitori.
Questo lavoretto fu scritto nel mese di maggio, appunto di quell’anno 1912, ricavandolo dal vero, per essere rappresentato al “Circolo Filodrammatico Pietro Gori” da poco costituito dallo stesso sottoscritto. Dopo tale rappresentazione (che, fra parentesi, ottenne un buon successo), il lavoretto fu dimenticato nel cassetto. Ora, alla distanza di oltre cinquant’anni (addio gioventù) mi è capitato tra le mani: l’ho riletto, ci ho data una limatina, ed eccolo qui che esce dalle tenebre -modestamente, come la precedente “Resurrezione di Cristo” – e spicca il volo a rappresentare un altro dei miei tanti peccati giovanili; peccato che però idealmente anche questo è tutt’oggi ancora valido. S’intende che i nomi e alcune sfumature del lavoro sono dettati dalla fantasia.
Milano, Febbraio 1965

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Bertelli Pino, “Jean Vigo. Cinema della rivolta e dell’amour fou”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, 2009, 248 p.
Questo libro di filosofia politica sul cinema fatto da un poeta del­l’anarchia, Jean Vigo, suggerisce la disobbedienza, la rivolta, la sovversione non sospetta di ogni forma di autorità. Si richiama alle virtù nobili, ai desideri e alle passioni degli eresiarchi di ogni tempo e si fa carico di tutti i rovesciamenti di prospettiva dell’ordine esistente. Poiché tutto ciò che non è detto in modo la­scivo e pedante, cattedratico o mercantilizio non si addice a gente che cammina sempre strisciando, a questi e per questi io non parlo affatto: non vi è niente di più facile che criticare e rim­proverare, e molti pensano di emergere, o più semplicemente di esistere, utilizzando il nome di altri in malo modo. In ogni caso che mi lascino in pace o magari che mi attacchino con vivacità e franchezza, non riceveranno certamente da me nessuna risposta o un franco riconoscimento del loro giudizio severo e della loro arroganza. Per l’amore, come per la libertà, non ci sono catene.

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Angelucci Daniela, “Deleuze e i concetti del cinema”

Edito da Quodlibet, Macerata, 2012, 148 p.
Sul rapporto tra cinema e filosofia, oggi sempre più analizzato e frequentato, Gilles Deleuze si era pronunciato già nella prima metà degli anni Ottanta, scrivendo due testi ancora oggi molto attuali e discussi. Soltanto la filosofia, egli afferma, può arrivare a «costituire i concetti del cinema stesso». Ripercorrendo questi concetti, dieci in tutto, ed evitando, come diceva lo stesso Deleuze, la doppia ignominia dell’eccessiva erudizione e di un’esagerata familiarità, questo libro intende ricostruire i contenuti e l’atmosfera del suo pensiero sul cinema. Senza rinunciare a proporre, a partire dalle categorie filosofiche deleuziane, letture di particolari autori e di film significativi.

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