
Durata: 6 Maggio 1876 – 7 Ottobre 1876
Luogo: Città di Castello
Periodicità: Quindicinale
Pagine: 4
Note dell’Archivio
– La qualità delle scansioni delle pagine lasciano parecchio a desiderare purtroppo. Alcuni articoli risultano illeggibili.
– Mancano i nn. 4 e 5
– Presenti i supplementi ai nn. 4, 5 e 8
– Riportiamo per intero la presentazione di Zeffiro Ciuffoletti sulla pubblicazione anastatica del giornale: “Il “Patatrac” di Città di Castello, un foglio quindicinale, che esce dal maggio all’ottobre del 1876, è un tipico giornale “progressista” di provincia, particolarmente ben fatto, secondo un modulo tipico dei giornali locali di ispirazione radical-democratica e socialista. Come il “Patatrac,” con nomi altrettanto “creativi” e incisivi, c’erano “La Canaglia” di Pavia, “Lucifero” di Ancona, “Il Ratto” di Mestre, fino ai giornali internazionalisti e socialisti più rappresentativi come “La Plebe” o “Lo Scamiciato” di Osvaldo Gnocchi Viani di Reggio Emilia, redatto da Camillo Prampolini. Erano i giornali che davano voce agli operai, agli emarginati di qualsiasi genere, agli sfruttati, che denunciavano attraverso gli esponenti di questo giovane giornalismo militante, i mali della società e dello stato liberale, nato dal Risorgimento. Erano giornali internazionalisti e ondeggianti fra la democrazia radicale e il movimento socialista d’ispirazione premarxista. Erano le espressioni della crisi del mazzianesimo dopo la Comune di Parigi e nello stesso tempo le espressioni spontanee, pittoresche, ma anche ricche di potenzialità creative, della nascente cultura socialista. Un filone pubblicistico che va delineando una straordinaria articolazione di posizioni culturali e politiche intorno al tema della questione sociale e alla battaglia anticlericale. Sono, infatti, proprio queste le posizioni che convivono all’interno del “Patatrac!,” dove si cita Garibaldi e Felice Cavallotti, ma ci si richiama al “Bakunine” o al “carissimo amico” Benoit Malon, e cioè alle posizioni di socialismo anarchico e dell’internazionalismo. Nello stesso tempo il giornale, sempre straordinariamente ricco di notizie, di corrispondenze di verve polemica contro i clericali e moderati, pur collocandosi su un terreno extraparlamentare, invita alla competizione politica locale, presentando liste proprie per il rinnovo del Consiglio Comunale. La matrice garibaldina del giornale è evidente fin dal primo numero dove si lamenta che i reduci dei Mille, che conquistarono “mezzo Paese” muoiono lasciando sul lastrico le loro famiglie nella più completa indifferenza del governo. Proprio dal filone garibaldino, ricco di fermenti repubblicani e radicali si generano quei primi nuclei che daranno vita alle origini del movimento socialista, come contestazione dello stato unitario e come aspettativa di un avvenire fondato sui principi della libertà e dell’uguaglianza. Il bagaglio ideologico è spesso schematico e semplicistico, ma il senso di rivolta morale e ideale dimostra chiaramente che il nascente socialismo italiano si nutre di questa linfa vitale. Da qui la critica al moderatismo, alle classi dirigenti, alle forze politiche che siedono in Parlamento. Non sarebbe comprensibile fino in fondo lo spirito di questa rivolta morale e ideale se non si considerasse che le vicende che avevano portato all’unificazione avevano lasciato ai margini “il popolo” e che lo stesso sistema elettorale generava un sistema di stato monoclasse, che escludeva la gran parte dei ceti popolari e contadini dalla partecipazione elettorale. Da qui la rivolta, da qui la radicalizzazione delle posizioni, da qui l’esigenza di rappresentare le esigenze, i bisogni, le aspirazioni di chi era tenuto fuori dalla partecipazione politica. Questo bisogno di allargare le basi dello stato era sentito dalla Sinistra, come dalla Destra, ma come spesso succede nel nostro paese, passavano gli anni senza che si riuscisse a modificare la legge elettorale e ad offrire nuovi spazi di partecipazione. Il successo dell’internazionalismo anarchico, come di tutte le altre posizioni extraparlamentari in Italia, non si spiegherebbe fuori di questo quadro istituzionale. Anche se lo stato di miseria, di emarginazione, di servile subordinazione delle masse popolari e contadine, era cosa grave e reale, come dimostravano le inchieste di quegli anni sulla condizione contadina e sulla questione meridionale, oppure le analisi sulle condizioni sociali e igieniche del sottoproletariato urbano. Per il “Patatrac!” proprio nel momento in cui la sinistra va al potere, fra i politicanti delle due parti non c’è differenza: “o colpo di stato o…! in ambi i casi un Patatrac di tutti i padroni dell’oggi: destri o sinistri.” Così anche la democrazia rischia di essere superata se non si renderà conto dell’esistenza e della gravità della questione sociale. Significativamente il giornale, pur nel suo eclettismo, pubblica articoli di Oreste Vaccari, un socialista ferrarese, escluso dal Congresso internazionale di Berna per il veto di Cafiero e Malatesta, in quanto oppositore dell’indirizzo insurrezionale degli internazionalisti. Alla morte di Michele Bakounin, il “Patatrac!” pubblicò – il 15 Luglio 1876 – un significativo articolo dove si legge queste parole: “si può non avere diviso tutte le idee dello slavo rivoltato, dello Spartaco del Nord, ma a lui dobbiamo l’omaggio che si deve ad un grande ingegno…Utopista dell’oggi Bakounin non avrà giustizia e gloria se non fra lungo correre di anni.”
Il vero ispiratore del giornale sul piano teorico sembra Benoit Malon che come si sa fu anche amico di Bignami e dei socialisti della “Plebe.” Il redattore del “Patatrac!” che si firma “AMA” ne parla come un “carissimo amico” e recensisce positivamente il primo volume della Storia critica dell’economia politica del socialista francese che aveva soggiornato in Italia dal 1872 al Febbraio 1876. Malon senza essere marxista, come è noto, nel 1872 si era schierato dalla parte degli antiautoritari. Si era fatto assertore di un socialismo pratico, volto a superare l’esperienza dell’insurrezionalismo. Tutto ciò qualifica in modo originale il “Patatrac!”, riaccostandolo alla “Plebe” nella ricerca di nuovi orientamenti verso il socialismo. C’è insomma, in questo giornaletto un orientamento ideologico, che già prelude alla svolta di Costa e alle origini di una nuova e più ricca fase della storia del socialismo italiano.“