Garnier Jean-Pierre, ““Metropolizzazione.” Stadio supremo dell’urbanizzazione capitalista”

Edito da: Istrixistrix
Luogo di pubblicazione: Torino
Anno: Ottobre 2016
Pagine: 16
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Per chi si interroga sull’evoluzione in corso e futura delle principali città francesi, la risposta si trova in una sola parola che ritorna in modo rituale e perfino ossessivo nei documenti di pianificazione e di urbanistica, negli opuscoli pubblicitari o nei videoclip di propaganda prodotti dalle municipalità interessate: “metropoli”. Nel leggere questi meravigliosi esempi e questa prosa che rende euforici non c’è alcun dubbio che in effetti l’avvenire, evidentemente radioso, dei grandi agglomerati urbani e perfino di quelli di taglia media come Caen, Digione o la stessa Brest (“Brest Métropole Océane”) potrà essere solo “metropolitano”. Non sfuggono alla regola Lione, Marsiglia, Tolosa, Strasburgo, Bordeaux, Montpellier, Nantes, Rennes e ovviamente Parigi, Lilla e Grenoble. Cosa significa? E perché lo si dice con una tale unanimità? Rispondo senza ulteriori indugi: ai giorni nostri, “metropoli” non è o non è più un concetto nel senso scientifico del termine , ma lo è diventato in senso pubblicitario, mediatico. Detto in altri termini, una denominazione di origine sempre meno controllata che serve a “vendere” la città ai suoi abitanti e, soprattutto, a degli attori esterni.
Forse si obietterà che solo le città o le regioni urbane la cui influenza e attrattiva si misura su scala mondiale, le “città globali” del capitalismo globalizzato, meritano l’appellativo di metropoli. Ma è solo una definizione tra le altre, in cui la dimensione planetaria è considerata il metro per certificare la pertinenza di tale definizione. Non si può tuttavia riservare il termine alle sole metropoli di taglia e influenza mondiale (New York, Londra, Parigi, Tokyo…). Altrimenti significherebbe cadere nel solipsismo: per il soggetto pensante – il geografo o il sociologo urbano in questo caso – non ci sarebbe altra realtà che quella enunciata dal soggetto stesso. Una definizione che, perciò, non esaurisce il soggetto, anche se le discussioni che solleva possono esaurire i ricercatori.
Definizione canonica: agglomerato urbano di varie centinaia di migliaia di abitanti che concentra numerose strutture e posti di lavoro nel terziario di alto livello che gli permettono di comandare, inquadrare, influenzare e servire una regione urbana o uno spazio più vasto, nazionale, continentale o mondiale. Tende a monopolizzare nella propria area di influenza le attività decisionali o direttive di ordine politico, economico, amministrativo e anche culturale, cosa che le permette di organizzare un territorio dalla dimensione variabile, di impartire ordini, di lanciare iniziative, di autorizzare nuove attività. Se la denominazione “metropoli” prospera a partire dall’inizio di questo secolo, non è stato così nel secolo precedente. Ci fu un tempo, infatti, in cui era sinonimo di gigantismo, di massificazione, di affollamento, di robotizzazione, di anonimato, di “folla solitaria”… Molti cinefili avranno ancora presente le immagini da incubo del film di Fritz Lang, Metropolis, funerea anticipazione della disumanizzazione delle città del capitalismo industriale.
Ma che importa: basterà, come vuole la neolingua di cui Georg Orwell espose la logica, riprendere lo stesso termine invertendone il significato. Negli anni ’60 arriverà dapprima la moda delle “metropoli di equilibrio” promosse dalla tecnocrazia gaullista, consigliata da tutti i geografi progressisti che la Francia poteva allora contare, la maggior parte ex membri del Partito Comunista Francese (Michel Rochefort, Roger Brunet, Bernard Kayser, Guy Burgel…). Avrebbero dovuto attenuare il contrasto tra Parigi, capitale dinamica ma ipertrofica, e il “deserto francese” in cui le “città di provincia”, dormienti e anemiche, non riuscivano a “decollare” economicamente, non avendo raggiunto la “grandezza critica” e un livello sufficiente nella “armatura urbana” del paese. Grazie a una politica vigorosa di “riequilibrio” sotto l’egida di uno “Stato forte”, vale a dire autoritario, interventista e pianificatore, lo scarto comincia a ridursi. Benché il dinamismo di queste “capitali regionali”, che avrebbe dovuto far uscire le loro rispettive regioni dal marasma e dal declino in cui si erano insabbiate, ebbe come effetto di accentuare, all’interno di ciascuna regione, il contrasto tra un’area urbana centrale in pieno sviluppo e un entroterra in via di sottosviluppo e perfino di desertificazione. Negli anni ’70 sopraggiunse la “crisi”, vale a dire la ristrutturazione del sistema produttivo capitalista su scala planetaria. La deindustrializzazione che ne conseguì unita alla crescita del movimento ecologista diede un colpo diarresto alla crescita dei grandi agglomerati urbani.
Allora la moda diventerà quella di un “urbanismo dal volto umano”, del dare la priorità alle “città medie e piccole”. Ma non durerà a lungo. Con l’arrivo della “sinistra” al potere e con la sua adesione in pompa magna ai benefici del mercato, dell’impresa e del profitto, la “rivoluzione urbana” annunciata dal sociologo Henri Lefebvre una decina d’anni prima prenderà una piega decisamente “tecnologica”. Aggettivo improprio, così come il corrispettivo sostantivo: la “tecnologia” è un discorso sulla tecnica, il più sovente apologetico, volto a celebrare i suoi nuovi “avanzamenti”, identificati con il “progresso”.
Con la decentralizzazione, agli amministratori locali “di sinistra” delle grandi città francesi d’ora in avanti non spetta più mettere in atto la “autogestione” sul piano locale in una prospettiva di “rottura con il capitalismo”, ma di “modernizzare la Francia” facendo delle città più importanti dei “poli d’eccellenza”, dove l’eccellenza è misurata – “valutata” si direbbe oggi – principalmente con il metro della prestazione economica su base tecno- scientifica. Così le “metropoli di equilibrio” riprendono la loro avanzata sotto il nome di “tecnopoli” puntando sulla combinazione vincente: attività all’avanguardia + laboratori + istituti d’insegnamento superiore. Tuttavia per attrarre gli “investitori” e la “materia grigia” c’era bisogno, per ragioni che saranno precisate più avanti, di territori più vasti rispetto a quelli circoscritti nei limiti amministrativi delle città capoluogo di aree metropolitane.
Da qui, agli occhi degli edili, ormai investiti di sempre maggiori responsabilità grazie alla decentralizzazione, la necessità di guardare in grande e lontano. Il gigantismo seduce di nuovo, passa come criterio del futuro: ormai l’ampliamento illimitato dei grandi agglomerati, dei centri urbani, dei poli di crescita ribattezzati “poli di competitività”, serve come modello di riferimento alle “élite metropolitane”.
Considerata dal punto di vista dei municipi, delle agenzie urbanistiche, delle cellule di “comunicazione” delle amministrazioni comunali e delle camere di commercio, in materia di “sviluppo urbano” la “buona scala” non poteva più essere quella della città e nemmeno dell’agglomerato urbano, in cui i nuovi arrivati tanto attesi si sentirebbero un po’ troppo allo stretto, ma uno spazio di dimensioni regionali – i geografi parleranno di “regione urbana” – che ingloba non solo il “suburbano” – neologismo importato dagli Stati Uniti per designare le periferie – ma anche il “periurbano”, ovvero le cittadine e i paesi adiacenti a cui si vanno ad aggiungere le nuove zone urbanizzate che hanno
fagocitato la fascia più esterna rurale. Il tutto verrà dunque inglobato sotto il nome di “metropoli”, ma “sostenibile” e “solidale”, come sarà specificato, due aggettivi obbligatori improntati alla positività che mostrano bene come questo termine designi una realtà urbana molto più invitante di quella a cui prima era stata associata.
Solidarietà fittizia e sostenibilità a breve termine, in realtà. Vocaboli che d’altronde sono di per sé stessi mistificatori, come la maggior parte del vocabolario in voga, per non dire di rigore, tra i “decisori”, gli amministratori e la maggior parte dei ricercatori, a cui i “comunicatori” danno il cambio quando si occupano della metropoli. Una vera e propria neolingua, nel senso orwelliano del termine. Al di là delle caratteristiche e delle specificità proprie di ciascuna metropoli, storiche, demografiche, geografiche, economiche e culturali – ma non politiche: che siano amministrate dalla vera destra o dalla falsa sinistra, quel che hanno in comune prevale nettamente su quel che le differenzia. In effetti la logica e le mire che si celano dietro il marchio “metropoli” e la dinamica socio-spaziale in cui si iscrivono le politiche urbane provviste di questo marchio sono più o meno le stesse.

Nota dell’Archivio
– Intervento tenuto al Festival Avatarium, St Etienne, 13 aprile 2013

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