Simonelli Giovanni, “Maria vergine…ed i fratelli di Gesù”

Edito da: Supplemento al n. 26 della Collana Anteo
Luogo di pubblicazione: Ragusa
Anno: Settembre 1966
Pagine: 4
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Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: ///

Nota dell’Archivio
– Testo fotografato

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Primo Maggio 1983

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Durata: 1 Maggio 1983
Luogo: Milano
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4

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Di Gioia Franco, “Storie nostre”

Edito da: Edizioni Underground
Luogo di pubblicazione: Catania
Anno: Maggio 1991
Pagine: 176
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Di immediata e piacevole lettura, il libro di Franco Di Gioia ci porta in modo diretto ed efficace all’interno dei meccanismi di sfruttamento che nella maggior parte dei casi schiacciano e condizionano i proletari di tutto il mondo, con la specificità efferata e sconsolante con la quale gli stessi meccanismi agiscono nei confronti dei proletari del nostro Meridione. E la sua storia, una delle Storie nostre, “storie” di sfruttati che di regola restano vittime di processi più grandi di loro ma che qualche volta, come nel caso di Franco, riescono attraverso il meccanismo stesso di oppressione e di miseria e l’estraneazione d’un lavoro in fabbrica, a prendere coscienza del proprio essere proletari estraneati da ogni gestione della ricchezza che concorrono a produrre. E questa presa di coscienza viene tratteggiata puntigliosamente, nei suoi vari momenti, legandosi sì alla dimensione del lavoro, e quindi dell’alienazione specifica della fabbrica, ma anche alle occasioni che la vita non manca mai di fornire, incontri e letture, incontri con altri compagni e letture di testi anarchici e rivoluzionari. Il risveglio alla coscienza piena e matura di sfruttato, anticamera a quella coscienza ancora più articolata che agisce nella dimensione rivoluzionaria, è de­ scritto in tutti i suoi aspetti e costituisce uno dei punti migliori di tutto il libro. Franco abbandona il lavoro al Nord e ritorna a Grisolia spinto dall’idea di dare inizio qui, insieme ad altri compagni — che nel frattempo ha conosciuto – e agli sfruttati calabresi del suo paese d’origine, alle lotte. Ed è un’altra serie di descrizioni di iniziative in prima persona. Gli anarchici organizzano, senza delega e senza alcuna pretesa ideologica, rivolte di paese, occupazioni di Comuni e di stazioni ferroviarie, manifestazioni con centinaia di partecipanti anche nelle città sedi della Regione e delle Amministrazioni locali. E nel corso di queste lotte, man mano che l’intervento si articola e si sviluppa, Franco e gli altri compagni anarchici, scoprono una verità che teoricamente cono­scevano a priori, ma che nel riscontrarla in seno alla pratica non manca di sorpren­derli e amareggiarli: quando gli sfruttati riescono ad impadronirsi del potere – sia pure il potere locale di un’amministrazione comunale – diventano essi stessi sfrutta­ tori. E fanno presto a diventarlo, e non cedono a quegli altri sfruttatori, quelli che hanno dietro le spalle secoli di addestramento e di esercizio. Da qui le loro lotte contro la mafia emergente del PCI, insediatosi quest’ultimo in alcuni Consigli comunali della zona, e diventato nei fatti, nella mentalità, negli interessi e nella gestione della cosa pubblica, mafioso come tanti altri partiti con lunga tradizione alla spalle. La ricerca del dettaglio, nella narrazione poniamo dei fatti della sua infanzia, delle vicende della fanciullezza e del periodo che precede la presa di coscienza rivoluzionaria, sono in Franco un momento per scandagliare meglio le condizioni specifiche in cui si trova a vivere il proletario del nostro Meridione e i sentimenti e le sofferenze che vive quando si estranea da un tessuto che bene о male lo ha prodotto, e quindi anche condizionato, e si trova catapultato in situazioni di emigrazione, come potrebbe essere Milano о la Germania. Le difficoltà di una presa di coscienza, specialmente al Sud, sono quindi dovute, come emerge chiaramente dal racconto, alle scarse occasioni culturali fornite dal tessuto dei nostri paesi più arretrati: mancanza di una vera e propria circolazione delle idee, residui ancestrali di rispetto feudale e di chiusura contro cui è difficile lottare. Ma Franco e gli altri si inseriscono proprio in questo tessuto e vi apportano, come un innesco esplosivo, la circolazione vivacissima delle idee anarchiche, la distribuzione di libri, opuscoli, volantini, la gestione della parola pubblica, con quei comizi che nei piccoli paesi del nostro Sud fanno ancora tanta presa sulla gente, ed infine – come tratto originale e di grandis­sima presa — la lettura pubblica delle poesie, mirate su argomenti di grande impatto perché specifici e conosciuti da tutti, ma da nessuno apertamente affrontati in un di­ battito. Nel grande crogiuolo di queste lotte, che nel piccolo riflettono il grande del movimento che in questi ultimi vent’anni s’è sviluppato in tutta l’Italia e in Europa, Franco, insieme agli altri compagni, non solo verifica e sperimenta la fondatezza delle idee anarchiche, ma le rafforza, concludendo il suo libro proprio con un’affer­mazione di fiducia nel futuro: «Personalmente» — egli dice — «non mi interessa sapere se un giorno si riuscirà a vivere come noi desideriamo, perché mi preme più di ogni altra cosa lottare per le cose che ritengo più giuste. Per questo, il mio contributo sarà sempre e soltanto per l’anarchia». Ma, se dalla lettura di tutto il libro, emerge questa costante della fiducia in se stesso e della giustezza dell’ideale anarchico, parallelamente si sviluppa una considerazione di grande interesse, particolarmente per tutti quei compagni che in questi due ultimi decenni sono stati impegnati nelle lotte di ogni genere: l’illusione – sostanzialmente egli dice — di volere a tutti i costi essere capiti dalla gente, ci ha condotti a presentarci agli altri, e quindi anche ad agire, come “bravi ragazzi”, evitando per quanto è stato possibile il ricorso alla violenza о l’indirizzarsi verso scelte individuali ed organizzative di altro genere. Ed è proprio dall’alto della sua esperienza, di una serie considerevole di lotte sviluppate e portate avanti all’interno degli sfruttati, che Franco conclude per l’inutilità di questa preoccupazione, fondata sulla necessità assoluta di “farsi capire dalla gente”, e quindi per la legittimità di quelle scelte, operate da tanti altri compagni, che spesso sono state tacciate come scelte “incomprensibili” о che passavano sopra la testa degli sfruttati. Ognuno, egli afferma, deve lottare con i mezzi che crede opportuni, colpendo gli obiettivi e i responsabili dello sfruttamento secondo come riterrà necessario. Conclusione che spazza via, d’un sol colpo, tutte le chiacchiere sulla violenza о sulla nonviolenza, alternativa puramente metafisica, che hanno funestato il movimento anarchico per tantissimo tempo. Di questo libro, la cui lettura è certamente utile e piacevole, si potrebbero dire molte altre cose, noi preferiamo solo sottolineare gli spunti finali, che Franco pone sul tappeto come, più che altro, un soliloquio, un discorso rivolto a se stesso. Spunti che si potranno condividere о meno, affrontando problemi esistenziali che non tutti affrontiamo о consideriamo alla stessa maniera. Ma è anche qui una delle ricchezze del libro: il coraggio di affermare le proprie idee così come sono, senza nascondersi dietro il dito dei luoghi comuni о delle affermazioni che si presume possano risultare gradite al palato degli altri. Insomma, un’avventura per il lettore, uno di quei libri che una volta letti lasciano il segno così come accade quando s’incontra un’amico che non si vedeva da tanto tempo.
Alfredo Maria Bonanno

Note dell’Archivio: ////

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Fabbri Luigi, “La repubblica romana del 1849”

Edito da: Casa Editrice Sociale
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 1949
Pagine: 34
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Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Iniziamo i Quaderni della Sociale con lo studio di Luigi Fabbri sulla Repubblica Romana del 1849 non solo per la sua attualità in occasione del centenario, ma anche per rendere omaggio alla me­moria di un onesto e tenace lottatore che tutta la sua vita dedicò alla causa della giustizia sociale. La prima volta venne pubblicato nel 1925 a puntate nella rivista L’università libera edita dalla Casa Editrice Sociale. Cogliamo l’occasione per ricordare agli amici vecchi e nuovi che quest’anno si compiono quarant’anni da quando nel lon­tano 1909, iniziammo la nostra attività editoriale… In questi Qua­derni è nostra intenzione raccogliere quanto di meglio si è prodotto nel campo della libera cultura e che non sia già stato da altri pub­blicato. Per una efficace formazione di uomini liberi crediamo sia necessario conoscere anche i piccoli testi e le tendenze meno seguite. Per la loro diffusione contiamo sulla solidarietà di tutti gli amici. Di ogni quaderno vengono stampate soltanto mille copie.

Nota dell’Archivio
– La ripresa della casa editrice diretta da Giuseppe Monnanni dopo il secondo conflitto mondiale, fu, stando a quanto riportato da Schirone Franco nel capitolo “La Casa Editrice Sociale. Un esperimento di cultura anarchica (1909-1933)” – ed inserito in “Leda Rafanelli: tra letteratura e anarchia. Atti della giornata di studi “Leda Rafanelli. Una vita anarchica” tenuta a Reggio Emilia il 27 gennaio 2007”, Biblioteca Panizzi Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, 2008 -, difficoltosa per le condizioni in cui si trovava il territorio e il movimento anarchico italiano dopo la guerra. La morte della casa editrice avviene, scrive Schirone, non solo perché l’editore “sarà duramente colpito da problemi di salute e non potrà continuare la sua opera, ma anche perché lo scenario politico e sociale dell’Italia del secondo dopoguerra è radicalmente cambiato rispetto a quello che aveva visto nascere le tante iniziative editoriali di Monanni. Il movimento anarchico italiano è stato perseguitato e quasi annientato in vent’anni di totalitarismo, i suoi migliori militanti rinchiusi nelle carceri, o al confino, o esuli nel mondo, o assassinati nelle piazze d‟Italia (e non solo di questa); il sindacalismo rivoluzionario dell’USI non esiste più; le diverse correnti individualiste sono scomparse ed i migliori hanno fatto scelte diverse; la lotta partigiana ha determinato altre tematiche, altre scelte e nuovi bisogni; la presenza nel movimento operaio è stata, anche volutamente, minima e, nel suo complesso, l’anarchismo non è stato in grado di crescere pur avendo avuto i presupposti nell’immediato dopoguerra, quando, a seguito della lotta partigiana, numerosi giovani si sono avvicinati al movimento facendo ben sperare in una ripresa.”

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Croce Ettore, “Domicilio coatto”

Edito da: Galzerano Editore
Luogo di pubblicazione: Casalvelino Scalo
Anno: Gennaio 2000
Pagine: 282
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Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

I due libri di Ettore Croce, pubblicati per la prima ed unica volta cent’anni fa, riproposti in questo volume, offrono una drammatica e sofferta testimonianza sul domicilio coatto, una misura di polizia illegale ed iniqua, che violava il principio fondamentale della giu­stizia, secondo il quale nessuno può essere punito o sottoposto a restrizioni della propria libertà per semplice sospetto, addirittura senza giudizio. Per impedire la crescita e lo sviluppo del movimento operaio migliaia di giovani, che professavano idee politiche invise alla monarchia, vennero imprigionati o relegati sulle isole. La violenza poliziesca, usata come arma reazionaria, colpì innocenti militanti anarchici, socialisti e repubblicani, che non avevano commesso nessun reato e non erano neanche capaci di commetterne. Al domicilio coatto si veniva assegnati su segnalazione della pubblica sicurezza: alla sca­denza, la pena, arbitraria ed atroce, poteva essere rinnovata all’infinito, senza giudici e senza delitti. Deportati sulle isole, anarchici, socialisti e repubblicani vennero costretti a vivere lontano dalle proprie famiglie in condizioni disumane e di estrema miseria. Tra i condannati anche Croce che, in questo coraggioso reportage, combatte – con verità e rabbia, passione e sdegno – una battaglia di civiltà giuridica contro l’istituto del domicilio coatto, descrivendo le sofferenze, la vita, i «reati» di pensiero e di associazione dei quali erano stati accusati i suoi compagni di pena. All’isola di Lipari, mentre sconta la pena del domicilio coatto, con un nobile e significativo atto di coraggio civile, scrisse questi due libri di denunzia, di protesta e di battaglia, che pubblicò con l’editore anarchico Ugo Lambertini, anch’egli relegato politico. Libri rivelatori, venduti a prezzi popolari, documentarono le infamie e gli arbitrii della repressione umbertina, gli abusi e l’impunità dei sorveglianti, contrapposta alla grande dignità politica, morale e civile dei coatti politici, che mantennero inalterata la loro coeren­za di combattenti e di fronte alla reazione montante non piegarono la schiena. Nel libro si incontrano tanti nomi dimenticati di «compagni» della fine dell’Ottocento, che patirono persecuzioni, carcere, torture e deportazioni per affermare ideali di libertà e di giustizia. La coraggiosa, coinvolgente e appassionante denuncia di Ettore Croce richiamò l’attenzio­ne degli italiani sul problema del domicilio coatto, abolito nel 1900 dal nuovo re che raccolse la corona nel sangue paterno. E’ una pagina dimenticata della storia repressiva del nostro paese, che Croce dedicò all’Ita­lia forcaiola di allora, divenuta un’«immensa reclusione». Storia sociale e politica che merita di essere ricordata e conosciuta dagli immemori e dalle nuove generazioni, soprattutto oggi che si vogliono aprire le porte al rientro dei Savoia, che di questa vicenda furono i principali artefici.
L’editore

Nota dell’Archivio
– Il libro pubblicato dalla Galzerano Editore riunisce i libri “A domicilio coatto. Appunti di un relegato politico”, Lipari, Tip. Pasquale Conti, 1899, e “Nel domicilio coatto. Noterelle di un relegato”, Lipari, Pasquale Conti, 1900.

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Boschi Amedeo, “Ricordi del domicilio coatto”

Edito da: Edizioni Seme Anarchico
Luogo di pubblicazione: Torino
Anno: 1954
Pagine: 63
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Questi « Ricordi del domicilio coatto » giungono molto opportuni perchè vengono ad inquadrarsi nell’ampio pa­norama delle « Memorie » e dei « Ricordi » che hanno ar­ricchito recentemente la letteratura anarchica.
Giuseppe Mariani nelle « Memorie di un ex-terrorista » e « Nel mondo degli ergastoli » ha narrato con assoluta sin­cerità ed ardente passione le vicende della sua vita e del suo doloroso calvario, vicende così strettamente collegate con la storia del nostro movimento. Armando Borghi nei capitoli del volume « Mezzo secolo di anarchia » ha ricostruito in modo suggestivo e completo l’attività degli anarchici negli ultimi cinquant’anni. Ar­mando Borghi è stato in gran parte protagonista degli av­venimenti che descrive ed offre perciò un prezioso mate­riale agli storici che vorranno studiare coscienziosamente i programmi, i propositi, le azioni degli anarchici durante un periodo di così particolare importanza. Anche Amedeo Boschi pone a disposizione degli stu­diosi e degli storici coscienziosi un materiale altrettanto prezioso. I suoi « Ricordi » si ricollegano all’epoca delle fami­gerate leggi eccezionali, dal 1894 al 1899. Sono, quelli, cinque anni tristissimi nella storia poli­tica d’Italia. Amedeo Boschi narrando le sue vicende, narra le vicende comuni a tanti nostri compagni colpiti dalle im­placabili persecuzioni della reazione governativa. Egli scrive nello stile piano e garbato del narratore toscano. Rievoca episodi che non debbono essere dimenticati, quali l’assas­sinio del compagno Argante Salucci, nell’isola di Tremiti, la sera del 1° marzo 1895. Si trovò presente a Lampedusa allorché Errico Malatesta riuscì a fuggire (maggio del 1899).
Il capitolo dedi­cato alla fuga di Malatesta da Lampedusa verrà certamente letto, da tutti i compagni, con interesse eccezionale. Amedeo Boschi scrisse questi suoi « Ricordi » nel 1943, nel tranquillo ritiro di un paesello della provincia di Pisa, Bientina, essendo stato costretto a lasciare il suo paese na­tivo, l’Ardenza, per sfuggire ai bombardamenti.
Li pubblichiamo oggi, mentre il nostro Amedeo ha sor­passato gli ottanta anni di età.
Li pubblichiamo per ren­dere omaggio al compagno che mai si lasciò piegare dalle persecuzioni poliziesche, nè da nessun governo.
Il nostro Amedeo è pieno di fede e di entusiasmo come negli anni giovanili.
E’ esempio a noi tutti — giovani e vecchi — di fer­mezza di carattere e sprona ancora tutti noi a lottare, senza mai stancarci — come egli sempre ha vigorosamente lot­tato — per il trionfo dell’idea

Note dell’Archivio
– Il vero nome era Adolfo Boschi. Qui una piccola biografia.
– Quando Boschi morì, venne pubblicato questo necrologio su Umanità Nova, n. 7, a. XXXVI, 12 Febbraio 1956 (ripreso in parte da L’Adunata dei Refrattari):
Amedeo Boschi non è più
Un telegramma alla redazione. È firmato Boschi Vero. Non siamo il giornale dell’ultima ora telegrafica. I nostri vanno alla vecchia maniera. Il nostro notiziario non perde con qualche ritardo. Il telegramma che arriva sembra quasi portatore di brutte nuove! E questa è una brutta notizia che ci fa battere le tempie mentre scriviamo. Oh, intendiamoci. Non è che si disconosca il famoso “ragionamento” del…tanto mi dà tanto, quindi è tanto. Si sa che Amedeo Boschi non poteva durare ancora molti anni. Si sa che arrivati a certi svolti etc etc. Insomma lo sappiamo; ma non vogliamo sentire quel che sentiamo. Ciascuno sente quello che sente. Boschi Amedeo è un nome che si incide nella storia dell’anarchismo a caratteri indelebili. Era un “dotato”. Non dirò che si nasce anarchici; dirò che si recano dalla natura, nascendo, dei connotati morali e psichici che sfociando in questo o quel settore della vita, marcano una indole, una tempra. Quali profonde ferite si chiusero mai senza una cicatrice? E questo di dovere così sovente scrivere, ripugnanti a silenzio e sollevati; di pena da una pena maggiore; questo di dover dire di un compagno in passato, dopo oltre mezzo secolo di tempo presente, questo è un marchio che si incide nel cuore. Tutti conoscevano il gioviale viso e la schietta azione di Amedeo Boschi. Questo portatore di manette crispine dal lontano ’94. Questo matricolato nelle isole del coatto, scampato alla sparatoria degli sgherri monarchici il giorno che cadde Argante Salucci. Amedeo Boschi proprio perchè così vecchio era uno di quei modelli spirituali che fanno di tutta la vita una adolescenza sola. Al ricordo di questi uomini si danno convegno tutti i ricordi di tutte le tappe del passato e del presente che chiamano a raccolta tutti i giovani di anni e tutti i giovani di ogni età che han fatto della vita intera una sola immersione nell’Ideale. Pietro Gori, di lui coetaneo e di lui amicissimo, potrebbe ancora essere qui a scrivere di lui per noi, così scialbi. Alla famiglia, ai compagni, al figlio Vero, ai compagni dell’Ardenza e di Livorno le nostre condoglianze, e le loro a tutti noi.”

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La Sfida. Giornale di polemica anarchica

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Durata: Ottobre 1914
Luogo: Roma
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 8

Note dell’Archivio
– Pagina 3 si trova alla fine del giornale.
– La risoluzione del giornale è pessima. Provvederemo, in un prossimo futuro, a recuperare una versione migliore del suddetto.
– Come riportato da Bettini, “E’ la prima pubblicazione lanciata dagli “anarchici” interventisti, che, firmandosi collettivamente “Gli anarchici indipendenti d’Italia”, vi pubblicano in prima pagina, una dichiarazione di fede interventista. Collaborarono al foglio, con contributi individuali: Libero Tancredi (dell’anarchismo); Antonio Agresti (Oggi e domani); Attilio Paolinelli (Comunismo e Individualismo. Ideologie metafisiche e realtà anarchiche); Maria Rygier (Per la civiltà contro la barbarie); Torquato Malagola (Alle armi!). Inoltre, a p. 8, sotto il titolo II pensiero di Bakunin, i redattori pubblicarono, in sostegno della propria posizione, brani frammentari, ripresi da Lettres à un français sur la crise actuelle (1870).”
– Riguardo le critiche, si vedano i citati Fedeli, Masini e Cerrito, nonchè l’articolo di Bertoni, “Agli “sfidatori””, pubblicato su “Volontà. Periodico di propaganda anarchica”, a. II, n. 42, del 28 nov. 1914. Citiamo per intero l’articolo di quest’ultimo: “Fra le cose le più odiose del mondo noi mettiamo la confusione volontaria delle idee. Ognuno è libero, ad un dato momento, di riconoscere che le idee professate sino allora hanno cessato dall’essere le sue; le ragioni che lo muovono possono aver nulla di disonorante, rappresentare anzi una generosa illusione; non è certamente disonesto il voler invocare gli antichi principi in favore di mezzi e fini che non sono evidentemente la negazione. Ora, Anarchia vuol incontestabilmente dire negazione dello Stato. Un individuo che invoca l’azione statale, e soprattutto quella militare, scelga tra i vari gruppi politici, parlamentari quello che gli è maggiormente simpatico o ne fondi magari uno nuovo, ma cessi di dirsi anarchico. Così vogliono la logica e l’onestà. È la prima osservazione che crediamo altro di fare a tutti i compilatori della Sfida, che s’intitola giornale di polemica anarchica. Non anarchica, ma anti-anarchica è la loro politica in favore dell’idea nazionale statale, dell’intervento militare statale, polemica fatta, del resto, con l’approvazione di tutti coloro che ci hanno sempre combattuti. Perchè i nemici dell’anarchismo possono oggi esser divisi sulla questione della neutralità, ma tutti indistintamente trionfano su quelli tra i nostri – pochissimi per fortuna – tornati all’ovile statale.
Non solo non ho mai menato vanto, ma nemmeno fatto allusione alle mie relazioni e amicizie personali, spingendo lo scrupolo fino a tacere in una polemica in cui vedevo invocato contro di me uomini che m’avevano ripetutamente scritto per approvarmi. Oggi, faccio uno strappo a questa mia discrezione assoluta, perchè mi preme di stabilire un fatto, che forse servirà ad aprire gli occhi a più d’un compagno dubitante o già passato sull’altra riva.
Finora non si conoscono generalmente che anarchici francofili, per cui se ne potrebbe dedurre che obbediscono non a un comunissimo sentimento sciovinistico, ma a considerazioni d’indole superiore. Ebbene, ho avuto l’occasione di conoscerne uno austricante. Si noti bene che non si tratta d’uno di quei saputelli alla Rocca, che tacciano l’universo intero d’ignoranza, e sarebbero bene imbarazzati a mostrare in che cosa consta la loro scienza…oscura, oh! quanto oscura. No, è un uomo d’una vasta coltura, e quel che più monta, d’un’onestà e d’una buona fede, sulle quali sarebbe ridicolo elevare il minimo sospetto. Confesso candidamente che, mancando del tempo necessario per acquistare una profonda erudizione, in molte circostanze ebbi a rivolgermi a lui, sia direttamente, sia a mezzo d’un comune amico, e sempre n’ebbi risposte particolareggiate, precise e sicure. Spirito oltremodo tollerante, che s’indispettisce soltanto quando crede appunto rilevare in altri una mancanza di tolleranza, ci siamo trovati più d’una volta in disaccordo, pur mantenendo i rapporti più cordiali tra noi. Ebbene, quest’uomo veramente superiore tanto pel disinteresse e per le profonde cognizioni, quanto per la modestia e la nobiltà d’animo più che rare, desidera ardentemente il trionfo di Guglielmone e Cecco Becco. Il suo acume critico pare sia svanito d’un colpo, al punto di compiacersi alla lettura della Neue Freie Presse di Vienna, raccomandandola anche agli amici. È un fenomeno incredibile, ma scrupolosamente vero. Il fatto mi addolora troppo per insistervi di più, m’addolora quanto quello di pochi compagni provati che augurano le maggiori vittorie agli eserciti dello czar. La nostra causa non vuol essere quindi confusa con quella di questo o quel gruppo di Stati; di fronte a tutti non restiamo neutrali ma nemici. E se la nostra guerra non assume ancora un carattere materiale, non è una ragione per cambiare anche la nostra attitudine morale. Fra le ragioni date dai nostri migliori per combattere la guerra prima che scoppiasse c’era appunto quella ch’essa fortificherebbe oltremodo lo Stato, in guisa da rendere assai più difficile l’insurrezione popolare. È certo che il governo italiano dispone oggi di mezzi di repressione ben maggiori di quelli di cui non disponesse nello scorso giugno, senza contare che allora tutti gli elementi di opposizione erano uniti, mentre oggi una parte di questi anela di mettersi al servizio della…patria, rappresentata da Casa Savoia e dai suoi governanti. Un prossimo avvenire, però, può anche riserbarci un rapido mutamento di cose, un nuovo movimento veramente popolare in cui coloro che son corsi ad arruolarsi in Francia avrebbero potuto trovare un ben migliore impiego del loro coraggio e del loro spirito di sacrificio, perchè, non dimentichiamoci mai,
i nemici, gli stranieri,
non sono lungi, ma son qui.
Intanto, continuino pure i governanti a “disonorarci”. Non è con loro, ma contro di loro che vogliamo “farci onore”

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Il Piccone. Numero unico (1892)

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Durata: 13 Novembre 1892
Luogo: Pisa
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4

Nota dell’Archivio
– Come riportato nel libro di Bertolucci Franco, “Anarchismo e lotte sociali a Pisa 1871-1901. Dalla nascita dell’Internazionale alla Camera del Lavoro“, “nel novembre del 1892 i comunisti-anarchici pisani stam­pano un numero unico, «Il Piccone», su cui espongono le idee generali del loro programma che risulta ancorato ad un’analisi della realtà economica e sociale essenzialmente «naturalistica». La critica alla proprietà privata, alle istituzioni politiche e religiose, si limita a dimostrarne il carattere «non naturale», causa del loro inequivocabile e prossimo deperimento e dell’i­nevitabile avvento di una società comunista-anarchica. Sono posizioni che risentono dell’influenza del pensiero di Kropo­tkin, il rivoluzionario russo che in quegli anni ha compiuto l’arduo tentativo di elaborare una teoria scientifica dell’anar­chismo, costruendo l’immagine, successivamente esagerata dai suoi interpreti, di una naturale e inarrestabile tendenza dell’uo­mo verso l’anarchia. Sempre «Il Piccone» porge un saluto a Paolo Schicchi, «l’ardito giovane» che la sera del 3 ottobre, proveniente da Ge­nova, viene intercettato alla stazione di Pisa da una pattuglia di polizia: nasce una sparatoria nella quale lo Schicchi ferisce un agente di pubblica sicurezza, dopo di che tenta di fuggire ma viene raggiunto e arrestato. Paolo Schicchi aveva commes­so un attentato dimostrativo contro il consolato spagnolo a Ge­nova per vendicarsi delle torture subite in carcere a Barcellona; e ancora precedentemente, al congresso di Capolago aveva tenuto una posizione intransigente sostenendo l’azione illegale, individualista, terroristica.” (pagg. 139-40)

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Bertolucci Franco, “Anarchismo e lotte sociali a Pisa 1871-1901. Dalla nascita dell’Internazionale alla Camera del Lavoro”

Edito da: BFS
Luogo di pubblicazione: Pisa
Anno: 1988
Pagine: 224
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Parlando di storia sociale della provincia di Pisa è facile purtroppo constatare che, a parte alcuni contributi usciti solo in quest’ultimo decennio, poco si è fatto nel campo della ricerca storiografica e sociologica. Eppure sull’onda dei fermenti cultu­rali e politici del ’68 l’università è stata al centro di numerose iniziative in questo campo ma gli studi validi e consistenti non hanno poi avuto uno sbocco positivo.
Noi riteniamo che la storia di Pisa e della sua provincia non possa fermarsi ai «fasti» dell’età comunale, cui sembrano inve­ce essersi arrestati istituzioni e molti storici di fama internazio­nale. Gli ultimi cento anni sono stati ricchi di tensioni sociali e novità che hanno attraversato anche la storia di questa città. Ed ecco il motivo della nascita e dell’esistenza della nostra associazione tesa innanzi tutto a raccogliere quella documentazione che, sparsa in biblioteche e archivi, si presentava di difficile accesso allo storico, al militante, al cittadino e a utilizzarla poi quale stimolo per nuove ricerche e pubblicazioni.
Inoltre è nostro interesse contribuire a colmare un vuoto di iniziative che si è avvertito soprattutto alcuni anni or sono quando l’esplosione dei movimenti giovanili scuotendo e rimuovendo alcuni luoghi comuni della stessa storia del socialismo ha posto il problema del recupero di quella memoria che era stata spesso lasciata in disparte o relegata ai circuiti stretti della trasmissione orale dei vecchi militanti del movimento operaio.
Un programma ambizioso, certamente, in particolare se si tiene conto della natura stessa di questo centro formato da per­sone comuni e non da specialisti, privo di qualunque forma di finanziamento al di fuori del lavoro volontario dei soci che vi aderiscono. Primi risultati di questo lavoro sono stati l’apertura della bi­blioteca «F. Serantini», le tesi di laurea elaborate utilizzando le fonti a nostra disposizione, la pubblicazione, nel 1985 della ricerca inedita sul contributo degli anarchici alla resistenza cura­ta da Marco Rossi, ma soprattutto la mostra fotografica-documentaria «Avanti Siam Ribelli» sulla storia dell’anarchi­smo a Pisa dal 1871 al 1926, esposta a palazzo Lanfranchi nel maggio dell’83.
La ricerca che presentiamo è il primo tentativo di sistema­zione organica delle fonti raccolte, un ulteriore contributo al la­voro di recupero e ricostruzione di quella storia con la s minu­scola della realtà sociale di Pisa, in particolare nei suoi aspetti trasgressivi, anticonformisti e libertari. Perché l ’anarchismo? Semplicemente perché è stato, nel periodo considerato, una del­ le principali correnti politiche del movimento operaio locale e perché mancano ricerche serie che sappiano evidenziare le ra­gioni storiche della sua nascita e del suo sviluppo senza cadere nelle interpretazioni stereotipate di certa storiografia ufficiale.
La nostra concezione della storia si basa, infatti, sul presup­posto che essa sia un continuo processo di interazione tra lo storico ed i fatti storici, un dialogo senza fine tra il presente ed il passato (i fatti e la loro interpretazione). Siamo convinti, inol­tre, che la storia del socialismo nelle sue varie correnti (antiau­toritaria e autoritaria) debba uscire dal campo della sacralità e della retorica per approdare alle problematiche della storia sociale in quanto il movimento socialista nel suo insieme non può essere considerato una categoria a sé stante dall’evoluzione del­ la società contemporanea ma è in essa che è nata la sua azione ed in essa è il suo divenire. Dunque un continuo intrecciarsi della specificità del patrimonio di idee, del progetto di trasfor­mazione di una società ineguale ed autoritaria in una egualita­ria ed antiautoritaria con le lotte, le aspirazioni e gli umori, in poche parole la quotidianità delle classi subalterne.
Circolo Culturale Biblioteca «Franco Serantini»
Marzo 1988

Note dell’Archivio: ///

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Peyrani Tullio, “Il vecchio e il nuovo testamento”

Edito da: La Rivolta
Luogo di pubblicazione: Roma
Anno: [1946]
Pagine: 32
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: ///

Note dell’Archivio
– Opuscolo fotografato
– Con ogni probabilità questo testo di Peyrani è un estratto del libro “Verità ed ignoranza”, edito dalla Societa editrice lombarda nel 1898. Per eventuali chiarimenti e fugare i nostri dubbi, inviateci una mail al nostro indirizzo: bla_lemaquis@subvertising.org

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