Aroldi Cesare Enrico, “L’essenza dell’anarchismo”

Edito da: Ipazia
Luogo di pubblicazione: Ragusa
Anno: 1979
Pagine: 101
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Nel concetto comune, accettato dai più senza controllo, come moneta corrente, si suol designare col nome di anarchico colui il quale, professandosi nemico dell’attuale ordinamento economico-politico, vagheggia e, per quanto può tende con altri al fine rivoluzionario di rovesciarlo mediante la violenza, aspirando come ideale ultimo, come programma massimo, per dir così, della sua azione rivoluzionaria, ad una società nuova fondata sulla perfetta uguaglianza di tutti i suoi componenti, e quel ch’è più caratteristico, una società senza Governo, senza Stato, senza leggi, senza tribunali, senza nessuna di quelle istituzioni ufficialmente riconosciute (quali, ad esempio, la Proprietà, il Matrimonio, l’Esercito, ecc.), che, sotto forme diverse, si sono sempre mantenute presso tutti i popoli, in tutti gli ordinamenti e in tutti i tempi. Si è sempre fatta – e si fa tuttora da molti – una grande confusione fra socialisti e anarchici, fra la dottrina e l’ideale di questi ultimi e il collettivismo. Fa d’uopo invece riconoscere che, contro tutte le apparenze, c’è fra gli uni e gli altri, fra le teorie socialiste e le anarchiche, una notevolissima, per non dire anzi essenziale e insanabile divergenza. E la verità è che così sul terreno dottrinario come sul terreno pratico della propaganda e del programma, i capi riconosciuti delle due dottrine hanno sempre impegnato fierissime polemiche, e, sull’arena tumultuosa dei comizi, i socialisti e gli anarchici si schierano generalmente in due colonne avversarie e nemiche. Nè potrebbe essere altrimenti. Il socialista di qualunque tendenza combatte anzitutto e soprattutto quello ch’egli chiama l’ordinamento borghese (intendi il regime capitalistico della proprietà e della distribuzione delle ricchezze); egli mira, nell’interesse del proletariato, alla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, al collettivismo, e crede che ad esso – indipendentemente dall’azione dei partiti – sia incamminata, per fatalità di leggi economiche, la società attuale. Ridotta alla sua più semplice espressione, la dottrina socialista non è che lo sforzo cosciente col quale una classe d’uomini (il Proletariato) si studia, nel suo diretto interesse (che in ultima analisi coincide e s’identifica con l’interesse di tutta la collettività), di affrettare l’avvento di una nuova fase economica, di un nuovo evo storico, i cui germi sono già sviluppati nel seno della attuale fase economica nella compagine dell’attuale evo storico. La fatalità del collettivismo! Ecco infatti il motivo che ricorre sovente nella letteratura socialista. Coloro che accettano i postulati di C. Marx sanno benissimo che il Collettivismo non può rappresentare l’ultima, definitiva fase della storia umana… Nel concetto marxista il Collettivismo rappresenta nè più più nè meno che la sintesi con la quale le forze motrici dell’odierno regime borghese risolveranno le contraddizioni, le antinomie del regime borghese. Il Socialismo sarà, in altre parole, il figlio del Capitalismo, e uscirà per processo naturale dalle sue viscere, nella stessa guisa che quest’ultimo è uscito dalle viscere della società feudale. (Il Feudalismo sarebbe il nonno del Socialismo!) È logico che, date queste premesse, il socialista non possa concepire la sua futura Utopia che traverso i punti di vista (un kantiano direbbe traverso le categorie) della società borghese: il Governo, lo Stato, la Famiglia, la Proprietà, il Diritto Punitivo, ecc., ecc. Non passa neppure per la mente al socialista la possibilità di far tabula rasa di queste istituzioni che hanno in ogni tempo e presso ogni popolo, quantunque sotto diverse forme, contrassegnato la convivenza sociale degli uomini. Egli dirà che vuole abolita la proprietà capitalistica, ma per far posto alla proprietà statale; vuole abolito il Governo borghese, ma per far posto al Governo socialista. Possiamo, in altre parole, immaginare il regime collettivista come un vasto ordinamento borghese senza borghesia (intendi senza borghesia padrona o dominante). Insomma: il socialista non è necessariamente un nemico delle Istituzioni; è, tutt’al più un avversario delle istituzioni borghesi. Ma per l’anarchico è tutt’altra cosa!
Prima di tutto egli non fa bersaglio de’ suoi strali la società borghese, ma tutte le forme di società aventi la loro ragion d’essere nel PRINCIPIO AUTORITARIO… È come dire che quand’anche domani si dovessero distruggere gli attuali rapporti di proprietà e di scambio, egli, in quanto professa i principi dell’Anarchia, dovrebbe combattere con non diminuito ardore la società collettivista inaugurata dalla Rivoluzione. Il perchè è presto detto: Il Collettivismo lascia intatta l’essenza dell’antico regime: il principio di autorità; il Collettivismo riconosce e consacra, siccome legittima, la dipendenza dell’individuo nei suoi rapporti con la collettività, e rinnova a quest’ultima il mandato di controllare la condotta. Noi abbiamo visto che il socialista non potrebbe, quando pure lo volesse, immaginare il futuro collettivismo meta delle sue aspirazioni, se non traverso i punti di vista della società attuale. Per l’anarchico il caso è perfettamente l’opposto. Egli non sa che farsene delle cosiddette leggi di Evoluzione e di Continuità storica, che tiene in conto di imparaticci e di retorica borghese. L’anarchico salta a piè pari l’alta siepe delle categorie sociali, da cui è invece limitato l’orizzonte intellettuale e teorico del socialista, e salta questa siepe col negarle a priori, col rigettarle lungi da sè come un inutile ciarpame.
La sua, insomma, è una logica diversa da quella del socialista. Egli non ha nè la sua scienza, nè i suoi scrupoli, ed è soprattutto un dichiarato nemico delle riserve con le quali il seguace di Marx concepisce la Rivoluzione. Nel corso delle pagine che seguiranno, noi ci studieremo di esporre e riassumere nel modo più obiettivo la dottrina anarchica. Benchè ancora molti guardino ad essa e a’ suoi seguaci come ad uno spauracchio, come al babau, è fuor di dubbio che essa trovò una larga adesione fra pensatori di alto intelletto e che forma ancora oggi il conforto e la fede di molti uomini, i quali non sono poi tutti dei pazzi o dei delinquenti. Filosoficamente considerate, le dottrine anarchiche potranno fornire materia di disputa, ma nessuno ha il diritto di condannarle a priori come immorali o criminose. Studiarle nella loro genuina espressione è, direi quasi, doveroso per ogni persona colta, per chiunque sdegni di approvare o combattere un indirizzo di idee senza bene conoscerle. Ma, come dissi nella Prefazione, io non intendo assolutamente di far opera apologetica o polemica: non scrivo pro nè contro le idee degli anarchici. Io mi propongo semplicemente di esporle, studiandomi, per quanto mi riuscirà, di prescindere da quelle che possono essere, in proposito, le mie personali convinzioni.

Nota dell’Archivio

– Questo testo fu pubblicato da Sonzogno negli anni 1909, 1910 e 1927. Successivamente, vennero scorporate due parti di questo testo e pubblicate da La Fiaccola come opuscoli: “La negazione della proprietà e della società borghese in Pierre J. Proudhon e Pietro Kropotkin” (1970) e “La negazione di Dio e dello Stato in Max Stirner e Michele Bakunin”(1966).

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Zo D’Axa, “Da Mazas a Gerusalemme”

Edito da: Gratis
Luogo di pubblicazione: ///
Anno: 2007
Pagine: 112
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Pubblicato in Francia nel 1895, può essere letto come la testimonianza di un’epoca o anche come un breve romanzo autobiografico. L’autore è Zo d’Axa, straordinario eretico del movimento anarchico nonché fondatore del settimanale L’Endehors, dalle cui pagine si celebrò l’indissolubile legame di sangue che unisce il sogno all’azione. La sua attività lo portò ad essere accusato di far parte di una “associazione di malfattori”, nell’ambito di un procedimento giudiziario diretto a reprimere un movimento dalle cui fila uscivano in quel «fosco fin del secolo morente» molti tirannicidi e amanti della chimica esplosiva. Zo d’Axa racconta con tono beffardo e irriverente le sue peripezie cominciate a partire dall’arresto e proseguite, una volta libero, quando sarà costretto a prendere la via dell’esilio e a vagabondare per mezza Europa fino in Medio Oriente: due anni di vita trascorsi senza risparmiarsi, fra fughe rocambolesche, sedizioni, detenzioni. Lungo questo percorso, l’argonauta Zo d’Axa ci fa scoprire che la gioia più intensa consiste proprio nel vivere le avventure di un viaggio e non nel raggiungimento del Vello d’Oro: una persuasione che lo spinse sempre a cantare il piacere della rivolta e a deridere i pastori di ogni lieta novella di redenzione.

Note dell’Archivio
– Traduzione del libro “De Mazas à Jérusalemme, tratto dall’Endhors, Champ Libre, Parigi, 1974
– All’inizio del libro vi è l’articolo d Charles Jacquiere, “Zo D’Axa, scrittore di pamphlet e giornalista libertario”, pubblicato su Rivista Storica dell’Anarchismo, a. 3, n. 2, Luglio-Dicembre 1996, BFS, Pisa

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Tarchetti Igino Ugo, “Una nobile follia. Drammi della vita militare”

Edito da: E. Treves & C.
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 1869
Pagine: 157 (Primo Volume); 155 (Secondo Volume)
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
“Una Nobile Follia” è la storia di Vincenzo D., orfano artista e soldato contro la sua volontà, strappato alla vita e all’amore dall’esercito per andare a combattere una battaglia non sua. L’orrore della guerra, la violenza dell’uomo sull’uomo e la crudeltà di un sistema che obbliga ad uccidere contro ogni convincimento morale del singolo porteranno il protagonista a una trasfigurazione totale e a un catartico sacrificio finale. Pietra miliare dell’anitimilitarismo e della disobbedienza civile, questo libro è ancora oggi di una forza indicibile, non solo per il crudo realismo delle scene di battaglia, ma anche per la lucida analisi e l’argomentato elogio della diserzione.

Note dell’Archivio: ////

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Abel Paz, “Buenaventura Durruti. Cronaca della vita”

Edito da: Bepress
Luogo di pubblicazione: Lecce
Anno: 2015
Pagine: 246
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Avventurosa e drammatica, quella di Buenaventura Durruti è la vita senza compromessi di un irriducibile rivoluzionario. Anarcosindacalista, svaligiatore di banche, agitatore politico, indomabile vendicatore del proletariato, ricercato dalla polizia di mezzo mondo e celebre capo della colonna che porta il suo nome, ha condotto la più implacabile guerra contro il capitalismo e le sue ingiustizie. Con una cronaca appassionante Abel Paz ha saputo ricostruirne la vita, tratteggiando un paesaggio umano fatto di politici corrotti, poliziotti asserviti al potere e pronti a usare la mano forte contro i dissidenti, sindacalisti impegnati a garantire il potere borghese e operai in rivolta. Al centro di questi intrigati fatti, la fuga tra Europa e America di Durruti che, tra una rapina e un’evasione, si incontra con i grandi rivoluzionari del suo tempo. Poi gli anni ’30, l’antifascismo, la guerra civile spagnola e la creazione del Comitato centrale di Milizie antifasciste della Catalogna. E ancora il luglio 1936, quando a capo di 10000 anarchici, chiamati poi Colonna Durruti, ottiene numerose vittorie contro i franchisti sul fronte Aragonese. Fino all’ultimo spostamento verso la capitale Madrid, dove cadrà il 20 novembre. Abel Paz attraverso la biografia di un personaggio unico, ha raccontato le vicende di un’epoca.

Note dell’Archivio
– Traduzione del libro “Durruti: el proletariado en armas”, 1978. La prima edizione di questo libro, “Durruti, le peuple en armes”, venne pubblicata nel 1972 in Francia a causa della dittatura franchista in Spagna.
– Nell’edizione del 1996, dal titolo “Abel Paz Durruti en la Revolución española”, Abel Paz ampliò con note e capitoli la biografia di Durruti. Questa versione, in italiano, venne pubblicata nel 2010 in coedizione da BFS, ZIC e La Fiaccola.

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Plutarco, “I dispiaceri della carne”

Edito da: Stampa Alternativa
Luogo di pubblicazione: Roma
Anno: Settembre 1995
Pagine: 32
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
“Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercè: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri” (Milan Kundera, da L’insostenibile leggerezza dell’essere)
Dall’antichità Plutarco ci fa giungere le sue riflessioni su questo “fallimento”, individuandone le ragioni in un’alimentazione contro natura, basata sul consumo di carni.

Note dell’Archivio: ///

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Guantanamo italiane. Dalle sezioni speciali per arabo-islamici

Edito da: OLGa
Luogo di pubblicazione: ///
Anno: Novembre 2014
Pagine: 40
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Nell’ottobre del 2009 ricevemmo una lettera collettiva da parte di alcuni prigionieri della sezione speciale di Alta Sicurezza di Asti che si concludeva con un’esortazione a seguire da vicino il loro processo iniziato nell’aprile dello stesso anno presso il tribunale di Milano. Anche allora non ci sorprese l’assurdità del castello accusatorio sostenuto da alcuni dirigenti dei Ros, della Digos e della polizia italiana e tunisina, tutti uniti con magistratura varia, pm e giudici, nel rievocare lo spettro del terrorismo internazionale di matrice islamica in Italia. Al di là delle accuse mosse, seguire le udienze ci ha permesso di toccare quasi con mano la durezza delle condizioni applicate ai prigionieri arabi, a partire dal tratta- mento carcerario ma anche nelle traduzioni per e dal tribunale oppure durante le udienze e anche con le intimidazioni verso i pochi parenti ed amici solidali a cui di fatto venne impedito di seguire il processo dall’inizio. Ad oggi sono ormai trascorsi oltre quattro anni dall’avvio della sezione speciale nel carcere di Rossano Calabro (Cosenza) la cui funzione è stata immediatamente chiara: rinchiudere, isolare, colpire combattenti – soprattutto arabi – considerati dagli stati NATO, Italia compresa, “nemici dell’occidente” e così collocati nelle famigerate black list come “terroristi” e ridotti a “fanatici islamici”. Ci si trova dunque di fronte ad una condizione carceraria che è espressione della guerra condotta dalla NATO in Afghanistan, Somalia, Libia, Libano, Siria… per citarne solo alcune. La sezione di Rossano non è il primo bunker predisposto in Italia per colpire direttamente immigrati arabi considerati “terroristi” o “fiancheggiatori”; fa seguito infatti ad altre piccole sezioni di isolamento installate, a partire dall’11 settembre 2001, nelle carceri di Opera, Parma, Rebibbia… alle quali, nel tempo, si sono aggiunte vere e proprie sezioni speciali costruite nelle carceri di Macomer (Nuoro), Benevento ed Asti. Sezioni che hanno completamente succhiato il veleno distillato e sedimentato da 40 anni di regimi carcerari fondati sul trattamento differenziato, diretto a colpire con il sistema del premio-ricatto, sempre più vigliacco, l’identità, il “chi sei” di chi finisce in carcere, prima ancora della condanna assegnatagli. Un’intera esperienza trasmessa, ormai da 30 anni, nelle sezioni dove impera il 41 bis e sono rinchiuse circa 700 persone (fra le quali divers* compagn*) come Spoleto,Terni, Roma-Rebibbia, L’Aquila, Ascoli Piceno, Tolmezzo (Udine), Parma, Opera (Milano), Novara, Cuneo…, e che viene estesa e applicata, magari con altri nomi, come ad esempio il 14 bis, a diversi altri circuiti speciali e non, in particolare a chi si ribella a questa condizione. Sul trattamento riservato a coloro che sono stati trasferiti in queste sezioni, la fonte principale sono state le lettere dei prigionieri. La corrispondenza, in parte ristampata in questo opuscolo, è stata intessuta negli anni, in mezzo a ostacoli ben immaginabili. è stato spesso necessario, e lo è tutt’ora, scriversi con raccomandata a/r affinché la posta potesse avere qualche speranza di giungere a destinazione senza essere sistematicamente cestinata o comunque bloccata anche attraverso il “visto di censura”, applicato arbitrariamente ai prigionieri oppure trattenendo la posta ed inviandola al magistrato di sorveglianza per ulteriori controlli ed indagini, tutto al solo fine ostacolare e impedire qualsiasi espressione di solidarietà.
Vogliamo precisare che abbiamo comunque cercato di tenere in piedi un rapporto con i prigionieri arabi processati nei tribunali e rinchiusi nelle sezioni speciali delle carceri d’Italia poiché da questa realtà veniva e viene confermato non solo il ruolo dello stato italiano nelle guerre imperialiste ma anche dei suoi apparati: in particolare, il sistema carcerario attraverso procure, tribunali, sfruttamento-aggressione dell’immigrazione, fino all’impiego dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE). Il processo ha ad esempio portato allo scoperto come la criminalizzazione di gruppi come Ennahda, a prescindere dal giudizio che se ne possa dare, fosse parte integrante degli accordi bilaterali fra l’Italia e la Tunisia di Ben Alì ma anche in sintonia e continuità con la legislazione speciale statunitense post 11 settembre 2001, più che recepita dall’Italia, che ha legittimato la tortura nei campi di Guantanamo e Abu Ghraib. In questa ricerca è stata un punto fermo l’esortazione proveniente da dentro a seguire da vicino processi, storie di bisogni, preoccupazioni di vario tipo, individuali e di gruppo. Così, nel coltivare questo complesso rapporto siamo arrivati a capire e sentire che la resistenza opposta dai prigionieri di guerra arabi, chiusi nelle sezioni speciali in Italia, è intima parte della lotta contro il profitto, contro il dominio sui territori, sulle materie prime (petrolio, nichel, cobalto, oro, banane, soia…), contro la schiavizzazione incessante della forza-lavoro di miliardi di persone dell’ “Oriente e del Sud”. E’ parte della lotta che appartiene a chiunque in tutto il mondo, comprese/i noi in Italia, e che può agire contro ogni genere di sfruttamento e devastazione. Con il passare del tempo e delle esperienze abbiamo imparato che senza socializzazione delle conoscenze è impossibile costruire lotte capaci di dare forza alla lotta in cui ci impegniamo, è impossibile uscire dalla gretta genericità del piccolo gruppo, così come abbiamo imparato a diffidare dalle ragioni “umanitarie” addotte dallo stato per giustificare le guerre condotte fuori e dentro le proprie frontiere e spacciate, a seconda della circostanza, come “lotta al terrorismo”, “lotta alla mafia”, “lotta all’immigrazione clandestina”… Così come abbiamo imparato a diffidare dalle semplificazioni giuridiche e questurine dei complessi eventi storici, sociali e politici volte alla criminalizzazione di porzioni sociali irriducibili alle compatibilità capitalistiche. Su questo occorre formarsi, nella teoria e nella prassi, un punto di vista indipendente.
Per rafforzare la lotta generale che tutte/i dobbiamo affrontare anche qui in Italia contro carceri e tribunali, socializziamo la raccolta della corrispondenza accennata, cominciando col segnalare l’opuscolo dedicato al combattente palestinese Khaled Hussein morto-ucciso il 22 giugno 2009 nella sezione speciale del carcere di Benevento e pubblicato all’indirizzo www.autprol.org/olga.
OLGa – Milano, novembre 2014

Nota dell’Archivio: ///

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Sull’operazione Outlaw contro i le compagni-e del centro di documentazione Fuoriluogo di Bologna

Edito da: Delinquenti Senza Associazione
Luogo di pubblicazione: Bologna
Anno: 2013
Pagine: 91
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Il materiale che segue è una raccolta di scritti, volantini, comunicati e articoli di giornale relativi all’operazione repressiva “Outlaw”, uno dei soliti nomi enfatici e sciocchi affibbiati ai casi per dar loro una risonanza mediatica. Si tratta di una operazione investigativa iniziata nel 2006, ma che si è esplicitata con le perquisizioni, gli arresti e i provvedimenti del 6 aprile 2011 contro compagni e compagne anarchici che facevano (o fanno ancora) riferimento alla città di Bologna I particolari riguardami arresti, chiusura dello Spazio di Documentazione Fuoriluogo, andamento dell’iter giudiziario sono riportati nella raccolta che segue. L’occasione per dare articolazione al materiale prodotto in questi due ami è data dall’inizio, il 15 marzo 2013, del primo grado di giudizio per 21 imputati e imputate che verranno processati per associazione a delinquere aggravata dalla finalità eversiva, ma senza reati cosiddetti scopo. Ovvero, non viene formulata l’accusa per nessun fatto specifico. L’obiettivo era arrivare al reato associativo. Anni di intercettazioni e pedinamenti sono serviti solo, vista l’assoluta inconsistenza del “materiale probatorio”, per riempire pagine su pagine che, con la loro mera quantità, auto-convalidassero l’ipotesi di partenza. La pretestuosa suddivisione in capi, sottocapi, esecutori e amministratori di casse di denaro ne ha fornito l’indispensabile supporto. Il motivo per cui si è deciso di continuare a dare rilievo a quanto sta accadendo a Bologna è legato alla necessaria solidarietà e vicinanza a compagni e compagne perseguiti penalmente per le loro lotte. Pare ovvio che non debbano restare soli e che il calore di chi si batte per ribaltare il sistema di sfruttamento, di miseria materiale e di vita nella sua espressione più generale è, per chi si trova nei guai, di sostanziale importanza. Insieme a questo, ribadire e verificare come “lavorano” i guardiani del potere può essere utile a tutti coloro che intendono non demordere. Quello che è stato utilizzato contro i compagni e le compagne del Fuoriluogo è uno schema il cui copione abbiamo visto ripetersi a fotocopia in diverse città e che non è affatto detto non possa essere allargato ad altri casi e situazioni. Chiudere uno spazio non occupato come era il Fuoriluogo non è stata un’operazione usuale e può rappresentare un brutto precedente. Le operazioni repressive contro anarchici si sono susseguite senza interruzione in questi ultimi anni, come d’altronde anche in un passato meno prossimo. Per il potere è sempre meglio colpire preventivamente o comunque tenere sotto controllo chi potrebbe diventare maggiormente dirompente al momento in cui le tensioni che covano, più 0 meno silenti, dovessero esplodere. Le “punizioni” giudiziarie inflitte a qualcuno, con l’obiettivo di far rientrare nei ranghi, o semplicemente di eliminare chi non si adegua alle regole del vivere sociale, servono da monito anche per altri. Del resto nell’ultima Relazione dei servizi lo dice apertamente precisando i motivi per i quali occorre continuare a colpire quella che viene definita “l’eversione anarco-insurrezionalista”. Non è stupefacente quindi che operazioni repressive fondate su nulle basi possano comunque tenere in prigione compagni e compagne per mesi o ami, e che le procure, alcune con particolare deferenza, si prestino ad appiattirsi sulle indagini di polizia riportandole, con un semplice clic da un copia e incolla, nei loro atti giudiziari. Affrontare ancora la questione della repressione a Bologna serve per riparlare delle lotte per le quali i compagni e le compagne sono stati colpiti. Nelle occasioni legate alle tappe giudiziarie, le iniziative non sono state fatte davanti al tribunale ma nelle piazze e sotto le mura dei luoghi di reclusione per ribadire, con la presenza fisica nelle strade, i motivi della nostra rabbia. Le pratiche per le quali siamo sotto “giudizio” sono siate rivendicate attraverso molte iniziati ve selvagge fatte soprattutto nei momenti che hanno seguito gli arresti, perdendo un po’ del loro mordente nel tempo. La dispersione provocata da quei mezzi subdoli come i fogli di via, gli avvisi orali e le sorveglianze speciali, attraverso i quali una parte considerevole di noi è stata colpita, ha avuto le sue conseguenze. Ma ovviamente va considerata anche una salutare voglia di ripensare e rivalutare obiettivi e metodi che non possono essere riproposti sempre in modo automatica.

Note dell’Archivio: ///


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Dalla Costa Mariarosa, Potere femminile e sovversione sociale con “Il posto della donna” di Selma James

Edito da: Marsilio Editori
Luogo di pubblicazione: Venezia
Anno: Febbraio 1977
Pagine: 116
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Sfruttata in casa anche quando non è sfruttata fuori la donna produce per il capitale: nella famiglia quotidianamente produce la forza-lavoro. Contro questo assoggettamento che vuole sia lei che lui niente altro che operaie e operai Lotta Femminista apre la prospettiva per una azione rivoluzionaria delle donne, un taglio netto a un passato di ricatto e di pacificazione. “La pace fredda contro le donne non sembra conoscere disgelo a meno del fuoco della nostra lotta”.

 

Note dell’Archivio
-La quarta edizione è riveduta e corretta rispetto alle tre edizioni precedenti (Marzo 1972, Dicembre 1972, Giugno 1974)
-Il testo di Selma James, “Il posto della donna”, è la traduzione di “A woman’s place“, pubblicato sul quindicinnale “Correspondence”, Febbraio 1953. Come scritto nel documento, Selma James usò gli pseudonimi di Marie Brant e Ellen Santori per evitare la repressione maccartista.
-Nel libro vi è anche il testo “Maternità e aborto. Documento del Movimento di Lotta Femminile (Lotta Femminista) di Padova”, Giugno 1971

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Barroero Guido, “Ret Marut. B. Traven. Dalla rivoluzione tedesca al Messico in fiamme”

Edito da: Annexia Edizioni
Luogo di pubblicazione: Genova
Anno: Febbraio 2006
Pagine: 111
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
В. Traven, caleidoscopico personaggio che cambiò diverse volte identità, attraversò esperienze drammatiche ed episodi salienti della storia del comunismo tedesco.La repressione della repubblica democratica bavarese (1918-19) lo trovava a condividere la sorte di molli rivoluzionari come Ernst Toller, Erich Musham, arrestato e per una circostanza fortunata, fuggiasco. Attraversò l’oceano, assumendo l’ennesima falsa identità. Nella sua vita fu Berick Traven Torsvan, Otto Feige (o Faige), Richard Maurhut, Rei Marni, Hai Croves, e persino Esperanza Lopez Mateos о Jack London… Da regista e attore a militante politico, fondatore di una casa editrice e di una rivista (entrambe chiamate «Der Ziegelbrenner») e sempre scrittore, sia di articoli che di romanzi, di cui uno celebre anche per il film che ne fu tratto: Il Tesoro della Sierra Madre. In appendice le recensioni dei romanzi e dei racconti di Traven tradotti in italiano.

Nota dell’Archivio: ///

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Moroni Primo, “Tra postfordismo e nuova destra sociale”

Edito da: Shake edizioni
Luogo di pubblicazione: Roma
Anno: 1993
Pagine: 39
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
I materiali, i riferimenti e le riflessioni contenuti in questo articolo sono soprattutto una sollecitazione a seguire percorsi di lettura, itinerari bibliografici e a dotarsi di “strumenti di lavoro” adatti a consentire la conoscenza delle profonde trasformazioni in atto in una parte consistente della società italiana e di converso del suo porsi nell’Europa delle grandi strategie economiche. Nell’intenzione, quindi, materiali problematici e sicuramente non esaustivi così come sono legati a ricerche sul campo e a letture d’appoggio. In definitiva queste note vogliono essere una sollecitazione a tornare a “fare inchiesta e ricerca” partendo dai propri ambiti di lavoro e utilizzando Marx & co. come una “cassetta degli attrezzi” con la quale scardinare i sistemi di falsificazione dell’avversario di sempre. Il lettore troverà quindi in queste note possibili “ripetizioni” e percorsi apparentemente contraddittori (specialmente nelle parti finali), ma, appunto, l’intenzione è quella di produrre materiali relativi a ricerche e percorsi tutt’ora in corso e tutt’altro che conclusi.

Nota dell’Archivio
– Il saggio venne pubblicato su Decoder, n. 8, Primo Semestre 1993. Successivamente, fu ampliato e pubblicato in “Vis àVis, Quaderni per l’autonomia di classe”, Bologna, n. 1, autunno 1993

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