Toninello Alberto, “Sindacalismo rivoluzionario, anarco-sindacalismo, anarchismo. Marxismo e anarchismo a confronto sul terreno dei fatti”

Edito da La Rivolta, Ragusa, Maggio 1978, 85 p.

Punto di partenza e filo conduttore di questo lavoro era l’analisi dei rapporti tra marxismo e anarchismo così come si sono confi­gurati sin dalle origini del movimento operaio e si sono svilup­pati lungo l’intero arco della storia. Rispetto a questo problema abbiamo ritenuto che il sindacalismo rivoluzionario presentasse particolari motivi di interesse, come fenomeno che si colloca a metà strada tra marxismo ed anarchismo. A partire dagli anni ’60, le lotte studentesche e operaie hanno riproposto questo incontro che ha portato, nel campo marxista, ad un rifiuto definitivo dello stalinismo e ad un ripensamento sullo stesso leninismo con la proposta di un Marx libertario. Molti hanno voluto vedere in questo un superamento dell’anarchismo tradizionale verso una nuova teoria « marxista libertaria ». Nei confronti di questa posi­zione noi abbiamo voluto rivalutare l’anarchismo. Un anarchismo, naturalmente, che abbiamo preteso « reinterpretare » rispetto all’esperienza pratica contemporanea, cui i problemi trattati in questo lavoro e gli interessi generali ad essi connessi sono strettamente legati, in larga misura nuovo rispetto alla tradizione, anche se recupera gli elementi essenziali dell’anarchismo storico.

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Sacchi Marco, “Il sindacalismo rivoluzionario in Francia, Italia, Spagna e USA”

Autoprodotto, Milano, Gennaio 2012, 75 p.

Premessa
La crescente integrazione delle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio tagliava fuori, in misura diversa da paese a paese, quote più o meno consistenti (per quanto eterogenee) di lavoratori: un esteso comparto dell’artigianato francese minacciato dal procedere dell’industrializzazione, fette consistenti di lavoro dequalificato e marginale, britannico e nordamericano, stuoli di contadini senza terra. Un insieme, come si vede, di frazioni di classe accomunanti dalla perifericità. Il mentore del sindacalismo rivoluzionario fu G. Sorel che aggiunse profondità e spessore al progetto sindacalista, ma intrattenne rapporti sporadici col movimento sindacalista e non vi ebbe mai un’influenza reale, anche perché la sua avversione assoluta per la società borghese lo rendeva insofferente e ostile verso le conquiste e i miglioramenti parziali perseguiti invece dalle organizzazioni operaie. Il sindacalismo rivoluzionario fece leva sulla profonda, radicale insoddisfazione nei confronti dei tratti fondamentali della società borghese, in primo luogo verso la democrazia politica. A essa era imputata il suo inconfessabile conservatorismo, lo pseudo egualitarismo e la narcotizzazione delle masse dovuto all’emergere di una casta professionalizzata di professionisti della politica, cresciuta con il sistema parlamentare e le sue compagini partitiche. Ciò che i sindacalisti rivoluzionari mettevano soprattutto in discussione era la capacità di queste istituzioni a rappresentare i reali bisogni dei lavoratori, alle quali era contrapposta l’azione diretta, cioè il rifiuto di qualsiasi forma di delega e l’impegno individuale nella trasformazione della società. All’artificialità dei rapporti politici, opponevano la naturalità dei rapporti economici, al cittadino il produttore, al partito la classe operaia organizzata nel sindacato. Lungi però dall’adagiarsi o rianimare i sindacati esistenti, i sindacalisti rivoluzionari si dedicarono all’edificazione di organizzazioni operaie alternative a quelle esistenti. L’esautorazione della politica a vantaggio dei rapporti produttivi rendeva, ai loro occhi, superflua l’elaborazione di una linea strategica. A essa era contrapposta la capacità di individuare il momento più propizio all’attuazione dello sciopero generale, bloccando così l’intera attività produttiva fino al collasso definitivo del capitalismo. Poiché il lavoro era considerato l’unico elemento vitale dell’ordinamento sociale e lo Stato borghese non sarebbe stato in grado di fronteggiare una paralisi totale del sistema produttivo, lo sciopero generale s’identificava con la rivoluzione. L’obiettivo primario del movimento era quindi l’abbattimento della società capitalista e la sua sostituzione con la società dei produttori ma erano avversari acerrimi del socialismo della Seconda Internazionale e delle organizzazioni sindacali legalitarie. Il sindacalismo rivoluzionario non vedeva il problema del centralismo della classe: le lotte locali, di azienda o di categoria andavano bene, purché ne fosse tolto il veleno della collaborazione di classe per arrivare al rovesciamento del potere borghese e all’espropriazione dei padroni. Questa visione dello sciopero generale espropriatore riduceva alla fine la conquista della società alla conquista della fabbrica. Le divergenze teoriche tra quello che era definito “marxismo ortodosso” e sindacalismo rivoluzionario era profondo. I teorici del sindacalismo rivoluzionario respingevano l’impianto teorico della Seconda Internazionale che era identificato in Kautskj. Essi (e sotto certi aspetti non avevano torto) lo consideravano l’ideologo di un determinismo storico, che teoricamente portava al fatalismo e nella pratica al riformismo. Quello che gli intellettuali sindacalisti rivoluzionari respingevano, non era tanto il marxismo in sé, quanto contro l’evoluzionismo automatico della socialdemocrazia quella strana miscela di Marx e Darwin, Spencer e degli altri pensatori positivisti, che era spacciato per marxismo. A dire il vero nell’Occidente, la prima generazione di intellettuali che dichiarò di utilizzare l’analisi marxista, in massima era nata attorno al 1890, fusero in maniera naturale Marx con le influenze culturali prevalenti all’epoca. Per molti di loro il marxismo, per quanto teoria nuova e originale, apparteneva alla sfera generale del pensiero progressista, sebbene politicamente più radicale e connesso specificamente al proletariato.

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Lehning Arthur, “L’anarcosindacalismo. Scritti scelti”

Edito da BFS, Pisa, 1994, 96 p.

Premessa di Maurizio Antonioli
Lo scritto che qui riproponiamo è il testo di una conferenza tenuta da Arthur Lehning il 17 novembre 1926 all’ assemblea costitutiva della Gemengd Syndicalistische Vereeniging (As­sociazione sindacalista mista) affiliata al Nederlands Syndicalistisch Vakverbond (NSV). Il NSV era sorto il 24 giugno 1923, quando la minoranza anarcosindacalista contraria all’adesione all’Internazionale dei sindacati rossi e favorevole invece all’AIT berlinese, era uscita dal Nationaal Arbeids Secretariaat (NAS). Il NAS era stata la prima centrale sindacale olandese di ispirazione classista, fondata nel 1893 sotto l’impulso di Chri­stiaan Cornelissen. Il NAS, che nel 1894 contava quasi 16.000 iscritti, funzionava inizialmente da segretariato di tutte le organizzazioni, sia sindacali che politiche, compresi il Socialdemocratische Bond (Lega socialdemocratica) di F. Domela Nieuwenhuis, spostatosi poi su posizioni libertarie e, dal 1894, il Sociaaldemocratische Arbeiders Partij in Nederland (SDAF), costituitosi sul modello della socialdemocrazia tedesca. L’evoluzione del NAS verso posizioni sindacaliste rivoluzionarie affini a quelle della CGT francese provocava il contra­sto con i sindacati socialisti e il SDAF. Dopo il fallimento dei grandi scioperi del 1903, che avevano ridotto il NAS a poche migliaia di iscritti, il dissidio con i socialdemocratici si acuiva. Nel 1906 i sindacati legati al SDAF abbandonavano il NAS e costituivano una nuova centrale, Nederlandsch Verbondan Vakvereenigingen (NVV). All’atto della sua fondazione il NVV sfiorava i 19.000 iscritti, mentre il NAS in grave crisi superava di poco i 3.000. Prima della guerra il NAS, che non raggiungeva le 10.000 unità contro le oltre 80.000 del NVV, era tra i promotori del Congresso sindacalista di Londra, che dava vita, nonostante l’opposizione dei francesi de « la Vie ouvrière» (Monatte e Rosmer in primo luogo) a una effimera internazionale sinda­calista rivoluzionaria. La guerra e la rivoluzione russa ingrossavano le file del NAS, in cui confluivano numerosi elementi della sinistra socia­lista, che già prima del conflitto si erano staccati dal SDAF per dar vita al Socialdemocratische Partij (SDP), futuro partito comunista. Nel 1920, infatti, il NAS superava i 50.000 iscritti, ma continuava a costituire una minoranza dei lavoratori organizzati. Il NVV raggiungeva quasi i 250.000 soci, mentre i sindacati cattolici (NKV) oltrepassavano i 140.000 e quelli protestanti (CNV) i 66.000. L’orientarsi di alcuni gruppi anarchici, come il De Toekomst (Il Futuro), verso il comunismo sovietico e l’entusiasmo susci­tato negli ambienti rivoluzionari dalla rivoluzione russa dava vita, all’ interno del NAS, a due correnti contrapposte: l’una, maggioritaria, favorevole al Profintern; l’altra, minoritaria, contraria. Al congresso di Berlino della fine del 1922, in cui nasceva l’AIT, la delegazione del NAS si opponeva al distacco dall’ Internazionale dei sindacati rossi. Il contrasto tra le due componenti, come già detto, portava nel 1923 alla scissione. Il NAS, già in crisi, scendeva nel 1924 a meno di 14.000 soci, mentre la nuova organizzazione non raggiungeva gli 8.000. E se il NAS, negli anni trenta, aveva una debole ripresa, la NSV subiva una graduale ma inarrestabile emorragia di iscritti. Nel 1940 quest’ultima era ridotta a 1.600 soci circa e il NAS a poco più di 10.000, mentre il NVV superava quota 300.000, oltrepassando di poco quanto riuscivano a totalizzare insieme i sindacati cattolici e protestanti. M. A.

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Note dell’Archivio
-Volume curato da Maurizio Antonioli
-Traduzioni dei titoli Anarchosyndicalisme Gemengd Syndicalistische Vereeniging Secretariaat, James Cookstraat 28a, Amsterdam, 1927; Du Syndicalisme révolutionnaire à l’Anarchosyndicalisme. La naissance de l’Association Internationale des Travailleurs à Berlin.

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Landi Gianpiero, “Armando Borghi. Protagonista e critico del sindacalismo anarchico”

Edito da Edizioni Bruno Alpini, 6 Aprile 2012, 78 p.

Pochi personaggi hanno inciso come Armando Borghi sulla storia – in Italia e non solo – dell’anarchismo e del sindacalismo anarchico, eppure ancora oggi il giudizio sul ruolo da lui esercitato è ben lungi dall’essere unanime. Le sue scelte sono tuttora oggetto di dibattito e la sua figura resta controversa. La vita e la attività politica di Borghi hanno attraversato quasi interamente i primi sette decenni del Novecento, interrompendosi solo con la morte nel 1968, alla vigilia della fiammata rivoluzionario del maggio parigino. Gli studi le ricerche e le interpretazioni su di lui non mancano, resta però la sensazione che ci sia ancora da scavare — perlomeno su alcune fasi della sua vita — e da riflettere. Certamente non ci possiamo accontentare degli scritti autobiografici che ci ha lasciato lo stesso Borghi, a partire dal più noto e più importante di essi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), peraltro molto utile e di lettura godibilissima. Ma neanche possiamo ritenere che le ricerche degli storici che si sono occupati della sua figura, con contributi peraltro di alterno valore e affiancando testi storiografici in senso proprio a interventi di carattere più divulgativo, abbiano portato alla luce tutto quello che c’era nascosto e abbiano pronunciato una parola definitiva sui vari temi sul tappeto. Qualcuno potrebbe pensare che, nel panorama ancora piuttosto carente degli studi sull’anarchismo italiano (nonostante i progressi compiuti soprattutto nell’arco degli ultimi tre decenni), Borghi abbia avuto un trattamento privilegiato da parte sia degli storici di professione che dei militanti libertari. Alla sua figura sono stati dedicati ben due Convegni di studi, il primo a Bologna nel 1978 e il secondo a Castel Bolognese nel 1988. Sono state pubblicate monografie di un certo impegno da parte di Maurizio Antonioli (Armando Borghi e l’Unione Sindacale Italiana) e di Emilio Falco (Armando Borghi e gli anarchici italiani (1900-1922). Vittorio Emiliani gli ha dedicato un profilo nel suo libro Gli anarchici. Giampietro “Nico” Berti lo ha inserito, con un intero capitolo, nella sua monumentale opera su II pensiero anarchico promuovendolo così implicitamente al rango di teorico. Esistono numerosi altri saggi, articoli, interventi, schede in dizionari biografici dedicati specificamente a Borghi. Senza dimenticare che riferimenti più o meno ampi all’attività da lui svolta si trovano in molti lavori sulla storia del movimento operaio e socialista italiano e internazionale. A Castel Bolognese, suo paese natale, esiste fin dal 1973 una Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” che ha contribuito a mantenere vivo l’interesse nei suoi confronti e ha promosso iniziative e ricerche. La Biblioteca conserva tra i propri fondi documentari un “Archivio Armando Borghi”, creato nel 1982 e poi sempre arricchito, allo scopo di salvaguardare dalla dispersione la documentazione che lo riguarda (libri e opuscoli, giornali, manoscritti, lettere, articoli, ritagli, fotografie, registrazioni foniche). L’Archivio ormai da tempo costituisce una raccolta di fonti di primaria importanza per ricerche sul personaggio e sul contesto in cui si è svolta la sua attività politica e sindacale. Merita di essere ricordato che nel centro storico di Castel Bolognese esistono anche una Piazza Armando Borghi e un Giardino Armando Borghi, quest’ultimo con un monumento al centro — ideato e realizzato dallo scultore Angelo Biancini — che riporta la dedica, per la verità anodina e sibillina “Ad Armando Borghi un galantuomo che ha onorato l’Italia”. Si tratta in questo caso di iniziative istituzionali, dovute alla sensibilità e alla volontà di amministratori comunali e privati cittadini, che gli anarchici locali non hanno sollecitato ma hanno accolto con favore. Iniziative che dimostrano, in ogni caso, come la figura di Borghi trovi apprezzamento anche in ambiti molto più vasti, e talvolta idealmente e politicamente distanti, rispetto al mondo libertario. Eppure, anche di fronte a una tale messe di iniziative e di studi, non si può non notare che non esiste a tutt’oggi una completa biografìa scientifica di Borghi, come quella ormai classica di Pier Carlo Masini su Carlo Cafiero o le monografie che ci ha dato più recentemente Giampietro Berti su Francesco Saverio Merlino e su Errico Malatesta n. Questo saggio non pretende certo di essere esaustivo e neanche di dire una parola definitiva sui molti nodi problematici tuttora irrisolti. Più modestamente, esso si propone di ricostruire le concezioni teoriche e fattività politica di Borghi — lungo l’intero arco della sua esistenza — da un’ottica particolare ma in certo modo privilegiata, vale a dire quella del suo rapporto con il movimento operaio e del suo atteggiamento nei confronti del sindacalismo, così come è venuto configurandosi nelle varie fasi della sua esistenza.. Schematizzando notevolmente si può suddividere la biografia politica di Borghi in almeno quattro grandi periodi. Il primo inizia nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e si conclude nel 1907. Sono gli anni della prima formazione e dell’inizio di un’attività politica sempre più incessante e frenetica, che lo mette presto in evidenza e attira su di lui le prime persecuzioni poliziesche, che continueranno negli anni successivi fino a renderlo uno dei “sovversivi” più colpiti dell’Italia giolittiana. Sul piano teorico in quegli anni Borghi, pur sensibile ai temi della propaganda di Malatesta a favore dell’organizzazione, si avvicina piuttosto alle posizioni prevalenti negli ambienti comunisti anarchici antiorganizzatori, mostrandosi critico sia degli individualisti puri (di cui condanna le estremizzazioni amoraliste e borghesi), sia nei confronti di quegli anarchici organizzatori che portavano alle estreme conseguenze il metodo organizzativo, sfociando a suo avviso in forme dogmatiche e autoritarie. Lo attestano in particolare gli articoli pubblicati in qualità di redattore del settimanale “L’Aurora” di Ravenna (1906-1907) e l’opuscolo — di fondamentale importanza per stabilire le posizioni politiche di Borghi in quel periodo — Il nostro e l’altrui individualismo (1907). Per tutta questa fase Borghi manifesta un limitato interesse per il sindacalismo, sia da un punto di vista teorico che pratico, e non partecipa direttamente alla vita delle organizzazioni operaie. Il secondo periodo va dal 1908 all’avvento del fascismo, ed è contrassegnato da un avvicinamento al sindacalismo rivoluzionario e dall’impegno a tempo pieno nelle organizzazioni sindacali. Sul piano storico rappresenta sicuramente la fase più rilevante dell’attività di Borghi, per il ruolo di primo piano da lui esercitato all’interno delle lotte sociali e per la sua influenza nelle dinamiche politiche generali dell’epoca. Per anni Borghi dedica la maggior parte delle proprie energie all’organizzazione operaia, vista come strumento principale, anche se non esclusivo, per creare la coscienza di classe, giungere alla rivoluzione sociale e instaurare il comunismo libertario. In particolare Borghi, pur non essendo presente al Congresso di fondazione a Modena nel novembre 1912, si impegna a favore dell’Unione Sindacale Italiana e ne regge le sorti, in qualità di Segretario generale, per un lungo periodo che va dal settembre 1914 fino al 1921. Per l’USI il periodo che va dalla sua fondazione all’avvento del fascismo rappresenta – fuori di ogni dubbio e senza possibilità di smentita – il più importante della propria storia, e quella fase è indissolubilmente legata alla figura di Armando Borghi. Nessun altro potrebbe realmente pretendere di avere esercitato un ruolo altrettanto importante all’interno dell’USI nel suo primo decennio di vita. E’ un periodo di attività frenetica e di eventi di enorme portata che si succedono con grande velocità. Lo si può suddividere a sua volta in tre sottoperiodi: a) dal 1908 alla settimana rossa; b) la battaglia contro gli interventisti e la Prima guerra mondiale; c) il primo dopoguerra fino al fascismo. Il terzo periodo è quello dell’emigrazione antifascista, prima brevemente in Germania e Francia, e poi definitivamente negli Stati Uniti. L’affermarsi della reazione fascista in Italia costringe Borghi – e la sua compagna Virgilia d’Andrea – a trovare rifugio all’estero. Segue, a distanza di qualche tempo, la messa fuori legge dell’USI. I venti anni circa trascorsi in America si rivelano determinanti per una nuova evoluzione di Borghi, che rivisita criticamente la precedente esperienza sindacalista e se ne allontana definitivamente, per avvicinarsi alle posizioni antiorganizzatrici molto diffuse tra gli anarchici italo- americani, efficacemente espresse in quegli anni dalle colonne del periodico “L’Adunata dei Refrattari”. Sotto un certo profilo questa evoluzione può essere vista come un ritorno alle origini, alla matrice dell’anarchismo antiorganizzatore degli anni di apprendistato politico. Il quarto e ultimo periodo è rappresentato dal secondo dopoguerra, col ritorno di Borghi in Italia e l’assunzione da parte sua, dopo la morte di Errico Malatesta, Luigi Fabbri e Camillo Berneri, di un ruolo di assoluta preminenza all’interno dell’anarchismo italiano. Con l’autorità morale derivante dal suo passato e facendo leva sulle indubbie sue notevoli capacità di oratore, giornalista e scrittore, Borghi esercita un influsso determinante sul movimento anarchico di lingua italiana degli anni che vanno dal 1945 alla sua morte, contribuendo in maniera notevole a farlo evolvere e sviluppare secondo linee congrue con le posizioni teoriche da lui maturate durante l’esilio. Particolarmente rilevante — e ancora oggi molto discussa — è la sua posizione nei confronti dell’USI e dell’attività sindacale in genere da parte degli anarchici, in quegli anni per molti versi decisivi per le sorti successive del movimento libertario. Dopo la fine della II guerra mondiale, Borghi si schiera infatti contro ogni tentativo di ridare vita all’USI, ritenendo l’esperienza sindacalista criticabile dal punto di vista teorico e ormai anacronistica. La idiosincrasia da lui maturata nei confronti del sindacalismo lo spinge a criticare e ad ostacolare addirittura i tentativi di alcuni compagni di creare una corrente sindacale libertaria all’interno della C G IL . Riguardo l’organizzazione anarchica specifica, si batte contro ogni tentativo di dare alla Federazione Anarchica Italiana, costituitasi al Congresso di Carrara del 1945, una struttura organizzativa non puramente formale. Sul piano teorico sostiene posizioni puriste, e insorge contro ogni deviazionismo vero e presunto. Dal 1953 dirige “Umanità Nova”, l’organo settimanale della FAI in cui si identifica all’epoca pressoché tutto l’anarchismo italiano, e lo fa lasciando una forte impronta personale nel giornale e nel movimento. Lascia l’incarico solo nel 1965, pochi anni prima della morte, a seguito del Congresso di Carrara in cui prevale la corrente favorevole a una svolta accentuatamente organizzatrice della FAI, da lui sempre osteggiata. Si tratta per lui di una sconfitta, giunta proprio al termine della sua esistenza, e poco lo consola il fatto di continuare a rappresentare un punto di riferimento ideale per i compagni che, condividendo le sue critiche al nuovo corso, lasciano polemicamente la FAI e fondano i Gruppi di Iniziativa Anarchica (GIÀ). Le concezioni e il comportamento di Borghi nel periodo successivo alla fine della II guerra mondiale hanno suscitato spesso critiche anche aspre in settori del movimento anarchico, e anche dopo la sua scomparsa sono stati oggetto di contrastanti valutazioni. E’ questo sicuramente il periodo più discusso e discutibile della sua pluridecennale attività, intorno al quale fino a tempi relativamente recenti si sono accese vivaci e appassionate polemiche. Se questo è il quadro complessivo, per ora piuttosto schematizzato, dell’evoluzione politica di Borghi — che è bene sottolinearlo, aldilà di ogni oscillazione rimase sempre un anarchico convinto e si mosse sempre all’interno del solco dell’anarchismo, pagando sul piano personale dei prezzi non indifferenti per questa sua ostinata coerenza — problemi non indifferenti sorgono allorché si passa a ricostruire e a mettere a fuoco maggiormente i diversi periodi, e a cercare di interpretare le motivazioni e le conseguenze dei vari passaggi. Ancor più difficoltoso si presenta poi ogni tentativo di interpretazione complessiva del personaggio. A differenza di altre figure di rilievo dell’anarchismo, l’evoluzione di Borghi si è mossa in modi spesso non lineari, ed è comunque difficilmente riconducibile a linee di sviluppo univoche e facilmente individuabili. In alcune delle fasi salienti della vita di Borghi si può assistere a un passaggio talora rapido — e fino a poco tempo prima imprevedibile – da determinate posizioni politiche ad altre anche piuttosto distanti, e non è sempre agevole rendere conto delle reali motivazioni. D’altra parte — come già si è accennato – non è possibile limitarsi ad accettare le versioni fornite dallo stesso Borghi nei propri libri, che restano comunque di utilissima consultazione. Se è vero che gli scritti autobiografici, per quanto importanti, devono sempre essere utilizzati con cautela dallo storico e messi a confronto con altre fonti, questo vale a maggior ragione con Borghi. Non tanto perché sia riscontrabile in lui una più spiccata tendenza alla mistificazione – accusarlo di questo sarebbe del tutto ingiusto – , quanto piuttosto per una certa sua approssimazione e trascuratezza (riscontrabile, ad esempio, nei frequenti errori a proposito delle date) e soprattutto per una sua spiccata tendenza a rileggere il proprio passato come un tutto unitario, nel corso del quale si sarebbero prodotti cambiamenti minimi. Già nel 1930 del resto, presentando una propria raccolta di scritti, egli stesso affermava: “Il lettore confronti le prime colle ultime pagine e […] se vi trova eguaglianza, forse ripetizione, di pensiero la metta nel conto del fatto che io non progredii che in un tempo in mia vita: quando mi occupai di politica la prima volta, adolescente e divenni anarchico”.

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Giovannetti Alibrando, “Il sindacalismo rivoluzionario in Italia”

Edito da Zero in Condotta, USI Milano e Collegamenti Wobbly Genova, Milano, 2004, 224 p.

Una storia dell’USI, scritta da uno dei suoi più attivi militanti, testimone e attore delle vicende più importanti di quel periodo, basata su una puntigliosa ricostruzione delle lotte, delle vittorie e delle sconfitte proletarie negli anni che vanno dalla nascita del sindacalismo d’azione diretta all’affermazione violenta del fascismo, particolarmente utile oggi, non solo per rivendicare una memoria nostra rispetto al pensiero dominante, ma anche come contributo al dibattito che attraversa il sindacalismo di base nel suo complesso. Saggi (di Guido Barroero, Sergio Onesti, Giorgio Sacchetti e Cosimo Scarinzi), foto e riproduzioni d’epoca completano il libro.

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Nota dell’Archivio
-Il libro è stato curato da Marco Genzone e Franco Schirone. La scheda bio-bibliografica da Guido Barroero

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Meschi Alberto, “Dove va la Confederazione Generale del Lavoro?”

Edito/Ciclostilato da Luigi Assandri, Torino, 1976, 32 p.

Per comprendere nel suo giusto valore questo interessante opuscolo di Alberto Meschi è necessario fare attenzione alle date segnate dall’autore in calce agli scritti. Il saggio principale – che porta la data del Primo Maggio 1947 – fu preparato dal Meschi alla vigilia del Congresso confederale di Firenze (che ebbe luogo nel Giugno dello stesso anno) ed ha perciò indiscutibile valore di documentazione. L’incalzare degli eventi può aver fatto dimenticare molte cose, ma è necessario che i rilievi contenuti in questo opuscolo siano tenuti presenti da quanti intendono studiare seriamente i problemi dell’organizzazione operaia e rendersi conto delle cause che hanno portato alla presente situazione sindacale italiana, così piena di incongruenze, di aberrazioni e di incognite. In data 6 novembre 1948 Alberto Meschi, rileggendo il suo scritto, ha aggiunto altre opportune considerazioni che integrano ed aggiornano i punti di vista precedentemente svolti. E il 10 Dicembre di quest’anno, infine, licenziando alle stampe l’opuscolo, l’autore – nella sua grande onestà di sincero combattente per la redenzione degli operai e per la loro effettiva elevazione morale ed umana – ha parole di vera bontà per richiamare i lavoratori sulla via del loro affratellamento per combattere, uniti, contro il nemico comune: lo sfruttamento capitalista e la tirannia dello Stato, nel quale si annida l’ostacolo principale che impedisce la eliminazione dei privilegi di classe e la realizzazione della giustizia sociale. Le tre parti di questo opuscolo – se pure scritte in epoche diverse – costituiscono nel loro complesso una trattazione omogenea ed organica, utilissima per chi si appassioni al problema assillante delle lotte operaie tendenti al raggiungimento di una “umanità nova” di liberi e di uguali.
Gli Editori

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Gruppo editoriale anarchico, Torino, 1948

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Hugo Rolland, “Il sindacalismo anarchico di Alberto Meschi”

Edito da La Nuova Italia, Firenze, 1972, XVI+293 p.

Presentazione
Iniziamo la pubblicazione dei Quaderni dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana con questo saggio, con questa testimonianza di Hugo Rolland sul movimento operaio apuano; saggio che abbraccia un periodo di tempo assai lungo, dagli inizi del secolo al secondo dopoguerra. Esso si accentra sulla figura dell’anarchico Alberto Meschi, il valoroso e valido organizzatore sindacale carrarino, con il quale Hugo Rolland ha vissuto per lunghi anni in fraterna dimestichezza e del quale con cura amorosa ha raccolto gli scritti ed 4 i documenti riguardanti la sua attività politica. Su questa vasta documentazione originale, che è stata raccolta e depositata dall’autore nell’Internationsal Instituut voor Sociale Geschiedens di Amsterdam, si basa la presente biografia, che è qualcosa di più di una biografia poiché rappresenta, a nostro avviso, un contributo essenziale alla storia politica ed economica della tormentata zona marmifera. Nessuno più di Rolland era indicato a fare simile lavoro. Rolland, in realtà Erasmo Abate, che si decise a mutare nome durante l’esilio negli Stati Uniti d’America per sottrarsi alle ricerche della polizia fascista, fu compagno di fede e di lotta del Meschi. Nato a Formia nel 1895, era emigrato giovanissimo in America, lavorando come operaio nei cantieri e come decoratore. Colà, vivendo l’esperienza dei poveri emigrati, aderì al movimento anarchico sindacale, perché il più impegnato nella lotta per migliorare le condizioni della classe proletaria. Il caso Sacco e Vanzetti lo spinse alla politica attiva, quale propagandista e conferenziere del Comitato di Difesa di Boston. Questa sua attività, nonché le prese di posizione a favore della d rivoluzione russa, gli procurarono l’accusa di « attività antinazionali » e di « sindacalismo criminale ». Quindi fu costretto a rientrare in Italia, dove giunse nel fatidico anno 1922. Errico Malatesta lo inviò ad Ancona per dar man forte ai compagni impegnati in una dura lotta. Ivi capeggiò, assieme al comunista Mario Zingaretti, gli Arditi del Popolo. Arrestato, processato e assolto per insufficenza di prove fu costretto ad abbandonare nuovamente l’Italia. Due anni d’esilio a Parigi (1923-25), persecuzioni poliziesche, contrasti amari con gli stessi compagni di lotta, di cui parlerà in altre sue opere, quindi ritorno negli Stati Uniti, dove lavorò con successo come decoratore e come agricoltore; fra l’altro collaborò anche alla fondazione del foglio anarchico « Germinal », non senza gravi dissensi e polemiche con quelli che avrebbero dovuto essere amici e collaboratori.
Infine definitivo ritorno in Italia nel 1960, anni in cui Rolland pensa e rimedita le esperienze del passato.
Noi crediamo di fare opera utile pubblicando questo volume, non solo per rendere omaggio al ricordo di un valoroso lottatore per l’emancipazione del proletariato, ma anche perché nelle pagine di Rolland rivive una parte della lotta che il popolo carrarino sostenne contro l’oppressione fascista.
Sono, queste, pagine di un compagno di lotta, scritte con l’immediatezza e l’impegno di chi ha sofferto le stesse vicende del protagonista, scritte con lo stile vivace dell’autodidatta che ha vissuto più all’estero che nella sua patria. E proprio in ciò sta il pregio dell’opera oltre che nell’obiettivo apporto di una documentazione inedita.
Per le ragioni implicite in quanto abbiamo detto e per espressa volontà dell’autore, l’Istituto Storico della Resistenza in Toscana naturalmente non si sente responsabile dei singoli giudizi su persone e avvenimenti politici che il Rolland vi esprime.
Ma condividiamo con Rolland il suo anelito per la libertà e la giustizia sociale ed ammiriamo la passione e serietà d’intenti della sua ricerca. Questo è il motivo per cui diamo inizio con la biografia di Alberto Meschi alla collezione dei nostri Quaderni.
ISRT

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AA.VV., “Altri saraceni”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Marzo 1993, 135 p.

Altri Saraceni è un’antologia di racconti brevi; Igna­zio Agosta, Salvatore Cassarino, Pippo Gurrieri e Be­nito La Mantia vi s’incontrano con le loro storie e stili, convergendo, come torrenti autonomi, nel fiume di una letteratura impegnata e schierata. In un certo senso raccolgono l’appello lanciato ol­tre un ventennio fa dal «piccolo profeta del Giabel et­neo», Santo Cali, ai tanti Saraceni di Sicilia sparsi per il mondo, perché le parole dell’artista siano pietre pe­santi scagliate contro gli spacchi della realtà omolo­gante. Altri Saraceni, e altri e altri ancora, devono torna­ re al più presto a calpestare l’erba dei nostri prati moribondi, la sabbia delle nostre spiagge incatramate, le nebbie dei nostri sogni artificiali, per travolgere, con tutta la gamma delle loro armi, le armate di tutti i boss, signori e monsignori, ladri e mercanti di libertà, di ve­rità e di giustizia.

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Massari Angelo, “Non è facile neanche fare un buon caffè”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Maggio 1992, 104 p.

In questa storia che mi metto a scrivere c’è di tutto о quasi di tutto. Non ho motivazioni di qualsiasi gene­ re per scrivere un libro, e per giunta tutto mio, che ri­guarda me e il mio rapporto con gli altri, о forse è questo il vero motivo; che la cosa possa interessare о essere utile non lo so, e neanche mi pongo il problema; ma lo scrivo lo stesso. Quello che scriverò sarà più istintivo che ragiona­to a mente fredda, i fatti che racconterò sono avvenuti realmente e i personaggi sono veri; il racconto sarà un insieme di fatti e personaggi che cercherò di mettere insieme come in un gioco; non so se riuscirò nel mio intento ma ci proverò.

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Caldara Enrico, “Un colore che nessuno conosce”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Luglio 1995, 56 p.

«Un colore che nessuno conosce» rivela l’a­nima di un artista integro che, dietro la semplicità di linguaggio, nasconde amarezza e sentimento. Vita e morte, amore e tempo, ricordi e significati sono le note essenziali di immagini colte a volo e trasfigurate nel­ la liricità di un linguaggio sommesso, an­che se ricco di intensa interiorità. Caldara ha racchiuso in questa raccolta di versi tut­ta la sua verità, in cui si raccordano imma­gini intense, esprimendosi con assoluto ri­gore ed immergendosi in una serie di con­fessioni-riflessioni esistenziali. (Estratto dalla presentazione di Emanuele Schembari)

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