Ferrua Pietro, “Surrealismo e anarchismo. La collaborazione dei surrealisti al Libertaire , Organo della Fédération Anarchiste Française”

Edito dall’Arkiviu-Bibrioteka “T. Serra”, Guasila (Ca), 1996, 32 p.

Questo lavoro è tratto da un quaderno di note, accumulatesi nel corso degli anni. Avendo seguito in prima persona lo svolgimento degli eventi come abbonato al Libertaire dagli anni ’40 ed alle riviste surrealiste negli anni ’50, ho avuto più tardi occasione di consultare la maggior parte delle fonti di parte anarchica allorché predisposi lo schedario del Centre International de Recherches sur l’Anarchisme che avevo fondato a Ginevra nel 1957. Utilizzai per la prima volta le mie note in una conferenza tenuta a Rio de Janeiro per conto del Centro de Estudos Sociais Professor José Oiticica, attorno al 1965. Successivamente ebbi modo di riparlarne con mag­ giore ampiezza durante i corsi sulle avanguardie che svolsi dapprima presso il Cen­tro Brasilero de Estudos Internacionais e, quindi, all’Alliance Française. sempre a Rio de Janeiro, negli anni 1966-1969. Il materiale raccolto avrebbe dovuto essere utilizzato per una tesi di dottorato ma dovetti lasciare bruscamente il Brasile sicché il progetto fu rinviato. Lo ripresi poi con la speranza di ampliare la mia ricerca, quando posi la mia candidatura, nel corso degli anni ‘70, a diverse borse di studio della Fondazione Guggenheim, del Social Science Research Council e dell’ American Philosophical Society che – nonostante il caldo appoggio di J.H. Matthews e di Anna Balakian – mi vennero rifiutate. La corrispondenza intrattenuta con Sir Herbert Read, José Pierre, Maurice Joyeux, le conversazioni con Roland Breton, Jean-Louis Bédouin, Vincent Bonoure e André Bernard (a Parigi), con Roland Breton (a Portland) e con Anna Balakian (a Budapest ed a Aix-en-Provence) non fecero che arricchire il mio dossier. Una borsa dell’Institut Francois di Washington, una borsa di studio ed una di viaggio del Lewis and Clark College – cui sono grato – mi hanno infine consentito di spostarmi e di consultare, microfilmare о fotocopiare alcune rare col­ lezioni di documenti surrealisti od anarchici.

Link Download

Note dell’Archivio
-Il “Documento n. 3 (André Breton: La Claire tour)” a pag. 30 è semi-illegibile a causa della scansione fatta
-Traduzione dal francese di “Surréalisme et Anarchisme”, Monde Libertaire, Parigi 1982.
-La seconda edizione francese è stata editata dall’Atelier de Création Libertaire, Lione, 1992.
-La prima edizione italiana è stata editata da Galleria Sileno, Genova, 1983

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Ferrua Pietro, “Surrealismo e anarchismo. La collaborazione dei surrealisti al Libertaire , Organo della Fédération Anarchiste Française”

Staffetta Eat the Rich a Ventimiglia

Ventimiglia, 2015, 28 p.

La Rete Eat the Rich con il sostegno dell’associazione CampiAperti attiva una staffetta di solidarietà attiva per il Presidio NoBorders di Ventimiglia. Siamo una rete di cucinieri sovversivi, piccoli (auto)produttori e gruppi d’acquisto. Da martedì 23 Giugno partiremo per attrezzare una cucina di strada e un piccolo media-center. Andremo oltre la pratica caritatevole del distribuire pasti, coinvolgendo i produttori del territorio attorno a Ventimiglia, la comunità locale e tutti i soggetti attivi nella gestione della cucina e il recupero delle materie prime. Daremo un contributo materiale a quanti stanno resistendo agli infami respingimenti sul confine francese. Lottiamo per l’accesso a un pasto genuino anche per chi rivendica la libertà di fuga e di movimento.
Rete Eat thè Rich – gastronomia precaria

Link Download

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato | Commenti disabilitati su Staffetta Eat the Rich a Ventimiglia

Centro Popolare Firenze Sud, “7 anni di condanna per aver protestato contro la guerra in Jugoslavia”

Firenze, 2009, 8 p.

Le sentenze a 7 anni di condanna per i fatti del 1999 in occasione dello sciopero del sindacalismo di base sono un chiaro atto intimidatorio verso tutti/e. Si stabilisce così l’impunità per i veri responsabili delle cariche e dei pestaggi. Dei lacrimogeni sparati ad altezza uomo. Ma si condanna a pene pesanti i manifestanti per la loro responsabilità di trovarsi in prima fila a manifestare contro la guerra della NATO in Jugoslavia.

Link Download

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Centro Popolare Firenze Sud, “7 anni di condanna per aver protestato contro la guerra in Jugoslavia”

Subcomandante Marcos, “La quarta guerra mondiale è cominciata”

Edito da Il Manifesto, Roma, 1997, 74 p.

Raccolta di testi di Marcos e gli interventi di Bettini e Revelli sulla rivoluzione zapatista e la sua influenza nel mondo della fine degli anni ’90.

Link Download

Nota dell’Archivio
-Mancano le pagg. 70-74

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Subcomandante Marcos, “La quarta guerra mondiale è cominciata”

(a cura di) Ak47 Immagini Mosse e CSOA Corto Circuito, “Parlando con Marcos. Intervista con il subcomandante Marcos dell’esercito zapatista di liberazione nazionale”

Marzo 1995, 52 p.

Prefazione di Pino Cacucci
Sulla cima della piramide c’é un altare, soltanto una grande pietra in bilico sopra due macigni. Standoci in piedi, scopro che oscilla: per un atti- mo ho una stretta alle viscere, la sensazione di spiccare li volo nel vento e perdersi sul mare verde del Chiapas. Laggiù, in qualche punto di quella foresta scampata al flagello degli allevatori, sono sicuro che qualche piccolo Indio armato della sua vecchia carabina, mi starà guardando e penserà: “Che strano uccello, in cima a quelle vecchie pietre…”. Le rovine di Toninah sono circondate di carriarmati, irti di mitragliere sempre puntate su chi passa, i soldati sono più nervosi che a San Cristobal, e questa che è la più recente scoperta archeologica del Messico, per loro è solo una seccatura: i rari visitatori li costringono a distrarsi dal “lavoro”. All’ingresso della città sacra c’è un piccolo ristorante, ormai chiuso. Il proprietario si riteneva un uomo fortunato, da quando erano cominciati gli scavi proprio nel suo piccolo appezzamento di terra. Sognava sciami di turisti a cui preparare il pranzo, accumulava casse di birra e aspettava, Ma nelle prime settimane di gennaio, si trovava a Ocosingo, e stava mangiando tranqulliamente seduto in un banco del mercato. Si guardava intorno chiedendosi come sarebbe andata a finire, con quei poveracci che aveva- no occupato il paese, armati soprattutto della loro dignità millenaria. Non ebbe il tempo di finire il suo piattino di tacos; i reparti speciali arrivarono all’improvviso, sparando alla cieca. E lui, fu uno del primi a morire, falciato da una raffica assieme a d altri anonimi abitanti, nella strage del mercato di Ocosingo. Gli zapatisti rimasero a resistere, per dare il tempo alla gente di mettersi al riparo, per limitare il numero di morti assassinati a tradimento, mentre mangiavano o compravano verdure e poveri tessuti. Quel giorno, a Ocosingo, tra gli uomini dell’Esercito Zapatista è avvenuta una sorta di rivoluzione interna. Prima, molti di loro si chiedevano se le donne fossero capaci di combattere, e se fosse giusto ricevere ordini da una ragazzina, o dalla propria sorella o compagna. “Da quel giorno, i dubbi sono finiti”, a scritto Marcos. “Perchè a Ocosingo sono state le comandanti dell’EZLN a coordinare la resistenza e la ritirata senza sbandamenti. Le comandanti hanno guidato gli altri in avanti, in una rapida controffensiva che ha permesso di portare via i nostri feriti e alla gente di rifugiarsi nelle case, Da allora, nessuno si chiede più se una donna sia capace di combattere con lo stesso coraggio di un uomo. A Ocosingo abbiamo dovuto tutto a loro”. Sulla parete ho appeso una foto in più. C’è Marcos che parla al tavolo delle trattative. Accanto una piccola donna con una veste rossa a fiori bianchi, passamontagna calato, lo sguardo dolce e calmo: è la comandante Ramona, che partecipava agli incontri con gli emissari del governo nella cattedrale di San Cristobal. Nei mesi seguenti, la sua presenza divenne abituale. Poi, scomparve. I giornalisti chiedevano a Marcos dove fosse finita, la comandante Ramona. Marcos rispondeva in maniera evasiva, a volte infastidita, dimostrando che preferiva non gli venisse chiesto. E gli amici che ho a San Cristobal, mi avevano riferito la voce che circolava: la comandante Ramona è gravemente ammalata, si dice abbia un tumore. Nel novembre scorso, gli zapatisti hanno annunciato che Ramona si era unita al volo delle aquile che osservano la Selva Lacandona da lassù, oltre le nubi basse del Chiapas, sotto il sole che splende sulla cima delle montagne. La morte è sempre una beffa, non esiste un modo di morire- che sia stupido e un altro che sia “intelligente”. Qui si è abituati a morire di stenti, dissenteria, morbillo, persino un raffreddore può uccidere se si patisce la fame da generazioni. Ramona, forse,aveva immaginato che per lei sarebbe stata una pallottola a Ocosingo, quel giorno dell’attacco al mercato. Invece, l’ha uccisa un tumore. Di lei, non conosceremo mai il volto. Ma che importa. In cinque secoli di resistenza, sono caduti 60 milioni di indios senza volto e senza nome. Di lei, almeno conserverò il ricordo dello sguardo dietro il passamontagna nella foto alla parete. Sono certo che Marcos sarebbe d’accordo: a chi, se non a Ramona, si potrebbe dedicare questo libro, a nome di tutti i caduti per la dignità degli esseri umani, per la fierezza di non aver mai chinato mai la testa… Che la terra della selva ti sia leggera come la tua veste a fiori nella foto, comandante Ramona.

Link Download

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su (a cura di) Ak47 Immagini Mosse e CSOA Corto Circuito, “Parlando con Marcos. Intervista con il subcomandante Marcos dell’esercito zapatista di liberazione nazionale”

Oaxaca Insurgente. La sollevazione popolare nel sud del Messico

[Probabilmente seconda metà degli anni 2000-Primi anni ’10], 56 p.

Introduzione
Questo libretto è un dossier sui recenti fatti che stanno sconvolgendo il sud del Messico. Nello stato di Oaxaca, infatti, da mesi le lotte sociali sono esplose in uno scontro diretto con gli apparati di potere. La richiesta di dimissioni del governatore locale fa da punta di iceberg di una realtà che sta mettendo in crisi tutto il modello di dominio statale. Infatti l’interesse che suscita questo scenario va ben oltre la solidarietà ai colpiti da una repressione infame, che ha mietuto, fino a fine novembre, più di 20 vittime. Lo stato sta rispondendo con le armi a un progetto di autogoverno popolare che ambisce a sostituirsi alle istituzioni. La Comune di Oaxaca, così ormai è chiamata questa realtà, è un insieme eterogeneo di lotte, organizzazioni, desideri, popoli indio, musiche, sedi occupate. Questa esperienza eccezionale è strutturata in un’assemblea permanente, l’APPO, Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca, dove convergono le varie strutture, le individualità, i vari municipi ribelli che formano la società oaxaqueña. E’ la forma embrionale, ma attivissima, di un contro-potere popolare. Il limite di queste pagine è di non tenere il passo degli eventi che convulsi continuano ad accavallarsi dal profondo Messico. Cortei, repressione, comunicati, assemblee, barricate sono la storia in corso in queste ore dall’altro lato dell’Atlantico. Queste parole vogliono semplicemente fare luce nel buio totale in cui ci hanno immerso i media ufficiali, impegnati a oscurare tanto la sanguinosa repressione quanto la sorprendente autorganizzazione degli/lle insorti/e. Diffondere e amplificare il grido di rivolta di Oaxaca è il minimo che possiamo fare per esserne solidali, mentre riflettere sulla reale costruzione di forme di autogoverno territoriale è un invito troppo allietante per chi desidera e lotta per una trasformazione radicale della società.
Lunga vita alla Comune di Oaxaca!

Link Download

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato | Commenti disabilitati su Oaxaca Insurgente. La sollevazione popolare nel sud del Messico

Deneuve Sylvie, Reeve Charles, “Al di là del passamontagna del Sud-Est messicano”

Edito da Edizioni NN, Pont St. Martin/Piano d’Arci, Gennaio 1998, 54 p.

Estratto dalla nota introduttiva di Massimo Passamani
Nulla di critico, da un punto di vista sovversivo, è stato finora pubblicato in Italia sul “Chiapas insorto” e sull’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Eppure anche qui da noi non sono mancati libri, conferenze, video, magliette, adesivi, cortei, comitati, iniziative di sostegno, insomma le mille espressioni di quella che è stata definita “l’internazionale della speranza”. Non pochi anarchici hanno dato il loro contributo. Di critiche, nemmeno l’ombra. Perché? I testi sull’argomento, soprattutto quelli che si limitano a raccogliere i comunicati e i documenti dell’Ezln, forniscono in se stessi sufficiente materiale di riflessione (ad esempio: l’organizzazione dei territori controllati dagli “zapatisti”, la creazione di un “governo provvisorio rivoluzionario”, l’imposizione di “tasse rivoluzionarie”, di “leggi rivoluzionarie” e finanche di “prigioni rivoluzionarie”). Perché parlare dell’esercito zapatista come di un’organizzazione che ha superato il marxismo-leninismo, di un esperimento a carattere libertario, eccetera? Il motivo è che, come è noto, si vede soltanto quello che si vuole vedere. Detto altrimenti, l’ideologia zapatista non è che il segno di una diffusa miseria. Al tutto, ovviamente, ha contribuito anche lo spettacolo, l’immagine del passamontagna, il mistero delle foreste, il fascino dell’esotismo; e poi Marcos, con i suoi testi poetici («gay a San Francisco, anarchico in Spagna…», «un paese dove il diritto di ballare sarà riconosciuto dalla Costituzione…») e la sua abilità a giocare col concetto di potere; ma hanno contribuito, soprattutto, il vuoto di prospettive, l’immondo fronte unico di una sinistra che difende il diritto al lavoro e le garanzie democratiche contro un “neoliberalismo” che tutti – dagli stalinisti agli anarchici – pretendono combattere, l’assenza di ogni discorso rivoluzionario che, oltre il nulla delle celebrazioni storiche, sappia porre radicalmente le uniche questioni radicali: la distruzione dello Stato, la distruzione dell’economia e l’autogestione generalizzata. La miseria delle idee e dei desideri rende ciechi due volte: primo, perché inganna sulla natura reale dei contenuti e delle forme organizzative che gli sfruttati si danno negli scontri sociali presenti nel mondo (in questo caso, i metodi dell’Ezln e la pretesa “autonomia indigena”); secondo, perché porta ad affrontare il problema di quei contenuti e di quelle forme al di fuori dell’unico ambito concreto in cui può essere affrontato – quello della rottura insurrezionale. D’altronde, per quale motivo individui che qui da noi considerano velleitario e avventato ogni tentativo di rivolta, ogni discorso che fastidiosamente ricorda che lo Stato, da solo, non crolla, che contro il suo servizio d’ordine politico, sindacale e poliziesco qualcosa – prima che in meravigliose assemblee si decida tutti assieme, liberi e felici, il futuro del mondo – bisognerà pur fare; per quale motivo siffatti individui si entusiasmano per la guerriglia quando avviene in un’esotica lontananza? Che ci sia qualcosa che unisce le immagini del passamontagna “zapatista” e la vita quotidiana di tanti che lavorano, consumano, votano e pagano le tasse, qualcosa che assomiglia alla passività, una passività che potrebbero difendere anche con le armi? […] «La società che stiamo costruendo rifiuta gli strumenti e le armi tradizionali degli Stati neoliberali, cioè l’esercito, le frontiere, le ideologie nazionaliste» ha dichiarato un membro dell’Ezln. Non male per un’organizzazione che si chiama Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Non da meno, il subcomandante Marcos, nel suo saluto finale [all’incontro intercontinentale del 1996], dopo aver detto poeticamente che «il cerchio si stringe attorno ai ribelli, che però hanno dietro di sé, sempre, l’umanità intera», afferma politicamente: «Noi zapatisti abbiamo proposto di lottare per un governo migliore, qui, in Messico». Come si vede, discorso zapatista è a tre livelli: il “governo rivoluzionario” per i leninisti; la difesa della democrazia contro il “neo-liberalismo” per i militanti dei partiti di sinistra; la poesia contro il “potere”, il mito dell’assemblea sovrana per i libertari. Ma il riformismo rimane tale anche quando impugna le armi, quando parla male dei potenti, quando rivendica, assieme al lavoro, alla giustizia e a una nuova Costituzione, il diritto di danzare. Che uno slogan come «contro il neoliberalismo e per l’umanità» sia buono per tutti i gusti è piuttosto evidente; […] tuttavia, è utile criticare i contenuti reali dello zapatismo. Questo non certo per togliere ogni significato alle rivolte in Messico e altrove (rivolte che non vanno confuse con la loro rappresentazione spettacolare e il loro consumo mercantile), bensì, al contrario, per comprenderle meglio e dare loro, così, le ragioni della propria globalità; per rendersi conto che lo spazio di una teoria e di una pratica sovversive è colonizzato dallo spettacolo della rivoluzione, e dai movimenti che ne rappresentano soltanto la negazione riformista. Come a dire che un’Internazionale antiautoritaria e sovversiva, un’Internazionale che sappia sconvolgere davvero i piani di morte degli Stati e dell’economia, è tutta da inventare. In tal senso, conoscere e criticare il suo contrario non è che il primo passo.

Link Download

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Deneuve Sylvie, Reeve Charles, “Al di là del passamontagna del Sud-Est messicano”

Ferrua Pietro, “Ricardo Flores Magon e la rivoluzione messicana”

Edito da Avant/Gard-Anarchism, 2008, 19 p.

Premessa
Circa vent’anni or sono, mi capito fra le mani un libriccino sbiadito edito a Città del Messico nel 1925. Il nome dell’autore, Diego Abad de Santillán mi era assai noto, soprattutto per i suoi lavori di storiografia e bibliografia, nonché per la sua partecipazione eminente alla Rivoluzione Spagnola. L’opera era dedicata alla memoria di un anarchico messicano a me quasi sconosciuto. Fu quindi piuttosto il nome dell’autore ad invogliarmi alla lettura. Debbo confessare che il contenuto mi entusiasmo ma mi lascio alquanto perplesso. Non che dubitassi della fondatezza delle affermazioni del Santillán, ma temevo avesse un po’ esagerato l’importanza del Magón, come pensatore e come rivoluzionario, mosso da un comprensibile spinto di partigianeria. La versione della Rivoluzione Messicana offertami dai manuali di storia (o dai corsi universitari) era ben altra. Decisi di procurarmi le opere del Magón, che non erano pero reperibili nelle biblioteche italiane da me consultate ed erano esaurite presso l’editore da oltre un ventennio. Mi rassegnai perciò, a malincuore, a rimandare a tempi migliori la soddisfazione di quel che era, a quell’epoca, poco piú di una curiosità. Piú tardi, durante il Campeggio Internazionale anarchico di Cecina, ebbi occasione di mostrare il libro del Santillán al compagno spagnolo Alberto (pseudonimo di José Lluis Facerías, morto tragicamente pochi anni dopo in un agguato tesogli dalla polizia franchista) che vi si interessò. Ci si accorse allora che il contributo degli anarchici alla Rivoluzione Messicana non era affatto noto e che accadeva sistematicamente lo stesso fenomeno con altri episodi storici. Decidemmo allora di intraprendere delle ricerche atte a valorizzare l’apporto anarchico internazionale alle lotte per la libertà, sia per puntiglio storico, sia per trame utili insegnamenti per la tattica e strategia di lotta in vista della liberazione della Spagna. Primo risultato fu l’esposizione della stampa anarchica internazionale in seno al Campeggio stesso, col valido aiuto di Ugo Fedeli e Cariddi di Domenico. Questa mostra il Facerías la voleva itinerante, sperando che sfociasse poi in un organismo stabile che collezionasse tutto quanto era stato scritto sull’anarchismo e riunisse poi collettivi di studio per esaminare i vari problemi -sorti dall’analisi del passato. Alberto stava per recarsi nell’America del. Sud ed avrebbe voluta sospingersi sino al Messico non sol tanto per studiare l’influsso di Magón sulla Rivoluzione del 1910, ma perché riteneva che il terreno vi fosse propizio all’azione rivoluzionaria. Ci separammo ed io, in Isvizzera, fondai il Centro Internazionale di Ricerche sull’Anarchismo, memore delle nostre discussioni e progetti di tre o quattr’anni prima. Facerías, purtroppo, non ebbe tempo di rallegrarsene – forse non riuscí neppure a riceverne la notizia – perché venne assassinato pressapoco allo stesso periodo, durante un viaggio in Ispagna che avrebbe dovuto essere l’ultimo, alla vigilia del suo imbarco per l’Argentina. Anni dopo ebbi occasione di corrispondere con Santillán e, nel 1965, il piacere d’incontrarlo a Buenos Aires e di riparlare con lui dei fratelli Magón. Nel frattempo mi ero procurato altri scritti al riguardo e nel 1968 potevo dedicare una prima conferenza agli « Anarchici nella Rivoluzione Messicana », in un Teatro di Rio de Janeiro. Nel 1970, in una seconda conferenza per l’Università dell’Oregon, potevo fare il punto e sostenere che non solo le affermazioni del Santillán nel suo schizzo biografico del 1925 erano piú che attendibili, ma che documenti venuti alla luce nel frattempo negli archivi giudiziari e diplomatici, aumentavano ancor piú l’importanza del nucleo di anarchici che ave- vano preparato e provocato l’esplosione rivoluzionaria nel Messico dittatoriale di Porfirio Diaz. Il testo della conferenza venne accolto con interesse e pubblicato a Cittá del Messico, a Buenos Aires e a Los Angeles. Gli Incoraggiamenti che ricevetti, data la novita del soggetto, furono tanti e tali che decisi di dedicarvi piú tempo. Da allora, alternando la ricerca letteraria a quella storica, ebbi la fortuna di scovare molto materiale inedito e prezioso, consultando i documenti del Ministero della Giustizia, del Tribunale di Los Angeles, della Biblioteca Bancroft di Berkeley, degli Archivi Federali, ecc. I risultati di tali ricerche, in corso di elaborazione, faranno l’oggetto di vari volumi tendenti a dimostrare che agli anarchici che militavano attorno ai fratelli Magón, nelle file del Partito Liberal Mexicano, spetta il merito di essere stati i primi a preparare, con proclami, scioperi e movimenti insurrezionali, la caduta della dittatura, oltre al fatto di essere l’unico gruppo politico dotato di un programma rivoluzionario coerente e consistente. Altri aspetti poco noti o addirittura ignoti della Rivoluzione, verranno pure messi in rilievo. Ho esitato molto a licenziare questo lavoro (il cui testo risale al 1970 ed e stato appena rimaneggiato e abbreviato) che ritengo ormai superato dalle mie stesse ricerche e da quelle intraprese da altri sullo stesso argomento, ma che varrà forse come introduzione a una pagina di storia, fervida di idee per il militante e con qualche spunto anche per lo storico di professione.

Link Download

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Ferrua Pietro, “Ricardo Flores Magon e la rivoluzione messicana”

Ferrua Piero, “Gli anarchici nella rivoluzione messicana: Praxedis G. Guerrero”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Giugno 1976, 165 p.

Prefazione
Non era ancora avvenuto, nel continente americano, un caso di permanenza al potere come quello di Porfirio Diaz nel Messico; non era neppure mai stato architettato un regime così solido, dispotico ed autocratico come quello di questo lugubre personaggio. Si era sollevato in armi contro il liberalismo dell’indiano di Oaxaca, Benito Juárez, in nome dell’antirielezionismo ed era finito per restare al comando supremo per ben trentaquattro anni in rielezioni successive, sinché la ribellione del popolo messicano si generalizzò nel 1910 e mise fine al regno oppressivo e alla schiavitù di fatto delle grandi masse contadine senza terra e degli operai delle fabbriche tessili e altre. Al vertice della piramide politica, economica e sociale del paese azteco, un uomo senza scrupoli avente al suo servizio una rete di servitori ossequiosi o di suoi protetti nelle alte cariche amministrative dello Stato, al Parlamento, nei governi lo­cali, nelle circoscrizioni politiche distrettuali, e alla base il 95 per cento della popolazione soggiogata, miserabile, analfabeta, spodestata dalle terre ereditate dal regime colo­niale spagnuolo, e inoltre una minoranza di grandi latifon­disti, di commercianti ambiziosi e di industriali stranieri senza scrupoli morali. Contro questa mostruosità antigiuridica e antisociale cominciarono ad agitarsi alcuni giovani, in maggioranza studenti, applauditi da gente del popolo, che si dedicarono all’apostolato della stampa e della parola, benché tale ri­sorsa fosse stata anch’essa debilitata e sottomessa al ca­ priccio dei giudici e all’arbitrio poliziesco. Sin dall’ultimo decennio del secolo scorso, assistiamo ad esplosioni di pro­ testa come quelle indette nella sede del giornale El Hijo del Ahuizote nel 1893, contro la nuova rielezione di Porfirio Díaz, quando i giovani protestatari più attivi si affacciarono al balcone annunciando con un gran cartellone « la Costi­tuzione è morta ». Tutto ebbe fine con l’irruzione delle forze poliziesche e dell’esercito che fecero diversi feriti e imprigionarono gli altri nel famigerato carcere di Belén, un covo spaventoso di torture da dove difficilmente si usciva vivi. Come lievito permanente di tale agitazione apparvero sin dalla prima ora i fratelli Flores Magón, Ricardo, Jesús e il minore di loro, Enrique. Dopo molte frustrazioni, nel 1900 sorge il giornale Regeneración nella capitale messicana, dapprima apparentemente come organo di critica al sistema giudiziario imperante, ma presto attaccando apertamente il regime porfirista. Le persecuzioni raddoppiarono, i re­dattori di Regeneración trascorrevano lunghi periodi nelle prigioni e non si piegavano né deponevano le armi. Il porfirismo decise allora che i Flores Magón non dovevano scri­vere in nessun giornale del Messico, la loro parola doveva essere messa a tacere. Jesús Flores Magón, in procinto di laurearsi in legge, giudicò sterile il sacrificio e si ritirò dalla lotta. Ricardo, con Librado Rivera, Santiago de la Hoz, Camilo Arriaga, Juan Sarabia e molti altri, la mag­gior parte dei quali erano incarcerati, decisero di conti­nuare dall’estero la guerra al porfirismo che ormai non potevano più condurre nel loro paese e, nel 1904, attra­versarono come meglio potettero la frontiera messico-americana. Durante questo esodo forzato non mancarono drammi penosi, come la scomparsa di Santiago de la Hoz, il poeta e giornalista di Veracruz, che annegò mentre fa­ceva il bagno nel Rio Bravo. Ricardo Flores Magón e i suoi compagni riprendono la pubblicazione, nel « paese dei bravi e dei liberi » dell’organo Regeneración, riorganizzano il Partito Liberale Messicano, stabilirono nel 1908 un programma di imperiose rivendica­zioni (i cui postulati vennero poi accolti nella Costituzione messicana del 1917) e propagano la rivoluzione mediante la propaganda e l’esempio. Il giornale è perseguitato dalle autorità americane, dalle agenzie private di investigazione al soldo del governo del Messico, con la complicità del servizio postale, che permette il controllo e il registro della corrispondenza sospetta. Ricardo e compagni vanno da un ‘processo all’altro, da una prigione all’altra, fin quando Ricardo muore nel penitenziario di Leavenworth, nel Kansas, verso la fine del 1922. Quella battaglia degli esuli messicani fu un calvario da far rabbrividire che quando eravamo giovani seguivamo attraverso la nostra stampa dall’Europa e dall’America, con ammirazione e simpatia. Ricardo, che era un anarchico istintivo, non tardò a dichiararsi tale coi suoi amici intimi, senza tuttavia allontanarsi un millimetro dalla realtà in­ sopportabile del suo popolo. La rivoluzione messicana fu incarnata in Ricardo come simbolo, dentro e fuori del Messico. Ma non era solo, lo assecondavano e contribuivano al suo sforzo gigantesco molti altri oltre al fratello Enrique, oltre a Librado Rivera, oltre ad una pleiade magnifica di combattenti, fra i quali Práxedis G. Guerrero. Dobbiamo confessare che poco più di mezzo secolo fa, avevamo informazioni per sapere qualcosa di più di Guer­rero, quando leggevamo i suoi lavori su Punto Rojo, il gior­nale da lui pubblicato a E1 Paso (Texas), su Regeneración di Los Angeles (California) e su altri organi di stampa che vedevano la luce negli stati americani limitrofi; ci seduceva lo stile letterario, la profondità del pensiero, il soffio liber­tario che emanava da ogni frase e da ogni nota, e ci avvin­ceva la combattività, l’abnegazione, la comprensione delle esigenze di quell’ora. Si era unito al gruppo di Flores Magón sin dal 1906 e non tardò a diventare uno dei suoi compagni intimi e a colmare il vuoto lasciato dagli altri dirigenti del movimento quando dovevano scontare le loro condanne. Già nel 1906 ha inizio la lotta armata da parte di con­ tingenti guerriglieri articolati dentro e fuori del Messico; continua con nuovi sollevamenti nel 1908 e negli anni suc­cessivi; Francisco I. Madero proclama il piano di San Luis Potosí e prende le armi nel 1910 e le guerriglie del magonismo libertario danno il loro apporto a questa crociata, come quella di Prisciliano G. Silva, come i tentativi di Jesús M. Rangel, come quella della Bassa California e di tante altre località del paese, come quella di Práxedis G. Guerrero, che si impadronì di Casas Grandes, verso la fine del 1910, sconfisse i difensori di Janos e quando credeva che tutto il villaggio fosse sotto il suo controllo, una pal­lottola notturna mise fino alla sua vita, senza che si sapesse se si trattò di un errore o dell’azione di un nemico nascosto. La morte di Guerrero fu una tragedia, una perdita irre­parabile per il movimento rivoluzionario messicano, una perdita per il Messico, perché si trattava di una brillante promessa che aveva già dato la misura del suo valore nei pochi anni di attività. Guerrero era il rampollo di una famiglia ricca, nato nel podere de Los Altos de Ibarra, non lungi da Leon, Guanajuato. Aveva abbandonato la sua posi­zione di privilegiato e aveva scelto la via dell’esilio negli Stati Uniti per lavorarvi come manovale, assieme al com­pagno Francisco Manrique, con cui aveva frequentato le scuole elementari e che vide morire in un altro tentativo di guerriglia cui entrambi prendevano parte. Allorché Guerrero intraprese la sua ultima azione alla testa di un nutrito gruppo di guerriglieri, Ricardo Flores Magón e Librado Rivera erano in carcere. Se non fosse stato così, riteniamo che lo avrebbero dissuaso dall’esporsi personalmente, perché sapevano quanto valesse e perché per Ricardo era come un fratello minore. L’impresa in cui si giocava la vita aveva probabilità di espandersi, di con­ centrare nuove forze combattenti, però aveva maggiori probabilità di trasformarsi in tragedia, dato che le forze militari del porfìrismo erano più forti e disponevano di ogni mezzo per l’attacco e per la difesa. Uomini della tempra di Guerrero sono più utili all’umanità e ai popoli come seminatori vivi che come simboli eroici morti. Quello che Guerrero avrebbe potuto ottenere con la sua penna e la sua presenza, non lo avrebbe potuto ottenere col fucile in mano. Santiago de la Hoz affogato nel Rio Bravo, Guerrero morto a Janos, rimase solo Ricardo Flores Magón con una statura da lottatore imperterrito; al contrario il trio avrebbe potuto costituire una fucina di grandi possibilità per un nuovo Messico, non essendocene in quegli anni un’altra di tale qualità, di simile chiaroveggenza, di uguale impulso per mobilitare coscienze e braccia. Parecchi anni or sono, traducemmo un saggio di Max Nettlau su Gustavo Landauer, assassinato nel corso della rivoluzione dei consigli di Baviera nel 1919, una perdita dolorosa per il pensiero libertario in Germania e nel mondo. Nettlau, che non ignorava quanto Gustavo Landauer potesse dare al mondo col suo talento, col suo valore intel­lettuale e il suo esempio, non esitò a dichiarare la sua osti­lità contro il fatto che uomini di tale taglia si sacrificassero in azioni d’importanza relativa come quelle della Räterepu­blik. Confessiamo che ci dolse non poco il giudizio del grande storiografo del socialismo al quale tanto dobbiamo, perché pensavamo che una causa come era quella della libertà e della giustizia non ammetteva divario fra pensiero e azione. Nel corso degli anni siamo giunti alla stessa conclusione del Nettlau riguardo Landauer. E ci siamo ralle­grati quando abbiamo saputo che Rudolf Rocker aveva potuto eludere all’ultima ora il destino che gli prospettava il trionfo di Adolfo Hitler in Germania, perché potè darci ancora per molti anni il risultato delle sue esperienze e della sua conoscenza dei problemi dell’uomo e del mondo. Se dipendesse da noi, cercheremmo di risparmiare vite preziose anziché stimolarle al sacrificio in tentativi di dubbia utilità. Un Praxedis G. Guerrero, con la penna in mano, ci sarebbe stato infinitamente più prezioso che non la sua fine eroica all’età di ventott’anni. Pietro Ferma è stato sedotto, come noi, dai combattenti magonisti, e ha saputo valorizzare il loro pensiero e la loro azione esemplare in vari lavori sostanziosi di questi ultimi anni. Questa dedizione ci inorgoglisce e ce ne ralle­griamo straordinariamente perché Ferma riunisce tutte le condizioni affinché tale capitolo della presenza dei nostri compagni nella rivoluzione messicana venga presentato alle nuove generazioni senza deformazioni capricciose o settarie. La monografia da lui dedicata a Praxedis G. Guerrero con­ tiene tutto quello che una ricerca storica rigorosa può riu­nire su questa figura nobile e su questo modello che non può essere ignorato dagli amanti della libertà e della giu­stizia. Rende così un omaggio ben meritato allo scrittore, al propagandista, all’eroe senza macchia, che visse e morì per la liberazione del suo popolo, schiavizzato e martirizzato da una tirannia inumana, inumana come tutte le tirannie, di destra, di sinistra o di centro. Non dubitiamo che questo lavoro di Pietro Ferma riempia un vuoto nella nostra biblio­grafia e abbia l’accoglienza meritata.
DIEGO ABAD DE SANTILLAN
Buenos Aires, 20 luglio 1975

Link Download

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Ferrua Piero, “Gli anarchici nella rivoluzione messicana: Praxedis G. Guerrero”

Candido Giuseppe, Curtosi Filippo, Santopolo Francesco, “Francesco Barbieri. L’anarchico di Briatico. Una vita rivoluzionaria”

Edito da Non Mollare Edizioni, Roma, Agosto 2011, 119 p.

Nato in Calabria a San Costantino di Briatico, la storia di Francesco Barbieri, combattente antifascista, conosciuto col nomignolo di “Cicciu u’ professuri”, ha percorso i primi quarant’anni del ‘900. Partito da S. Costantino di Briatico a 26 anni, vi tornerà casualmente dopo l’estradizione dall’Argentina per riprendere subito il suo viaggio per il mondo, legando le sue vicende a quelle di grandi intellettuali come Camillo Berneri e Carlo Rosselli. Per Francesco Barbieri, l’Internazionalismo Proletario è stata una ragione di vita, fino all’estremo sacrificio consumato davanti alla canna di un mitra imbracciato da quelli che riteneva fossero della stessa parte. Per sopravvivere, avrebbe dovuto scegliere: tra diventare ‘ndranghetista” o sbirro; Barbieri non sceglie né l’uno né l’altro: diventa libertario, socialista rivoluzionario, radicale e anarchico, con una pronta e decisa avversione al fascismo. Un rivoluzionario libertario, assassinato da quelli che erano con lui a Barcellona per difendere la giovane repubblica, è l’evento più tragico che si consegna alla storia.

Link Download

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Candido Giuseppe, Curtosi Filippo, Santopolo Francesco, “Francesco Barbieri. L’anarchico di Briatico. Una vita rivoluzionaria”