Germinal. Settimanale anarchico della Venezia Giulia

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Durata: 8 Settembre 1921 — 7 Ottobre 1921
Luogo: Trieste
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4 pagine; 2 pagine il n. 5

Note dell’Archivio
-Manca il n. 4
-La risoluzione del giornale è scarsa. Provvederemo in futuro a cambiare i file
-Il giornale, il cui redattore era Rodolfo De Filippi, era la continuazione di “Germinal. Periodico settimanale anarchico” del 1907. Quest’ultimo, al momento, è digitalizzato in foto; provvederemo, in futuro, a sistemarlo e renderlo accessibile a tuttu.
-La numerazione dei numeri 5 e 6 è invertita: l’ultimo numero uscito è l’erroneo n. 5 del 14 Ottobre 1921.
-Come scritto nell’ultimo numero del giornale, a causa del completo disinteresse “siamo costretti a sospendere le pubblicazioni del Germinal.”
-Per una panoramica sulla situazione giuliana di quel momento storico, si veda l’articolo di Mauro de Agostini, “Movimento operaio in Carnia
-Riguardo il redattore del giornale, lo storico anarchico Claudio Venza riporta due versioni sintetiche della vita di costui nel libro biografico di Umberto Tommasini. Nel libro “Umberto Tommasini. L’anarchico triestino”, Antistato, Milano, 1984, Venza riporta nella nota 144, pagg. 101-102: “[…] Rodolfo De Filippi, detto «Cartafina», litografo, è uno dei soprav­vissuti dell’anarchismo triestino del periodo asburgico. Nel 1914 ha contatti con i rifugiati della «Settimana Rossa» stabilitisi a Trie­ste. Partecipa all’edizione del 1921 del «Germinal» e svolge atti­ va propaganda negli ambienti operai locali. Durante il fascismo viene ammonito e assiduamente vigilato. Collabora con la Resi­stenza con compiti tecnici. Nel secondo dopoguerra continua l’attività sindacale e anarchica fino alla morte avvenuta in età molto avanzata nel 1970. Cfr. MASERATI, Gli anarchici, cit., ad indicem, nonché ACS, PS, DAGR, CPC, b. 1654, f. «De Filippi Ro­dolfo». […]
Nell’introduzione de “Il fabbro anarchico. Autobiografia fra Trieste e Barcellona di Umberto Tommasini”, Odradek, Roma, 2011, nota 96, pag. 56, lo storico anarchico triestino riporta: “[…]Rodolfo De Filippi, detto “Cartafina”, litografo, è uno dei sopravvissuti dell’anarchismo triestino nel periodo asburgico. Partecipa all’edizione del 1921 del “Germinai” e svolge attiva propaganda negli ambienti operai locali. Collabora con la Resistenza con compiti tecnici, falsificando documenti per i partigiani. Nel secondo dopoguerra continua l’attività sindacale e anarchica. […]”
Rodolfo De Filippi, inoltre, viene citato come partecipante al Convegno di Studi sui rapporti fra movimento anarchico e movimento dei lavoratori (Milano: 6 e 7 Agosto 1949). Vedere (a cura di) Fedeli Ugo e Sacchetti Giorgio, “Congressi e Convegni della Federazione Anarchica Italiana 1944-1995”, Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, 2003, pag. 142

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Gioventù Anarchica. Periodico dei giovani della Federazione Anarchica italiana

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Durata: 20 Luglio 1946 — 20 Febbraio-5 Marzo 1947
Luogo: Milano
Periodicità: “Esce il 5 e il 20 di ogni mese”
Pagine: 4 pagine

Note dell’Archivio
– Le pagine 1 e 2 del n. 2, Anno 1, sono piegate al centro; ciò impedisce la lettura completa degli articoli pubblicati.
– A causa della rilegatura, gli articoli del numero 4-5, Anno I, non sono facilmente leggibili

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Rensi Emilia, “Testimonianze inattuali”

Edito da La Fiaccola, Ragusa,  1987, 76 p.

Prefazione
E’ forse opportuno metter in luce la crudeltà dell’Essere fonda­to sulla reciproca distruzione, i problemi senza soluzione della vita individuale e sociale, la caducità delle creature viventi e delle vicen­de per loro tanto assillanti, il perenne susseguirsi dei dolori di que­ste foglie nella bufera quali noi siamo? Ma non può forse essere vincolo di fraternità reciproca il sentirsi tutti uniti nella comune drammatica sorte? Non pochi ovviamente sono dell’opinione che simile visuale non debba esser comunicata ad altri per non distruggere speranze che possono rasserenare il cammino quotidiano, per non dissolvere illu­sioni che possono rendere 1’esistenza meno amara. E non mancano di rimproverare chi non tiene per sé la sua angosciata conoscenza della realtà, anziché affliggerne i compagni di sventura.
Ma diamo la parola a Jean Rostand: “il est pénible d’etre un arracheur d’espoir. Mais aussi festóne que toute convinction sincère, désintéressée a droit d’étre exprimée. Davantage je pense qu’elle crée le devoir qu’on l’exprime. Ne faut-il pas que ceux qui pensent comme nous sachent qu’ils ont des frères?” (Le Courrier d’un biologiste, Paris, 1970).
Emilia Rensi

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Giorgini Vittorio, “Le religioni plagiano”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Aprile 2004, 54 p.

I credenti si servono di strutture forti ed autoritarie per plagiare le società: chiese, pulpiti, tutti i mezzi di comuni­cazione e di educazione che invece mancano ai non cre­denti e che vengono loro resi inaccessibili in tutti i modi possibili. Tale plagio è così evidente ed efficiente che pare impossi­bile non notarlo; ma allo stesso tempo la sua pervasività spiega perché i credenti non se ne rendano conto e man­ chi la distanza critica e la tolleranza. Possiamo prendere in esame, a caso, due religioni diver­se ma di uguale radice, come quella cattolica e quella mu­sulmana: ognuna è pronta a giurare sulle proprie verità, assai diverse per quanto simili, ed in nome di queste a combattere ed uccidere. Così è stato per centinaia di an­ni: assurdo totale, ma ogni parte in causa pretende di ave­re ragione.

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(a cura di) Antonioli Maurizio, Dibattito sul sindacalismo. Atti del Congresso Internazionale anarchico di Amsterdam 1907

Edito da CP, Firenze, 1979, 267 p.

Nell’Agosto del 1907 si tiene ad Amsterdam un congresso inter­nazionale anarchico, al quale partecipano i delegati di 14 paesi: nell’arco di una settimana vengono affrontati i seguenti problemi: antimilitarismo; rapporto maggioranza minoranza all’interno del­l’organizzazione anarchica; anarchismo e organizzazione; anar­chismo e sindacalismo; sindacalismo e sciopero generale; costi­tuzione dell’Internazionale; educazione integrale dell’infanzia; associazioni di produzione e anarchismo; letteratura moderna e anarchismo; anarchismo e religione. Fra tutti i problemi dibattuti, i più importanti per gli sviluppi futuri del movimento operaio internazionale sono senz’altro il rapporto fra anarchismo e sindacalismo e fra organizzazione specifica e organizzazione sindacale, di massa; il modo di porsi del militante nei confronti dell’una e dell’altra; l’opportunità о meno di partecipare alle lotte operaie come militanti di una specifica organizzazione politica… A distanza di settanta anni, le posizioni assunte all’epoca dai vari gruppi di tendenza non hanno perso certo di attualità e di carica polemica: possono quindi valere da utile punto di para­gone per quanti oggi tornano ad affrontare, con fatica, problemi similari, e costituiscono per tutti una testimonianza storica di indiscutibile valore. Nel saggio introduttivo, Maurizio Antonioli inquadra storica­ mente il Congresso nel dibattito in corso nel movimento rivoluzionario e nelle organizzazioni operaie di quegli anni, ed evi­denzia le ripercussioni che esso ebbe sulle lotte sociali del periodo.

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Marchetti Maurizio, “La santa inquisizione”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Maggio 1999

Tutti sanno cos’è stata l’inquisizione cristiana, ma pochi si ren­dono conto che dietro la dichiarata lotta alle eresie si è consu­mato uno dei più atroci massacri della Storia. Olocausto ingiu­stificato, in ogni caso, perché le torture e le morti venivano in­flitte a persone che, oggi, la stessa Chiesa ha dovuto riconosce­ re del tutto innocenti, addirittura più nel giusto che lo stesso clero omicida. Il lavoro di Marchetti ha proprio questo merito: presentare in maniera cronologica la storia dell’«Istituto più mostruoso che mente umana potesse concepire», fornendo allo studioso più smaliziato ed al curioso meno scaltrito, gli strumenti adatti per poter ampliare la ricerca ed arrivare alle proprie conclusio­ni in piena autonomia. Non ci fossero stati volontari della ve­rità come lui, la Chiesa continuerebbe a negare di aver supera­to abbondantemente gli orrori di un Hitler, e per numero di vittime, e per efferatezza delle torture comminate, e per lun­ghezza del tempo in cui queste sono state perpetrate: il nazi­smo è durato poco più di dieci anni, il cristianesimo ce lo por­tiamo appresso da duemila anni, ed ancora dura!
Massimo Consoli

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Crippa Carlo, “Rosa Luxemburg. Dalla storia alla memoria”

Edito da Galzerano, Casalvelino Scalo, 1993, 107 p.

Lontano dall’apologià malinconica o puramente accademica, questo saggio di Carlo Crippa traccia, in modo vivo ed intenso, un ritratto di Rosa Luxemburg, la fondatrice del Partito Comu­nista tedesco, assassinata barbaramente a Berlino il 15 gen­naio 1919. In tempi di pervicaci banalità sulla “fine del comunismo”, la storia di Rosa Luxemburg meritava un esame lucido e critico che, nel mettere in luce gli aspetti più umanamente autentici di una grande figura del movimento operaio europeo, facesse giustizia di stereotipi e luoghi comuni. La caratteristica più pregevole di questo libro è l’efficace sintesi dei temi del marxismo e degli avvenimenti che caratterizzarono la vicenda dell’Inter nazionale socialista. Leggibile come un romanzo ma equidistante tanto dalla biogra­fia romanzata quanto dal saggio ideologico, il lavoro di Carlo Crippa riporta l’attenzione della memoria su un pensiero po­ litico così “fuori dal tempo” da risultare… attualissimo!

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Masini Pier Carlo, Biografie di sovversivi compilate dai prefetti del regno d’Italia (1)

Estratto da Rivista Storica del Socialismo, 1962, 50 p.

L’Italia degli stati d’assedio, delle leggi eccezionali e del domicilio coat­to fu anche l’Italia del casellario politico. Il casellario venne impiantato dal Crispi nel biennio 1894-1895 per com­battere quella che egli definì setta infame, sbucata dalle più nere latebre della terra, la quale scrisse sulla sua bandiera « nè dio nè capo » (discorso del 10 settembre 1894). La misura era cioè diretta, come le leggi eccezio­nali del 19 luglio dello stesso anno, contro gli anarchici. Ma in effetti essa tendeva a colpire tutti gli oppositori: socialisti, repubblicani, radicali. Venne così costituito un casellario politico centrale presso il Mini­stero degli Interni – Direzione Generale di Pubblica Sicurezza e, probabil­mente, casellari politici periferici vennero istituiti anche presso Questure о Prefetture. Il casellario politico centrale era costituito da fascicoli personali, ordi­nati alfabeticamente, in ognuno dei quali venivano raccolte tutte le carte relative al sorvegliato speciale (rapporti di prefetti, questori, commissari di P. S., marescialli dei carabinieri ecc., denunce anonime, relazioni dei direttori delle carceri per i detenuti e dei consoli per i fuorusciti, ritagli di giornali, copie di denunce all’autorità giudiziaria ecc.). Ma la base del fascicolo era una scheda biografica, compilata su modello mini­steriale a stampa dal prefetto della provincia di nascita о di residenza (o da entrambi). Nella scheda — un libretto di varie pagine — oltre ai dati anagrafici essenziali, ai connotati e alla fotografia era riportato un profilo biografico del soggetto, con particolare riguardo al suo curriculum politico, ai suoi studi, attitudini, relazioni, condanne subite ecc. Il Ministero provve­deva poi a tenere aggiornata la scheda con apposite « annotazioni » redatte sulla base di informazioni о di fogli-notizie trasmessi dai prefetti. Il casellario politico centrale, limitatamente ai « sovversivi » ( questa è la definizione tecnica, introdotta probabilmente dai fascisti) deceduti prima del 1935, si trova ora a disposizione degli studiosi presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma, nella nuova sede dell’E.U.R.. Si tratta di alcune migliaia di fascicoli di cui esiste inventario alfa­betico.
Ragguardevole è il valore di questo materiale per la storia dell’Italia contemporanea. Sotto l’aspetto politico il casellario costituisce, per così dire, l’anagrafe, il ruolo organico dell’opposizione socialista, repubblicana о demo­cratica: un esercito di militanti, dirigenti di fama internazionale e oscuri propagandisti di provincia, tutti perseguitati per le loro idee, tutti impe­gnati in una dura lotta contro quello che fu in Italia, ancor prima del fascismo, un regime di dittatura. E il volto di questa dittatura, inquisitorio, fiscale, poliziesco, appare dalle note biografiche compilate dai prefetti col linguaggio ereditato dai loro predecessori imperialregi e borbonici. Per la parte informativa il casellario fornisce, cronologicamente ordi­nate, copiosissime notizie biografiche, altrimenti di difficile accertamento: date di nascita e di morte, arresti, processi, espatrii, collaborazione a riviste e giornali, casi familiari ecc. Ma l’interesse maggiore del casellario è quello umano, cioè la scoperta di una realtà assolutamente inedita, che spesso sfugge allo storico dei movimenti sociali, proteso a cogliere fenomeni collettivi e di massa e tal­ volta dimentico che dietro quei fenomeni, dentro quella massa anonima ci sono uomini, uno più uno, ognuno con un volto, un’età, un tempera­mento, un mestiere, uno stato civile. Grazie a queste biografie, all’interno della classe о del partito, che per semplificazione espositiva о per astra­zione teorica spesso presentiamo come formazioni compatte ed omogenee, noi ritroviamo una umanità ineguale e frastagliata, nella quale peraltro è possibile individuare le spinte oggettive che trasformano un assieme di casi individuali in fenomeno collettivo. Cosicché la vita individuale cessa di essere, davanti alla generalizzazione di movimenti di massa, una trascu­rabile appendice di curiosità aneddotiche, ma diventa materiale scienti­ficamente utilizzabile per pervenire alla scoperta, alla convalida (e qualche volta alla rettificai di quelle generalizzazioni. Iniziamo qui la pubblicazione di una serie di schede biografiche. I sog­getti appartengono quasi tutti alta prima generazione socialista: quella della Prima Internazionale. Alle schede abbiamo aggiunto in certi casi, oltre ad una breve nota bibliografica, anche altre testimonianze ricavate da necrologi, notizie di stampa, cronache ecc., quasi tutte poco conosciute e utili per una rico­struzione biografica. Abbiamo invece ritenuto di non estendere la pubblicazione ai vari do­cumenti contenuti nel fascicolo personale, poiché in tal caso il lavoro avrebbe assunto proporzioni troppo vaste. Da questi documenti abbiamo invece tratto alcune notizie integrative della scheda biografica, che qui compaiono in una nota introduttiva.

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Nota dell’Archivio
-Opuscolo fotografato

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Masini Pier Carlo, “Antonio Gramsci e l’Ordine Nuovo visti da un libertario”

Edito da L’Impulso Edizioni, Livorno, 1956, 32 p.

Perché la pubblicazione di questi scritti di Antonio Gramsci (che poi sono gli “scritti” propriamente detti, trattandosi, a differenza delle Lettere e dei Quaderni, di materiale elaborato per la pubblicazione e pubblicato) costituiscono un grande avvenimento culturale e po­litico?
Pur avvertendo la difficoltà di operare in Gramsci e particolarmente in questo Gramsci una distinzione del culturale dal politico, possiamo rispondere che gli scritti dell’ “Ordine Nuovo” (A Gramsci. L’Ordine Nuovo. To­rino. Einaudi 1954. pp. 500) presentano ai tanti, ai troppi lettori e ammiratori del Gramsci, della sua umanità, della sua cultura, della sua intelligenza un Gram­sci che vuol veder la gente in faccia, che offende, che urta, che non si fa perdonare, in grazia dell’erudizione il peccato di essere un comunista rivoluzionario; possia­mo rispondere che la pubblicazione di questi scritti spezza un equivoco, rompe il malinteso di un Gramsci soltanto sensibile umanista c diligente filologo, soltanto cultore delle patrie lettere o critico drammatico, tutt’al più mediatore di Marx con De Sanctis e Croce.
Questo Gramsci era ospite gradito dei circoli intel­lettuali borghesi, della provincia culturale sub-crociana, del bel mondo delle lettere e delle arti. Ora l’apparizio­ne del Gramsci, militante rivoluzionario, è un fatto cul­turalmente positivo, proprio perche è destinato a dissi­pare questi indebiti consensi e sospette simpatie all’ope­ra sua
Sotto l’aspetto politico poi la pubblicazione (e quindi la diffusione, la lettura, la conoscenza) di questo volu­me avrà enormi ripercussioni all’interno del partito comunista (e di riflesso in quello socialista). Non biso­gna infatti dimenticare che la grande massa dei mili­tanti comunisti, venuta al partito di « tipo nuovo » di questo dopoguerra, seguendo non tanto le lontane ri­membranze del partito di Livorno quanto le suggestioni del mito sovietico (e di questo più i fasti staliniani che gli echi remoti dell’ottobre rosso), questa nuova gene­razione di militanti che è stata nutrita per dieci anni di broda “democratica” conosce assai meglio gli arti­coli della Costituzione Repubblicana o le parole d’ordine dei Partigiani della Pace che, non per fare un esempio, le 21 condizioni d’ammissione alla Internazionale Co­munista o le tesi di Roma del Partito Comunista d’Italia; i suoi massimi problemi teorici possono essere quelli della critica e dell’autocritica o della direzione collegiale o della possibilità di coesistenza degli stati socialisti con gli stati capitalisti: più in là non va.
Per questo la pubblicazione degli scritti di Gramsci degli anni 1919-1920 è per centinaia di dirigenti comu­nisti di base, bravi ed entusiasti, per migliaia di attivisti sinceri e devoti, come un vasto ed improvviso bagliore che illumina nuovi orizzonti, che getta viva luce su zone rimaste fino ad ora nell’ombra.
In queste pagine gramsciane si sente un linguaggio nuovo, chiaro, vigoroso, si afferrano orientamenti pre­cisi, si scopre una affascinante prospettiva di lotte e di conquiste rivoluzionarie; quei nomi di Trotskj, di Bucharin. di Radek, di Zinovieff. di Kameneff si sentono citati, non più (o meglio non ancora) col marchio del­l’infamia e col solito corredo di improperi, ma come degni compagni di Lenin, come artefici di una grande rivoluzione, come uomini provvisti di particolari loro vedute, non esenti da errore, ma non per questo vitu­perati nè vituperabili ( l’augusto nome di Stalin, a segno di tanta fama, in 500 pagine non viene citato neppure una volta); e poi la grandiosa immane complessa pro­blematica della rivoluzione comunista, della sua strate­gia c della sua tattica, delle sue esperienze, via via ana­lizzate e studiate, in Russia, in Germania, in Ungheria, in Italia. E quale valore di contributi, quale ricchezza di dibattiti, quale impegno di ricerca a confronto con la povertà degli empirismi oggi in voga, in confronto con i miserevoli contorsionismi tattici e ideologici del­l’era staliniana!

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nell’introduzione dell’opuscolo, “questo breve studio sul pensiero di Gramsci del periodo ordinovista riproduce, ampliata e rielaborala, una recensione del volume di scritti del!’ Ordino Nuovo, ap­parsa su l’Impulso, organo dei Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria (numeri del 15 dicembre 1954. 15 gennaio e 15 febbraio 1955)

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Masini Pier Carlo, “Anarchici e comunisti nel movimento dei consigli a Torino”

Stampato da Tipolitografia G. Capponi, Firenze, 1970, 33 p.

Prefazione
Presentando ai lavoratori italiani, e particolarmente agli anarchici, lo studio che Pier Carlo Masini ha voluto dedicare al movimento dei consigli di fabbrica del dopoguerra rosso 1918-1922, formulo l’augurio che alla larga diffusione corrisponda da parte dei lettori un vivo interesse per questo tipico organismo dalle grandi possibilità rivoluzionarie, che in quegli anni fu strumento essenziale e caratteristico della nostra lotta. La lucida trattazione e l’ampia documentazione testimoniano la diligenza e la obiettività di questa esposizione che illustra, specie ai giovani compagni, quanto di più concreto il movimento anarchico seppe allora esprimere per potenziare, su un terreno nostro, gli aneliti di riscossa e di emancipazione delle classi lavoratrici. Inoltre, proprio nel momento in cui la situazione politica di un mondo minato dalle sue stesse contraddizioni, ancor più che dalla volontà degli uomini, può aprire insperate possibilità rivoluzionarie, mi pare estremamente utile l’idea dell’autore di riproporre il tema dei Consigli. E soprattutto mi sembra opportuno sottoporre ad adeguata riflessione le diverse concezioni, ben messe in evidenza dal Masini, della funzione e del potere di essi da parte delle diverse correnti ideologiche. Purtroppo oggi, come allora, rimane inalterato il dissenso fondamentale fra noi ed i comunisti autoritari sul carattere statale o libertario dei Consigli.
Ed è ormai evidente anche sul piano storico che una società di Consigli di produttori liberamente eletti non è conciliabile, per la contraddizion che nol consente, con un regime di dittatura, sia pure proletaria. È ovvio però che ciò non è sufficiente per dimostrare che il sistema dei Consigli, come noi lo intendiamo, è irrealizzabile. Non solo, ma lo stesso pericolo di uno slittamento autoritario di questo strumento di lotta e cellula della futura struttura sociale non può indurci a rinunciarvi. Perciò, se sarà necessario, noi lotteremo a fianco delle correnti politico-sindacali a noi affini finchè riterremo che ciò sia utile allo scopo comune, che mira al possesso collettivo dei mezzi di produzione e di scambio ma poi, come nei più bei tempi della mia vita modestamente polemizzando dicevo ad Antonio Gramsci, raggiunto il bivio dal quale si dipartono le vie che conducono all’autorità od alla libertà, al Soviet di Stato o al Soviet della libera comunità umana, gli anarchici sceglieranno la loro strada.
Maurizio Garino

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Collana Seme Libertario, (a cura del) gruppo Barriera di Milano, Torino, 1951

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