Ferrara Marcella, “Le donne di Seveso”

Edito da Editori Riuniti, Roma, Febbraio 1977, 215 p.

Analisi femminista ed ecologica di una delle più grandi tragedie ambientali italiane. La giornalista de L’Unità, Marcella Ferrara, raccoglie una serie di testimonianze delle donne vittime non solo dell’inadempienza e del profitto al di sopra di tutto e tutti di La Roche e soci ma anche dell’onnipresenza mefitica della Chiesa Cattolica e soci annessi (con in testa Comunione e Liberazione) che si prodigarono in campagne antiabortiste marcate e violente oltremisura.

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Icmesa. Rilanciare l’autogestione della salute

Estratto dalla rivista “Medicina democratica. Movimento di lotta per la salute”, n. 3, Settembre 1976, pagg. 6-26

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Seveso, una tragedia italiana. Il fatto, la foto

Edito da Idea Editions, Milano, Giugno 1977, 74 p.

Il 10 luglio 1976, alle ore 12,37’7″ si rompe la valvola di sicurezza, che sfiatava direttamente nell’atmosfera, di uno dei due reattori del reparto B dell’industria chimica Icmesa, di Meda. La popolazione spaventata vede irrompere un pennacchio bianco – qualcuno, più tardi, dirà grigio, scuro … – che si muove velocemente. Il vento spira al suolo a 7 chilometri all’ora verso sud e a 1.500 metri di altezza a 40 chilometri all’ora verso nord. Le descrizioni che faranno poi del fenomeno le persone interrogate, saranno diverse e talvolta contraddittorie, ma concorderanno tutte sull’ora, sul senso di bruciore agli occhi, alla gola, sull’irrespirabilità dell’aria, sulla paura. Alla vista di questa nube compatta che si avvicina veloce come una minaccia molti si barricano in casa, chiudono porte e finestre, rimangono spaventati a guardare dietro i vetri. Alcuni ricordano altre nubi, più piccole, odori sgradevoli, la gola secca, gli occhi che lagrimano un po’; fenomeni rimasti misteriosi, ma brevi, fugaci come un refolo di vento che solleva un polverone e si dilegua. Una donna che abita in via Carlo Porta – quella che diventerà poi la zona A della prima evacuazione – dirà più tardi che l’odore della nube di Seveso era lo stesso di un pennacchio di fumo fuoriuscito dall’Icmesa il 13 gennaio 1975 e nel maggio del 1976. Fu lei stessa a dare l’allarme all’Icmesa, spaventata perché sua figlia che stava andando a scuola era tornata a casa di corsa premendosi il fazzoletto sulla bocca. La gente di Meda e di Seveso si era abituata a queste stranezze metereologiche. […]

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Comitato Scientifico Popolare, “Seveso in lotta”

Settembre 1976, 16 p.
Aprile 1977, 4 p.
Maggio 1977, 8 p.
Luglio 1977, 8 p.

Estratto dell’Introduzione dell’Opuscolo del Settembre 1976
I gravi fatti dell’ICMESA dimostrano ancora una volta come la salute dei lavoratori e della popolazione e la salvaguardia dell’ambiente naturale siano completamente subordinate alla volontà di profitto dei grandi monopoli e delle industrie multinazionali. Questo non è che un esempio particolarmente clamoroso di quello che da sempre gli operai delle fabbriche subiscono a danno della propria salute. Ed è ormai chiaro che solo i lavoratori e la popolazione in prima persona possono difendersi: se si aspetta l’intervento delle istituzioni avverrà sempre quello che è successo al Vajont, nel Belice, in Friuli, ora a Seveso, e intanto nelle fabbriche si continuerà a morire o ad abortire. Nel caso della nube tossica di Seveso le istituzioni (Ministero della Sanità, Istituto Superiore della Sanità, Assessorato regionale alla Sanità, etc) sono intervenute in modo estremamente tardivo e insufficiente, ma soprattutto si sono rifiutate di coinvolgere la popolazione nella difesa della propria salute. Questo è ancora più grave, se si considera che per malattie dovute alle sostanze tossiche non esiste una cura adeguata e quindi è di fondamentale importanza la prevenzione. Per esempio rispetto ai danni che queste sostanze provocano sulla gravidanza è evidente l’importanza fondamentale di mettere a disposizione delle donne metodiche valide per impedire in modo assoluto il concepimento, di fornire una seria educazione sessuale e di predisporre strutture sanitarie e strumenti legislativi che mettano la donna in condizione di interrompere la gravidanza se lo ritiene opportuno. Inoltre le istituzioni hanno teso a coprire e soffocare ogni protesta, ogni tentativo di organizzazione degli abitanti della zona, che non hanno sufficienti informazioni su ogni aspetto della situazione (livello di contaminazione, risultati delle analisi etc), informazioni che sono invece indispensabili per esercitare un reale controllo democratico dal basso. Il Comitato Scientifico Popolare, che ha raccolto nei primissimi giorni numerose prove che dimostrano le responsabilità della multinazionale o delle autorità locali, operando sul principio della non delega, intende allargare il proprio intervento, coinvolgendo gli organismi di base della zona, organismi medici e socio sanitari.

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Sapere, “Seveso”

Mensile, n. 796, Novembre-Dicembre 1976, 161 p.
Estratto dal n. 812, Luglio-Agosto 1978, pagg. 2-20
Mensile, n. 848, Giugno-Agosto 1982, 130 p.

dal primo articolo del n. 796
Si compiono, mentre scriviamo, sei mesi dal giorno in cui una larga nube di sostanze straordinariamente tossiche si alzò da uno dei cento punti in cui si articola nel mondo la produzione di una gigantesca impresa multinazionale per abbattersi e rotolare su una regione densamente popolata del nostro Paese, investendo da sè uomini, abitazioni, culture, animali, corsi d’acqua ed estesi terreni, avvelenando non si sa ancora quanti, producendo danni non si sa completamente quali, per un unico, noto, identificato fine: il profitto del capitale che trasforma in se stesso non solo il pluslavoro degli uomini, ma anche le condizioni, la nocività, i rischi di questo lavoro. Non si è trattato di un incidente ma di un delitto. Data: 10 Luglio 1976; luogo: Seveso ed altri comuni della Brianza; colpevole: ICMESA di Meda; mandante: HOFFMAN e la ROCHE di Basilea; complici: governanti e amministratori italiani di vario livello (centrale, regionale, locale); arma: organizzazione scientifica di produzioni tossiche; reato: lesioni e danni di varia natura e gravità; vittime: lavoratori, popolazione, ambiente.
Un delitto, diciamolo chiaramente, di cui nessuno vorrebbe più sentire parlare: nè gli esecutori nè i mandanti ma nemmeno i complici e le vittime perchè il potere – mai così sconciamente solidale e compromissorio in tutte le sue più diversificate istituzioni ed aggiornate declinazioni – lo ha gestito con apparente dabbenaggine ma perversa accortezza per portare le cose al punto in cui, con derubricazione ad incidente e la minimizzazione delle conseguenze, si verificasse nella coscienza collettiva – così crudelmente ferita ma deliberatamente confusa – un traviamento di bisogni in desiderio di rimozione: basta, non è stata che una calamità, si paghino i danni e si ritorni alla “normalità”! Noi, invece insistiamo a dire che si tratta di un delitto – come documentano i contributi raccolti in questo fascicolo – cui sono inadeguate persino le precisazioni circostanziali date nelle righe precedenti. Vogliamo, cioè, chiarire subito che non è corretto assegnargli una data se è vero, come è vero, che esso veniva compiendosi da tempo ed ora estende i suoi effetti in un altro tempo che nessuno può, oggi, determinare ma che qualcuno, già oggi, si prepara a confondere; nè è corretto indicare un luogo, orgami assunto a toponimo dell’evento, se nessuno può dire e ancora altri non vuole, dove è ormai giunta la diossina – in profondità e in estensione – e in quali cicli bioalimentari si è ormai inserita; nè è corretto limitarci a parlare di “lesioni e danni” mentre ci è e ci sarà ancora negato conoscere – perchè questa è la ratio dell’apparente insipienza di commissioni assortite per omertà politica e aggettivate per specificità scientifica – con quali modalità e frequenze si convertiranno in morte dei colpiti o sventura della loro progenie. Per tutto ciò e ben altro numero di SAPERE non ci sembra tardivo, forse prematuro. Almeno nel senso che “la faccenda dell’ICMESA” non è accaduta ma sta tuttora accadendo, i “fatti di Seveso” sono scritti solo in parte nel passato ma dovremo leggerne ben altri nel futuro, che “il significato della diossina” non lo conosciamo se non per rari squarci di un ben custodito segreto di guerra e di morte. E così per molti altri aspetti e sviluppi del problema. Per questo, se qui presentiamo materiali e considerazioni raccolti secondo il piano da tempo formulato, di una ricognizione e di un’analisi sviluppatesi in questo semestre, non pensiamo certamente che si esaurisca qui l’attenzione di SAPERE per quanto è accaduto e accadrà, ma anticipiamo al lettore ulteriori interventi su questo che, consapevolmente, abbiamo definito delitto contro i lavoratori, la popolazione: l’ambiente.

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Rivelli Marco Aurelio, “L’arcivescovo del genocidio. Monsignor Stepinac, il Vaticano, e la dittatura ustascia in Croazia, 1941-1945”

Edito da Kaos Edizioni, Milano, Febbraio 1999, 292 p.

Nello Stato indipendente di Croazia, voluto dai nazifascisti negli anni 1941-1945, si consumò una delle pagine più terribili della Seconda guerra mondiale. Gli ustascia di Ante Pavelic, sostenuti da Hitler e Mussolini, sterminarono centinaia di migliaia di serboortodossi e decine di migliaia di ebrei e rom, in nome di una “soluzione finale” etnico-religiosa perseguita anche attraverso l’imposizione di “conversioni” di massa al cattolicesimo. In quello che passerà alla storia come l’Olocausto balcanico, un ruolo decisivo, diretto e indiretto, lo ebbe Santa Romana Chiesa: l’arcivescovo di Zagabria, monsignor Alojzije Stepinac, collaborò attivamente con la dittatura ustascia; settori del clero cattolico croato parteciparono in prima persona allo sterminio e alle “conversioni” di massa; il Vaticano avallò il genocidio etnico-religioso attuato da Ante Pavelic. Questo libro ricostruisce l’Olocausto balcanico, e documenta il “collaborazionismo” di monsignor Stepinac e della Chiesa di Roma con il nazifascismo croato, Marco Aurelio Rivelli (Genova 1935), laureato in Scienze politiche con la tesi “La politica razziale e religiosa dello Stato indipendente croato (1941-1945)”, ha pubblicato il libro Le génocide occulte – État indépendant de Croatie 1941-1945 (L’Ago d’Homme, Losanna 1998).

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Campagna Federico Carlo, “Comunicazioni Sovversive”

Università Commerciale Luigi Bocconi, Corso di Laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione, 2004/2005, 43 p.

Introduzione
“Stat rosa pristina nomine,
Nomina nuda tenemus.”
Bernardo di Morlay, De contemptu mundi.
Il presente lavoro di ricerca è nato allo scopo di rappresentare, mediante esposizioni teoriche e aneddotiche, la storia passata e presente di quella forma di contestazione dell’ordine socio-economico esistente denominata dai suoi stessi protagonisti “comunicazione guerriglia”. Nel corso della trattazione verranno esaminate inoltre le principali influenze intellettuali esercitate sugli sviluppi del fenomeno, da parte di numerose correnti novecentesche del pensiero filosofico, sociologico, semiologico e artistico.
In particolare, la struttura della tesi è definita da:
– Capitolo 1: “5 W” => le origini della comunicazione sovversiva, le cause, il “soggetto rivoluzionario”, il terreno di scontro.
– Capitolo 2: “Ping-Fa” => le caratteristiche generali della comunicazione guerriglia e le sue strategie di organizzazione e di lotta (influenze filosofiche).
– Capitolo 3: “Bevo Jägermeister perché il mio spacciatore è in galera” => le principali tecniche impiegate dalla comunicazione-guerriglia, breve cronistoria del détournement, varia e diffusa aneddotica. Prima di dare inizio alla trattazione, è necessario fare però alcune precisazioni, che possono suonare anche come una necessaria professione di umiltà:
– con il presente studio non ci illudiamo affatto di aver trattato l’argomento in questione con sufficiente profondità e diffusione. Di fronte ad evidenti problemi di spazio e di tempo, abbiamo deciso di limitare l’approfondimento soltanto a quelle forme di comunicazione- guerriglia che comportassero un risvolto “performativo”, ovvero azioni concrete nel quotidiano reale. In questo modo abbiamo consapevolmente tralasciato la quasi totalità della comunicazione “virtuale” che avviene esclusivamente sul circuito di Internet.
– Allo stesso modo abbiamo deciso di concentrare l’analisi su fenomeni che interessassero soprattutto le forme di comunicazione, tralasciando dunque spesso i contenuti della comunicazione, a favore di uno studio della forma (che comunque, in molti casi, è essa stessa un contenuto…).
– Non ci siamo occupati dei fenomeni di Controinformazione, in quanto abbiamo ritenuto che quell’ambito avesse acquisito, soprattutto ultimamente, una propria esistenza autonoma, tale da consentirle di poter essere separata dal resto della comunicazione-guerriglia. Sarebbe stato interessante, dunque, integrare l’analisi con uno studio separato del fenomeno della controinformazione, vitalissimo in Europa e in Italia da decenni. Sarà per una prossima occasione…
– Nonostante sia ripetuto più volte nel corso della trattazione come il fenomeno analizzato si caratterizzi per una marcata ostilità per le Teorizzazione, le Astrazioni, i Pensieri Istituzionalizzati, tuttavia, soprattutto nella prima parte della tesi, abbiamo dedicato attenzione particolare all’esposizione dei differenti influssi teorici e alla rappresentazione (comunque sempre non schematica né categorica) delle posizioni ideali che possono in qualche modo accomunare la galassia dei guerriglieri della comunicazione.

Infine, il procedere della narrazione potrà risultare a tratti frammentato e leggermente dispersivo. Ci auguriamo che questo inconveniente si verifichi il meno possibile. In ogni caso, ce ne assumiamo la piena e consapevole responsabilità, poiché è stata scelta fin dal principio una modalità di trattazione “perimetrale” e che fornisse un’ampia panoramica dei collegamenti possibili e degli stimoli nascosti nell’oggetto dell’analisi piuttosto che cercare di elaborare un’analisi più approfondita ma, a nostro giudizio, forse anche più arida. Alla base di questa scelta sta la convinzione di chi scrive che sia di gran lunga preferibile la selva delle intuizioni e delle verità ombrose, piuttosto che la Stonehenge della Verità

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Latour Bruno, “Disinventare la modernità. Conversazioni con François Ewald”

Edito da Eleuthera, Milano, 2008, 71 p.

I politici snocciolano sempre più spesso presunti “dati scientifici” nei loro discorsi. Conservatori o progressisti che siano, tutti si affannano ad assicurarsi il sostegno di qualche “dato certo”, fornito da “esperti”, per le loro opinioni e per le loro decisioni. Come se vi fossero certezze sui fatti e univocità di interpretazioni. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche hanno contribuito a creare il mondo moderno. L’hanno reso più vivibile e confortevole. Ma nessun esperto, nessuno scienziato può controllare e prevedere ogni cosa. E gli “effetti collaterali” dello sviluppo si moltiplicano e amplificano. Che fare? Che fare se l’intreccio di fatti e valori sembra destinato a riproporsi, a dispetto del progresso e della modernità, e diversi sistemi di valori si affrontano? In queste brevi conversazioni Latour delinea una risposta forte. Bisogna “disinventare” la modernità e costruire spazi di mediazione, di negoziazione fra diverse culture, saperi e tradizioni. Solo attraverso l’idea di un mondo comune è possibile comprenderne la pluralità.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del testo “Un monde pluriel mais commun”, Éditions de l’Aube, 2005

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Colombo Eduardo, “Lo spazio politico dell’anarchia”

Edito da Eleuthera, Milano, 2009, 190 p.

L’anarchia è una figura, un principio organizzativo, una rappresentazione del politico, il paradigma di una società non-gerarchica. Lo Stato è un principio differente e opposto, il paradigma dell’espropriazione del potere da parte di una élite. Lo spazio pubplico in cui gli esseri umani possono riconoscersi liberi e uguali è costruzione storica, lunga e incompiuta. Come ogni istituzione esso dipende dal loro volere e dal loro agire ed è dunque intimamente legato alle conquiste dello spirito critico e alla desacralizzazione del mondo. Né la natura né la divinità hanno dato la libertà all’essere umano. Se l’è data da sé, l’ha conquistata giorno dopo giorno in una lotta dura e interminabile contro i poteri grandi e piccoli. E anche contro se stesso.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “L’espace politique de l’anarchie”, 2008

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Il Male

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Durata: Febbraio 1978 – Marzo [?] 1982
Luogo: Roma
Periodicità: Quattordicinale (dal n. 1 al n. 7, 1978); Settimanale (dal n. 8, 1978, fino al n. 10, Marzo [?] 1982)
Pagine: in media 15-16 pagine

Note dell’Archivio
-Manca l’annata 1982
-Mancano gli inserti, eccezione fatta per “Duemila. Supplemento de Il Male. 9 Gennaio 1980” presente in archivio
-Numeri mancanti: 1979: 28; 1980: 6, 14-15, 17-30, 32-37, 39-45
-Numeri presenti del 1981: 3 e 4
-La qualità di alcune scansioni, specie i numeri del 1979, sono scadenti.
-L’annata del 1982 venne diretta da Vincino. La segnalazione “[?]” indica che non sappiamo quale fu effettivamente l’ultimo numero de Il Male. La rivista venne ripresa nel 1994 come numero unico; successivamente uscì come mensile e titolata “Il Nuovo Male” dall’Ottobre 1995 fino al Marzo 1996 . Negli anni dieci del 2000 si assiste all’uscita di due riviste distinte che portano il nome della rivista storica: una diretta da Vincino e Vauro, “Il Male di Vincino e Vauro” (2011-2013), e l’altra da Sparagna, “Il Nuovo Male” (2011-oggi; uscite irregolari)

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