Mazzeo Antonio, “I padrini del ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”

Edito da Edizioni Alegre, Roma, 2010, 206 p.

Speculatori locali o d’oltre-oceano; faccendieri, piccoli, medi e grandi trafficanti, conservatori, liberali e finanche ex comunisti, banchieri, ingegneri ed editori. Sono questi I Padrini del Ponte che più o meno occultamente tramano a favore della realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Il libro, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, anche se non definitive, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi criminali che ruotano attorno alla grande opera. Dando della mafia un’immagine molto più complessa di quella a cui siamo abituati.

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Mangano Antonello, Mazzeo Antonio, “Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte”

Edito da Sicilia Punto L/Terrelibere.org, Ragusa, Giugno 2006, 103 p.

Quali sono i veri obiettivi che muovono da anni la «lobby del Ponte»? Quale sarà il vero impatto dei cantieri sulle popolazioni? E vero che la costruzione della mega-opera sarà un disastro per i conti dello Sta­to? Alla fine, chi ci guadagnerà davvero? Il quaderno articola in sette punti le argomentazioni contrarie al Pon­te, riportando ragioni note (ambiente, mafia, impatto occupazionale) e proponendo questioni poco conosciute (guerra, conflitti d’interesse, aziende ed interessi coinvolti). La lotta contro le Grandi Opere – fino a qualche tempo fa limitata ad una piccola minoranza ed oggi questione nazionale — ha riproposto la riscoperta dei territori e pone da subito il problema di un diver­so modello di sviluppo. 1. Il club del cemento. Perché il Ponte è affare per pochi. 2. Impatto sociale. Perché il Ponte stravolge la vita della comunità. 3. La mafia. Perché il Ponte ripropone il dominio criminale. 4. La diseconomia. Perché il Ponte è un disastro per i conti pubblici. 3. Impatto occupazionale. Perché il Ponte non dà lavoro. 6. Impatto ambientale. Perché il Ponte distrugge l’ecosistema. 7. I militari. Perché il Ponte è collegato alla guerra.

Terrelibere.org produce e raccoglie dal 1999 inchieste e ricerche sui rapporti tra Nord e Sud del Mondo, la mafia, le migrazioni, le que­stioni di genere, la tratta, l’economia. Tutti i materiali sono diffusi li­beramente.

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A 34 mani. Note sulla lotta contro gli sfratti a Torino

Torino, Settembre 2014, 18 p.

Al bando.
La messa al bando dei picchetti antisfratto: questa potrebbe essere la finalità ultima degli arresti torinesi del 3 di Giugno passato. Non l’unica, per carità, ma quella che veramente trascende le vicende del conflitto sociale in città e che pila potrebbe ipotecare lo sviluppo di alcune lotte portanti in tutta Italia, quasi fosse un codicillo anziché legislativa — del piano casa del governo introdotto per via giurisdizionale Renzi. Non che questo sia il primo attacco frontale contro l’efficacia mostrata dai picchetti, già la primavera scorsa gli omini di Tribunale torinesi avevano tirato fuori dal cilindro l’art. 610, l’incidente d’esecuzione, che, utilizzato probabilmente per la prima volta in maniera sistematica contro una lotta, consente di sospendere lo sfratto in caso di problemi di ordine pubblico e rimettere la procedura nelle mani di un giudice che stabilisce una nuova da senza più comunicarla allo sfrattando ma solo alle altre parti in causa. Lo sfratto diventa uno sgombero e la pratica del picchetto va a farsi benedire. Nelle carte dell’accusa, invece, i Pm torinesi arrivano a proporre l’equivalenza “picchetto antisfratto violenza aggravata a pubblico ufficiale che, per quanto possa sembrare ardita, e stata accolta senza battere ciglio dal Gip nel convalidare gli arresti preventivi e dai magistrati del riesame nel confermarli. E si parla dei picchetti in quanto tali, proprio in virtù del loro meccanismo di funzionamento, non solo di quelli conditi con episodi particolarmente “vivaci” Scorrendo la lunghissima lista dei capo di imputazione, difatti, si trova che ci vengono rinfacciati non solo picchetti nei quali l’ufficiale giudiziario si sarebbe trovato più o meno circondato dai membri della famiglia sotto sfratto, dai loro parenti ed amici e dai solidali organizzati nelle periodiche assemblee di quartiere, tanto da sentirsi “minacciato” e quindi forzato ad omettere un atto dell’ufficio» (eseguire lo sfratto) e a compierne un altro (firmare la proroga). Vi sono anche episodi nei quali l’ufficiale giudiziario neanche si avvicina al piccheto, se non per consegnare la proroga già compilata e nei quali la “minaccia” nei suoi confronti consiste solo nelle «fortificazioni di fortuna ma sapientemente congegnate», cioè nelle barricate di cassonetti. C’è una richiesta di arresti addirittura per tre differenti accessi di un’unica famiglia di Borgo San Paolo, nei qual l’elemento di “minaccia” è costituito solo dalla «catena umana» di fronte al portone , richiesta respinta esclusivamente perché gli aspiranti galeotti non sono stati identificati con certezza. E quando la polizia riesce a spazzar via un picchetto, con l’ufficiale giudiziario che arriva sul campo a battaglia finita solo per piantare la bandierina dello sfratto eseguito, ci si ritrova comunque accusati di “tentata violenza a pubblici ufficiale”. Se è indubbiamente vero che il livello di conflittualità toccato soprattutto nella Barriera dalla lotta contro gli sfratti e stato abbastanza alto, e socialmente allargato, con picchetti numerosissimi e ben difesi, è vero pure che, scava scava, questa inchiesta vuol colpire la forma picchetto in quanto tale, rendendola sostanzialmente illegale e quindi sanzionabile con l’arresto. Un 270 sexies a bassa intensità che non tenta di rendere, come nel caso dei compagni arrestati per la lotta contro il Tav, terroristico il sabotaggio — perché in grado di impedire alle istituzioni di rispettare gli impegni presi — ma piuttosto di rendere arrestabile chiunque intralcia in qualche modo la strada di un ufficiale giudiziario — perché così facendo gli impedisce di svolgere il suo dovere. E questo non è un problema, dunque, dei soli compagni arrestati o di quei proletari che ancora volessero resistere agli sfratti a Porta Palazzo o nella Barriera di Milano. Se questa imputazione passasse sarebbe un problema enorme per tutte le realtà di lotta contro gli sfratti e per la casa, qualunque sia lo sfondo progettuale o il loro percorso organizzativo, in tutta Italia. Sempre che il picchetto non sia utilizzato come un semplice orpello scenico per mascherare accordi già siglati in altra sede, ma questo è un altro discorso. E al di fuori dello specifico di questa lotta, poi, identico ragionamento dei giudici torinesi potrà fare il Pm che, in un prossimo futuro, si troverà alle prese con chi cerca di impedire, per esempio, l’esproprio dei terreni dove si dovrà costruire una qualsiasi “grande opera”. I proletari di oggi come quelli di ieri, per difendersi dalla violenza legale e quotidiana dell’economia, non hanno altri strumenti che le proprie braccia, magari adeguatamente equipaggiate, la propria determinazione e la propria capacità di organizzazione autonoma. E il lavoro d’avanguardia della Procura torinese si conferma ancora per quello che è, proprio come nel caso dell’uso dell’aggravante di terrorismo per i quattro del 9 Dicembre: fornire ai padroni strumenti nuovi per la repressione dei conflitti sociali e, nel contempo, toglierne a chi lotta.

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7 Aprile 1920. La nostra storia. Modena, Piazza Grande

Modena, Novembre 2007, 54 p.

Questo libro è un omaggio alla vita di tanti uomini e donne che tra il 1800 ed il 1900 hanno riempito queste terre di libertà e di ribellione. Giustizia sociale, fratellanza umana erano le armi potenti a disposizione dei nostri fratelli e sorelle contro i poteri della monarchia, dello Stato, della chiesa e dei padroni, e vinsero come si vince sempre…in ogni moto di ribellione

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Off Topic e Maggioni Roberto, “Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015”

Edito da Agenzia X, Milano, 2013, 175 p.

Le banche, le fondazioni, le congreghe e le mafie stanno muovendo le loro pedine per accaparrarsi le fette più ghiotte della torta di Expo. Vuoi giocare anche tu? Tira i dadi e decidi il tuo personaggio: un immobiliarista alla Cabassi, un’archistar alla Boeri, un sindaco che ha sbagliato la prima mossa, un governatore padano più ricattabile del celeste, o un più modesto ‘ndranghetista che sposta terra e apre bar sui navigli. Muoviti sul tabellone schivando gli imprevisti. Comitati denunciano gli scempi, reperti archeologici disturbano i cantieri, pendolari bloccano i treni, inquilini si oppongono all’abbattimento delle case popolari, grattacieli vengono occupati da precari, informatici vanno in sciopero, centri sociali resistono agli sgomberi. Le caselle del gioco diventano capitoli del libro, se li leggi potrai fare luce sui buchi neri finanziari, i conflitti di interesse e la voracità della speculazione. Con un linguaggio a metà strada tra giornalismo d’inchiesta, comunicazione virale e advertising irriverente, “Expopolis” offre alle nuove comunità resistenti gli strumenti critici ideali per graffiare l’icona dell’evento internazionale. Un volume ricco di dati, analisi, documenti e racconti orali di cittadini che partecipano loro malgrado al grande gioco al massacro di Expo 2015.

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Operai leggete, operai riflettete!

Edito dal Gruppo anarchico Germinal, Ginevra, 1905, 6 p.

Permetteteci, lavoratori, di rubarvi qualche minuto sul ben guadagnato riposo per dirvi qui quattro chiacchiere alla buona. Lavoratori come voi, come voi soffriamo e lavoriamo, come voi siamo stati allevati nella ignoranza e nel pregiudizio, le disillusioni della vita ci han fatto conoscer la menzogna ed intravedere la luce della verità.

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Nota dell’Archivio
-Opuscolo fotografato

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Ogni uomo deve avere delle buone ragioni per alzarsi la mattina

Edito da IstrixIstrix, Torino, Settembre 2006, 32 p.

Estratto
Da alcuni mesi a questa parte stanno circolando dentro alla carceri, nei luoghi ad esse contigui e, più in generale, nell’ambito “sociale”, documenti, bozze, prese di posizione varie sul problema della prigionia politica in Italia, della fine o della ridefinizione della cosiddetta “lotta armata” e, infine, pur alludendovi, del conflitto sociale tuttora in corso. Noi intendiamo intervenire in merito con l’autorevolezza dataci dalla passione e non certo da qualsivoglia etichetta. Perciò ci preme subito dire come, da chi, da dove e perchè nascono queste parole che sono solo un passo distanziate dalle idee!

Siamo un gruppo di soggetti incasellati in varie inchieste giudiziarie attualmente detenuti nel carcere speciale di Fossombrone, un gruppo che, a partire da livelli di aggregazione vissuta, si è sedimentato negli ultimi tempi e va verificandosi sul dibattito riguardante la proiezione reale e possibile del nostro essere ed esistere interno alle dinamiche sociali, tendenzialmente controsocietarie. Non intendiamo certo riproporre caratteri da “vecchia organizzazione”, ne riassumerne le caratteristiche, nè infine, pretendiamo o desideriamo presentarci come un blocco monolitico che, oltre a non essere reale, non avrebbe neppure quella “forza espressiva” alla quale ambiziosamente tendiamo.

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Nota dell’Archivio
-Estratto da “Italia 1983. Prigionieri politici, processi, progetti”, Edizioni cooperativa Apache, Chivasso, Maggio 1983

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OACN-FAI Napoli, “Campania (e Italia). Prove industriali di genocidio”

Napoli, Giugno 2012, 20 p., III Versione

Estratto

Viviamo in Campania, nella città di Napoli: alcuni di noi vivono e/o hanno vissuto e/o lavorano nella zona orientale della città, altri nelle vicinanze del quartiere di Chiaiano- dunque in alcuni dei tanti luoghi individuati come depositi di stoccaggio o per costruire inceneritori da uno dei tanti Commissari Straordinari con poteri in deroga alle leggi vigenti che la regione Campania ha avuto per la “soluzione” della cronica emergenza rifiuti. Questi luoghi sono a poche centinaia di metri dalle nostre case e/o dai nostri posti di lavoro, quindi ci troviamo direttamente nell’occhio del ciclone. Nei mesi ed anni passati abbiamo seguito con sempre maggiore attenzione la situazione, studiandone le dinamiche e le forze in gioco, recandoci anche in alcuni altri luoghi (Serre Persano, S. Maria La Fossa, Lo Uttaro, Pianura, Terzigno…) per constatare di persona la situazione e sentire direttamente le ragioni della popolazione in rivolta, abbiamo partecipato a manifestazioni, dibattiti e assemblee, siamo stati parte del movimento d’opposizione allo scempio del nostro territori […]

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Naftalina. L’inutile tentativo di difendere i vecchi paletot dell’amministrazione politica italiana

Edito da 415, Torino, Gennaio 1994, 46 p.

Questo pamphlet cerca di disvelare il processo omeostatico del sistema. Per omeostasi intendiamo la tendenza di un organismo a mantenere un proprio equilibro riadattandosi progressivamente al mutare delle condizioni esterne. L’organismo politico italiano, di fronte alla crisi attuale, si trova nella necessità di depurarsi e riciclarsi in nuove forme. Ma l’amministrazione permane. Quello che temiamo: il Nuovo che avanza.

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Libero International

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Durata: Settembre 1974 – Marzo 1980
Luogo: Kobe
Periodicità: Irregolare
Pagine: 12 (nn. 0 e 6); 44 (n. 1); 46 (n. 2); 52 (nn. 3 e 5); 56 (n. 4);

Nota dell’Archivio
-Rivista in Inglese
-Libero International fu una rivista anarchica giapponese (scritta in lingua inglese) degli anni ’70. Scopo di questa rivista era operare nel quotidiano attraverso la controinformazione e far uscire dall’oblio (e anche dalla censura) la storia del movimento anarchico asiatico (in particolare cinese, coreano e giapponese). La lingua non venne scelta a caso: l’inglese serviva sia per far conoscere ai/alle compa di altre zone del mondo quel che succedeva in Giappone che creare contatti tra esse/i. Nonostante abbia concluso la sua esperienza con il numero 6 (comparso nel Marzo 1980) per problemi di stanchezza e di soldi, questa rivista è stata fondamentale in un paese in pieno sviluppo industriale e con marcate divisioni e disparità sociali ed economiche.

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