Il Ribelle

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Durata: 7 Dicembre 1884 – 29 Luglio 1885 .
Luogo: Reggio Emilia
Periodicità: Irregolare
Pagine: 4

Nota dell’Archivio
-Bettini, nel libro “Bibliografia dell’anarchismo : periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana, 1872-1971”, riporta questa nota tipografica: “I n. 15, 16 e 21 (5 e 12 Aprile e 10 Maggio 1885), sono stampati su carta viola; il n. 20 (3 Maggio 1885) su carta gialla; La composizione grafica della testata varia col n. 11 (8 Marzo 1885): con tale data compare a sinistra del titolo, una figura femminile, reggente una fiaccola nella mano sinistra alzata. Una nuova variazione si ha a partire dal n. 30 (5 Luglio 1885); Il numero del 4 Giugno 1885 (a. I, n. 25), esce listato a lutto, in occasione del 3° anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi.”

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Discontent

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Durata: Maggio 1898 – Aprile 1902
Luogo: Home, Stati Uniti
Periodicità: Settimanale, Irregolare
Pagine: 4

Note dell’Archivio
-Giornale in Inglese

-Scheda tecnica
–Mancano i seguenti numeri: Vol. 1: 4, 6-9, 11-26, 28-37, 39-42, 44, 46-48, 51-52; Vol. 2: 1, 3-4, 8-9, 15-16, 18-19, 22, 24-28, 30-33, 35, 37-39; Vol. 3: 13, 21, 24, 29, 44-45; Vol. 4: 1, 5, 14, 20, 24, 31
–Pagine e numeri danneggiati: n. 5, vol 1: pagg. 3-4 rovinate; n. 11, Vol. 2: presenta un errore di stampa a forma di piegatura tra la prima e la seconda pagina; n. 20, Vol. 3: presenta una macchia d’inchiostro rosso nella prima pagina e tracce di umidità nei bordi di tutte e 4 le pagine; nel numero del 25 Settembre 1901 viene riportato erroneamente “no. 2” anzichè “no. 3”; n. 31, Vol. 4, 30 Aprile 1902: non è stato inserito a causa degli strappi presenti in tutte e quattro le pagine.

-Fondato da alcuni residenti della colonia anarchica “Home” nello Stato di Washington (USA), il giornale pubblicava informazioni locali sulla colonia (precisamente nella rubrica “Association Notes”), nonché notizie nazionali e articoli selezionati da altri organi di stampa. Il tono della pubblicazione era diretto e sarcastico e non militante come tante altre pubblicazioni anarchiche; veniva distribuito tra Boston-Columbia, Seattle, San Francisco e Honolulu. Alcuni redattori del giornale, come James F. Morton jr, vennero accusati di aver violato la Comstock Act del 1873, una legge che proibiva la circolazione di materiale considerato immorale e/o osceno (tipo strumenti per abortire, opuscoli informativi riguardante l’educazione sessuale etc). Il giornale si schierò dalla parte dei suoi redattori, presentandoli come difensori della libertà sia di parola che della sessualità.
A causa di questa posizione assunta da “Discontent”, a cui si devono sommare i continui attacchi della stampa liberale e conservatrice della vicina città di Tacoma – specie dopo l’omicidio del presidente statunitense McKinley ad opera dell’anarchico Czgolsz -, e la tiratura settimanale del giornale (1200 copie, secondo quanto riportato da Kenneth Owen Ghormley nel saggio “The L.F.D.B.A. Celebrates Its Centennial: Anarchy at Home“), il servizio postale chiuse l’ufficio postale della comunità nell’Aprile del 1902, impedendo così la spedizione della pubblicazione anarchica.
Dopo “Discontent” venne fondato il giornale “The Demonstrator” (1903-1908).

-Nel libro di Longa Ernesto A., “Anarchist Periodicals in English Published in the United States (1833-1955). An Annotated Guide”, The Scare Crow Press, Lanham-Toronto-Plymouth, 2010, viene riportato erroneamente che il giornale chiuse con il numero 30 del 23 Aprile 1902. In realtà vi è un altro numero, il 31, datato 30 Aprile 1902. Molto probabilmente questa è l’ultima pubblicazione del giornale.

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Pilgrim Elis, “Il tramonto del maschio. Distruttore dell’umanità”

Edito da Sugarco Edizioni, Milano, Aprile 1975, 198 p.

Pilgrim basa la propria teoria del Tramonto del maschio, distruttore della donna, della « Partnerschaft », di se stesso e infine dell’intera uma­nità, sul comportamento maschile caratterizzato da una costante, la­tente о manifesta omosessualità, senza la quale il sistema patriarcale non potrebbe esistere. « Il maschio, socialmente e sessualmente, è un idiota ed eroticamente è un essere finito. Si interessa seriamente solo agli altri maschi. Scienza e politica funzionano solo nella misura in cui i maschi esprimono un compor­tamento che li avvicina gli uni agli altri, о li allontana gli uni dagli altri. Produzione e guerra non sono pensabili senza una rete di relazioni dei maschi fra di loro. » Sull’istinto maschile, deformato nella sua originarietà dal prevalente inte­resse che la società dei maschi manifesta verso la sua componente omo­sessuale, s’innesta l’omosessualità sociale del maschio, che lo rende definitivamente e irreversibilmente disponibile per il lavoro e per la guerra, in cui libido e aggressione si concentrano unicamente sugli appar­tenenti al proprio sesso, assicurando in tal modo il funzionamento della società maschile-patriarcale, in cui la donna non deve essere nulla di preciso, nè fare nulla di preciso, poiché il suo compito è quello di ren­dersi complementare allo stato del maschio. I giovani maschi verranno accettati dai maschi adulti, ossia dai padri, solo nella misura In cui sa­pranno rispondere a questo perenne invito omosessuale. Cosi, nel sistema patriarcale, in cui la vita è sopportabile solo in quanto l’essere umano, istupidito e reso inetto dalla totale deformazione degli istinti originari, ha saputo occupare il proprio posto di dominato, il maschio passa conti­nuamente da un programma di omicidio a un programma di suicidio, coinvolgendo in questo tramonto angoscioso tutta l’umanità. Con un linguaggio lucido e incalzante e spesso divertente Pilgrim, che nell’« anno della donna » è l’unico uomo in Germania ad essere continua- mente invitato a dibattiti e convegni femministi, rovescia in questo libro l’analisi tradizionale e giunge a conclusioni solo apparentemente paradossali.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Der Untergang des Mannes”, Verlag Kurt Desch GmbH, Monaco, 1973

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FAL, Teatrofficina Refugio, “Idea d’amor. Libere visioni dell’anarchico Pietro Gori”

Livorno, [2015], 66 p.

Perché uno spettacolo su Pietro Gori
Nel gennaio 2015 il Teatrofficina Refugio e la Federazione Anarchica Livornese avviano una collaborazione finalizzata a realizzare uno spettacolo teatrale sull’anarchico Pietro Gori. Questa collaborazione nasce dall’esigenza, nel centocinquantesimo anniversario della nascita, di dare vita ad un’iniziativa culturale che uscisse dagli schemi delle commemorazioni ufficiali in cui viene presentata un’immagine di Pietro Gori compatibile con l’ordine sociale, e che invece rappresentasse la forza dirompente del suo pensiero e della sua azione. I testi originali di Gori sono stati il punto di partenza per la nostra rielaborazione e per le libere visioni d’anarchia che ne abbiamo tratto. Questo libretto vuole sostenere la fruizione dello spettacolo segnalando i riferimenti documentali e testuali a cui si ispira il testo teatrale che abbiamo prodotto. Lo scopo, ovviamente, non è quello di limitare il piacere dello spettacolo con un’operazione pedante, ma di restituire, a chi è interessato, il percorso che noi stessi abbiamo compiuto. Per qualcuno sarà come avere a disposizione una piccola antologia goriana, per qualcun altro sarà un semplice back stage di scrittura teatrale.
Federazione Anarchica Livornese
Teatroffìcina Refugio

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Rensi Giuseppe, Religione nella scuola. Rensi Emilia, Scuola e libero pensiero

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Dicembre 2000, 62 p.

PREMESSA
Il problema di grande attualità che vede i fautori della scuola statale contrapposti ai sostenitori della scuola privata (leggi confessionale) ha origini remote. L’agile e ben docu­mentato excursus storico di Emilia Rensi, acuta e profonda osservatrice del mondo della scuola, traccia le linee fonda­mentali dell’annoso conflitto tra Stato e Chiesa, mettendo in guardia da corrivi permissivismi, gravidi di nefaste conse­guenze per la scuola laica. Dopo la prima edizione di questo volumetto non pochi avvenimenti succedutisi nel volgere di una quindicina d’an­ni, hanno peggiorato una situazione già difficile per la scuo­la statale che di fatto ha abdicato ai propri compiti istituzio­nali, subendo un costante condizionamento politico-confes­sionale.
Oggi si scontano gli effetti di un errore di impostazione e cioè l’aver recepito (auspice il guardasigilli del tempo, il comunista Palmiro Togliatti) all’articolo 7 della Carta Co­stituzionale, il Concordato dell’11 febbraio 1929 stipulato tra lo Stato fascista e il Vaticano: di qui una sequela di fatti negativi che caratterizzano i rapporto tra la Repubblica ita­liana e la Santa sede in materia di educazione scolastica. Infatti il predominio ecclesiastico, meglio clericale, as­sentito dai vari governi insediatesi dopo il 1945, con una se­rie di provvedimenti a favore della scuola confessionale, è culminato nella revisione del Concordato del 1929. Il cedimento operato da Togliatti che riteneva di giocare machiavellicamente il Vaticano, avvalendosi della religione quale istrumentum regni, è stato «coronato» («sic») dalla successiva revisione concordataria sottoscritta dal governo di Bettino Craxi. Ci si dimentica forse che il dominio mondiale della Chiesa, qualora fosse realizzato, «rappresenterebbe la più spaventosa delle tirannidi che il mondo abbia mai vedu­to» (Piero Martinetti, Gesù Cristo e il Cristianesimo, II edizione, Milano, 1949, p. 131). La invocata parità scolastica tra scuola statale e non, tro­va riscontro nell’articolo 9 del neo-Concordato, ma nono­stante ci si riferisca ripetutamente al concetto di libertà sco­lastica, al fine di «rendere un trattamento scolastico equi­pollente a quello degli alunni di scuole statali», il vero sco­po perseguito dai clericali è quello di sottrarre la scuola pri­vata al controllo dello Stato; in particolare poi è implicito il tentativo di cancellare quell’ineludibile richiamo all’articolo 33 della Costituzione che sancisce «il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La chiara e inequivocabile interpretazione del dettato costitu­zionale, non consente di stravolgerne il significato con cavil­lose disquisizioni, avanzate da certi legulei, che sottilizzando sul significato dell’articolo citato, tentano di distinguere isti­tuzione da gestione, per cui il contributo statale sarebbe co­munque da riferirsi anche alla conduzione e quindi al man­tenimento della scuola privata con una evidente forzatura del preciso significato normativo.
A non voler dilungarci oltre su questo ricorrente e scot­tante tema della scuola, è sufficiente richiamare alla memo­ria la nota polemica tra i laici Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, e Giuseppe Rensi (di quest’ultimo ristampiamo alcuni articoli degli anni Venti) versus Giovanni Gentile. Costui, divenuto ministro dell’Educazione nazionale, con una impostazione speciosa, riuscì a reintrodurre nella scuola elementare, media inferiore e superiore, come materia di in­segnamento la religione, intesa nell’ottica dell’«attualismo» quale «philosofia inferior»: ciò accadeva nel 1923, agli albo­ri del fascismo. Oltre mezzo secolo di governo repubblicano non è valso a rimediare ai mali della scuola! Negato dalla Corte costituzionale il ricorso al referen­dum popolare per abrogare il Concordato del 1929, il con­flitto tra Stato e Chiesa si è fatto ora più aperto ed aspro; la scuola statale ne esce però sconfitta, poiché anche le recenti sovvenzioni disposte «a favore della scuola privata», in mo­do surrettizio, vengono sottratte alla scuola pubblica. Pur­troppo tutto ciò accade con l’avallo di un governo cosiddetto di centro-sinistra che dai tempi del guardasigilli Togliatti fi­no a Craxi ha volutamente ignorato l’ineludibile dilemma: scuola libera о scuola asservita a interessi di parte? Se tutto ciò non bastasse a denunciare l’ignobile patto Stato-Chiesa, giunge ora (luglio 2000) notizia che anche gli insegnanti di religione nella scuola statale, scelti dall’ordinario diocesano, verranno inquadrati nei ruoli dei docenti delle rispettive classi e stipendiati a carico dello Stato, con possibilità inol­tre di passaggio ad altre cattedre, senza aver superato i rego­lari esami di abilitazione e di concorso, ma avendo acquisito comunque un punteggio da poter far valere nelle graduato­rie di merito. No commenti
Genova, 20 Settembre 2000
Renato Chiarenza

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Note dell’Archivio
-I tre saggi di Giuseppe Rensi sono un estratto del primo paragrafo “Per il pensiero civile” del libro “Realismo“, Società editrice “Unitas”, Milano, 1925.
-Il saggio di Emilia Rensi era stato pubblicato nel Luglio del 1984 nella Collana “Ipazia”

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Rensi Emilia, “Atei dell’alba”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Settembre 1991, 138 p. , Seconda Edizione.

INTRODUZIONE
Ateismo – Parola difficile da definire, alla quale so­no stati dati via via i significati più diversi. L’epiteto di “ateo”, in senso dispregiativo, specialmente in pas­sato veniva dato a tutti coloro che professavano una religione diversa da quella dominante, da quella di Stato. Per i pagani erano “atei” coloro che non credevano negli dei della città, per i cristiani tutti i pagani erano “atei”, e viceversa. Gli appartenenti alle varie chiese si sono sempre classificati “atei” scambievolmente. Non parliamo poi dei panteisti, dei deisti, dei teisti… tutti “atei” per chi considera ateo colui che non crede in un Dio personale. L’appellativo di “atei” ebbero tutti gli eretici da parte di chi professava il credo egemone. Ed è interessante osservare, a questo proposito, come i ful­mini della persecuzione religiosa caddero più spesso sulla lesta di persone appartenenti a religioni diverse da quella di Stato (dello Stato dove essi abitavano!), о di eretici profondamente credenti, anziché sugli atei veri e propri.
L’ateismo può essere teorico о filosofico, quando il miscredente vuole sostenere la sua tesi con argomenti atti a controbattere gli argomenti in difesa della fede. Vi è anche l’ateismo agnostico, il quale afferma che il problema dell’esistenza di Dio è insolubile, o, almeno, supera le capacità di chi vorrebbe risolverlo. Nella so­cietà presente l’ateismo ha talvolta anche una sua radice sociale: la fede, dicono, ritarda il progresso sociale in quanto, predicando la rassegnazione e spostando la riso­luzione del problema umano nell’al di là, protegge l’or­dine stabilito e impedisce all’uomo di contare sulle sue forze per il riscatto. L’ateismo si può fondare anche sul­lo spirito d’indipendenza, in nome del quale l’uomo non vuole accettare l’idea di un padre-padrone, alla cui autorità deve inchinarsi, al quale deve render conto delle sue azioni, ed in balia del quale deve abbandonare le vicende della sua esistenza. Vi sono atei indifferenti al problema religioso e che dichiarano di esserlo; altri, invece, che della loro indifferenza rimangono inconsa­pevoli, in quanto sono del tutto ignari di questioni me­tafisiche. A questi ultimi è difficile dare un volto e un nome. Come è difficile dare un volto e un nome a tutti quelli (e quanti sono!) i quali, pur appartenenti alle varie confessioni religiose, e praticanti, vivono come se Dio non esistesse.
Ma siccome il pensiero deve dilatarsi nella vita, dob­biamo prender in considerazione anche un altro ateismo, al quale raramente si presta attenzione: l’ateismo etico, di quelli cioè che si rifiutano di credere, perché non riescono a scorgere nelle vicende umane, anzi soprattutto nella costruzione stessa della vita alcuna traccia di una mens etica. È un ateismo che può anche esser privo di ogni base dottrinale; ma, come osserva Jean Rostand: « le plus haut des esprits n’a peut-étre pas qualité pour comprendre l’univers; mais le dernier des coeurs qui souffrent a le droit de l’incriminer ». (Pensés d’un biologiste – Paris, 1954 – pag. 108).
Interessante notare che, mentre in passato vi era la tendenza ad “accusare” facilmente di ateismo tutti quel­li che si allontanavano dall’ortodossia dominante, anche se appartenenti ad altre diverse ortodossie о liberi cre­denti, ora che la schiera degli atei è diventata numerosa, si cerca, con mille astuzie verbali, di far rientrare nella serie dei credenti anche gli atei veri e propri, in quanto il loro numero e, talvolta, la fama acquistata potrebbero favorire la diffusione delle loro convinzioni. E questo fanno non soltanto le persone timorate di Dio, ma per­fino studiosi laici, о che, per lo meno, dovrebbero essere equanimi. I quali tuttavia non riescono a superare il pregiudizio ancestrale del biasimo congiunto alla pa­rola “ateo”, e, perciò, vorrebbero salvaguardare da simile riprovazione il maggior numero possibile di pen­satori.
Si giudica, di solito, che l’ateismo sia un fenomeno sviluppatosi nell’epoca attuale e dovuto soprattutto al progresso scientifico. Invece l’ateismo si manifestò fin dai primordi del pensiero e della civiltà. Così noi potre­mo trovare atei nei lontani secoli, prima dell’era cri­stiana. Tuttavia sono quelle qualità, sprigionate dalla co­scienza umana, che l’uomo attribuisce a Dio in grado sommo, illimitato, quali la bontà, la giustizia, la retti­tudine, la sapienza, alle quali è essenziale tener fede, per il progresso della civiltà e per lo sviluppo del senti­mento etico: per questo scopo, la fede nell’Ente, al quale tali qualità spetterebbero, non ha importanza alcuna.

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Nota dell’Archivio
-Prima Edizione: Agosto 1973

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Rensi Emilia, “Cristo-Colombo e l’inizio della tratta degli schiavi”

Edito da Nuova Ipazia, Ragusa, Aprile 1992, 48 p.

NOTA INTRODUTTIVA
Il breve saggio che proponiamo, è apparso 28 anni fa, nel 1964, con il titolo Colombiana, sul numero 10 della rivista anarchica «Volontà», allora curata da Gio­vanna Berneri e Cesare Zaccaria, e della quale Emilia Rensi è stata intelligente e assidua collaboratrice. Un breve saggio critico con il quale si denuncia, con anni d’anticipo, l’uso strumentale che si sta facendo dell’anniversario della scoperta dell’America e la smoda­ta esaltazione della «eccezionale abilità» del Cristo-Co­lombo che, come sottolinea la Rensi, «erano qualità comuni a tutti i grandi navigatori ed esploratori dell’epo­ca… e anche agli uomini che li seguivano nelle loro im­prese».
L’anniversario della scoperta dell’America si è an­dato trasformando in un vero e proprio mercato demokapitalista e consumista ove ognuno dei Grandi Penni­vendoli arcoreggia a ruota libera per esaltare il Grande Navigatore, la sua fortunata impresa e… il demo-kapitalismo: giornalisti, scrittori, artisti, storici e tuttologi di grande fama fanno del loro meglio per… mortificare l’intelligenza e la dignità e, anche, la verità storica. Tanto per fare un esempio veramente significativo, il «principe» dei tuttologi italiani, il grande giornalista Enzo Biagi, con Milo Manara e Giacinto Gaudenzi, ha dedicato a questo anniversario, e immesso nel grande mer­cato del consumismo, un Gran Fumettone ove i luoghi comuni, veri e falsi, disseminati lungo 500 anni dalla tradizione «clericale», sono illustrati dalle «tavole» del Manara e del Gaudenzi che fanno vedere gli «indige­ni» saltellanti felici, come gente che festeggia l’arrivo di persone care, e particolarmente le «indigene» — sempre le donne! — tutte nude e con i seni al vento come si conviene a delle «selvagge» che si offrono come se fos­sero smaniose di essere possedute dai civilissimi e catto­licissimi — crocifissi e stendardi in testa! — invasori. Tutto un gran fracasso indecoroso e miliardario per magnificare le peripezie, anche minime, della fortunata avventura ma, soprattutto, per nascondere, ancora una volta, il sottofondo della conquista-invasione. E cioè l’in­fame genocidio ai danni di un Popolo tranquillo e fe­lice che venne espropriato di ogni bene, schiavizzato, mas­sacrato e ridotto a… «oro umano». E questa innocente e generosa «miniera d’oro» usata quale materia prima per dare inizio al «turpe commercio» della «tratta degli schiavi»!
In proposito l’analisi della Rensi, che ha scavato sui testi più favorevoli al Colombo, e alla leggenda che gli si è cucita addosso, è precisa anche su quanta e quale «retorica» è stato costruito il mito-, e fa vedere, «anche a chi non vuol vedere», la «sfrenata ambizione e la sua fame di ricchezza», nonché, quale «indole» («ingrata», «avida», «arrogante»!) e quali i reali interessi che lo ani­marono: la bramosia delle «spezie» (che allora avevano un grosso mercato) e particolarmente quella dell’oro, ol­tre la smania di raggiungere il… «Cipango»… il paese del­l’oro!
Spinto da questi «interessi», il «grande ammiraglio» e i «conquistadores» non si fecero scrupoli nel rappor­tarsi col «Nuovo Mondo», e con i «selvaggi» che lo abi­tavano: «nudi e innocenti… offrono doni… hanno orrore della violenza…». Qualità per cui, si pensava, «possono facilmente diventare dei buoni cristiani» e, anche, «que­sti pagani senza dio sono buoni come schiavi» e «que­sti che sono più robusti li invieremo al mercato degli schiavi di Siviglia»! Nel Cristo-Colombo si fa strada un preciso programma: «produrre denaro con la vendita degli schiavi e procurare schiavi facendo la guerra». Il tutto in nome della Suprema Civiltà e della Reli­gione Cristiana e Cattolica (che aiutano, ancora oggi, a mascherare la recessione e la crisi «globale» che trava­glia il demo-kapitalismo)!
I «selvaggi» per quanto «ingenui» e «amorosamente disponibili», più volte si ribellarono alle prepotenze e alle violenze degli invasori. Per domare una insurrezio­ne di «Indios» i conquistadores impiegarono quasi un anno: li misero «in fuga» con la superiorità delle armi — archibugi e balestre — con lo spavento che suscita­no i cavalli e, anche, con dei feroci levrieri». Malgrado tutto, la rivolta di questi «selvaggi» dura ancora oggi…! Ma il gran Mercato consumista serve ad un altro pre­ciso scopo; alzare cortine fumogene e deviare l’attenzio­ne dei Popoli del Mondo dai genocidi in atto nel civilis­simo mondo moderno e demo-kapitalista: Palestinesi, Libanesi, Kurdi, Nicaraguensi ecc. E, allora, ripropor­re il breve saggio della Rensi, vuole essere un piccolo atto di solidarietà verso gli «Indiani» e tutti i Popoli che si battono contro gli invasori e contro gli oppressori. E vorremmo che questo atto di solidarietà venisse assun­to dalle nuove generazioni, magari ampliato ed esteso in ogni angolo del Globo e delle Coscienze.

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Nota dell’Archivio
-Il titolo originale dell’articolo di Rensi è “Colombiana”, pubblicata su «Volontà», n° 10, Genova, 1964.

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La Favilla

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Durata: 11 Novembre 1903
Luogo: Bahía Blanca (Argentina)
Pagine: 4 pagine

Nota dell’Archivio
-Come riporta Bettini in “Bibliografia dell’Anarchismo. Volume 1, Tomo 2”: “Numero unico commemorativo, « il terzo… — è puntualizzato in un’avvertenza Ai compagni — che per libera iniziativa viene pubblicato in Bahia Bianca ». Venne diffuso per commemorare il 16° anniversario della morte dei « martiri di Chicago », dal gruppo « L’Azione » (a tendenza individualista); ma contribuirono alla sua realizzazione, anche gruppi e individualità, di lingua italiana e spagnuola, di una decina di località dell‘Argentina, fra cui il gruppo femminile « La Aurora del Porvenir » di Barracas al Sud; il « Gruppo Libertario » di Rosario; la « Union Obrera » di Chivilcoy; e altri di Buenos Aires, Mendoza, Bolivar, Zarate, Lomas de Zimora e Salto Oriental. Contiene collaborazioni di A. Cerchiai (La voce dei morti; datata; San Paolo, ott. 1903); dell‘individualista italo-egiziano Icilio Ugo Parrini (Anarchia; firmata: « Un Vecchio »); e di G. Ciancabilla (« Kordian »), di cui è pubblicata un’appassionata protesta (Parliamoci chiaro) contro la « Ley de expulsion », recentemente votata in Argentina dal generale Rioca e che tante polemiche stava sollevando nel paese (a Bahia Bianca, accanto ai già esistenti «L’Azione» e «Germinai», si era anche formato un gruppo, autodenominatosi polemicamente « I candidati all’espulsione »). Abbondante, infine, la collaborazione in lingua spagnola, nel cui settore figurano anche scritti di R. Mella (La dinamita legalizada) e Gustavo Soledad (Corazon de la mujer).”

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Bosco Salvatore, “La mente e gli animali. La isomeria genetica primordiale”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Ottobre 1990, 104 p.

Introduzione di Salvatore Bosco

Trattare un argomento come questo da noi scelto, e per di più con idee nuove e del tutto personali è quanto me­no mettersi contro corrente, date le convinzioni che ci sia­mo formate attraverso lo studio delle varie culture, accumu­late secolo dopo secolo e tramandate a noi e con numerose opere, e con la tradizione. La discrepanza, poi, risulta più palese quando pensiamo che la particolare e personale cultu­ra di ognuno, è ancora fortemente influenzata dal pensiero degli antichi, sia del rango filosofico che religioso; e le no­stre cognizioni di scienza hanno ben poco da svolgere opera correttrice per darci una visione del mondo più chiara, più moderna e più coerente alla realtà, e del mondo stesso e del­l’uomo che lo abita. Ci sembrerebbe, infatti, non solo una bestemmia ma addirittura un’eresia sentire che la stessa Men­te, о pensiero, о intelletto che c’è nell’uomo si rinviene an­che negli animali, sebbene nell’uno e negli altri, con funzioni e manifestazioni diverse.
Evidentemente questo non è tutto: generalizzando, può sembrare addirittura una presunzione, e persino un’assurdi­tà, affermare che l’uomo, gli animali e tutto il mondo vege­tale, in generale, formano un tutto unico ed organico con la realtà, sia fisica, sia chimica, sia Mentale; e ciò perché ogni cosa esistente, che si manifesta con fenomeni svariatissimi, trae origine da poche e diverse Energie le quali hanno attri­buzioni a sé immanenti e danno vita e ragion d’essere svariate. Prima di mettere a fuoco il problema qui da noi posto verrei portare a conoscenza di chi eventualmente ci legge alcuni esempi sul comportamento di alcuni animali, la maggior parte dei quali domestici e perciò da chiunque conosciuti. Si tratta di cani e gatte e di un bardotto, da noi personal­mente osservati, e di alcune scimmie il cui comportamento è stato studiato da etologi e pubblicato in «Le Scienze». Gran parte di questi animali possono essere da chiunque studiati, però previo accantonamento delle nozioni culturali già ap­prese le quali spessissimo, invece di aiutarci a capire, ci crea­no confusioni, e pertanto si costituiscono ostinati intoppi al nostro capire stesso. Però va da sé comprendere che non so­no solo i fatti empirici, riscontrabili nel comportamento de­gli animali sopra accennati, che debbono portarci a delle con­clusioni definitive; queste debbono essere aiutate, suffraga­te e sostenute da quei ragionamenti logici adatti a farci scen­dere in un livello sottostante ai fatti, dove possiamo trovare il motivo e la causa principale e motrice dei fenomeni di com­portamento che stanno in superficie e sono posti alla nostra attenzione sensoriale. Penso che lo stare fermi sopra la co­siddetta empiria, per tirare da essa sola le dovute conseguen­ze, e capire e dimostrare la realtà, sia un metodo sbagliato, perché incompleto. I fatti ci vogliono perché stanno alla ba­se di ogni evento, ma la Mente che le interpreti e li coordi­ni, legandoli organicamente, è egualmente indispensabile per meglio farceli capire. Certi meccanismi, ad esempio, ci fanno vedere i crudi, genuini fatti con il senso della vista, mentre il motivo che li promuove lo dobbiamo scoprire con altro mezzo, che sin da ora identifichiamo con l’Energia Ragione che per noi è la Mente. Il mimetismo degli animali e quello militare del­l’uomo, non sono dei mascheramenti capricciosi, ma veri espe­dienti di difesa, sebbene, il più delle volte, l’effetto non sia pari all’intenzione che li promuove. Vediamo, ora, se gli esempi sul comportamento dei po­chi animali chiamati in causa siano sufficientemente adatti ad aiutarci a capire, nonché a dimostrare l’assunto da noi preso in esame, il quale postula l’esistenza d’una unica Mente sia nell’uomo che negli animali.

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Berneri Giovanna, Zaccaria Cesare, “Società senza Stato”

Edito da RL, Napoli, 1946, 40 p.

Dalla caduta del fascismo ad oggi, molte speranze sono svanite, molte volontà si sono spente. Il popolo italiano non ha fatto alcun passo concreto sulla via della sua risurrezione e del progresso sociale. Il 25 Luglio del ’43 parve significare liberazione dalle catene di una ventennale schiavitù, avvio verso la conquista di una effettiva libertà. Questo sogno generoso fu, in quei giorni nell’animo di tutti: ed alimentò l’entusiasmo dei poveri e la paura dei ricchi. Il popolo italiano cercava con ansia tragica una via per togliersi di dosso le incrostrazioni di menzogna d’inganno di abbiezione con cui il ventennio fascista lo aveva immiserito nello spirito e nel corpo. Ma non si rese conto che la sorgente prima della sua lunga sofferenza e della sua mutilazione era nella sua stessa passività, nella sua ubbidienza. Invece di ascoltare le proprie volontà di azione, prestò orecchio alle lusinghe ingannatrici dei politici che, ancora una volta, gli promettevano facile rimedio per tutti i suoi mali. Cercò di orientarsi appoggiandosi ad uno o ad altro dei Partiti. Trovò che tutti si proponevano apparentemente le stesse cose. Perfino il loro linguaggio si somigliava, benché fosse chiaro che dietro le parole si celavano volontà nemiche. Tutti d’accordo dicevano al popolo – non agite, seguiteci.
Il popolo, che aveva intuito in quale direzione fosse la libertà, cercò aiuto d’altri per vederla più chiara: e finì per non vederla. Lentamente si rifece inerte. I suoi nemici ripresero via via coraggio. Tra il gran discorrere dei politici, gli interessi ed i privilegi che il fascismo copriva con la sua macchina oppressiva si rimisero in moto. Ed il risultato fu il caos.
Il caos politico, la babele delle lingue, sono le caratteristiche del periodo post-fascista in cui ci troviamo a vivere. I capipartito lavorano attivamente per irreggimentare attorno ai propri carri quanta maggior parte è possibile del popolo italiano. Tutte le passioni negative sono eccitate a questo fine. Tutti i residui fascisti sono utilizzati. Lo stesso Governo è divenuto un pretesto per la lotta di accaparramento che mira al Potere di domani. Tutti si affermano amici e protettori del popolo. Tutti pensano soltanto, invece, a conquistare per sè le maggiori possibilità di predominio.
Il popolo lo avverte. E non crede più in nulla, non crede più in nessuno. Si può dire, in questo senso, che il fascismo sopravvive tuttora. Non solo perchè tutta la legislazione fascista è ancora valida, e tutte le burocrazie fasciste seguitano strumenti della sua applicazione, e tutti i responsabili maggiori del fascismo vivono indisturbati – salvo quelli che hanno raggiunto la giustizia diretta del popolo. Ma soprattutto perchè il popolo, passato il primo entusiasmo, si è di nuovo fatto passivo. Non cerca nemmeno più di capire. Tira il carro, mormora, ubbidisce.
Riteniamo perciò utile riaffermare le nostre volontà. Stabilire ancora una volta, chiaramente, il campo della nostra azione, gli scopi che ci proponiamo. Non per chiedere al popolo che ci segua. Non per fare anche noi numero. Ma perchè il popolo sappia che v’è chi – restando popolo, senza pretesa di comandare – vede che cosa sia veramente il nostro male.
Marzo 1946

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