Off Topic e Maggioni Roberto, “Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015”

Edito da Agenzia X, Milano, 2013, 175 p.

Le banche, le fondazioni, le congreghe e le mafie stanno muovendo le loro pedine per accaparrarsi le fette più ghiotte della torta di Expo. Vuoi giocare anche tu? Tira i dadi e decidi il tuo personaggio: un immobiliarista alla Cabassi, un’archistar alla Boeri, un sindaco che ha sbagliato la prima mossa, un governatore padano più ricattabile del celeste, o un più modesto ‘ndranghetista che sposta terra e apre bar sui navigli. Muoviti sul tabellone schivando gli imprevisti. Comitati denunciano gli scempi, reperti archeologici disturbano i cantieri, pendolari bloccano i treni, inquilini si oppongono all’abbattimento delle case popolari, grattacieli vengono occupati da precari, informatici vanno in sciopero, centri sociali resistono agli sgomberi. Le caselle del gioco diventano capitoli del libro, se li leggi potrai fare luce sui buchi neri finanziari, i conflitti di interesse e la voracità della speculazione. Con un linguaggio a metà strada tra giornalismo d’inchiesta, comunicazione virale e advertising irriverente, “Expopolis” offre alle nuove comunità resistenti gli strumenti critici ideali per graffiare l’icona dell’evento internazionale. Un volume ricco di dati, analisi, documenti e racconti orali di cittadini che partecipano loro malgrado al grande gioco al massacro di Expo 2015.

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Operai leggete, operai riflettete!

Edito dal Gruppo anarchico Germinal, Ginevra, 1905, 6 p.

Permetteteci, lavoratori, di rubarvi qualche minuto sul ben guadagnato riposo per dirvi qui quattro chiacchiere alla buona. Lavoratori come voi, come voi soffriamo e lavoriamo, come voi siamo stati allevati nella ignoranza e nel pregiudizio, le disillusioni della vita ci han fatto conoscer la menzogna ed intravedere la luce della verità.

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Nota dell’Archivio
-Opuscolo fotografato

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Ogni uomo deve avere delle buone ragioni per alzarsi la mattina

Edito da IstrixIstrix, Torino, Settembre 2006, 32 p.

Estratto
Da alcuni mesi a questa parte stanno circolando dentro alla carceri, nei luoghi ad esse contigui e, più in generale, nell’ambito “sociale”, documenti, bozze, prese di posizione varie sul problema della prigionia politica in Italia, della fine o della ridefinizione della cosiddetta “lotta armata” e, infine, pur alludendovi, del conflitto sociale tuttora in corso. Noi intendiamo intervenire in merito con l’autorevolezza dataci dalla passione e non certo da qualsivoglia etichetta. Perciò ci preme subito dire come, da chi, da dove e perchè nascono queste parole che sono solo un passo distanziate dalle idee!

Siamo un gruppo di soggetti incasellati in varie inchieste giudiziarie attualmente detenuti nel carcere speciale di Fossombrone, un gruppo che, a partire da livelli di aggregazione vissuta, si è sedimentato negli ultimi tempi e va verificandosi sul dibattito riguardante la proiezione reale e possibile del nostro essere ed esistere interno alle dinamiche sociali, tendenzialmente controsocietarie. Non intendiamo certo riproporre caratteri da “vecchia organizzazione”, ne riassumerne le caratteristiche, nè infine, pretendiamo o desideriamo presentarci come un blocco monolitico che, oltre a non essere reale, non avrebbe neppure quella “forza espressiva” alla quale ambiziosamente tendiamo.

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Nota dell’Archivio
-Estratto da “Italia 1983. Prigionieri politici, processi, progetti”, Edizioni cooperativa Apache, Chivasso, Maggio 1983

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OACN-FAI Napoli, “Campania (e Italia). Prove industriali di genocidio”

Napoli, Giugno 2012, 20 p., III Versione

Estratto

Viviamo in Campania, nella città di Napoli: alcuni di noi vivono e/o hanno vissuto e/o lavorano nella zona orientale della città, altri nelle vicinanze del quartiere di Chiaiano- dunque in alcuni dei tanti luoghi individuati come depositi di stoccaggio o per costruire inceneritori da uno dei tanti Commissari Straordinari con poteri in deroga alle leggi vigenti che la regione Campania ha avuto per la “soluzione” della cronica emergenza rifiuti. Questi luoghi sono a poche centinaia di metri dalle nostre case e/o dai nostri posti di lavoro, quindi ci troviamo direttamente nell’occhio del ciclone. Nei mesi ed anni passati abbiamo seguito con sempre maggiore attenzione la situazione, studiandone le dinamiche e le forze in gioco, recandoci anche in alcuni altri luoghi (Serre Persano, S. Maria La Fossa, Lo Uttaro, Pianura, Terzigno…) per constatare di persona la situazione e sentire direttamente le ragioni della popolazione in rivolta, abbiamo partecipato a manifestazioni, dibattiti e assemblee, siamo stati parte del movimento d’opposizione allo scempio del nostro territori […]

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Naftalina. L’inutile tentativo di difendere i vecchi paletot dell’amministrazione politica italiana

Edito da 415, Torino, Gennaio 1994, 46 p.

Questo pamphlet cerca di disvelare il processo omeostatico del sistema. Per omeostasi intendiamo la tendenza di un organismo a mantenere un proprio equilibro riadattandosi progressivamente al mutare delle condizioni esterne. L’organismo politico italiano, di fronte alla crisi attuale, si trova nella necessità di depurarsi e riciclarsi in nuove forme. Ma l’amministrazione permane. Quello che temiamo: il Nuovo che avanza.

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Libero International

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Durata: Settembre 1974 – Marzo 1980
Luogo: Kobe
Periodicità: Irregolare
Pagine: 12 (nn. 0 e 6); 44 (n. 1); 46 (n. 2); 52 (nn. 3 e 5); 56 (n. 4);

Nota dell’Archivio
-Rivista in Inglese
-Libero International fu una rivista anarchica giapponese (scritta in lingua inglese) degli anni ’70. Scopo di questa rivista era operare nel quotidiano attraverso la controinformazione e far uscire dall’oblio (e anche dalla censura) la storia del movimento anarchico asiatico (in particolare cinese, coreano e giapponese). La lingua non venne scelta a caso: l’inglese serviva sia per far conoscere ai/alle compa di altre zone del mondo quel che succedeva in Giappone che creare contatti tra esse/i. Nonostante abbia concluso la sua esperienza con il numero 6 (comparso nel Marzo 1980) per problemi di stanchezza e di soldi, questa rivista è stata fondamentale in un paese in pieno sviluppo industriale e con marcate divisioni e disparità sociali ed economiche.

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Vermeij Eef, “Bibliography of Western Language Pubblications on Asian Anarchism”

Amsterdam, 2015, 96 p.

Introduzione
Questa è la seconda – e da tempo attesa – stesura della “Bibliography of Western Language Pubblications on Asian Anarchism” (prima stesura 2006). Rispetto alla prima stesura questa seconda edizione ha più che raddoppiato le voci (169 contro le attuali 374). Le premesse sono rimaste più o meno le stesse: fornire una panoramica della letteratura disponibile per i non addetti ai lavori sull’anarchismo in Asia. L’obiettivo principale della bibliografia era quello di concentrarsi sulla localizzazione dei movimenti più che fornire una panoramica esaustiva dei testi prodotti dai singoli membri di tali movimenti. Non che qui non ne troverete (e sarò l’ultimo a dire che sono stato molto conseguente in questo sforzo). Quindi se, per esempio, state cercando una panoramica di tutti i testi di Ba Jin in inglese o in francese, devo deludervi (potreste provare con Olga Lang o Angel Pino). Non ho ancora letto molto sulla sua posizione, ma molti anarchici contesteranno che possa essere etichettato come anarchico. Allo stesso tempo, se gli autori, per qualsiasi motivo, lo considerano un anarchico, o influenzato da qualche idea o pratica anarchica, allora per il momento è dentro. Per questa edizione ho iniziato a consultare diverse riviste anarchiche per trovare voci sull’anarchismo asiatico (soprattutto Cina e Giappone), ma mi mancava il tempo per farlo in modo approfondito. Spero di migliorare questo aspetto nella prossima edizione (solo Mother Earth e il Bulletin de l’Internationale Anarchiste sono stati esaminati completamente). Inoltre, non ho ancora esaminato sistematicamente gli archivi degli anarchici o di altri che sono stati in contatto con gli anarchici asiatici (ancora una volta si trattava soprattutto di Giappone e Cina) per vedere se ci sono materiali utili, soprattutto lettere e ritagli. Mi riferisco agli archivi di Max Nettlau, Pierre Ramus, Emma Goldman e Alexander Berkman, alla rivista Freedom e così via. In questa edizione ho anche inserito altri link a testi citati nella bibliografia. E come è nella natura delle bibliografie, non sono mai finite. Già alla chiusura di questa ho trovato nuove voci e le includerò in una futura terza edizione.

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Nota dell’Archivio
-Libro in Inglese

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Garcia Victor, “Museihushugi. Breve storia del movimento anarchico giapponese”

Edito da Collana Vallera, Iglesias, 1976, 144 p.

Introduzione
La rivoluzione industriale arrivò molto tardi in Giappone. Fu il risultato logico di una politica di totale isolamento che bloccò l’arcipelago per tre secoli. Mentre il mondo si scopriva geografica­ mente, si scrollava il medioevo e si gettava nell’avventura della macchina inaugurando la produzione massiva a spese di una nuo­va classe: il proletariato, il Giappone, con i porti chiusi al mondo, viveva in un regime feudale, di casta, sostenuto esclusivamente da un’agricoltura intensiva, come quella conosciuta da Francesco Javier al suo sbarco nell’Impero del Sol Levante nel 1549. Quando nel 1853 il comandante Perry inaugurò con le can­nonate delle moderne navi da guerra statunitensi, le comunicazio­ni col Giappone, si scoprì una triste realtà: la evidente arretratezza nei campi della tecnica, dell’educazione, del commercio, dell’industria, della politica, della medicina, del trasporto… Fu allora che, a marce forzate, l’imperatore Meiji diede al suo impero tutte le più avanzate innovazioni dell’Occidente. Per ottenere ciò, non esitò ad assumere in forma massiccia tecnici e scienziati stranieri ed a mandare, parallelamente, grossi contin­genti di studenti giapponesi nei paesi industrializzati dell’Europa e del Nord America. Prima che il secolo XIX finisse, il Giappone aveva già uguagliato il livello del mondo industriale e moderno ed aveva inoltre vinto la sua prima guerra internazionale contro la Cina, la fornitrice più ricca e più vicina di quelle materie prime di cui un Giappone industrializzato e mancante di esse aveva biso­gno. Di genuinamente originale niente o poco potè utilizzare il Giappone che si potesse adattare al grosso cambiamento che si sta­ va compiendo. Le macchine, i mezzi, le tecniche di produzione e di commercio, il sistema di lavoro, la istruzione primaria e supe­riore, tutto era una copia fedele di Manchester, della Ruhr, di Pit­tsburg e persino il suo stesso sistema di repressione poliziesca era fedele modello di quello tedesco. Il Mikado non prese alcuna iniziativa per quanto riguarda ciò che in Europa ed in America costituiva parte integrante, indisso­lubile ed inerente del sistema: le forme di dottrina sociale, frutto della rivoluzione industriale; ma le correnti rivoluzionarie si in­stallarono in Giappone con la stessa velocità dei complessi industriali, dei tecnici e degli istruttori. L’unica differenza fu che men­tre questi entravano in Giappone dalla porta degli invitati, i germi rivoluzionari entravano nel paese dalla porta di servizio. Lungo tutto il lavoro che segue si noterà un visibile sforzo per dimostrare che in Giappone è sempre esistita, come in tutti i paesi che hanno basato sulla coltivazione della terra le fondamenta del loro sistema economico, un’anima genuinamente libertaria. Allo stesso modo, e questo non abbisogna di esempi concreti, lo spirito di ribellione è sempre stato presente nell’animo degli op­pressi. Tutto ciò, tuttavia, non aveva molti sbocchi rispetto a tut­to il sistema, massicciamente importato, per cui si giustifica, nel campo avverso, la importazione, pur’essa massiccia, delle idee rivoluzionarie. Per quanto riguarda l’anarchismo, nonostante l’originale fi­gura di Ando Shoeki, il William Godwin giapponese, gli anarchici nipponici lo hanno assorbito, praticamente tutto, dai teorici dell’anarchismo europeo. Kotoku ed Osugi, le due più importanti colonne dell’anarchismo in Giappone, nonostante la loro intelli­genza ed il loro spirito creativo, preferirono immergersi nella tra­duzione dei testi di Kropotkin, di Bakunin, Proudhon, ecc. nei quali l’ideale era già ordinato, discusso ed approvato, piuttosto che far ricorso al lungo travaglio di un’esposizione originale degli ideali libertari. Lo stesso vocabolo « anarchismo » venne assimilato cosi com’era, allo stesso modo che la maggior parte di quelli introdotti nel paese — macchinari, tecnicismo, sistema metrico decimale, scienza, istruzione, sistema politico, ecc. — venivano accolti col nome del luogo d’origine. Al rivoluzionario occidentale è stato sufficiente ricorrere alla fonte della nostra cultura, la Grecia, per confezionare, come fece Proudhon, con una radice ed un prefisso, il nome dell’ideale libertario: anarchismo. Il giapponese, per definire un corpo di dot­trina sociale che neghi la autorità, ha bisogno di cinque segni ideografici: Mu, che significa assenza, sei, che vuol dire politico, hu, per la parola organismo, shu, per principio egi, che denota un -ismo di modo che tutta la parola, per il purista di linguistica, sarebbe « museihushugi » la vera accezione per designare l’anar­chismo in giapponese, per cui di rado si è soliti usare, nei testi anarchici del Giappone, questo lungo vocabolo. L’anarchismo in Giappone ebbe un’epoca eroica che, crono­logicamente parlando, potremmo collocare tra gli anni 1903 e 1937. Il lettore troverà, nelle pagine che seguono, la storia di un movimento di puri, di mistici e di martiri, il cui corrispondente difficilmente potremmo trovare in altre coordinate geografiche. Essere anarchico, in Giappone, fino alla catastrofe della seconda guerra mondiale, era una condanna a morte potenziale. Un pro­fessore della Facoltà di Economia dell’Università di Tokio, N. Morito, che ebbe la ventura, nel 1920, di scrivere uno « Studio del Pensiero Sociale di Kropotkin », nonostante non fosse nem­meno un simpatizzante del movimento anarchico giapponese, venne condannato ad un anno di carcere e gli fu precluso, per l’avvenire, di esercitare la sua professione di insegnante. Il primo massacro « legalizzato » contro l’ideale libertario, ebbe luogo il 24 gennaio 1911 quando dodici anarchici furono im­piccati per il delitto di lesa maestà. La polizia e l’esercito organizzarono quella che venne definita la grande Rivolta (Dai Yaku Jiken), con lo scopo di sbarazzarsi delle figure più in vista del movimento anarchico, appena all’inizio ma già incalzante. Il fatto eb­be risonanza internazionale poiché, tra gli impiccati, v’erano un medico, uno scrittore, due giornalisti, un sacerdote buddista, un funzionario, due proprietari, un commerciante, operai, studenti e contadini, il che dimostrava la falsità dell’accusa. Una diversità di professioni tanto evidente era assolutamente incompatibile con la finalità che, secondo la polizia e l’esercito, gli accusati si erano proposti. Si ebbero pure molte condanne al carcere. Di questo ci rinnovano il ricordo le agenzie internazionali di informazione che, in un cablo del 16 gennaio 1975, annunciano la morte di Seima Sakomoto, una delle vittime della Grande Rivolta, condannato al carcere e morto quello stesso giorno, ad 87 anni d’età. All’assassinio collettivo del 24 gennaio 1911 ne seguirono molti altri. Emerge, sugli altri, quello che ebbe luogo i primi gior­ni del settembre 1923 quando vennero attribuiti agli anarchici ed ai coreani gli incendi e le devastazioni che seguirono il tremendo terremoto del 1° settembre. In quell’occasione fu impossibile dare una cifra esatta degli anarchici caduti. Infine, quando il 7 luglio 1937 il Giappone dichiarò ufficialmente guerra alla Cina, la re­pressione contro gli anarchici superò, in ferocia, tutte le prece­ denti. Si dovette attendere la fine della Seconda Guerra Mondiale per conoscere l’esatta situazione dell’anarchismo giapponese. Sorprendentemente, qualche libertario era sopravvissuto, pri­ma alla repressione della polizia e dell’esercito, e poi, al disastro del conflitto mondiale. Una nuova era si prospettava per l’anarchismo in Giappone ed il 12 maggio 1946 i libertari giapponesi si organizzavano di nuovo. La Federazione Anarchica Giapponese cominciava il suo lavoro. Questo scritto cerca di essere un primo apporto di maggior profondità rispetto agli articoli che con una certa intermittenza compaiono nella stampa anarchica internazionale intorno alla sto­ria dell’anarchismo in Giappone. È un contributo a questa storia che rimane tanto sconosciuta agli anarchici dell’Occidente. Come abbiamo sottolineato all’inizio di questa introduzione, il giapponese ha continuamente bevuto alle sorgenti dell’Occiden­te. La nostra storia, la nostra cultura, le nostre idee sono state se­guite, dal giapponese, senza scosse nel suo cammino. A noi anar­chici d’Europa e d’America è mancato il desiderio di reciprocità che ci avvicinasse maggiormente agli anarchici dell’Estremo Oriente. Si conosce pochissimo sulle lotte anarchiche, sulle polemiche sostenute per lo scontro di interpretazioni opposte, sulle necessità e sulle inquietudini di quelli che, agli antipodi, pensano che la umanità debba scrollarsi di dosso il giogo dello Stato ed ab­ bracciare l’ideale che maggior libertà porta in sé.

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Scalapino Robert A., Yu George T., “L’anarchismo in Cina. L’altra faccia della rivoluzione cinese cancellata dal regime di Mao”

Edito da Galzerano Editore, Casalvelino Scalo (Sa), 1982, 184 p.

Se sulla Cina si sa poco, sull’anarchismo cinese se ne sa ancora di meno anche se ha dato un contributo note­ vole alla causa rivoluzionaria e prima ancora che si par­lasse di comunismo in Cina le idealità anarchiche erano largamente conosciute ed apprezzate. In tanti si sono formati alla meravigliosa scuoia dell’anarchismo, per poi allontanarsene e percorrere altri sentieri politici, lo stesso Mao Tse-Tung ammise che in gioventù era stato — come tanti — grandemente influenzato dall’a­narchismo. Nei primi decenni del secolo il pensiero anarchico ebbe una larga diffusione all’interno della muraglia cinese e rappresentò un preciso ed insostituibile punto di riferi­mento per il movimento di protesta intellettuale e so­ciale cinese. Furono tradotte e ampiamente diffuse le opere dei pensatori anarchici dell’occidente e in molti si abbeverarono a questa fonte purissima del pensiero rivoluzionario, elaborando le basi ideologiche che più tardi porteranno alla nascita della Cina moderna. La penetrazione anarchica fu favorita in particolare dai gruppi studenteschi che dalla Cina andavano a studiare a Parigi e vivevano in assoluta coerenza con le proprie idee mantenendo stretti legami con la realtà cinese. Questo libro colma una lacuna nel campo degli studi sulla Cina pre-comunista e ci fa conoscere l’altra fac­cia della Cina, sconosciuta e seppellita nei sotterranei meandri della memoria politica, perché la storia ufficiale del regime comunista tace volutamente dell’apporto de­ terminante e decisivo degli anarchici e ci offre — allar­gando al contempo la nostra conoscenza delle sue radici politiche — una nuova dimensione alla comprensione e alla conoscenza della Cina contemporanea, presentandoci i giovani anarchici cinesi impegnati nel lavoro, nello stu­dio, nella propaganda perché convinti fautori della ne­cessità dello sviluppo scientifico e culturale come carat­teri propri dell’« uomo nuovo ». La vittoria comunista ha avuto interessi a cancellare, con il proprio rullo compressore, l’insegnamento anar­chico e questo libro ci testimonia come alcune delle norme etiche che regolano la vita cinese odierna tragga­ no origine dalla posizione degli anarchici e racconta al­tresì di una rivoluzione libertaria ed egalitaria in cam­mino soffocata dal potere rosso, che ha poi creato fe­nomeni aberranti come la deificazione dei dirigenti e il culto della personalità. E’ un libro da leggere perché oltre a farci conoscere la Cina ci fa riflettere e meditare su tante vicende politi­ che e sociali legate alla storia della Cina e del mondo, ai problemi del progresso civile e della libertà dei popoli.

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Note dell’Archivio
-Originale “The Chinese Anarchist Mo­vement,” Center For Chinese Studies.Institute of International Studies, University of California, Berkeley, U.S.A., 1961
-Traduzione dalla versione spagnola: “El movimiento anarquista en China”, Tusquets editor. Barcellona, Spagna, 1975

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Damier Vadim, Limanov Kirill, “Anarchici e radicali di sinistra in Mongolia e Tuva (1910-1920)”

2021, 20 p.

Estratto
Già dalla metà del XIX secolo, il territorio della Mongolia servì ai rivoluzionari russi di tutte le direzioni, compresi i Narodnik, e poi anche i socialdemocratici e gli anarchici, come un rifugio sicuro e una zona di “transito” per gli emigranti in Cina Gruppi anarchici operarono dal 1906 nella regione russa del Transbaikal. Tuttavia, qualsiasi influenza degli anarchici sulla popolazione della Mongolia e della Tuva durante questo periodo non è tracciata. Le attività degli anarchici nei territori della Mongolia e della Tuva sono legate, prima di tutto, agli eventi della Grande Rivoluzione Russa del 1917-1921. Durante la guerra civile in Russia (1918-1922), questi due paesi si trasformarono in un terreno di confronto tra le formazioni armate dei “rossi” e dei “bianchi” russi, dei distaccamenti militari cinesi e mongoli.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione dalla versione inglese “Anarchists and left radicals in Mongolia and Tuva (1910s – 1920s)”. Originale: Анархисты и левые радикалы в Монголии и Туве (1910-е – 1920-е гг.), 2015

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