Schicchi Paolo, “Conversazioni Sociali”


Edito da Unione Tipografica Siciliana, Palermo
Prima Serie: 25 Settembre 1944, 46 p.
Seconda Serie: 5 Febbraio 1945, 56 p.
Terza Serie: 31 Maggio 1945, 104 p.
Quarta Serie: 6 Novembre 1945, 110 p.

Avvertimento (Prima Serie)
Queste Conversazioni Sociali in volumetti separati sono delle pubblica­zioni esclusivamente personali, che non hanno nulla a vedere con i manifesti e i numeri unici pubblicati dopo la caduta del fascismo dai cosiddetti « Fronte unico della liberazione » e « Fronte unico del Vespro ». E bene finalmente avvertire che nessuno è stato mai pregato о sarà pre­gato di rivolgersi a chicchessia per chiedere a nome mio quattrini о sussidio о prestiti о favori о altro di simile per qualsiasi scopo. Attenti dunque ai que­stuanti ed ai raggiratori, se per caso ve ne fossero !
Paolo Schicchi
Settembre 1944

Si ringrazia il compagno T. I. per averci gentilmente procurato e digitalizzato i quattro volumetti

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Note dell’Archivio
-Articoli pubblicati nei quattro volumi:
–Prima Serie
L’Idea
L’Utopìa nella scienza e nella storia
La civiltà fascista e la nuova civiltà
La terra al contadino e la fabbrica all’operaio
I Vandali e gli Unni in fuga
Ewiges Deutschland (Germania Eterna)
La guerra
La guerra e la donna
Il 1° maggio 1887
Rimbarbarimento fascista
Dichiarazione
–Seconda Serie
Il separatismo
La Sicilia neghittosa ?
La Patria
Il traditore nell’arte e nella vita
Il contadino
L’epurazione
I savi e i fessi
Nota: per via di un errore di tipografia, l’ultimo capitolo è L’epurazione e non I savi e i fessi
–Terza Serie
La Scuola
Casa Savoia
Sempre avanti Savoia!
I sabaudi stranieri in Italia
La sagrestia di Roma
Le pasque piemontesi
Il re “galantuomo”
Le alcove di casa Savoia
Gli spazzacamini savoiardi all’estero
Chiacchieppe il vittorioso
I ministri di casa Savoia
La fine del Ganellone di Predappio e la continuazione del caos fascista
Ricordi
–Quarta Serie
Una lettera di Walter Toscanini degno figlio del grandissimo Arturo
Prefazione all’edizione del 1928 .
Ancora Casa Savoia
I Borboni rivendicati – .
Mercenari e vessilliferi dello straniero.
Parricidi e fratricidi
La battaglia di Novara e il convegno di Vignale
Lo Statuto
I Savoiardi in Sicilia
La censura Sabauda
Gli eredi
Casa Savoia e i suoi Ministri
Eterno femminino regale
L’Etna
Ricordi:
1) Il mercato nero
2) I deliri dell’agonia
3) Il campanile barbaro
4) Il Vespro Siciliano
5) Sanatoria ed epurazione
6) Scienza benefica e Scienza malefica
7) Saluto e passo romani .
8) Il gabinetto nero
9) Guerra e delinquenza
10) L’invasione dei camaleonti
-Nelle quarte di copertine della Prima e della Seconda Serie sono riportati alcuni titoli di capitoli che non compariranno nella Seconda e Terza Serie. Non avendo sottomano o, quantomeno, consultato il fondo Schicchi, non sappiamo se fu un errore tipografico o un ripensamento dell’autore.
-La Quarta Serie delle “Conversazioni Sociali” è stato digitalizzato da una copia cartacea fotocopiata
-Nella cartella è presente un’aggiunta fatta dall’autore alla Terza Serie delle Conversazioni Sociali; si tratta dell’ampliamento critico del capitolo I, “La Scuola” (pagg. 3-13)

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Schicchi Paolo, “Casa Savoia. Voll. 1 e 2”

Edito
Volume 1: Edizione Culmine, Buenos Aires, 1928, 196 p.
Volume 2: Edizione L’Aurora, Boston, 1929, 204 p.

Prefazione (Primo Volume)
Questa certamente non è una storia vera e propria di Casa Savoia; ma una serie di articoli pubblicati su vari giornali anarchici, secondo gli argomenti del giorno e le occasioni. Potrebbe meglio dirsi una storia dei delitti di Casa Savoia, divisa in due volumetti, che comprenderanno una trentina di articoli, ristampati nell’ordine cronologico con cui vennero fuori. Alcuni però sono stati interamente rifatti in conformità degli ultimi avvertimenti politici e delle più recenti ricerche negli archivi di Vienna e di Torino. Oggi è tanto più necessario pubblicare lavori di tal genere in quanto che tornano a far capolino con maggiore insistenza e frequenza del solito le più strabilianti panzane sulla prigionia del re, sull’antifascismo della corte sabauda e perfino (“risum teneatis amici”) sull’indignazione del…Duca d’Aosta. Sicuro, anche il massimo protettore del teschio di morto antifascista ! Or non è molto il Corriere degli Italiani di Parigi narrava diffusamente, nei più minuti particolari, un drammatico « consiglio di famiglia » tenuto al Quirinale, nel quale il sunnominato duca si levò a gridar minaccioso contro Benito Mussolini. Lo stesso giornale qualche mese prima (21 Ottobre 1926) dava perfino la mirabolante notizia che il Ganellone di Predappio aveva mandato due sicari a San Rossore per sopprimere Chiachieppe. Non molto dopo un corrispondente speciale del giornale Le Quotidien assicurava che, in colloquio segretissimo, una principessa reale italiana gli aveva parlato, quasi con le lacrime agli occhi, del miserando stato di schiavitù in cui vivevano lei, il suo re e tutta la tribù sabauda. Finalmente è stata posta in giro ed è stata raccolta da moltissimi giornali di tutto il mondo la frottola più grossa di tutte; cioè che Chiachieppe, minacciato di sequestro e di deposizione, s’era rivolto piagnucolando al generale Badoglio affinché salvasse il suo re e la monarchia. Va da sè che il Badoglio da buon monarchico, e piemontese per giunta, accorse al grido di dolore del suo sovrano e lo liberò dalle strette dell’incommensurabile e invincibile Italo Balbo. E così via di seguito, di leggenda in leggenda, di fiaba in fiaba, di frottola in frottola, una più ridicola e più grottesca dell’altra, che neppure un pescecane riuscirebbe ad ingoiare. La verità invece è che gli emissari e satelliti di Casa Savoia, i tutori (sedicenti antifascisti) dell’ordine borghese, i difensori (antifascisti) della patria monarchica e simili, in previsione di qualche diluvio universale cercano per tutte le vie e con tutti i mezzi di creare l’alibi al loro re, alla dinastia, alle loro cricche e alle loro combriccole ; un alibi che riesca a salvarli dal naufragio, come purtroppo è avvenuto tante volte nel passato. Ora questo lavoretto di propaganda mira appunto a ricordare il passato di Casa Savoia perchè tutti ne traggano insegnamento pel futuro

Prefazione (Secondo Volume)
Il ritardo nell’uscita di questo secondo volume si deve innanzitutto all’espulsione dell’autore, il quale in quel trambusto perdette appunti, documenti e manoscritti, talmentechè gli è toccato rifare tutto di sana pianta, lontano da biblioteche, da librerie e da archivi d’ogni specie, e costretto a ramingare fra i più gravi disagi e le più spietate persecuzioni. Torniamo intanto a ripetere per la millesima volta che nessuno di noi, e tanto meno l’autore, s’è sognato di scrivere una storia regolare ed erudita di Casa Savoia con riferimenti a fonti peregrine pour épater Camillo Cacasenno, e con mucchi di note, noticine e noterelle di seconda, terza e quarta mano ad uso e consumo dei predicatori e dei copisti. Questa è opera di volgarizzazione e di propaganda essenzialmente anarchica, perchè nello stesso tempo è antidinastica e antiborghese; contro il sovrano spergiuro e delinquente e contro i cerretani difensori del re povero diavolo ; avversa ai complici e compari aventineschi della monarchia sabauda e ai mazzieri concentrati della democrazia di Raimondo Poincaré. E si deve certamente a ciò se essa ha trovato l’ostilità apertamente idiota non solo dell’ « Iniziativa » del re, ma anche dei Cecconi del volontismo e dei funamboli dell’anarchismo deformato; il che, del resto, dimostra che ci troviamo sulla giusta via : contro tutti gli sbirri italiani e stranieri, e contro tutti gli arruffoni d’ogni tinta. Per ragioni facili a comprendersi il contenuto del Volume è alquanto diverso da quello promesso l’anno scorso, essendosi dovuto adattare in parte ai più recenti avvenimenti. Ai tartuffi in mala fede, che trovano, et pour cause, questa pubblicazione lunga, « verbosa » e quasi inutile, rispondiamo che non finiremo di sferzare in pieno coloro i quali continuano a parlare sbirrescamente di « re povero diavolo », di “re galantuomo”, di capri espiatori andati a pescare in Ogamagoga, di colpe popolari destinate a mascherare la viltà e il tradimento dei cantambanchi e dei demagoghi. E questo senza contare che proprio ieri a Taormina in Sicilia i famigerati disonorevoli Tasca e Pulci e il loro seguito applaudirono freneticamente la marcia reale in contrapposto all’inno fascista. E senza poi contare quello che un corrispondente dall’Italia scriveva giorni or sono all’Avanti ! (N° 49) : “Quanti commenti ha provocato il viaggio per esempio del principe ereditario. La voce comune parlava con insistenza del temporaneo esilio imposto al figlio dal padre per Volontà di Mussolini. Si considerava questo allontanamento del principe ereditario come una sicura conferma dell’opinione — sorta da tempo e esistente tutt’ora e ogni giorno acquirente maggior credito — sul dissidio fra la corte e il fascismo e specialmente fra Mussolini e il principe ereditario il quale, spiegava una variante, sotto l’influenza del generale Bencivenga (per questa ragione si diceva mandato al confino) insisteva presso il padre sulla necessità di cambiare il regime odiato dal popolo. E quante leggende ricama intorno a questo viaggio e dissidio l’immaginazione popolare ! Sarà tutto frutto di creazioni fantastiche, ma non per questo esso è meno sintomatico per gli umori che prevalgono“. Il che dimostra che da un capo all’altro d’Italia ci son molti ancora, i quali aspettano a bocca aperta la liberazione dalla corte dello Spiombi e la rivoluzione dal principe ereditario della camicia nera. Che cosa han fatto o scritto i Berneri, i Cecconi, i concentrati e gl’inizziati per distruggere illusioni così deleterie ? Nulla, assolutamente nulla, fuorché perpetuare la leggenda del “povero re” prigioniero del fascismo, e fare eco alle riprovazioni dei regi consoli fascisti e del prefetto Chiappe, futuro presidente onorario della repubblica democratica italiana.
Il gruppo editore de “L’Aurora” di Boston, Mass.
1 Febbraio 1929

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Note dell’Archivio
-Nel primo volume edito da Culmine, viene riportato il seguente Avvertimento degli editori:
“Nel pubblicare i capitoli di Paolo Schicchi su Casa Savoia, ripetiamo quello che in simili occasioni fu già detto da altri : Non potendo date una battaglia, stampiamo un libro. Certo l’opera non è affatto priva di mende, specialmente sotto l’aspetto storico; ma bisogna tener presente che il compagno nostro è dovuto aiutarsi più che altro con la memoria, essendoché nel luogo dove si trova relegato, per Volere dei rappresentanti del teschio di morto, non esiste una biblioteca Vera e propria a cui ricorrere in caso di bisogno. È superfluo intanto avvertire che in questa pubblicazione ogni nostro lavoro sarà prestato gratuitamente, e che, se mai vi sarà qualche utile, esso andrà per intero a beneficio della propaganda e delle vittime politiche. Ecco un motivo di più perchè i compagni diano all’opera la maggior diffusione possibile.
Il gruppo editore del « Culmine ».
Buenos Aires, 29, Luglio 1927.”

-I manoscritti del terzo volume di Casa Savoia andarono perduti quando Schicchi si spostò dalla Francia al Nord Africa francese (Algeria e Tunisia).
-Il terzo volume doveva contenere i seguenti capitoli:
I – I Carignano
II – Custoza e Lissa
III – Istituzioni Savoiarde
IV – I custodi dell’altare della patria
V – Il ministero di F. S. Nitti
VI – Il retroscena americano del garibaldinismo
VII – L’apocalisse
VIII – Documenti (in gran parte cavati fuori dagli archivi di Vienna).

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Schicchi Paolo, “Storie di Francia. Prima Parte.”

Edito da Circolo di Studi di Criminologia, Vienna, 1930, 94 p.

Critica feroce, tipica di Schicchi, contro la democrazia francese osannata da parte del fuoriuscitismo italiano antifascista come luogo di pace e libertà. In “Storie di Francia”, scrive il curatore dell’edizione pdf del libro, si scorge “una determinazione incrollabile nel condurre la propria lotta contro il sopruso e l’ingiustizia che in quegli anni si concretizzava anche nell’atteggiamento della Francia teso a demonizzare e criminalizzare gli immigrati, soprattutto italiani, allo scopo di avere il pretesto di espulsione delle voci critiche verso l’Italia fascista.”
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Note dell’Archivio
-I manoscritti della seconda parte di Storie di Francia andarono perduti quando Schicchi si spostò dalla Francia al Nord Africa francese (Algeria e Tunisia).
-Nell’Avvertimento del libro viene scritto: “Questo volumetto esce con un ritardo di molti mesi a cazione dell’espulsione dell’autore avvenuta l’anno scorso, il che, del resto, non toglie nulla all’opportunità e all’efficacia del lavoro. Le lacune che in esso potranno riscontrarsi si devono a tale ritardo e saranno colmate nella seconda parte, che verrà fuori quanto prima e che conterrà i seguenti capitoli:
I. – Megalomania dei paladini di Francia.
II. – Xenofobia.
III. – Mentalità barbarica.
IV. – Carnevale e decadenza.”

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Schicchi Paolo, “Il contadino e la questione sociale”

Edito da Trimarchi Editore, Palermo, 1919, 159 p.

Il ritorno alla terra o, per meglio dire, la lotta contro il consumismo attraverso la coltivazione agricola, viene vista ancor oggi come una forma di resistenza e panacea al modello capitalista vigente.
Ciò che in apparenza sembra diverso tra queste due forme di produzione e distribuzione (neoliberista da una parte e, dall’altra, quella che possiamo definire volgarmente “a chilometro zero”) in realtà è soltanto fumo agli occhi: la differenza è soltanto in termini quantitativi e di persone raggiunte all’atto che il prodotto viene venduto. La lotta per mantenere la produzione e i livelli distributivi o, per sintetizzare al meglio la cosa, il proprio status all’interno dell’immenso ed enorme mercato (agricolo, in questo caso) è vitale e fondamentale in termini di sopravvivenza sia dell’azienda (che sia singola, cooperativa, associazione etc) che dell’individuo-proprietario che vi lavora. È in questo ambito che “il contadino” diventa la figura chiave o principale della produzione e distribuzione agricola. Questo soggetto economico, per millenni, è stato ritratto in modo positivo o negativo, a seconda del periodo e degli eventi storici. Da Verga a Rapisardi, passando per Marx e Malatesta, arrivando fino ai giorni nostri con i difensori de “il ritorno alla terra”, il contadino viene rappresentato come: il pezzente che subisce o si vuol arricchire, il benefattore e protettore della terra, il soggetto rivoluzionario o reazionario capace di sovvertire o difendere l’ordine costituito, il partigiano che combatte contro il neoliberismo e via dicendo.
Se usciamo da questo recinto mitologico ed idealizzato, troviamo pochi testi e personaggi capaci di aver decostruito questa figura e, più in generale, il lavoro agricolo in ambito capitalistico.
Paolo Schicchi è uno di questi. L’anarchico di Collesano, nel libro “Il contadino e la questione sociale”, riuscì ad uscire fuori dalle rappresentazioni demonizzate o giulive sia dei letterati (Rapisardi) che di soggetti politici (Marx e Malatesta) dei suoi tempi, analizzando la questione contadina da un punto di vista storico e di esperienza politico-personale (in quanto egli partecipò attivamente alle lotte dei Fasci Siciliani), decostruendo e al contempo ricostruendo la figura del “villano” in ambito storico e attuale (del suo tempo ovviamente), denudando o mostrando realmente quel che era (e lo è in parte ancor oggi) il lavoro agricolo inserito nei meccanismi capitalistici: sfruttamento e mercificazione dell’individuo e della terra.

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Schicchi Paolo, “La guerra e la civiltà. Mondo arabo e aggressione occidentale”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Giugno 1988, 112 p.

Nota Editoriale
Ci è sembrato estremamente opportuno riproporre og­gi questo lavoro di Paolo Schicchi su “La Guerra e la Ci­viltà” per la pungente attualità che sprizza da ogni concet­to, e per soddisfare un’esigenza nostra di contrapporci, an­che in questo modo, alla campagna antiaraba, a difesa dei“valori di civiltà dell’Occidente”, che ogni giorno, da tem­po, siamo costretti a subire, ieri per giustificare un bom­bardamento omicida amerikano a Tripoli, oggi per amman­tare di un fumo di omertosa complicità il genocidio pa­lestinese da parte dello Stato d’Israele. Il terzo motivo era quello di dare spazio, il giusto spazio, a Paolo Schicchi,nel contesto della cultura rivoluzionaria e anarchica con­temporanea.Se da anni, infatti, ci troviamo impegnati in prima fi­la contro i processi di aggressione imperialista nel Mediterraneo, dentro i quali la Sicilia ha, suo malgrado, un ruo­lo centrale per lo spiegamento militare di quell’impero USA autoelettosi a “guardiano” del Mondo Occidentale,e cioè a gendarme e poliziotto del capitalismo e a stupra­tore e saccheggiatore delle altre “sotto-civiltà”, motivi ve ne sono abbastanza per difendersi anche attaccando,anche sbilanciandosi dalla parte delle vittime, una volta tanto. Come ha fatto Schicchi, il quale, infatti, ci ha da­to una quasi apologia del Mondo Arabo, confutando tut­te le amenità, i luoghi comuni, i pregiudizi, le chiusure mentali, il razzismo, eletti a supporto dell’aggressione ita­liana contro la Libia. E giustamente Schicchi faceva pen­dere la bilancia dalla parte degli arabi; egli non scriveva per mera esercitazione letteraria da sbandierare nei grati­ficanti salotti intellettuali dell’epoca, contro i quali si poneva polemicamente (vedi i graffianti riferimenti a Papini, alla Serao e ad altri), ma conduceva una battaglia dai toni duri; egli usava la polemica come strumento di lotta politica e ideologica, non disdegnando, come tutta la sua vita aveva dato e darà atto, di usare ogni altro mez­zo per portare avanti la pratica rivoluzionaria. E la serie­tà, la documentazione riportata, giocano a favore di quel­la verità storica che, allora come oggi, si cercava di offu­scare, il che ridimensiona gli spunti apologetici a quel modo tutto suo di scrivere e polemizzare.Si consideri il particolare momento, la ricerca da parte del Potere savoiardo del “posto al sole”, la campagna im­bastita a giustificare il “barbaro ” saccheggio italiano, pro­seguito poi col fascismo, e si vede come le parole di questo testo abbiano assunto un significato importantissimo, sia per la portata “provocatoria”, sia perché mostrarono in altra luce personaggi insospettabili in realtà complici ideo­logici e pratici dell’“ubriacatura tripolina”. Un’avventu­ra che oggi è divenuta tabù per lo Stato italiano; uno sche­letro nell’armadio giustamente tirato fuori dalle vittime,ma che il governo “antifascista nato dalla resistenza” evi­ta di riportare all’aria aperta. Ancora oggi un film su quegli orrori è proibito in Ita­lia, e chi lo trasmette viene sottoposto a denunce e repres­sione; mostrare le stragi del colonialismo italiano, che non è stato da meno d’ogni altro, è dunque un reato; si scher­nisce un Gheddafi quando ricorda le forche, le stesse di cui il “Giornale d ’Italia” parlava con questi toni: “In­dubbiamente per gli arabi la forca è il solo mezzo di dominazione”. D’altra parte, quella degli arabi non vuol essere per noi— siciliani — solo una difesa di principio; è difendere una storia, una cultura, da “saraceni di Sicilia” oggi risucchia­ti nell’orbita di sistemi nord-occidentali; è, quindi, anche un modo per sottolineare un processo storico di colonia,6subito ininterrottamente dalla Sicilia (ma non senza rea­zioni), e la continuità del regime capitalista, colonialista,autoritario di oggi, con quelli di ieri succedutisi sull’isola.Eccetto per il periodo arabo, che certo fu, come Schicchi spiegava bene, fra tutti il meno rovinoso, quello maggior­mente produttore di elementi innovativi, di progresso in ogni campo, dall’agricoltura alle arti, dal costume alla let­teratura, ecc.Certamente il lavoro ha anche dei limiti; si ricordi che è stato scritto oltre settanta anni fa; si riscontrano giu­dizi e affermazioni che la moderna antropologia ha pre­cisato meglio, se non superato. Così come mancano con­siderazioni critiche sull’autoritarismo islamico, sul ruolo affidato alla donna nel Mondo Arabo; il lettore vi potrà trovare sparuti passi sui turchi o gli ebrei che potranno far gridare al “razzismo”, ma che sono riferiti al dominio de­gli Stati e delle classi dominanti, e perciò facilmente rias­sorbibili nel contesto storico in cui, con particolare violen­za queste entità statali e nazionali si rapportavano l’una con l ’altra, per il predominio reciproco. Schicchi, dunque, da anarchico, nemico di ogni Stato e di ogni autorità, si proponeva di “ricordare che i con­quistatori d ’ogni razza, d ’ogni tempo e d ’ogni luogo si somiglian tutti, come tante gocciole d ’acqua, nei pensie­ri, nelle parole, nei sentimenti e nelle azioni”. E noi og­gi lo riproponiamo, in solidarietà con i palestinesi, i su­dafricani, gli indiani d ’America e gli oppressi di tutto il mondo.

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Note dell’Archivio
-“La guerra e la civiltà. Mondo arabo e aggressione occidentale” è inserito come introduzione ai due drammi “La morte dell’aquila” e “Tutto per l’amore”, pubbli­cati a Milano senza data (tra il 1912 e il 1915).
-Nel libro sono inseriti in appendice i testi di Arturo Schwartz, “Aldilà degli slogan”, Michele Corsentino, “Profilo di Paolo Schicchi”, e Natale Musarra, “Documenti di questura e articoli di giornali concernenti Paolo Schicchi (1890-1895)”

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Schicchi Paolo, “Noi soli contro tutti”

Edito da CentroLibri. Edizioni Anarchiche e Libertarie, Catania, 1993, 109 p.

Da anni ci proponevamo di pubblicare scritti di Schicchi perché ci avevano attirato le frammentarie notizie sui suoi interventi nel sociale e, in genere, sulla sua attività e sul suo pensiero. Ma il compito non era facile perché la maggior parte di quella produzione era frammentaria e sparsa dap­pertutto in Europa: archivi, biblioteche, case, ecc. Il lavoro di Natale Musarra ha reso finalmente possibile tale realizzazione. Lasciamo quindi ai compagni il piacere di scoprire que­sta interessante pagina della lotta anarchica, e quello che vogliamo consegnare alla loro riflessione non è tanto il personaggio in sé — in quanto anche noi, come Schicchi, siam o contrari alle santificazioni — ma tutto ciò che questo individuo e le sue parole e le sue azioni sono riusciti a proporre e produrre.

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Nota dell’Archivio
-Elenchiamo gli articoli e le testate in cui vennero pubblicate:
–I gnostici dell’anarchismo, “La Zolfara”, numero unico, 1 Luglio 1920
–Noi soli contro tutti, “La Zappa”, numero unico, 10 Novembre 1920
–Il pozzo dei traditori, “L’Etna”, numero unico, 5 Marzo 1921
–Che cosa avete fatto voi?, “I Mietitori”, numero unico, 15 Agosto 1920
–Il fascismo in Sicilia, “L’Etna”, numero unico, 5 Marzo 1921
–L’histoire bataille, “Il Contadino”, numero unico, 27 Marzo 1921
–Il campanile e la bandiera, estratto da Il Contadino e la questione sociale, cap. V, pagg 62-80. Segue nel paragrafo successivo una “Nota dell’autore”, tratta dalla “Nota al capitolo V” de “Il Contadino e la questione sociale, pagg 157-159. L’intero brano venne ripubblicato sul numero unico “I Gladiatori”, 20 Luglio 1919, col titolo “Il campanile deformato”
–Spartaco passa il faro, “Il Vespro Anarchico”, numero unico di saggio, 10 Aprile 1921
–Nord e Sud, “La Falce”, numero unico, 17 Ottobre 1920
–La leggenda della mafia, “Cronaca Sovversiva”, Torino, a. 1, n. 7, 1 Maggio 1920
–Mastro Michele, “I Mietitori”, numero unico, 15 Agosto 1920
–L’orchestra di Polizzi, “La Falce”, numero unico, 17 Ottobre 1920
–Gl’intellettuali, estratto da “Fra la putredine borghese”, cap. V, pagg. 69-79
–L’idea, estratto da “Il Contadino e la questione sociale”, cap. VII, pagg. 91-97. L’intero brano venne ripubblicato sul numero unico “I Gladiatori”, 20 Luglio 1919.
–La disciplina, “L’Etna”, numero unico, 5 Marzo 1921
–La propaganda dell’arsenale, “Il Contadino”, numero unico, 27 Marzo 1921
–Espropriazione o saccheggio?, “I Gladiatori”, numero unico, 20 Luglio 1919
–L’Utopia, estratto da “Il Contadino e la questione sociale”, cap. IX, pagg. 122-148

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Mazzeo Antonio, “I padrini del ponte. Affari di mafia sullo stretto di Messina”

Edito da Edizioni Alegre, Roma, 2010, 206 p.

Speculatori locali o d’oltre-oceano; faccendieri, piccoli, medi e grandi trafficanti, conservatori, liberali e finanche ex comunisti, banchieri, ingegneri ed editori. Sono questi I Padrini del Ponte che più o meno occultamente tramano a favore della realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Il libro, sulla base di una documentazione che privilegia le fonti giudiziarie, anche se non definitive, fornisce una sistematizzazione di innumerevoli denunce e indagini sugli interessi criminali che ruotano attorno alla grande opera. Dando della mafia un’immagine molto più complessa di quella a cui siamo abituati.

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Mangano Antonello, Mazzeo Antonio, “Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte”

Edito da Sicilia Punto L/Terrelibere.org, Ragusa, Giugno 2006, 103 p.

Quali sono i veri obiettivi che muovono da anni la «lobby del Ponte»? Quale sarà il vero impatto dei cantieri sulle popolazioni? E vero che la costruzione della mega-opera sarà un disastro per i conti dello Sta­to? Alla fine, chi ci guadagnerà davvero? Il quaderno articola in sette punti le argomentazioni contrarie al Pon­te, riportando ragioni note (ambiente, mafia, impatto occupazionale) e proponendo questioni poco conosciute (guerra, conflitti d’interesse, aziende ed interessi coinvolti). La lotta contro le Grandi Opere – fino a qualche tempo fa limitata ad una piccola minoranza ed oggi questione nazionale — ha riproposto la riscoperta dei territori e pone da subito il problema di un diver­so modello di sviluppo. 1. Il club del cemento. Perché il Ponte è affare per pochi. 2. Impatto sociale. Perché il Ponte stravolge la vita della comunità. 3. La mafia. Perché il Ponte ripropone il dominio criminale. 4. La diseconomia. Perché il Ponte è un disastro per i conti pubblici. 3. Impatto occupazionale. Perché il Ponte non dà lavoro. 6. Impatto ambientale. Perché il Ponte distrugge l’ecosistema. 7. I militari. Perché il Ponte è collegato alla guerra.

Terrelibere.org produce e raccoglie dal 1999 inchieste e ricerche sui rapporti tra Nord e Sud del Mondo, la mafia, le migrazioni, le que­stioni di genere, la tratta, l’economia. Tutti i materiali sono diffusi li­beramente.

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A 34 mani. Note sulla lotta contro gli sfratti a Torino

Torino, Settembre 2014, 18 p.

Al bando.
La messa al bando dei picchetti antisfratto: questa potrebbe essere la finalità ultima degli arresti torinesi del 3 di Giugno passato. Non l’unica, per carità, ma quella che veramente trascende le vicende del conflitto sociale in città e che pila potrebbe ipotecare lo sviluppo di alcune lotte portanti in tutta Italia, quasi fosse un codicillo anziché legislativa — del piano casa del governo introdotto per via giurisdizionale Renzi. Non che questo sia il primo attacco frontale contro l’efficacia mostrata dai picchetti, già la primavera scorsa gli omini di Tribunale torinesi avevano tirato fuori dal cilindro l’art. 610, l’incidente d’esecuzione, che, utilizzato probabilmente per la prima volta in maniera sistematica contro una lotta, consente di sospendere lo sfratto in caso di problemi di ordine pubblico e rimettere la procedura nelle mani di un giudice che stabilisce una nuova da senza più comunicarla allo sfrattando ma solo alle altre parti in causa. Lo sfratto diventa uno sgombero e la pratica del picchetto va a farsi benedire. Nelle carte dell’accusa, invece, i Pm torinesi arrivano a proporre l’equivalenza “picchetto antisfratto violenza aggravata a pubblico ufficiale che, per quanto possa sembrare ardita, e stata accolta senza battere ciglio dal Gip nel convalidare gli arresti preventivi e dai magistrati del riesame nel confermarli. E si parla dei picchetti in quanto tali, proprio in virtù del loro meccanismo di funzionamento, non solo di quelli conditi con episodi particolarmente “vivaci” Scorrendo la lunghissima lista dei capo di imputazione, difatti, si trova che ci vengono rinfacciati non solo picchetti nei quali l’ufficiale giudiziario si sarebbe trovato più o meno circondato dai membri della famiglia sotto sfratto, dai loro parenti ed amici e dai solidali organizzati nelle periodiche assemblee di quartiere, tanto da sentirsi “minacciato” e quindi forzato ad omettere un atto dell’ufficio» (eseguire lo sfratto) e a compierne un altro (firmare la proroga). Vi sono anche episodi nei quali l’ufficiale giudiziario neanche si avvicina al piccheto, se non per consegnare la proroga già compilata e nei quali la “minaccia” nei suoi confronti consiste solo nelle «fortificazioni di fortuna ma sapientemente congegnate», cioè nelle barricate di cassonetti. C’è una richiesta di arresti addirittura per tre differenti accessi di un’unica famiglia di Borgo San Paolo, nei qual l’elemento di “minaccia” è costituito solo dalla «catena umana» di fronte al portone , richiesta respinta esclusivamente perché gli aspiranti galeotti non sono stati identificati con certezza. E quando la polizia riesce a spazzar via un picchetto, con l’ufficiale giudiziario che arriva sul campo a battaglia finita solo per piantare la bandierina dello sfratto eseguito, ci si ritrova comunque accusati di “tentata violenza a pubblici ufficiale”. Se è indubbiamente vero che il livello di conflittualità toccato soprattutto nella Barriera dalla lotta contro gli sfratti e stato abbastanza alto, e socialmente allargato, con picchetti numerosissimi e ben difesi, è vero pure che, scava scava, questa inchiesta vuol colpire la forma picchetto in quanto tale, rendendola sostanzialmente illegale e quindi sanzionabile con l’arresto. Un 270 sexies a bassa intensità che non tenta di rendere, come nel caso dei compagni arrestati per la lotta contro il Tav, terroristico il sabotaggio — perché in grado di impedire alle istituzioni di rispettare gli impegni presi — ma piuttosto di rendere arrestabile chiunque intralcia in qualche modo la strada di un ufficiale giudiziario — perché così facendo gli impedisce di svolgere il suo dovere. E questo non è un problema, dunque, dei soli compagni arrestati o di quei proletari che ancora volessero resistere agli sfratti a Porta Palazzo o nella Barriera di Milano. Se questa imputazione passasse sarebbe un problema enorme per tutte le realtà di lotta contro gli sfratti e per la casa, qualunque sia lo sfondo progettuale o il loro percorso organizzativo, in tutta Italia. Sempre che il picchetto non sia utilizzato come un semplice orpello scenico per mascherare accordi già siglati in altra sede, ma questo è un altro discorso. E al di fuori dello specifico di questa lotta, poi, identico ragionamento dei giudici torinesi potrà fare il Pm che, in un prossimo futuro, si troverà alle prese con chi cerca di impedire, per esempio, l’esproprio dei terreni dove si dovrà costruire una qualsiasi “grande opera”. I proletari di oggi come quelli di ieri, per difendersi dalla violenza legale e quotidiana dell’economia, non hanno altri strumenti che le proprie braccia, magari adeguatamente equipaggiate, la propria determinazione e la propria capacità di organizzazione autonoma. E il lavoro d’avanguardia della Procura torinese si conferma ancora per quello che è, proprio come nel caso dell’uso dell’aggravante di terrorismo per i quattro del 9 Dicembre: fornire ai padroni strumenti nuovi per la repressione dei conflitti sociali e, nel contempo, toglierne a chi lotta.

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7 Aprile 1920. La nostra storia. Modena, Piazza Grande

Modena, Novembre 2007, 54 p.

Questo libro è un omaggio alla vita di tanti uomini e donne che tra il 1800 ed il 1900 hanno riempito queste terre di libertà e di ribellione. Giustizia sociale, fratellanza umana erano le armi potenti a disposizione dei nostri fratelli e sorelle contro i poteri della monarchia, dello Stato, della chiesa e dei padroni, e vinsero come si vince sempre…in ogni moto di ribellione

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