Alla canna del gas

Gennaio 2018, 20 p.

La vicenda del gasdotto che ENI e SNAM vogliono erigere lungo tutta la catena appenninica è pressoché sconosciuta anche fra coloro che lottano contro la civilizzazione e contro le mostruosità con cui il capitalismo ogni giorno avvelena le nostre vite. Vorremmo cominciare a parlare di questo tema, non per fare la solita lagna cittadinista, ma per stimolare la giusta rabbia. A rendere difficile la trattazione dell’argomento ci hanno pensato i “capoccioni” della Snam che contribuiscono a fare confusione. In effetti questo “coso” non ha nemmeno un nome. L’appellativo istituzionale dell’opera è Rete Adriatica. Un nome ufficiale che non dice nulla, dato che il gasdotto passerà per l’Appennino e non per il mare. Non che se fosse passato altrove sarebbe stato meglio, per quanto ci riguarda. Per rovesciare la mistificazione in piena neo lingua orwelliana che gli stregoni del metano cercano di instillare, pensiamo sia giusto chiamare il “coso” gasdotto Snam, così che sia chiaro sin da 8 subito chi sono i responsabili di un’opera tanto nefasta. Il potere non è qualcosa di fantasmagorico, ci sono i responsabili: hanno un nome e un indirizzo. Nel caso di specie si chiamano ENI, la multinazionale della morte che in tutto il mondo innalza la bandiera dell’italico imperialismo, e SNAM, la grande ditta nazionale che si occupa delle arterie energetiche con cui alimentare la mega macchina industriale nella Penisola. Il progetto del gasdotto Snam è precedente al più noto Tap. In origine prevedeva di portare al nord il metano dal previsto rigassificatore di Brindisi. Ormai è invece del tutto integrato al gasdotto Tap e, nei progetti cancerogeni dello Stato italiano, dovrebbe essere la naturale prosecuzione dell’autostrada del gas che dall’Azerbaigian porterà il prezioso nutrimento energetico per l’industria europea, passando per il Salento e attraversando l’Appennino. Non esageriamo se ci permettiamo di dire che si tratta di una delle opere più gravi partorite dalle menti perverse degli scienziati della morte. Un impianto lungo quasi 700 km, che in maniera originale anche rispetto a precedenti “grandi opere” questa volta attraverserà una catena montuosa “in verticale”, da sud a nord. Settecento km di scavi nel cuore delle nostre montagne. Un cratere di un diametro di 40 metri imposti per legge come servitù permanente, per ragioni di sicurezza. Insomma una autostrada di 40 metri che per 700 km taglierà boschi, scaverà rocce, attraverserà fiumi. Un impatto devastante sarà dato dalle centinaia di nuove strade che verranno edificate per raggiungere i luoghi ameni dove si svolgeranno i lavori. Strade che prevedono l’attraversamento di camion pesanti e mezzi di lavoro. E che in buona parte rimarranno per sempre, per agevolare la manutenzione e per raggiungere il gasdotto nel caso di incidenti che richiedano interventi straordinari. Non amiamo insistere sui dati tecnici, che spesso diventano materiale di scambio nelle trattative fra lo Stato e i riformisti, ma per questa volta alcuni elementi dobbiamo sciorinarli necessariamente affinché ci si renda pienamente conto della pericolosità di un’opera da impedire con ogni mezzo. Per esempio, il territorio interessato è da sempre soggetto a terremoti. Nell’Appennino c’è un grosso terremoto – un terremoto “da 300 morti”, per usare categorie non scientifiche ma umanamente comprensibili – ogni tre anni, in media. Costruire un gasdotto in un territorio del genere è un grave pericolo per la natura e per gli umani che vivono in queste montagne. Il gasdotto infatti passerà in città come Sulmona, L’Aquila, Norcia, Foligno, ben note alla cronache. Non c’è ovviamente alcun dibattito né alcun appello alla ragionevolezza da fare con coloro che hanno come unico parametro il profitto. Se citiamo questi elementi è solo per comprendere e incazzarci; per agire. L’unica lingua che capiscono i burocrati dello Stato, i manager delle multinazionali, i loro protettori armati, è la forza. Un gasdotto di settecento chilometri è una mostruosità. Ma settecento chilometri di lavori sono anche un punto di debolezza. Con l’azione diretta possiamo farli impazzire. Purtroppo però con le lotte risorgono anche i vecchi parassiti della politica. Come gli zombi negli horror di serie B degli anni ’80, certi professionisti dell’ecologismo riformista si rialzano ogni volta che credi di averli eliminati. E così si parla di “coordinamenti”, fronti democratici e popolari, assemblee cittadine. Luoghi dove, redivivi, ti ritrovi i professionisti del monologo, i presenzialisti, coloro che hanno il portafoglio abbastanza gonfio e l’agenda abbastanza vuota, da potersi permettere di partecipare a tutte le assemblee in tutto l’Appennino e anche giù fin nel Salento, dove parlamentare e far passare la propria linea. Proprio perché pensiamo che il gasdotto Snam sia qualcosa di troppo grave per essere lasciato in mano alle miserie della politica, per informare su un tema poco conosciuto, ma soprattutto per discutere su come combattere questo progetto, nelle prossime settimane incontreremo in diverse città le compagne e il compagno che dall’Umbria hanno scritto l’opuscolo “Alla canna del gas”. Un’analisi, a partire dalla Valnerina, sul gasdotto Snam, sui capitalisti che lo vogliono, e sullo stato di salute dei movimenti che sostengono di combatterlo.

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Mumford Lewis, “In nome della ragione”

Edito da Edizioni di Comunità, Roma/Ivrea, 2016, 160 p.

Le conquiste della tecnica e una certa meccanizzazione dell’esistenza hanno condotto a esaltare la tecnologia come esempio di razionalità perfetta, oggettiva e priva di errore. Ma la ragione della macchina è diversa dalla ragione umana, e pensare che il progresso tecnologico non riguardi anche la sfera spirituale significa aver capito ben poco della ricchezza presente nell’animo di ogni individuo. Soltanto in nome di una ragione liberata da questo equivoco è possibile riappropriarsi della fonte stessa di tale ricchezza: l’amore, l’unico elemento in grado di ricomporre la frattura che ha separato ragione ed emozione e di restituire senso a una tecnologia altrimenti senza scopo e significato. Ed è proprio questa la sfida nella quale, secondo Mumford, si gioca il destino dell’uomo moderno e in definitiva della nostra specie.

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Note dell’Archivio
-Traduzione dall’originale “In the Name of Sanity”, Harcourt Brace and Company, New York, 1954
-Prima edizione italiana: 1959
-Nel libro viene riportata la seguente “Nota ai testi”:
–La tecnica e il futuro della civiltà occidentale fu pronunciato in occasione del centenario dell’American Association for the Advancement of Science nel settembre del 1948.
Specchi di violenza fu pubblicato per la prima volta con il titolo Specchi di un violento mezzo secolo nel «New York Times Book Review» del 15 gennaio 1950.
–Rinnovamento delle arti fa parte di una serie di conferenze tenute all’Università di Pennsylvania nell’aprile del 1950, con il titolo Dalla rivolta al rinnovamento, e venne pubblicato per la prima volta in The Arts in Renewal, University of Pennsylvania Press, 1951.
–Elementi irrazionali nell’arte e nella politica è un discorso pronunciato alla Corcoran Gallery a Washington nel gennaio del 1954, sotto gli auspici dell’Institute of Contemporary Arts e della Phillips Gallery e venne pubblicato per la prima volta nella New Republic del 5 e 12 aprile del 1954.
–L’ascesa di Calibano e I poteri di Prospero vennero pronunciati in una versione lievemente abbreviata al Brooklyn College (The Franklin Matchette Foundation Lectures) il 3 e il 4 marzo del 1954. La prima conferenza venne pubblicata nell’estate del 1954 nella Virginia Quarterly Review.

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Bayer Osvaldo, “Severino Di Giovanni. C’era una volta in America del Sud”, “Severino Di Giovani. L’idealista della violenza”

Edito da Edizioni Collana Vallera, Pistoia, 1973, 263 p.
Edito da Agenzia X, Milano, 2011, 253 p.

Introduzione di Dando Dandi (1973)

Sono pienamente cosciente del fatto che trattando di Severino Di Giovanni, io calco un terreno estremamente delicato, suscettibile di urtare la sensibilità dei compagni pacifisti ad oltranza, specialmente oggi in cui il problema della violenza viene, dalla maggioran­za degli anarchici, ridotto e contorto ai minimi termi­ni della moralità cristiana e ai concetti francescani della rinuncia individuale e collettiva.
Intendiamoci bene: io non sono per la violenza per se stessa. Aborro la violenza repressiva dello stato adot­tata a scopo di dominio e di potere per schiavizzare i popoli per sfruttare i diseredati, per scatenare le guer­re e le distruzioni universali. Mi riferisco alla violenza difensiva dei proletari quale diritto sacrosanto degli oppressi per proteggersi dalla violenza organizzata del­la società per mantenere i privilegi dei dirigenti del mondo capitalista e delle classi dominatrici. Insomma, la violenza inevitabile dei diseredati e degli oppressi per difendersi dalla violenza brutale dei tiranni, riconosciuta dai nostri maestri da Bakunin a Malatesta quale diritto inalienabile degli schiavi per contrapporre la violenza liberatrice alla violenza dei suoi carcerieri. Perciò è impossibile concepire la rivo­luzione sociale senza violenza.
Nel discutere la violenza quale metodo di espro­priazione anarchica della proprietà per usarla per il movimento — come è appunto il caso di Severino Di Giovanni — è quasi impossibile ragionare con i pacifi­sti, stante molti esperimenti negativi da Ravachol ad oggi, e anche perchè alcuni anarchici fingono di di­menticare che la proprietà è un furto. Osvaldo Bayer, autore del libro di cui parliamo in questo articolo definisce Severino Di Giovanni l’idealista della violen­za, ciò che descrive in modo preciso la filosofia, l’azione del Di Giovanni. A proposito non è male ricordare che gli avvenimenti sociali di questi ultimi anni nel Sud America, nell’Argentina, nel Brasile, nell’Uruguay che la violenza disperata dei ribelli concentrata nel rapi­mento di personalità borghesi influenti offre dei risul­tati concreti e non astratti come le dimostrazioni con­tro la guerra nel Vietnam che non impediscono allo Stato di continuare le imprese criminali nell’Asia e al­trove. Un conto è ammazzare milioni di persone nelle guerre con crudele disinvoltura come sistema di domi­nio per la salute dello Stato in quanto le moltitudini umane rappresentano semplicemente delle pedine ina­nimate mosse sulla scacchiera della politica del pote­re; ma è un altro conto per i tiranni morire ammazzati essi stessi nella tragica constatazione che la guerra sociale cruenta e sanguinaria è penetrata in casa pro­pria, nel seno delle loro famiglie. Severino Di Giovanni voleva diventare maestro elementare, ma non completa gli studi e nel 1923 lascia la nativa Chieti per recarsi in Argentina dove la sua dinamica personalità si rivela subito nelle dimostrazio­ni antifasciste e nelle attività del movimento anarchico come scrittore e oratore non comune. Apprende il mestiere di tipografo e si fa una cultura leggendo le ope­re di Proudhon, di Bakunin, Reclus, Kropotkin, Malatesta, Stirner, Nietzsche, Nettlau e altri e presto pubbli­ca il periodico anarchico « Culmine » che egli scrive, stampa e distribuisce da solo con l’aiuto graduale di un gruppo ristretto di amici. Collabora con il settimanale anarchico di New York, L’Adunata dei Refrattari, e con il mensile iconoclasta di San Francisco, l’Eman­cipazione, con i quali ravvisa delle incoraggianti affi­nità ideologiche.
Nel 1926 viene arrestato la prima volta durante una dimostrazione antifascista al teatro Colon e si di­chiara anarchico. Per l’anarchico Di Giovanni la que­stione sociale si presenta di una chiarezza lapalissiana: la borghesia domina con la violenza repressiva dello Stato e delle istituzioni capitaliste e il modo più logico e più proficuo è di combattere la borghesia con la vio­lenza anarchica contro la violenza capitalista,- giacché le dimostrazioni, i comizi, le proteste contano un fico secco, Di Giovanni consiglia gli anarchici di attacca­re la borghesia con le armi alla mano.
Nel maggio 1926 una bomba scoppia nei locali del­l’ambasciata degli Stati Uniti a Buenos Aires e Di Gio­vanni è arrestato, la sua abitazione perquisita e libri, carte e giornali asportati, sua moglie e i suoi figli mal­menati dai poliziotti.
In questo frattempo Di Giovanni fonda la casa edi­trice « Culmine » con lo scopo di pubblicare e divulga­re letteratura anarchica, e gli anarchici notano nei suoi articoli una serietà, una maturità politica, una consa­pevolezza anarchica non comune che molti vecchi compagni attribuiscono a Aldo Aguzzi, l’anarchico italiano più conosciuto nel Sud America. Pertanto, Di Giovanni fa conoscenza negli uffici del giornale « La Antorcha » con i fratelli Scarfò, Alessandro e Paolino, due giovani anarchici la cui vita rimarrà strettamente collegata con le vicende tragiche della lotta anarchica del Di Gio­vanni fino alla morte e la cui sorella, Josefìna, sarà amante appassionata di Severino.
Nell’agosto 1927, durante l’esasperata agitazione per Sacco-Vanzetti, degli attentati dinamitardi avvengono a Buenos Aires al monumento di Washington, all’agenzia automobili Ford e altri luoghi della città; la polizia fa una retata di anarchici ma questa volta Di Giovanni si rende latitante. D’ora in poi egli sarà braccato e perseguitato dalla polizia non solo a Buenos Aires, ma a Rosario, a Cordova e in altre città.
Le esplosioni si susseguono a Buenos Aires nelle banche, nella sede del consolato italiano, nei locali del­le ditte statunitensi con morti e feriti; le autorità, i giornali, l’opinione pubblica sono allarmati e attribui­scono tutti questi fatti dolorosi a Di Giovanni nella cui mente si va rapidamente maturando un piano d’a­zione vagheggiato nella sua adolescenza. Egli pensa con profonda tristezza ai sacrifìci immensi compiuti dagli anarchici per pubblicare dei giornali, degli opu­scoli, dei libri, per la propaganda rivoluzionaria; la sua m ente solidale vola con ansia verso i compagni che si levano il pane dalla bocca per aiutare i prigionieri po­litici vittime della reazione internazionale, mentre le ricchezze create dai lavoratori servono ai capitalisti per mantenere le moltitudini lavoratrici schiave e de­rise, e per sostenere nello sfoggio e nei bagordi la bor­ghesia vile e sfruttatrice. Sarebbe un semplice atto di retribuzione sociale usare codesta ricchezza per il be­ne di chi la produsse, per rompere le catene degli schia­vi che da secoli attendono la liberazione.
Perciò si passa senz’altro all’azione. Si circonda di u n gruppo risoluto di audaci, svaligia le banche di somme considerevoli che usa per le attività editrici del movimento anarchico. Nel 1930 pubblica due volumi delle opere di Eliseo Reclus con prefazioni e note biografi­che di Luigi Galleani e di Giacomo Mesnil che vengono distribuiti a prezzi ridotti o addirittura regalati ai grup­pi libertari in tutto il mondo.
Nel 1928 era salito alla presidenza della repubblica Ippolito Yrigoyen considerato liberale e amico del po­polo, ma in seguito dimostratosi politicante reazionario come tutti gli altri; comunque, l’Argentina attraversa un periodo di febbrile attività rivoluzionaria. Di Giovanni, oltre le sue preoccupazioni letterarie, continua le sue vicende espropriatrici al pari della banda Roscigna e quella dei fratelli Moretti, senza contare la bre­ve apparizione di Francisco Ascaso e di Buenaventura Durruti in viaggio attraverso il Sud America nella loro campagna espropriatrice internazionale. Di Giovanni ne approfitta del denaro carpito alle banche e delle false banconote fabbricate dal suo amico Fernando Gabrieleskf per intensificare la campagna per la libera­zione di Simon Radowitzky agonizzante nel penitenziario di Ushuaia, nella Tierra del Fuego.
In questo punto critico scoppia il dissidio nel campo anarchico. Diego Abad de Santillan e Lopez Arango trattano Severino Di Giovanni e le sue azioni di bandi­tismo anarchico e di delinquenza comune e Di Giovan­ni risponde per le rime affibbiando agli scrittori di «La Protesta» gli aggettivi di anarchici da salotto e spie. Polemica nociva che si ripercuote nel Nord Am erica e precisamente a San Francisco, California, ove « L’e­mancipazione » rimprovera a Santillan e Arango di boicottare deliberatamente la proficua azione anarchi­ca per la liberazione di Radowitzky, di Scarfò e di Oliver, questi due ultimi compagni arrestati quali complici di Di Giovanni.
Di Giovanni, che ora assume il nome di Mario Vando, diffida Santillan e Arango di ritirare gli insul­ti. Intervengono Luigi Fabbri, Aldo Aguzzi, Ugo Treni (Ugo Fedeli), Vincenzo Capuana dalle carceri di New York per esortare la calma e il buonsenso, ma « La Protesta » rincara gli epiteti ingiuriosi. Il 25 Ottobre 1929 Emilio Lopez Arango è ucciso a revolverate e po­chi giorni prima Giulio Montagna, ex amministratore di « Culmine » veniva freddato nel medesimo modo. Di Giovanni è incolpato di entrambi i delitti. Tuttavia Di Giovanni continua la sua opera nonostante la scissione del movimento anarchico e la reazione che la borghe­sia argentina preparava contro i sovversivi e contro il lavoro organizzato.
Con l’entrata di Yrigoyen nella Casa Rosada la reazione si intensifica, specialmente nelle questure ove gli arrestati vengono sottoposti a orribili torture, reminiscenti dell’epoca medioevale. Il vice commissario Juan Velar della questura di Rosario si specializza nel torturare gli anarchici di cui si vanta pubblicamente sadista patologico. Velar si divertiva a sferrare calci nei testicoli e poi rideva a crepapelle mentre le vitti­me si contorcevano nel dolore. Si specializzava altresì nel trucco della « ley de fuga » cioè di sparare nella schiena dei prigionieri con la scusa che tentavano di fuggire.
Paolino Scarfò e Antonio Marquez si incaricarono di troncare le infamie di codesto mostriciattolo: un giorno, quando Velar usciva dal suo ufficio fu assalito da due individui i quali a pugni e a calci lo ridussero un rudere umano per tutta la vita incapace di torturare i suoi simili. Il 24 Dicembre 1929 Gualtiero Mari­nelli tenta di uccidere il presidente Yrigoyen che ri­mane illeso e Marinelli muore crivellato dalle palle dei poliziotti. La stampa borghese giudica il Marinelli qua­le povero squilibrato mentale; però Di Giovanni che lo conosceva scrive un articolo nell’Adunata dei Re­frattari in cui dichiara che Gualtiero Marinelli era un anarchico appartenente al gruppo « Nueva Era », che era un uomo serio e risoluto che voleva sopprimere un tiranno.
Gli avvenimenti incalzano. Di Giovanni si prepa­ra per pubblicare un quindicinale che raccolga gli scritti dei migliori pensatori anarchici e riceve incorag­giamenti da Fabbri, Fedeli, Aguzzi, oltre dei compagni d’Italia, della Francia e degli Stati Uniti; ma per dare mano a un’opera simile ci vogliono denari, tanto più che Severino aveva in mente di liberare Alessandro Scarfò dal carcere e farlo partire per l’Europa. La ban­da di Di Giovanni svaligia parecchie banche con conti­nue sparatorie con la polizia.- non passa giorno che il nome di Di Giovanni non appaia a caratteri di scatola nelle testate dei grandi quotidiani. Per il popolo’ Di Giovanni diventa il leggendario ribelle che sfida la so­cietà, che insulta impunemente l’autorità, che sghi­gnazza sulla faccia dei poliziotti con la sua incredibile audacia. La questura è presa dal panico. Finalmente Radowitzky viene liberato e da Montevideo giunge la notizia che la giuria anarchica com­posta da Luigi Fabbri, Ugo Treni e T. Gobbi incaricata di investigare la vertenza Santillan-Di Giovanni assol­ve quest’ultimo da ogni colpa e censura « La Protesta » per il suo linguaggio calunniatore e ingiurioso.
Uriburu è eletto presidente della repubblica. La reazione dilaga. Gli anarchici fuggono nell’Uruguay. Di Giovanni è messo al bando e cacciato come una belva da tutti i cosiddetti fautori dell’ordine grandi e piccoli, ma Di Giovanni compie l’ultima prova della sua audacia con lo svaligiamento di una grossa banca che gli frutta quasi trecentomila pesos e si rifugia sotto falso nome in una cascina a Burzaco, nei dintorni del­la capitale. Assieme a Paolino Scarfò e alla sua aman­te, Josefina, Di Giovanni cura la pubblicazione del quindicinale « Anarchia », corregge le bozze dei due volumi di Eliseo Reclus e prepara altre pubblicazioni di autori anarchici. Mezza giornata è dedicata al lavo­ro dei campi per non dare adito a sospetti sulla loro identità e il resto del tempo viene prodigato per il movimento.
Il 30 gennaio 1931 Di Giovanni si presenta nella ti­pografia di Gennaro Bontempo per discutere sulle nuo­ve attività editrici, benché fosse stato avvisato dai compagni che la polizia era al corrente dell’appuntamento e l’avrebbe aspettato al varco. Qui si tratta di una bra­vata temeraria del Di Giovanni che manifesta il suo carattere eroico e imprudente. Appena entrato in tipo­grafia, il locale viene circondato da agenti armati; Di Giovanni si apre la strada a revolverate, ma viene in­ seguito da decine di poliziotti e ferito e catturato. Il processo a Di Giovanni doveva apparire come una semplice formalità legale, poiché tutti sapevano che egli era stato condannato a morte in precedenza. Le autorità militari nominano quale difensore d’ufficio il tenente Ramon Franco.
Senonchè in questo processo avviene un fenomeno più unico che raro negli annali della giurisprudenza militare: un fenomeno che meravigliò il mondo intero per il fatto che un ufficiale delle forze armate difende un anarchico quale essere umano libero che ha diritto alla vita come tutti gli altri cittadini.
Prima del processo, Ramon visitò Di Giovanni in carcere, il quale dichiarò al suo difensore che si aspet­tava da lui la verità, che non tentasse di denigrare il suo ideale poiché egli aveva piena coscienza della sua situazione; aveva giocato contro la società, aveva per­duto e pagava con la vita il prezzo delle sue azioni rivoluzionarie.
Nell’ampia sala del tribunale il tenente Franco di­chiara subito che le autorità non avevano nessun motivo di imporre la legge marziale a Buenos Aires, poi­ché i delitti attribuiti a Di Giovanni, nel regime democratico argentino, dovevano essere giudicati dalla magistratura civile e non dalla giustizia militare, la quale ha soltanto diritto di intervenire in tempo di guerra, mai in tempo di pace. I giudici militari sono mortificati e Di Giovanni osserva con interesse il suo straordina­rio difensore. Inoltre, continua Ramon, Di Giovanni era un cittadino con la fedina penale pulita, un uomo che badava ai fatti suoi, un giovane che voleva alleviare la miseria dei suoi simili, un benefattore del popolo. Per di più, non fu Di Giovanni ad attaccare la po­lizia, ma fu questa ad attaccare lui, a perseguitarlo con accanimento senza tener conto dei suoi diritti di libero cittadino. Furono decine di poliziotti a circondarlo nel­la tipografia e cinquanta rivoltelle fecero fuoco su Di Giovanni finché fu ferito a morte. A questo punto il presidente del tribunale, colon­nello Risso Patron, chiama Ramon all’ordine ammo­nendolo di attenersi al soggetto esclusivo della difesa. Però Ramon continua imperterrito che la ragazza uc­cisa nello scambio delle revolverate fu ammazzata dal fuoco degli sbirri che sparavano all’impazzata nella foga sanguinaria di massacrare Di Giovanni. Il tenente Ramon fa una pausa, fissa nella faccia ciascuno dei giurati, e asserisce che fu la società a spingere Di Gio­vanni verso la ribellione alle autorità e alla legge, e domanda al tribunale di non giudicare Di Giovanni con lo spirito arrogante della legge marziale, ma con un senso imparziale di umana giustizia. Di Giovanni fu condannato a morte in pochi minuti.
Mentre si svolgeva il processo un nugolo di poli­ziotti assalì la cascina di Burzaco e nella sparatoria rimasero uccisi Braulio Rojas, Juan Márquez e Paolino Scarfò venne ferito e catturato. Il tenente Ramon fu scacciato dall’esercito, esiliato nel Paraguay e perse­guitato per tutta la vita; esempio catastrofico di una persona onesta che crede nella democrazia della socie­tà borghese.
All’alba del primo febbraio 1931 Severino Di Gio­vanni fu fucilato e cadde al grido di Viva l’Anarchia, alla presenza di una comitiva di pezzi grossi che non volevano perdere l’occasione barbara di vedere morire un loro nemico. Così finisce la vita eroica di quest’uo­m o straordinario e la borghesia può dormire tranquilla. Gli editori del libro ci tengono a fare la seguente dichiarazione pubblicata in calce sulla copertina: « Di Giovanni passò nella storia della repubblica Argentina del secolo ventesimo come protagonista di un ciclo bre­ve ma vertiginoso di violenza. Personaggio relegato in­giustamente nel pozzo nero della cronaca poliziesca, viene riscattato per la storia dal letterato e storiografo Osvaldo Bayer che lo proietta sulla ribalta pubblica nella sua reale dimensione umana di ideologo e di militante, capace di spingere le sue idee verso le ultime conseguenze ».
D’accordo. E finisco col dire che si possono attri­buire a Severino Di Giovanni dei gravi errori e delle gravissime colpe: tuttavia, non si può negare che la sua vita e le sue azioni furono tutte improntate per la bellezza del suo ideale, che nulla fece per se stesso, che rimase incorrotto, fiero e integerrimo fino alla morte.

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L’urlo della canaglia

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Durata: 2 Settembre 1888
Luogo: Padova
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 1

Nota dell’Archivio
-[Probabilmente] fondata da Eraclito Sovrano e con redattore Attilio Borgatti, il numero unico de “L’urlo della Canaglia” si distingueva per il suo attacco veemente contro Andrea Costa, Giuseppe Alburno, spia del prefetto di Venezia, e di tutti quegli ex anarchici che passarono nel socialismo legalitario.
L’intento dei suoi collaboratori era di trasformare il giornale in una pubblicazione probabilmente a cadenza settimanale o quindicinale.
-La pubblicazione viene citata come titolo in: “La bibliographie de l’anarchie” di Max Nettlau (pag. 127), “Volontà Rivista”, n. 2 del 1947, “Anarchia, Socialismo, Democrazia nei periodici popolari del Centro e del Nord Italia (1861 – 1892) di Mariella Nejrotti (pag. 191; il saggio è inserito negli “Annali della Fondazione Luigi Einaudi, Volume VII, 1973).
-A causa della mancanza di fonti approfondite – tipo Tiziano Merlin, “L’osteria, gli anarchici e “la boje!” nel basso Veneto” in Annali dell’Istituto Alcide Cervi n. 6, 1984, e Tiziano Merlin, “Gli anarchici, la piazza e la campagna. Socialismo e lotte bracciantili nella bassa padovana (1866- 1895)”, Odeon Libri, Vicenza, 1980 -, abbiamo descritto in modo sommario (e sicuramente impreciso) questa pubblicazione. Non appena reperiremo queste fonti potremo correggere ed approfondire tutto ciò.

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Zoccoli Ettore, “L’anarchia. Gli agitatori, le idee, i fatti”

Edito da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1949, XXXIII+472 p., Ristampato dall’originale del 1907

Prefazione di Ettore Zoccoli

Mi sarebbe mancato il proposito e la lena di scrivere la presente monografia, senza il soccorso di questo convincimento ben saldo: che di fronte a quegli errori morali che sorgono nel mondo moderno per opera di quanti non sanno conquistare, con l’uso critico della ragione, il diritto della libera coscienza, e che si dilatano con risonanze di tradizione e stratificazioni di storicità che simulano il processo della scienza trasfigurandone la funzione, la scienza stessa ha il dovere fondamentale di penetrarne la genesi e di seguirne lo svolgimento con rigore inflessibile di metodo. Non sempre la conquista della verità equivale a difesa implicita dall’errore. L’errore perde ogni privilegio sulla nostra indulgenza critica e valutativa, solo qualora le discussioni teoriche relative al metodo, valevoli per determinare posizioni astratte conquistatrici della verità, sappiano concretarsi e snodarsi in uno strumento pratico che recida le radici dell’errore dallo stesso terreno onde è germinato. Nel proporsi l’adempimento di questo dovere scientifico l’etica si trova all’avanguardia. Poichè quando l’etica giunge a determinare con processo legittimo ove sia un errore e da quali deviazioni logiche e sentimentali sia stato condizionato il suo sorgere e il suo dilatarsi, essa postula la responsabilità di altre scienze e, se occorra, della funzione pratica del diritto, affinchè quelle e questo provvedano alla sua eliminazione concreta.
Il presente libro, che per la prima volta rielabora la dottrina e penetra l’azione anarchica nel loro significato totale, vuole dunque essere l’adempimento di un dovere scientifico e implicitamente di un dovere morale.
Donde e come io abbia tratto il materiale di documentazione che correda ogni pagina di questa monografia non occorre dire. Chi lavora per conseguire un fine che sia degno, può rinunziare a un giudizio sulla fatica durata per giungervi. Piuttosto, siccome si tratta di un argomento ove tutto era da ricostruire con disegno sistematico e con rigore di metodo, persino l’ossatura grossolano del suo svolgimento esterno, mentre l’andare a fondo di ogni proiezione minuta di tale svolgimento era appena una delle condizioni preliminari per conseguire l’intento complessivo, debbo aggiungere quanto segue: ho la certezza di non avere trascurato l’esame di nessuno di quei precedenti lavori dottrinali frammentari sul fenomeno anarchico, del resto inadeguati anche solo per ordire una fiacca compilazione, che potevano giovare al mio scopo. Senza questo proposito non mi sarei accinto al lavoro, e senza averlo esaurito non lo pubblicherei. Quindi di ciò di cui non faccio cenno esplicito, mi assumo la responsabilità che valga come un silenzio misericorde. Ho spinto e tesoreggiato la documentazione fin dove mi è stato possibile, ossia molto di là dalla portata dei mezzi ordinari d’indagine offerti allo studioso. Ho tuttavia esclusa la documentazione tutte le volte che sarebbe stato appoggio, non a rigoroso esame scientifico, ma a personalità e a designazioni che recisamente non mi riguardano, perchè non riguardano la scienza. Infine debbo dichiarare che ho debiti di gratitudine pressoché innumerevoli, e maggiore verso coloro ai quali occorreva buona volontà, e una fiducia della quale a più riprese mi sono sentito onorato, per soccorrere uno studioso vigile fino allo scrupolo del dichiararsi prima di tutto loro rigido avversario. Ma la sincerità reca buona ventura e la verità, tratta alla luce, giova a tutti. E io ringrazio tutti coloro che nelle mie ricerche in Italia e all’estero, in particolare a Londra e a Berlino, mi hanno permesso col mezzo doveroso di esser sincero di conseguire lo scopo supremo di lavorare per la verità.
Né ho altro da aggiungere. Ossia: ancora un atto di sincerità se il lettore lo gradisce. Questo libro vuole essere, e io credo che sia, il primo passo dei molti altri che bisognerà compiere per vincere le conseguenze pratiche della dottrina anarchica, la quale costituisce la più importante deviazione etica che abbia mai turbato il mondo. E non è mio torto se, pur parlando solo di un primo passo, la sincerità non sappia essere veritiera con una maggiore modestia.
Roma, Ottobre 1906

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Nota dell’Archivio
-Libro fotografato

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Il Socialista

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Durata: 18 Agosto 1889 – 27 Ottobre 1889
Luogo: Montevideo
Periodicità: Quindicinale
Pagine: 4

Nota dell’Archivio
-Digitalizzazione fatta da materiale fotocopiato
-Mancano i nn. 2 e 6
-Bettini, nel libro “Bibliografia dell’anarchismo : periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana, 1872-1971”, riporta questa scheda tecnica: “Giornaletto bilingue (italiano e spagnuolo), edito comunque, da un gruppo intorno al quale si trovavano raccolti anche elementi francofoni, dal momento che le « comunicazioni » dirette ai membri del Circolo, venivano usualmente riportate anche in testo francese; probabilmente è lo stesso gruppo, che il precedente anno aveva annunciato di essersi «definitivamente costituito», a scopo principalmente di propaganda e col concorso, appunto, di « proletari di lingua francese, spagnuola ed italiana ». Cf. il Comunicato apparso su La Questione Sociale (Firenze), del 23 Settembre 1888. Nell’iniziare le pubblicazioni, Il Socialista chiariva subito, con un eloquente sottotitolo, quella che sarebbe stata la propria linea programmatica: atea, anticlericale e antiborghese, o più esattamente, « antipatriottica », secondo una locuzione usuale al linguaggio sovversivo dell‘epoca. « Nonostante l’apparente assentimento della Borghesia per tutto quello che viene fatto e detto contro la secolare ignominia (la Chiesa) — si legge, infatti, in un passo del giornale, che meglio di ogni altro forse, chiarisce i motivi del duplice obiettivo — l’ibrido connubio esiste … E la prova l’avrebbe nel giorno in cui insieme all’illusoria emancipazione politica reclamerete quella economica: vi troverete certamente dinanzi all’aborrito prete coi sedicenti patrioti … » (cf. Un sano avvertimento, a. I, n. 4, del 29 Settembre). La preoccupazione dominante dei redattori, era comunque costituita dalla costante ricerca di uno spazio politico all’interno della locale classe operaia. Il massimo rilievo, d’altronde, veniva dato a tutte le notizie relative al mondo del lavoro ed alla cronaca delle agitazioni operaie in corso; dopo la metà di Settembre, il centro d’interessi della redazione si sposterà inoltre, sulla vicina repubblica argentina, per seguirvi gli effetti della grave crisi in atto e l’andamento degli scioperi e delle repressioni. Vd. Echi Bonaerensi, a. I, n. 4, del 29 Settembre; Confutazione all’articolo « Efectos de la Crisis », a. I, n. 5, del 13 Ottobre; e, ivi, Socialismo e Polizia. Sul n. 6, del 27 Ottobre, veniva altresì riportata, per esteso e nel testo spagnuolo una lettera inviata ai « Compañeros de Montevideo », dall’anarchico Victoriano Sanjosé, da circa un mese detenuto con E. Mattei, E. Priete e I. Cuadrado, nelle carceri argentine, per avere pubblicato a Buenos Aires, un « Manifesto Comunista Anarchico », in occasione degli scioperi dei Falegnami e dei Muratori. Ma l’evento che suscitò il maggior interesse dei redattori, fu la costituzione a Montevideo, di una Società corporativa di resistenza fra i Muratori denominatasi « Comitato Internazionale ». Alla notizia, l’organo anarchico dichiarò subito il suo entusiasmo e incondizionato appoggio all’iniziativa, giudicata un sintomo più che mai promettente di risveglio del proletariato uruguayano e lanciò anzi, un appello a tutte le categorie di lavoratori, « perchè vogliano comprendere la necessità di imitare l’esempio dei loro compagni in salariato ». Cf. Osanna, a. I, n. 6, del 27 Ottobre. Buona parte di questo numero, venne d’altronde dedicata alle rivendicazioni (una diminuzione, a quanto parrebbe, dell‘orario lavorativo), avanzate dal « Comitato » di resistenza. Vd. Edificante aneddoto; e Ai maestri muratori.
Ignoro i motivi che determinarono l’eventuale cessazione del giornale, dopo l’uscita di questo n. e la pubblicazione del n. straordinario, annunciato, fin dal 5 Ottobre, per l’imminente ricorrenza del « segundo aniversario del ahorcamiento de algunos compañeros en la ciudad de Chicago », ed apparso in effetti, a Montevideo (o Montevideo-Buenos Aires?), sotto il tit. 11 de Noviembre. Cf, M. Nettlau, Bibl. de l’anarchie, p. 149; id., in Certamen Internacional de « La Protesta », Buenos Aires, 1927, p. 10. Neppure sono in grado, attualmente, di poter stabilire se il periodico La Voz del Trabajador, iniziatosi a pubblicare in Montevideo il 1° Dicembre di quello stesso anno, abbia costituito o meno, la prosecuzione in edizione spagnuola, de Il Socialista.

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( a cura di) Basaglia Franco e Franca, “Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo”

Edito da DUEMILAUNO AGENZIA SOCIALE, Muggia, 30 Settembre 2008, 95 p.

Il 13 maggio del 1978, dunque quasi esattamente trent’anni or sono, entrava in vigore la legge “180”, universalmente riconosciuta con il nome del suo padre ispiratore: Franco Basaglia. Duemilauno Agenzia Sociale, per ricordare una data che ha cambiato radicalmente la vita di centinaia di migliaia di Italiani e per contribuire a riaffermare principi talmente semplici da far apparire incredibile la loro continua, insistente rimessa in discussione, pubblica la ristampa anastatica di un libro straordinario: Morire di Classe, ospitato nel numero 14 della rivista Sconfinamenti. Si tratta della riproduzione quanto più fedele possibile (considerando i materiali e le tecnologie di oggi) di un’opera coraggiosa, poetica, di grande valore espressivo oltre che sociale, pubblicata, nel lontano 1969, dalla casa editrice Einaudi e ormai introvabile. Oltre ai testi originali questo volume raccoglie, in premessa, due interventi che contribuiscono ad inquadrare l’opera e la sua importanza. Cogliamo l’occasione per rivolgere i nostri più sentiti ringraziamenti a Claudio Ernè, giornalista e fotografo, che ci ha ispirato questa iniziativa, alla quale ha collaborato con vivo e spassionato entusiasmo, ad Alberta e Enrico Basaglia che fin dal primo momento hanno consentito il realizzarsi di questo progetto, a Gianni Berengo Gardin, tra i più importanti fotografi italiani mai vissuti, per il suo prezioso contributo.
La redazione.

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Nota dell’Archivio
-Edizione originale: Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino, 1969

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Bucalo Giuseppe, “Sentire le voci. Guida all’ascolto.”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Giugno 1998, 120 p.

Persone sottoposte ad ogni sorta di sevizie col solo scopo di farle smettere di dire o di fare ciò che pensano, vedono, vogliono. Persone chiamate malate per il loro modo di pensare, di vivere o di percepire. Persone che spesso sentono voci che altri non sentono: voci che spesso sono quanto più di umano attraversa le loro vite.
Potrebbe sembrare naturale che a furia di praticare una relazione attiva con esseri extraordinari come i matti si finisca per interessarsi a ciò che dicono, sognano, affermano o fanno. In realtà non è così. Il nostro interesse primario è quello di zittirli, di farli ragionare, di aiutarli a vivere una vita ‘normale’. Non importa se ci consideriamo oppressori o liberatori, se azzeriamo le persone con gli psicofarmaci oppure le normalizziamo attraverso la psicoterapia, se le puniamo con un ricovero o le premiamo facendo loro lavorare la creta: ciò che conta è riuscire a convincerli che ciò che sentono è frutto della loro fantasia e che non può essere vero. Questo atteggiamento è peggiore di qualsiasi muro, manicomio, elettroshock, camicia di forza che ci siamo potuti inventare, perché condanna all’inesistenza assoluta chi ne è vittima.
Nessun uomo e nessuna verità esiste se non ha credito presso un altro essere umano: gli psichiatrizzati trasformati in persone incredibili smettono di esistere, diventano oggetti delle nostre cure o delle nostre paure, delle nostre statistiche o dei nostri esperimenti. E noi? Visti dalla loro parte non siamo tanto diversi dalle cose che li tengono a freno, legati e abbandonati negli angoli: siamo fatti della stessa materia delle cinghie, delle grate, degli aghi, delle porte… cose messe a guardia di altre cose. Mi ci sono voluti anni per incominciare a prestare ascolto e a dar loro credito, anni per accorgermi che non avevo di fronte degli scherzi della natura o della cultura, ma delle persone viventi, crocevia di sentimenti, conoscenze, esperienze e desiderio… proprio come me.Salvatoreun giorno qualunque mi stava davanti facendo si e no con la testa continuamente. Rispondeva alle mie domande su cosa avesse mangiato e dove volesse andare a prendere un caffè etc. ma continuava il suo dialogo interiore con chissà chi, mentre io snocciolavo una serie inesauribile di banalità per cercare di distrarlo… Inutilmente.

Qualcosa mi prese in un attimo. Ero sicuro di essere reale e vero e, quindi, certamente più forte di qualsiasi sua fantasia. Lo sfidai. Dissi qualcosa come: “Visto che sei impegnato in chissà quale discussione. Fammi sentire quello che senti, fammi partecipare alla discussione”. Salvatore si fermò un attimo come se lo avessi colpito nel più profondo dei suoi segreti. Poi scandì: “Brutto bastardo ti ammazzo. Io non voglio nascere!”. In un attimo fui catapultato all’interno di questo mondo parallelo che vive, respira e comunica accanto a noi e di cui non percepiamo l’esistenza. Quelgiornoprovai solo paura: era come se avessi pestato inavvertitamente la coda ad un felino famelico e crudele. Salvatore si era trasformato in un attimo da quell’essere dormiente inebetito dai farmaci che appariva, in un moloch sanguinario e distruttivo. Cominciai a scaricare una serie infinita di parole e banalità come a voler spegnere un incendio. Salvatore si spense di nuovo e io tirai un sospiro di sollievo. Poi, lentamente ma inesorabilmente, qualcosa cominciò a tarlarmi dentro: cosa era stato il nostro rapporto fino ad allora? Con chi avevo parlato e chi mi aveva risposto? Cosa sapevo di ciò che lui realmente sentiva? E quante volte lui mi aveva salvato dalla mia cecità e stupidità? E ancora, come sarebbe stato possibile per me e per lui vivere e comunicare con quel mostro che gli parlava dentro? Ed era il solo? Chiunque si interessava a Salvatore avrebbe dovuto interessarsi a quella voce che parlava con lui.

Invece intorno non facevamo altro che tenerlo sottocchio e ricacciarlo indietro ogni volta che provava a dirci quello che succedeva. Da allora, e per molti anni dopo, ho cominciato a nutrire il più assoluto rispetto per questi uomini e queste donne che vivono in un territorio incredibile e impossibile di cui non sappiamo niente. Con molti abbiamo percorso questa strada fino al punto in cui la mia normalità mi consente e oltre, e abbiamo incominciato ad incontrarci e a scambiare esperienze con altri uditori di voci e, altre persone, che come me, sono disposte a credere che questo è solo uno dei modi di esistere e questo è solo uno dei mondi possibili. Qual’e’ la tesi sostenuta in questo libro? Il libro cerca di aiutare la comunicazione fra le persone e le voci, e fra le persone che le sentono e chi non le sente. La tesi in fondo è semplice: il rapporto con le voci è una vera e propria relazione interumana e va compresa, accettata e vissuta come tale. Ciò non significa che sia necessariamente positiva o gratificante, così come non lo sono molte delle nostre relazioni, né che sia qualcosa di statico e di dato una volta per sempre, perché al contrario è un rapporto dinamico che può cambiare in relazione al nostro stesso atteggiamento.

Qualsiasi tentativo di confronto con questa esperienza deve partire dall’accettazione dell’esistenza reale delle voci. Ciò vale tanto per chi le sente, quanto per chi cerca di comprenderne la natura. La persona che afferma di sentire le voci le sente realmente, così come è capace di sentire la nostra voce allarmata di fronte a quanto ci sta dicendo. Il resto se vogliamo viene da sé. Una volta che l’esperienza viene riportata su un piano di realtà, i possibili sviluppi e le implicazioni non sono molto distanti da quelli che si verificano in qualsiasi relazione umana. Possiamo sentirci ossessionati da questa presenza oppure trovarla di conforto, possiamo subirne il fascino così come possiamo non tenerla in nessuna considerazione, possiamo crederle oppure non darle alcun credito…Tutto dipende dalla nostra sensibilità e dal contesto in cui viviamo in quel momento, ma dipende anche dalla Voce, dalla sua natura e dai suoi scopi. Una Voce è una comunicazione. La ricerca allora può essere quella di definire chi comunica, cosa e a chi. L’esperienza ci dice, intanto, che già questo modo di impostare la questione pone la persona in una posizione più favorevole nel processo digestionedelle voci.

Al contrario, ritenere le voci delle allucinazioni o dei sintomi di una qualsivoglia malattia mentale, isola la persona che le sente in una situazione in cui niente può contro la loro invasione, né contro l’invasione, ben più distruttiva, delle cure psichiatriche nella sua mente. A guardare bene la psichiatria è fra tutte le ipotesi possibili circa la natura e le origini delle voci, l’unica che sembra porsi l’obiettivo di rivendicare alle voci il dominio sulla mente delle persone. Posso riassumere brevemente le tesi fondamentali del libro in questi punti: sentire voci non è una malattia, ma un modo e una possibilità della percezione umana; questa esperienza percettiva, come ogni altra che riguarda i nostri sensi e la nostra sensibilità, non va curata, né trasformata a priori, ma compresa e gestita; occorre dialogare con le voci: non serve far finta di niente o cercare di distrarsi; la gestione di questo dialogo nasce dal riconoscerlo come tale e dal confrontarsi apertamente e chiaramente con le voci circa la loro identità e le possibili influenze reciproche; le voci esistono, ma ciò non significa che abbiano sempre ragione; le voci hanno a che fare con noi, ma ciò non significa che esse siano nostre fantasie o che vogliano necessariamente il nostro bene; non siamo i soli a sentirle: sentire voci è un’esperienza reale e universale; occorre conoscere e mettersi in contatto con gli altri uditori: solo chi sperimenta o ha sperimentato questa esperienza può aiutarci.

Quali sono le testimonianze scientifiche (e non) a favore di questa tesi? Tutti coloro che per motivi personali o di studio si sono avventurati nel tentativo di comprendere il mondo e l’esperienza degli uditori alla fine hanno dovuto riconoscere la realtà di questa esperienza. Nel libro si cita ad esempio Jung, nella sua doppia veste di uditore/uomo di conoscenza. Egli, più di ogni altro, rivendicò il valore di realtà della vita psichica. Oggi attraverso la lettura della sua autobiografia (Sogni, Ricordi e Riflessioni, Rizzoli), possiamo aver chiaro il contesto umano in cui questa e le altre sue idee sono nate. Jung visse in prima persona l’irrompere dell’inconscio collettivo nella sua esistenza. Questi eventi per molti anni furono costituiti da visioni e comunicazioni con voci che guidarono la sua riflessione, misero a serio rischio la sua integrazione sociale e furono rielaborate, infine, all’interno della sua idea dell’uomo e delle sue relazioni con le energie psicologiche e archetipiche. Anche a costo di sminuire agli occhi dei suoi seguaci, la figura di Jung, possiamo dire che egli riuscì a percorrere fino in fondo la strada che si apre dalla breccia nel reale costituita dall’udire voci inudibili e porta ad una più profonda conoscenza di se stessi e della realtà, evitando di essere diagnosticato pazzo.

E’ quello che succede alla stragrande maggioranza dei pazienti psichiatrici i cui pensieri, conoscenze ed esperienze, invece di essere salutate come forme di conoscenza umana vengono chiamate deliri. Jung è riuscito a trovare ragioni e sensi per il suo delirio: il delirio stesso è diventato realtà. Le esperienze umane non vanno curate, ma realizzate. Questo è uno dei primi assunti della pratica antipsichiatrica, che è un’altra delle componenti “scientifiche” che sostengono questa tesi, soprattutto per quanto riguarda l’effetto devastante e distruttivo delle diagnosi psichiatriche. Citerei Ronald Laing, Morton Shatzmann. David Cooper, Thomas Szasz, che più di altri hanno mostrato che la “malattia mentale” non esiste. In realtà ci troviamo di fronte a possibilità umane, inquietanti e meravigliose, che la nostra cultura e la nostra mente non sanno (non vogliono o non possono) accettare o tollerare. Laing, più che gli altri, annotò il fatto che la psichiatria oltre a perpetrare un errore tragico nel trasformare in malattia ciò che malattia non è, condanna le persone a rimanere “pazze” per tutta la vita: impedisce loro il ritorno dal viaggio interiore che ogni esperienza di follia rappresenta.

Concordo con Laing che non si dovrebbe avere paura di impazzire, ma si dovrebbe essere aiutati a farlo da persone che hanno già fatto questo stesso viaggio e con il supporto di altri che accettano di essere “solo” testimoni e di non interferire con la meta del viaggio.

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Nota dell’Archivio
-Nel documento pdf è stato allegato un’intervista fatta da Odifreddi a John Nash, pubblicata ne “Il matematico impertinente,” pagg. 258-265

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Bucalo Giuseppe, “DIzionARIO Antipsichiatrico. Esplorazioni e viaggi attraverso la follia”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Maggio 2001, 131 p., Ristampa della Prima edizione (Gennaio 1997)

Giuseppe Bucalo è fra i più spregiudicati pensatori psichiatrici italiani. Il radicalismo della sua elaborazione teorica, orientata a produrre una piena legittimazione culturale della follia, intesa quale vettore e fattore di una rivoluzione che sommuova ed allarghi gli spazi fisici, relazionali e cognitivi, lo ha condotto a propugnare una rivoluzionaria visione antropologica che sancisce l’impraticabilità di ogni discriminazione tra raziocinio e follia sia nella vita psichica che in quella sociale. Questo volume, che il Kalashnikov Collective Headquarter propone ai propri lettori, costituisce un’eccellente introduzione al pensiero di Bucalo: l’autore, affondando le radici del proprio discorso da un lato nelle sue esperienze di operatore psichiatrico in Sicilia e nel conseguente, quotidiano e conturbante, rapporto con la follia, e, dall’altro nei maestri della critica al sapere e alla prassi psichiatriche (da David Cooper a Thomas Szasz, da Ronald Laing ad Aaron Esterson), fa della psichiatria l’oggetto di una polemica che, accanto ad un versante etico-giuridico ne include uno volto ad invalidarne i fondamenti concettuali. Contestualmente ad una decisiva confutazione della segregazione psichiatrica e della coazione terapica in tutte le sue forme, Bucalo conduce quindi un attacco devastante alla psichiatria quale pseudo-scienza (con particolare riferimento polemico alle ramificazioni del positivismo psichiatrico ottocentesco di Wilhelm Griesinger) e ne mette a fuoco l’artefatto scientifico fondamentale (la “malattia mentale”), tanto pericoloso per i diritti individuali quanto perfettamente funzionale all’assetto sociale: in questo modo Giuseppe Bucalo giunge a formulare la propria sconvolgente posizione, secondo cui la psichiatria è incompatibile con la libertà di pensiero. Quest’ultima non può convivere con un sapere quale quello psichiatrico, il quale squalifica come patologiche opinioni e percezioni che invece meriterebbero un radicale rispetto e dovrebbero costituire legittimi oggetti di libera discussione in una società che inveri il pluralismo e tuteli l’ impregiudicabile alterità tra i suoi cittadini: è’ anche attraverso il coglimento di questa invisibilizzata ed irrisolta contraddizione delle società liberali che Bucalo prende polemicamente le distanze, pur riconoscendone i meriti storici, dai filoni contigui ma meno radicali della critica alla psichiatria, che legge come meramente riformistici, incamminandosi come pochi altri sul sentiero rischioso e sconvolgente di un continuo, impregiudicato scambio con le tabuizzate ed infernali regioni della pazzia.

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Bucalo Giuseppe, “Dietro ogni scemo c’è un villaggio. Itinerari per fare a meno della psichiatria”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Ottobre 1993, 125 p., Seconda Edizione

Questo libro è un albero che affonda le sue ra­dici nella terra, nel sangue, nella carne di un villaggio della grande madre Sicilia. Questo libro è un’esperienza fra persone. Questo libro è un mostrare ciò che accade fra e delle persone quando sono “ lasciate a se stes­se” a gestire la propria esistenza. Questo libro è una testimonianza da una terra primordiale dove la psichiatria non ha messo radi­ci, ma su cui aleggia e sparge il suo alito mortale. Questo libro è un atto di GIUSTIZIA!

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Ottobre 1990

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