
Edito da Edizioni del CDA, Roma, 1985, 62 p.
Un analisi sull’istituzione carceraria fatta da un punto di vista di critica economica, sociale e psicologica.

Edito da Edizioni del CDA, Roma, 1985, 62 p.
Un analisi sull’istituzione carceraria fatta da un punto di vista di critica economica, sociale e psicologica.

Durata: Luglio-Agosto 1982 – 1983
Luogo: Roma
Periodicità: [Non pervenuta]
Pagine: 38 (n. 2, Primavera 1983)
Nota dell’Archivio
-In archivio è presente il n. 2, a. 2, Primavera 1983

Edito da El Seta e Star M 1919, [2020], 180 p.
Raccolta di scritti, biografie, documenti, immagini, testimonianze, curiosità ed estratti da varie fonti, sui gruppi guerriglieri anarchici con le loro situazioni e protagonisti nella provincia di León (Spagna).
Sono stati descritti solo i gruppi prettamente anarchici o con un numero significativo di cenetisti nelle loro file, con tanto di biografie dei loro membri libertari e di coloro che, con affiliazione sconosciuta, ne facevano parte e presumibilmente potevano essere anche cenetisti.
Nota dell’Archivio
-Libro in Spagnolo

Marzo 2020, 24 p.
Introduzione
Signal è un servizio di messaggistica criptata che esiste in diverse forme da circa 10 anni. Da allora, ho visto il software ampiamente adottato dalle reti anarchiche in Canada e negli Stati Uniti. Sempre di più, nel bene e nel male, le nostre conversazioni interpersonali e di gruppo si sono spostate sulla piattaforma Signal, al punto che è diventato il modo dominante in cui gli anarchici comunicano tra loro in questo continente, con pochissimo dibattito pubblico sulle implicazioni.
Signal è solo un’applicazione per smartphone. Il vero cambiamento di paradigma che sta avvenendo è quello di una vita sempre più mediata dagli schermi degli smartphone e dai social media. Ci sono voluti solo pochi anni perché gli smartphone diventassero obbligatori per chiunque volesse avere amici o avesse bisogno di un lavoro, al di fuori di pochi soldi sporadici. Fino a poco tempo fa, la sottocultura anarchica era una di quelle sacche, dove ci si poteva rifiutare di usare uno smartphone ed esistere ancora socialmente. Ora sono meno sicuro, e questo è fottutamente deprimente. Quindi insisterò ostinatamente in tutto questo testo che non c’è sostituto alle relazioni faccia a faccia nel mondo reale, con tutta la ricchezza e la complessità del linguaggio del corpo, delle emozioni e del contesto fisico, e che continuano ad essere il modo più sicuro per avere una conversazione privata. Quindi, per favore, lasciamo i nostri telefoni a casa, incontriamoci in una strada o in un bosco, cospiriamo insieme, facciamo un po’ di musica, costruiamo qualcosa, rompiamo qualcosa e nutriamoci della convivenza offline. Penso che questo sia molto più importante che usare correttamente Signal.
L’idea di questa zine è nata circa un anno fa, quando andavo atrovare degli amici in un’altra città e scherzavo su come le conversazioni di Signal riportate si trasformano in un disastro. Gli schemi sono stati immediatamente riconosciuti, e ho cominciato a capire che questa conversazione stava accadendo in molti posti. Quando ho iniziato a chiedere in giro, tutti avevano lamentele e opinioni, ma erano emerse pochissime pratiche condivise. Così mi è venuta in mente una lista di domande e le ho fatte circolare. Sono rimasto piacevolmente sorpreso di ricevere più di una dozzina di risposte dettagliate, che unite a diverse conversazioni informali, costituiscono la maggior parte di questo testo. Non sono un esperto – non ho studiato crittografia e non so codificare. Sono un anarchico con un interesse per la sicurezza olistica e un rapporto scettico con la tecnologia. Il mio obiettivo con questo contributo è riflettere su come Signal sia diventato così centrale per la comunicazione anarchica nel nostro contesto, valutare le implicazioni sia per la nostra sicurezza collettiva che per l’organizzazione sociale, e avanzare alcune proposte preliminari per lo sviluppo di pratiche condivise.
Nota dell’Archivio
-Come riportato nell’opuscolo, “La versione originale, in Inglese, è stata pubblicata a Maggio 2019.”
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Link Download: https://mega.nz/file/HIxVWBKD#8-_ki_8SrUkmBWvQY8XtsObwYNE0L0ONBYHY5y8cQC8
Durata: 1997 (n.1) – Ottobre 1999 (n. 3)
Periodicità: Irregolare
Note dell’Archivio
-I numeri vennero caricati sul sito di “Cassa solidarietà antimilitarista” (http://www.ecn.org/cassasolidarietantimilitarista/cassa1.htm). Ci siamo limitati ad impaginarli in unico file pdf.
-Supplemento di SenzaPatria (n.1) e Germinal (n.2)

Edito da Edizioni La Baronata, Lugano, 2021, 238 p.
Dalla Presentazione di Francesco Codello
In questo libro sono stati selezionati articoli e lettere di Kropotkin (alcuni materiali sono qui riprodotti e tradotti in italiano per la prima volta) con un criterio ben definito. Si tratta infatti di testi che, a parere del curatore, sono accomunabili da una particolare visione dell’anarchismo. Si tratta, più esplicitamente, di unanarchismo che si può considerare post-negativo e soprattutto propositivo, come espresso nel corso di questa introduzione. Naturalmente il pensiero e l’azione di Kropotkin non si possono risolvere solo in questo ambito. La sua produzione intellettuale è stata immensa e ha spaziato su una molteplicità di argomenti. Il suo metodo empirico e investigativo rappresenta un’indicazione quanto mai attuale di una elaborazione concettuale fondata su esempi, indagini, inchieste, pratiche e riflessioni conseguenti. Il suo grande sforzo è stato quello di rendere il pensiero anarchico decisamente fondato non solo su una scelta etica (indispensabile) pratica (non teleologica), ma anche su quanto altre culture, altre discipline, altre sensibilità psicologiche e sociali, sono in grado di proporre in un’ottica libertaria. Molti sono ancora i materiali inediti che sono a disposizione degli studiosi e dei militanti, gran parte dei quali conservati in Russia in diversi centri e musei, non ancora tradotti. Questa antologia vuole essere solo un inizio e uno stimolo affinché la grande produzione di Kropotkin possa trovare nel tempo una più completa riproduzione. Gli scritti qui raccolti sul federalismo, sul cooperativismo, su una certa idea di morale, su un’idea aperta di società, ecc., assieme al metodo interdisciplinare e multidisciplinare che viene dal nostro autore messo in campo, vengono valorizzati proprio in quanto sono portatori di un’idea di anarchismo prefigurativo e concreto. Una sfida che vale la pena di cogliere e di assumere in toto se si desidera portare le idee libertarie al centro delle discussioni e, soprattutto, se si desidera contribuire a che l’anarchismo non resti un’idea (bella) ma ritenuta, nel migliore dei casi, impraticabile. Un ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla stesura di questo libro, in particolare alle varie persone che hanno tradotto i testi da varie lingue (russo compreso) e ai compagni delle edizioni “La Baronata” per aver da subito aderito a questo progetto editoriale e politico.

Edito da Edizioni Colibrì, Milano, Maggio 2021, 257 p.
Il tempo di ora è il tempo della(e) rivolta(e). In quell’ora che è sempre. In America come altrove. La sollevazione che ha attraversato gli Stati Uniti dopo l’assassinio di George Floyd s’inserisce infatti in un’ampia costellazione di insorgenze, sollevazioni, uprisings (o come altro si voglia dire), la cui materiale e pregnante presenza nelle strade rischia di sfumare nella volatile attenzione dell’infosfera elettronica. Di qui una delle ragioni di questo libro: cercare di fissare, ancorché in maniera limitata e parziale, alcuni elementi di quanto accaduto non per dirne la verità oggettiva, ma per tentare di coglierne alcuni tratti qualitativi.
A ben vedere, come appare chiaramente dalla filigrana della cronologia, la sollevazione è già di per sé una costellazione, una molteplicità di atti, eventi e gesti singolari tra i quali si stabiliscono connessioni, convergenze e divaricazioni. Nella rabbia per l’«esecuzione extragiudiziale» di Minneapolis echeggia quella per la morte di Breonna Taylor (uccisa a Louisville, Kentucky, il 13 marzo) o di Rayshard Brooks (crivellato di colpi ad Atlanta, Georgia, il 12 giugno). Lo scontro con la polizia, che a Portland dura cento giorni consecutivi, si riconfigura nelle numerose manifestazioni pacifiche che, rifiutando di rispettare il coprifuoco proclamato in molte città, sfidano a loro modo i lacrimogeni e le pallottole di gomma degli sbirri. La ridefinizione degli spazi urbani prodotta dalle barricate e dagli incendi si riprospetta nella creazione di una « a Seattle o nello «Sheraton» di Minneapolis (un hotel Sheraton convertito in squat), e si affratella con le pratiche del saccheggio e dell’esproprio. A sua volta l’esproprio della merce, oltre a rispondere a determinati bisogni materiali, allude alla libera condivisione di quanto serve per vivere. E così via.
La consistenza di quanto accaduto si dà esattamente in queste connessioni, e nel loro embricarsi s’innescano processi di trasformazione delle vite individuali e collettive, in cui saltano in aria identità, binarietà e altri regimi della separazione sociale. Anzitutto le identità tracciate dalla linea del colore. Tutte le testimonianze narrano del carattere multiforme e multigenere dei partecipanti agli scontri, alle manifestazioni, ai saccheggi. Non già una rivolta razziale, ma il superamento della questione razziale nella rivolta.
E se c’è una centralità della questione razziale in quanto sta accadendo, stante la centralità di tale questione nella storia statunitense, essa manifesta la centralità della rivolta in questa storia.
Vedi alla voce “Rivolta”… Il presente libro quindi non è che una voce d’un’enciclopedia del presente ancora da scrivere. Quanto meno perché ogni rivolta, ogni sommossa, ogni insurrezione lascia apparire una panoplia di pratiche, tanto di difesa che di attacco, suscettibile di trasmettersi a distanza nello spazio e nel tempo.
La crescita della conflittualità che da almeno tre lustri si registra ai quattro angoli del Pianeta è espressione d’un’ingovernabilità diffusa la quale non solo si manifesta in un’ampia e generosa disponibilità a scontrarsi con il braccio armato del governo delle vite, la polizia, ma risulta anche di difficile presa per le forze del recupero. La distruzione, l’incendio, i danneggiamenti, le statue abbattute sono forme di affermazione nella misura in cui negano ciò che colpiscono. Senza mediazione, senza sintesi possibile. «No cops. No Tribunals. Total abolition scandiscono i rivoltosi di Portland. C’è composizione, non ricomposizione. Di qui l’insanabile distanza, per esempio, rispetto ai sostenitori di quel Biden il quale invita la polizia a mirare alle gambe invece che a organi vitali.
Malgrado il riproporsi dello slogan «No justice, no peace», che sottintende la richiesta d’una «giustizia giusta», l’insistenza sul taglio dei fondi per la polizia dice qualcosa di ben diverso. Tradurre in questo modo lo scontro con gli sbirri, a ben vedere, può significare solo due cose: o si tratta di un mero diversivo per calmare gli animi, oppure si tratta di un altro modo per nominare lo smantellamento della polizia, ovvero di avanzare un’istanza di per se stessa irricevibile dal governo e dall’insieme dell’ordinamento statuale. Certo, le funzioni di polizia non sono più svolte esclusivamente dalle forze dell’ordine, alla profilazione «razziale» operata dallo sbirro si va sovrapponendo la profilazione informatica dell’«algoritmo, ma ciò non toglie che il ruolo dei poliziotti nelle strade rimanga centrale per il mantenimento dell’odierno stato delle cose.
Infine, se è vero che l’evento parla da sé, la decisione di come nominarlo, lungi dal costituire un problema meramente terminologico, partecipa della dinamica del senso in cui s’iscrive l’evento stesso. La riapparizione di un discorso esplicitamente rivoluzionario, riscontrabile in alcune delle pagine che seguono, non costituisce un’aggiunta ex post, ma esprime una traiettoria possibile che sta nella dinamica delle cose stesse. Non quindi un programma, né un progetto, ma appunto una traiettoria, un senso possibile, un’epifania.

Edito da Feltrinelli, Milano, 1992, 168 p.
2Io mi sono chiesta: e se nel ventesimo secolo venisse al mondo un elfo, una creatura di un’altra epoca? Nella nostra società apparirebbe ‘cattivo’, portatore di male, ma in un contesto diverso non susciterebbe pregiudizi. Come reagiremmo se capitasse tra noi uno così? Noi siamo pigri, quando le cose sono un po’ problematiche, le nascondiamo sotto il tappeto. Questo libro l’ho scritto due volte. La prima versione era meno cruda. Poi mi sono detta:’cara mia, stai barando. Se succedesse davvero, sarebbe molto peggio di così’. E allora l’ho riscritto portandolo alle conseguenze estreme.” Due coniugi, Harriet e David Lovatt, che hanno fatto della felicità familiare il loro credo. Quattro figli ideali, come tutti vorrebbero avere. E a un tratto l’imprevisto: la nascita di un “mostro”. Un bambino aggressivo, violento, che nell’aspetto ricorda uno gnomo, un folletto malvagio. Quello strano bambino, che già prima di nascere si era tristemente annunciato infliggendo alla madre una gravidanza particolarmente penosa, ha un effetto dirompente sull’armonia della famiglia. Gli amici si allontanano intimoriti. I figli sprofondano nella depressione o decidono di sistemarsi altrove, ma Harriet, legata all’ultimo nato dall’orrore e dal senso di colpa, gli resta testardamente vicina, scissa tra una sorta di invincibile attrazione nei suoi confronti e l’amore, ormai incapace di gesti, per gli altri. Scritto con un’economia di linguaggio e con un tono di tranquillo realismo che sottolinea, paradossalmente, l’orrore della vicenda, Il quinto figlio ci propone una storia dove fantastico e quotidiano si intrecciano. Una di quelle storie che Doris Lessing è maestra nel raccontare.
Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “The Fifth Child”, Jonathan Cape, Londra, 1988

Edito da Eleuthera, Milano, 2020, 144 p.
Quando navighiamo sul web, parliamo allo smartphone, effettuiamo operazioni online o usiamo i social network, lasciamo inevitabilmente tracce della nostra attività a disposizione delle imprese digitali che controllano il web. Questa immensa mole di dati viene costantemente raccolta, elaborata e riassemblata in modo da permettere alle Big Tech e ai loro clienti, pubblici e privati, di individuare il nostro profilo identitario con sempre maggiore precisione. Ed è l’algoritmo la funzione operativa che presiede a tali tecniche di profilazione. Ma non si tratta solo di marketing commerciale: è molto di più. L’algoritmo consente infatti di elaborare, in base al nostro comportamento online, una previsione delle nostre condotte future che attiva, anche in ambito politico, forme di induzione e attrazione verso posizioni che altrimenti non ci verrebbero in mente. La sfera pubblica si presta così a condizionamenti propagandistici che il cittadino non è ancora preparato ad analizzare criticamente e che incidono sulla libertà stessa, sia come immaginario singolare e sociale, sia come pratica individuale e collettiva.

Estratto dalla rivista “Archivio Storico Lodigiano”, Vol. 141, 2021, pagg. 265-282
Pietro Bruzzi, nato a Maleo nel 1888, divenne militante anarchico a 20 anni. Due anni dopo era già inseguito da un mandato di cattura, che lo portò all’espatrio. Fu renitente e disertore nella prima guerra mondiale. Amnistiato, ritornò alla militanza in Italia dal 1919 al 1921. Accusato di partecipazione all’attentato anarchico del 23 marzo 1921 che causò una strage al Teatro Diana di Milano, si rifugiò all’estero, lavorando in diversi Paesi europei e subendo alcuni arresti. Le autorità spagnole nel 1935 lo estradarono, consegnandolo al regime fascista, che lo inviò per cinque anni al confino. Liberato nel 1940, si stabilì a Milano, dove visse la caduta del fascismo e l’avvento della Repubblica sociale italiana. Partecipò alla Resistenza: arrestato dai tedeschi nel 1944 e incarcerato a Legnano, fu fucilato per rappresaglia nel febbraio 1945, a seguito di un attentato partigiano.
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