Croce Nera Anarchica. Bollettino

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Durata: Giugno 1969 – Aprile 1971
Luogo: Milano
Periodicità: Irregolare
Pagine: 15 (n. 1); 13 (n. 2); 17 (n. 3 e 4); 18 (n. 5); 22 (n. 6 e 8); 23 (n. 7); 16 (n. 8 speciale); 19 (n. 9)

Nota dell’Archivio
-Dall’editoriale del numero 1: “Quando un paio di mesi fa, decidemmo di pubblicare questo bollettino, intendevamo farne poco più che una traduzione dell’Anarchist Black Cross, il bollettino che un gruppo di compagni inglesi hanno iniziato a pubblicare alcuni mesi fa, per iniziativa di Stuart Christie. Il compagno Christie, alcuni fa, allora diciottenne, venne condannato da un tribunale franchista per avere introdotto della dinamite in Spagna. Prima di essere rilasciato (a seguito di una campagna di solidarietà che costrinse le autorità inglesi a fare pressioni sul governo spagnolo), ebbe modo di passare tre anni nelle galere franchiste e di conoscere di persona le condizioni e l’ambiente miserabile in cui sono costretti a vivere i prigionieri spagnoli. Perciò, una volta tornato in Inghilterra, si fece un punto d’onore di organizzare un comitato per l’assistenza dei compagni prigionieri che, per analogia con analoghe precedenti iniziative (v. articolo successivo) chiamò ANARCHIST BLACK CROSS (Croce Nera Anarchica).
Scopo minimo, iniziale, del comitato e del bollettino è di:
1-Diffondere notizie dell’attività rivoluzionaria in Spagna che superino la censura fascista e le distorsioni interessate della nostra stampa;
2-Raccogliere dei fondi (anche attraverso sottoscrizioni) per esercitare una “solidarietà” non solo verbale, ma pratica e tangibile, per esempio inviando pacchi di medicinali e viveri ai compagni incarcerati o assistendoli nelle spese giudiziarie etc;
3-Servire, all’occorrenza, come strumento di mobilitazione per organizzare manifestazioni contro i rappresentanti franchisti all’estero.
Fine ultimo: costituire una rete di organismi di autodifesa rivoluzionaria e di solidarietà internazionale.
Mentre stavamo preparando questi fogli, sono successi alcuni fatti a Milano (vedi a pag. 5 e 6) o altrove che, mostrando una pericolosa recrudescenza della repressione poliziesca borghese in Italia, ci hanno convinti della necessità di affiancare all’attività in favore dei compagni spagnoli, un’azione sistematica di sostegno e difesa dei compagni italiani caduti prigionieri nella lotta contro la borghesia.
Inoltre la Francia gollista (con o senza De Gaulle) dopo la “paura” del maggio ’68, continua ad espellere quegli operai stranieri che in qualche modo svolgono attività politica o sindacale. Fra essi ci sono diversi compagni spagnoli (poche settimane fa gli sbirri francesi hanno addirittura consegnato ai loro colleghi franchisti un compagno spagnolo).
Un certo numero di questi cercherà asilo in Italia. Dobbiamo prepararci ad aiutarli perchè non finiscano per mesi e anni nei ghetti dei campi di concentramento per profughi.
Senza fare vittimismi, riteniamo che sarà sempre più necessaria in Italia l’opera di comitati stabili di assistenza e di informazione, collegati fra loro e col Comitato Nazionale Pro Vittime Politiche (anarchico).”

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La Campana. Organo Socialista

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Durata: 7 Gennaio 1872 — 17 Marzo 1872
Luogo: Napoli
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4

Note riguardante l’Archivio
-Digitalizzazioni da fotocopie
-Il Bettini scriveva la seguente nota: “Nel Dicembre 1871, la sezione napoletana dell’A.I.L. veniva ricostituita, sotto la denominazione di “Federazione Operaia Napoletana” e con programma di chiara ispirazione bakuniniana. Organo ufficiale della Federazione fu La Campana, apparsa nell’inverno del ’72, sotto la direzione di Carlo Cafiero e Alberto Tucci e con la collaborazione di Gambuzzi, Covelli, Palladino e Malatesta.
D’impostazione nettamente antiautoritaria, il foglio napoletano sostenne un egualitarismo ad oltranza, respingendo ogni soluzione non libertaria del problema sociale e la stessa nozione marxista del dominio della classe proletaria. Cf. l’art. di fondo del n. del 14 Gennaio., a. I, n. 2. In uno scritto teorico di notevole interesse (Dal basso all’alto, n. 5, del 4 Febbraio) — e da cui si ravvisa, in pratica, tutta la linea politica del giornale — veniva condannata, come “manifestazione di violenza”, la struttura gerarchica della società, nata dalla religione, ed ogni forma di organizzazione autoritaria: “Noi vogliamo distrutta l’autorità dove e come si appalesi, da Dio al carabiniere, dal dogma al sedicente nazionalista… Dal basso all’alto, cioè dall’individuo, dai suoi bisogni, dai suoi dritti, noi vediamo sorgere la libera associazione di libere forze, e vogliamo costituire cosi l’eguaglianza degli individui e la distruzione permanente delle classi, cioè dell’ineguaglianza”. (Lo scritto è anonimo, ma viene concordemente attribuito al Tucci. Cf. M. Nettlau, Bakunin e l’Internazionale in Italia, Ginevra 1928, pp. 277-78; R. Hostetter, Le origini del socialismo italiano, Milano 1963, p. 410, n. 43).
Nonostante tali premesse, il giornale non arrivò mai, nei confronti del Consiglio Generale di Londra, ad una aperta rottura (anche se un atteggiamento più deciso, era stato sollecitato, in tal senso, da S. Friscia, sul n. 5, del 4 Febbraio); e solo sul n. 7, del 18 Febbraio, i redattori azzardarono a definire “pericoloso il sistema inaugurato dal Consiglio Generale” e “nociva qualcuna delle deliberazioni”, da questi adottate.
Violenta, al contrario, fu la posizione presa nei confronti dei mazziniani, attaccati fin dal 1° n. (14 Gennaio ), come partito “essenzialmente borghese, senza radici nel popolo, con un capo che è rimasto stazionario, incatenato a un misticismo religioso, dichiarato oggi ridicolo della scienza”. Ogni tentativo di conciliazione coi mazziniani, venne d’altronde considerato un tradimento al socialismo; inevitabile fu quindi la polemica condotta dal giornale contro i socialisti romagnoli dei Fasci Operai, che sostenevano il generale G. Garibaldi, allora impegnato a formare una coalizione di forze democratiche — ciò che presupponeva, ovviamente, un compromesso politico coi mazziniani — e ne appoggiavano il progetto di un Congresso generale. Vd., in particolare, nella rubrica La lotta all’interno, i duri attacchi di C. Cafiero a Luigi Stefanoni, che con L. Castellazzi, A. Sammito e S. Battaglia, era stato uno dei principali promotori dell’iniziativa.
Fra i documenti più importanti pubblicati dall’organo napoletano, sono da ricordare: il testo della “Circolare di Sonvilliers” (n. 5, del 4 Febbraio), diramata, come noto, dai bakuninisti svizzeri il 12 Novembre 1871, per denunciare le risoluzioni adottate dal Consiglio Generale al Congresso di Londra (17-23 Settembre 1871); e la Dichiarazione di prìncipi della Federazione Operaia Napoletana (n. 9, del 10 mar.; riportata anche da L’Eguaglianza (Girgenti), del 24 Marzo 1872 e ora in M. Nettlau, op. cit., pp. 279-80), il cui testo era stato diffuso in precedenza, in un volantino a stampa, non datato e firmato da E. Malatesta, Antonio e Clementina Giustiniani, F. Morrone, T. Schettino, S. Guardino, G. Speranza, G. Felicò, C. Cafiero e L. Filicò.”

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La Scuola Moderna di Clivio

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Durata: Novembre 1910 — Novembre-Dicembre 1922
Luogo: Clivio (Provincia di Como); Varese
Periodicità:
periodico (n. 1 (Novembre 1910); n. 4 (Maggio-Giugno 1911); n. 5 (Luglio-Agosto 1911); n. 7 (Novembre-Dicembre 1911-Gennaio 1912); n.8 (Febbraio-Marzo e Aprile 1912); n. 11 (dall’Ottobre 1912 al Luglio 1913); n. 12 (da Agosto a Dicembre 1913); n. 13 (Gennaio-Febbraio-Marzo 1914));
quindicinale (a. 1, n. 1 (Agosto 1920) – a. 2, n. 5 (Aprile 1921);
mensile (a. 2, n. 6 (Giugno 1921) – a. 3, n. 4 (Aprile 1922);a. 1, n. 1 (Maggio 1922) – a. 1, n. 7 (Novembre-Dicembre 1922));
Pagine: 4 (Novembre 1910 – Gennaio-Febbraio-Marzo 1914; Agosto 1920 – Aprile 1922); 16 (Maggio 1922); 24 (Settembre 1922 – Novembre-Dicembre 1922)

Note riguardante l’Archivio
-Numeri mancanti:
Vecchia serie (1910-1914): 2, 3, 6, 9 e 10;
Nuova serie:
–1920: 1, 2;
–1922 (Edizione Varese): 2, 3 e 4.
-Franco S. scrive riguardo questa rivista: “Il Bettini non recensisce la pubblicazione e per avere alcune notizie sulla durata del giornale attingo dal libro di Amerigo Sassi (Gli anarchici di Clivio e la scuola moderna razionalista, Macchione editore, 1988).
Dal 1910, anno di fondazione dell’organo ufficiale della scuola (con una tiratura di 3.000 copie, 6.000 copie il primo numero), al Novembre-Dicembre 1922, anno in cui viene soppresso per l’instaurazione del regime fascista, vennero pubblicati 42 numeri, il cui formato inizialmente fu di cm. 28×40, in seguito più ridotto.
La sede redazionale subì diversi spostamenti e, fino al termine del 1920, sede naturale fu la scuola, dal marzo 1921, pur rimanendo a Clivio, l’Amministrazione venne trasferita presso la Camera del Lavoro di Varese, infine il recapito ufficiale fu “Casella postale 69 – Varese”.
Nel 1915-18 dovette sospendere l’attività e la pubblicazione a causa del primo conflitto mondiale e ripresero con il n. 14 datato agosto-settembre 1920
Il 23 aprile 1922 una spedizione punitiva fascista portò all’incendio dell’archivio e della biblioteca. Il 18 aprile 1923 un nuovo “sopralluogo fascista” con squadre di militi portati da due camion invasero i locali mettendo a soqquadro ed asportando quanto loro poteva interessare.”

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Jacob Alexandre Marius, “Abbasso le prigioni, tutte le prigioni!”

Edito da BePress, Lecce, 2009, 84 p.

Riflessioni, documenti, lettere dal carcere di uno dei più noti ladri di tutti i tempi. Alexandre Jacob passato alla storia come “il ladro gentiluomo” ispirò lo scrittore francese Maurice Leblanc da cui creò il personaggio di Arsenio Lupin. Arrestato con tutta la banda nel 1903, Jacob trasformò la propria difesa in un comizio leggendario: “una parte del mondo vive nel freddo, nella fame, nel dolore. Io ho voluto vendicarla”. In carcere ha scritto sulle condizioni dei detenuti, dei penitenziari e del rapporto con la società più in generale: “Se i prigionieri scappassero dalle angherie, dagli abusi di potere dei quali sono vittime presumibilmente sarebbe un progresso, ma il problema rimarrebbe comunque. Più in generale è l’intera struttura sociale che necessita di un cambiamento. All’attuale stato delle cose, io credo che la vendetta sperimentata dentro i penitenziari costituisca una delle più grandi abominazioni del nostro tempo ed io grido: abbasso le prigioni, tutte le prigioni”.

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Guagliardo Vincenzo, “Dei dolori, delle pene. Saggio abolizionista e sull’obiezione di coscienza”

Edito da Sensibili alle Foglie, Roma, 1997, 185 p.

L’esperienza del dolore e della violenza legale che lo produce sono indicibili: per questo, dice l’autore, è solo l’approccio morale che consente di capire, a chi non ha mai vissuto l’esperienzadel carcere, l’evoluzione del sistema penale, la sua crisi, la possibilità e la necessità di farne a meno. Vincenzo Guagliardo a partire dal grande libro della sua esperienza di reclusione, che dura da venti anni, accompagna il lettore, con un linguaggio dolce, accessibile, non «braminico», nel cuore del dibattito sul diritto penale, nella sua storia e genealogia, fino al suo collasso, alla sua implosione di senso, indicata nella sua moderna forma premiale.
E’ su quest’ultima metamorfosi che l’autore affonda la sua critica abolizionista e fonda la sua pratica non violenta d’obiezione di coscienza alla legge Gozzini, pratica condivisa da sua moglie Nadia Ponti e da un’altra coppia di sposi, Giulio Cacciotti e Rosaria Biondi, anch’essi condannati all’ergastolo e rinchiusi nel carcere di Opera.

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Guagliardo Vincenzo, “Il meTe imprigionato. Storia di un amore carcerato”

Edito da Grafton 9 Edizioni, Bologna, 1994, [35 p.]

Prefazione di Rosella Simone
Nadia e Vincenzo sono in carcere a scontare con la vita la loro appartenenza alle Brigate Rosse con quattro ergastoli a testa e qualche altro spicciolo di anni e sono pazzi. Pazzi scatenati. Prigionieri sconfitti di una guerra dichiarata perduta, pluri-ergastolani chiusi nella cassaforte perbenista del carcere di Opera, trascurabili residui di sogni intransigenti insistono caparbi a usare parole scostanti e fuori moda come princìpi e onore. E tutto questo in nome dell’amore. L’amore per gli altri anche, ma questo era già stato detto da Cristo e anche da Marx. Ciascuno, naturalmente, con il suo linguaggio. Ma loro dicono Io amo Te. Proprio Te che sei il mio uomo, proprio Te che sei la mia donna. Proprio quell’altro\altra definita da un corpo e da una mente, e così facendo anche i princìpi che hanno spesso ferito e offeso corpi e menti vive di persone e identità, identificandosi in un nome e corpo vivo e non astratto dell’altra\altro si fanno delicati, si fanno profondi, si fanno potenti. Amo Te, la tua mente, la tua dignità, i tuoi princìpi. Amo il tuo corpo e lo desidero e questo Cristo non l’aveva detto. E neanche Marx. Pudicissimi spudorati vogliono fare l’amore e lo dicono senza malizia o vergogna, senza pruderie alcuna perché loro, per loro, sono un corpo solo. E ne sono così sicuri da argomentare il rifiuto a richiedere i benefici della legge Gozzini non solo perché rigettano l’idea di sottomettere a premio un riesame critico del loro percorso personale e politico ma anche perché non possono fare la richiesta come quello che si sentono di essere, un corpo solo, un Me-Te appunto.
Un Me-Te che neppure per la libertà può sciogliere il patto di lealtà. Lealtà a se stessi, ai propri sogni, ai propri princìpi, al proprio senso dell’onore. Tutte cose che li hanno visti insieme, fuori e dentro la galera, nelle stesse scelte: dalle Brigate Rosse al rifiuto del perdono premiale. E argomentano contro una giustizia “garantista” con questa pretesa di essere un unicum indissolubile tra se stessi e le loro scelte politiche e morali, tra lui e lei. Così, giocando molto seriamente, riescono ad essere sconvolgenti, a cambiare tutto rimanendo coerenti a un rigore rivoluzionario. Una rivoluzione che vede loro stessi primi soggetti del cambiamento che vorrebbero anche per il mondo. E lo fanno senza premio di potere e di vittorie. L’unico premio è la galera che non si scrollano di dosso non per paura della libertà ma per onorarla, la libertà. Proprio quell’unica libertà che vale, e che o la porti nel cuore o non la trovi da nessuna parte. Però sono davvero pazzi. Ad avere una così sorridente fermezza che li fa essere inflessibili e teneri, sereni e sconvolgenti, spiritosi e bizzarri. E paurosi per noi che qui fuori, liberi di prendere il cappuccino al bar o l’aereo per il Perù, a confronto con il loro libero pensiero ci sentiamo prigionieri. Prigionieri di quegli appiccicosi mille compromessi che ci consentono di avere le chiavi di casa ma non quelle della nostra più profonda verità.
Il Me-Te dunque è un paradosso? No, è una creatura nuova nata dalla sconfitta dell’io egoista e dalla scoperta della relazione. Una relazione intessuta di sensi d’amore. Capace di andare oltre i confini dell’Io verso un incontro con l’altro, in un espandersi che non appiattisce. Dal carcere dunque, nello sforzo infinito e quasi mortale di continuare a vivere conservando la propria autentica umanità, Nadia e Vincenzo fanno scoperte semplici e deflagranti.
Che, ad esempio, il grande divieto del presente è il sentimento d’amore. Non certo il grande amore per il Dio onnipotente, potente spirito maschio. E neanche l’amore per il prossimo, purché astratto e mitizzato. E neanche per le persone purché santificate in popolo o in classe. Ma quello che fa scandalo, che fa scattare l’interdetto è l’amore come modificazione dei confini del sé, come trasmettersi all’altro senza schermo. Perché non c’è niente di più alieno a questo mondo posseduto dal delirio dell’Io, basato sulla guerra e la sopraffazione, del concedersi all’altro senza difese. Quello che propongono non è una fusionalità omologante e annichilente ma il riconoscimento e l’espansione di sé nell’altro. E poiché il primo altro negato in una società fondamentalmente misogina è la donna, secondo Nadia e Vincenzo, è proprio il rapporto uomo-donna il grande interdetto della nostra società. Non certo il rapporto riproduttivo ma quello creativo. Dunque Nadia e Vincenzo fanno della coppia che sono un elemento eversivo, e pongono la contraddizione insanabile per il diritto formale ma anche per la coscienza del tempo di un’ansia di libertà sostanziale che parla di un diritto di uguaglianza tra esseri nel rispetto delle diversità. A partire da quella originaria, maschio/femmina. Rispetto della diversità non in modo astratto, ma concreto e compassione. Ma poiché chiedono l’impossibile restano in galera. Nessun patto sociale, nessun diritto positivo prevede oggi di tenere conto della sostanza dei sentimenti ma solo della forma di questi. Dunque è pentito chi pattuisce la sua resa, è onesto chi ha l’apparenza dell’onestà, ama chi si compiace dei deliri del proprio io. Nadia e Vincenzo invece stanno in carcere perché nessuno ha interesse per chi vuole onorare l’amore. E infatti sono pazzi. Forse per questo sono più vicini alle stelle, forse per questo sono sognatori di sogni liberi.
E questi pazzi, lo dico con orgoglio, sono miei amici.
Ma poiché amicizia non può essere solo condivisione acritica dei pensieri dell’altro ma confronto a pari dignità, devo dire anche che la vostra esperienza non sostiene la mia qui fuori. Nella separazione fisica dei vostri due corpi Vincenzo trasmuta Abelardo in Eloisa e l’estasi sessuofobica di San Giovanni della Croce in qualcosa di più caritatevole e terreno. E per come siate riusciti a mantenere modesti e corporei i vostri sentimenti in quella fucina di corruzioni che è il carcere, quasi unici per quello che so, a voi va tutta la mia ammirazione. Vi siete fatti corpo androgino ma io non credo all’androginia primigenia e ho in sospetto l’uso che se ne fa nel presente. Qui fuori dove i corpi possono anche toccarsi e sudare assieme possedendosi la coppia umana spesso assomiglia a un brutto sogno. Perché forse ci vogliono situazioni eccezionali perché i maschi accettino di essere semplicemente la metà del cielo. L’Io è un’invenzione tutta maschile alla quale le donne sono state spesso se non sempre ossequiose complici. Inoltre, la relazione e l’espansione del sé come esperienza privata e politica è una possibilità, un patrimonio e (almeno in alcuni ambiti dove si agisce la politica delle donne) una pratica femminile alla quale sarebbe bene, bene per loro e per il mondo, che anche gli uomini si arrendessero. Ed è, dunque, solo attraverso la relazione con te Nadia che io posso credere a quest’uomo che non ha paura di vivere d’amore.

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Gori Pietro, “Prigioni”

Edito da Cromo-Tipo “La Sociale”, La Spezia, 1911, 168 p.

Introduzione
Agli amici, ai lettori.
Per volontà del compianto Autore e per conto della di lui sorella, Sig.a Bice Gori, ho assunto, non senza trepidanza, l’incarico di pubblicare in volumi tutti gli scritti Suoi; da quelli pensati e vergati nei primi anni giovanili, tutti pieni di vita, di squisiti sentimenti, di baldanza e di entusiasmi; fino a quelli ultimi, quando cioè Pietro Gori era già passato attraverso un incessante turbinìo di lotte, di passioni, di amarezze, di studi, di osservazioni e di esperienze imparate a ben caro prezzo, ora in questa, ora in quella terra d’esilio. La Sua natura di poeta e di artista aveva saputo dare al travagliante problema umano e sociale uno speciale risalto, un affascinante contorno di passione, di bellezza e di gentilezza. Egli si sentiva trasportato dall’arte e faceva dell’arte anche quando spiegava alle doloranti turbe la questione sociale, nelle sue varie ramificazioni economiche, politiche, sociologiche.
Quindi sarà per tutti, anche per coloro che militano in opposti campi politici da quello in cui tanto valorosamente militò Pietro Gori, non privo d’interesse e di studio leggere e meditare quanto la mente Sua ha saputo trasmetterci.
Oltre ai non pochi pregi letterarî, i suoi scritti hanno quello assai maggiore di rappresentare – per chi sa sentire – palpiti di vita vissuta con ardore, con sincerità e con tenacia attraverso tutto un calvario di persecuzioni e di dileggi. Ed egli spiega da qual sublime fonte – dall’ideale – attingeva la forza e il coraggio per resistere alle nequizie umane e per combatterle, e, da esso traeva gli slanci eroici per additare ai reietti e ai dubbiosi le lotte gagliarde e belle da seguirsi per conquistare la libertà di pensiero e il diritto ad un’esistenza civile, operosa, felice senza pregiudizî, senza vincoli e senza catene. Quale splendido esempio di attività e d’azione ha lasciato a tutti e specialmente ai giovani che si affacci-no oggi alle prime battaglie della vita e del pensiero! Quindi nessuno meglio di Lui poteva scrivere fin d’allora, or sono vent’anni, la prefazione di questo primo volume, che rappresenta il primo periodo della sua esistenza travagliata di gentile e valoroso cavaliere dell’umanità. Seguiranno a breve distanza gli altri volumi, e il largo retaggio di compianto, di affetto e di alta stima che l’Autore ha lasciato dietro di sè, fa sperare che coloro che nutrono sentimenti di libertà, sapranno rendere alla memoria Sua il migliore omaggio, diffondendone le opere e il pensiero.
Dal canto mio proponendomi di curare con affetto fraterno la pubblicazione di tutto questo suo tesoro di sacrificio, d’intelligenza, d’amore, oltre ad adempiere ad una promessa, sono sicuro di fare opera buona alla causa della libertà e della giustizia; ed è ciò che più di tutto ambisco di conseguire. Uomini d’intelletto e di cuore, lavoratori della mente e del braccio, cittadini di tutte le patrie, ricordatevi che è per voi che il gentile poeta del dolore ha scritto, parlato, combattuto e molto sofferto; quindi tutto quanto la Sua mente ha pensato, il Suo grande cuore ha dettato, è interamente affidato a voi. Siatene gelosi custodi e instancabili assertori.
La Spezia, marzo 1911.
Pasquale Binazzi

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Nota dell’Archivio
-“Prigioni” è contenuto in “Opere. Vol. I”, 1911

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De Luca Francesco, “Prigionìe e Processi. Una pagina di storia siciliana”

Edito da Giannotta Editore, Catania, 1907, 138 p.

[…] Ho pensato di scrivere una storia esatta della mia prigionia sugli appunti presi in carcere.
Questa storia sincera rammenta anche le mie de­bolezze, proprie d’un uomo immaginoso e sensibilis­simo, cui la riflessione, V abitudine allo studio e le vicende fortunose hanno fatto assumere una fisonomia di severità e rigidezza; messe solamente nel di­simpegno scrupoloso dei propri obblighi.
La mia mestissima narrazione, perciò, non può essere dedicata che a voi, miei fratelli ; a voi disgraziatissime sorelle, Anna e Bice, morte lontano dalla nostra Girgenti ; a voi, con i quali io converso nelle ore più tristi, perchè, per me, siete il simbolo della sventura.

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Manifesto degli anarchici. Contro il militarismo e contro i signori dello sfruttamento e della guerra

Edito da La Rivolta, Ragusa, Dicembre 1987, 70 p.

Prefazione
Il “manifesto degli anarchici italiani” … “Contro il militarismo e contro la guerra” , è stato scritto nel 1947 ma, tolti ovviamente i riferimenti del periodo, cambia­ti alcuni nomi di Stati con altri, i 40 anni di età non ne intaccano minimamente la carica critica e proposi­tiva, l’analisi chiara, le argomentazioni, il linguaggio, espressi con tale coerenza da vincere l’usura del tem­po. E’, forse, uno dei più validi documenti redatti da­gli anarchici italiani dal dopoguerra ad oggi, non sol­tanto perché gli autori sono riusciti a sintetizzare una posizione che può essere considerata di tutti gli anar­chici (cosa di non poco conto), ma anche e soprattut­to perché il testo non si rivolge agli “addetti ai lavori”, ma è rivolto, con un linguaggio vivo e depurato dalla matassa politichese, al popolo, ai proletari, ai giovani, alle donne, a tutte le vittime privilegiate del militari­smo.
Ritrovare concetti, espressioni e argomenti così dif­fusi ancora oggi è indice dell’acutezza dell’analisi con­dotta e della centralità del militarismo e della guerra nelle società a capitalismo privato o di Stato. Soprat­tutto è stimolante e pienamente sottoscrivibile (come fosse stata stilata ieri) la seconda parte, dedicata al fa­tidico “ che fare?”, nella quale vengono esposti modi d’essere, d’agire, di lottare che devono far riflettere i compagni ed i lettori e tutti quanti siano convinti, come noi e gli autori del testo, che “ la guerra non è ine­vitabile, anzi essa sarà evitata nella misura in cui ci adopereremo per rompere in mano ai capi-governo ed in mano ai capi-partito ogni velleità guerrafondaia” .
Va quindi ricercata, oggi, quella pratica che permet­ta l’intreccio delle energie, delle intelligenze, delle strutture e dei propositi degli anarchici, con i proble­mi e le aspirazioni degli sfruttati, rendendo possibile cominciare a costruire quel movimento reale che può bloccare e disinnescare la morsa soffocante del milita­rismo e dello sfruttamento. E cominciare da subito col denunciare e sconfiggere le illusioni che si vanno predicando e propagandando dai vari pulpiti – e mez­zi di comunicazione — prima fra tutte l’illusione della “pace armata” , affidata alle ogive nucleari delle poten­ze imperialiste, ai fabbricanti e ai mercanti di armi. Una “pace” , quella degli Stati, svuotata dai fatti di ogni giorno, rilanciata a tutto volume per coprire le canno­nate e i missili del Golfo Persico, le bombe del Liba­no, gli esperimenti nucleari, le carneficine in decine di angoli della terra.
Distruggere l’illusione che anche l’esercito sia con­dizione per la pace, mentre nei fatti si conferma sem­pre e solo scuola di autoritarismo, covo di bieco nazio­nalismo, fucina di spinte reazionarie, avventuriere, guerrafondaie, e fonte di enormi sperperi; un ruolo che si fa beffe dell’ingenuo, o incosciente, o complice, impegno di democratizzazione intrapreso dai fanatici del riformismo. Anche la recente trovata del “ruolo di protezione civile” tende a perseverare nell’imbroglio: con estrema facilità le “ nostre” cannoniere salvatrici dei vietnamiti dei “boat people” sono partite per il Golfo Persico a giocare alla vera guerra. E mentre Reagan e Gorbaciov, ribattezzati pacifisti ad honorem, si preparano a siglare plateali accordi di “riduzione di armamenti” , dalle loro industrie e dai loro laboratori escono prototipi di armi sempre più sofisticate e “ in­vincibili” , dinnanzi alle quali quelle previste da “sman­tellare” fanno semplicemente ridere. E ancora, demo­lire l’illusione che debbano essere sempre i grandi a do­ver risolvere i nostri problemi, o i governi, gli scienzia­ti, i generali, il papa… cioè coloro che li hanno creati.
I 40 anni che ci separano dal “manifesto degli anar­chici italiani” sono stati anni di fruttuose sperimenta­zioni atomiche ad altissima tecnologia, di messa in pra­tica delle più spietate strategie genocide, in un crescen­do di militarizzazione diffusa alla massima potenza, per cui basteranno pochi attimi perché la guerra da fredda possa divampare in guerra guerreggiata e tra­volgere tutto, e travolgerci tutti.
Risalire la china si può, contrattaccando le cause della follia nucleare, accentrando l’attenzione sull’op­pressione, cioè sulle radici dei problemi, senza cristal­lizzarsi nei mille diversivi con cui il sistema si insinua tra noi, ma partendo dalle nostre condizioni di schia­vitù (più o meno mascherate) e individuando i nemici non nei falsi obiettivi patriottardi, ma nella reale cer­chia dei nostri sfruttatori, cogliendo il nesso tra disoc­cupazione, droga, disperazione, mafia, sfruttamento e militarismo. E, per dirla con gli autori del “ manifesto” : “ ogni insofferenza di autorità, ogni rottura dell’appa­rato statale nel suo patrimonio materiale, ogni diser­zione, ogni rifiuto attivo, ogni assenza, ogni reazione agli ordini militari, ogni strappo alla disciplina costi­tuisce per noi un successo, una grande vittoria”.
Quindi, propagandare la pratica dell’obiezione to­tale, dell’insubordinazione, dell’antimilitarismo rivo­luzionario; a fianco dei renitenti, dei refrattari, orga­nizzando l’azione diretta popolare contro le basi mi­litari, le centrali nucleari e le scelte di guerra. Questa è la strada da percorrere, la “ terza via” di cui parlano gli anarchici autori del documento, rafforzata dalla necessità di costruire la “ terza forza” : la forza di un movimento anarchico propulsore e componente in­tegrante di realtà di base, di strutture autogestite, di momenti di conflittualità sempre più diffusi, capaci di percorrere il cammino rivoluzionario fino in fondo.
Pippo Gurrieri

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Note dell’Archivio
-Come riportato nella prima pagina del testo e nella presentazione, questa è una riedizione di “Contro il militarismo e contro la guerra. Manifesto degli anarchici italiani”, 1947
-Su Umanità Nova, nei numeri 4 e 5 (rispettivamente del 25 Gennaio e 1 Febbraio 1948, A. XXVIII), vengono pubblicati degli estratti di questo opuscolo.
-Nel numero 8 di “Volontà. Rivista Mensile del Movimento Anarchico di Lingua Italiana” (Febbraio 1948), Giovanna Berneri scrisse questa recensione: “Ecco un bell’opuscolo di propaganda contro la guerra e contro il militarismo. Esente dai soliti luoghi comuni e dal solito sentimentalismo, esprime con idee chiare e precise,in un modo “organico e completo” l’atteggiamento degli anarchici di fronte al fatto guerra e al fenomeno militarismo. È stato redatto collettivamente da un gruppo di anarchici i quali affermano che tocca proprio agli anarchici opporsi oggi a quei due fenomeni, dato che tutti i partiti, movimenti pacifisti, Chiese, Internazionali, istituti internazionali d’arbitrato e di sicurezza collettiva hanno fatto fallimento. Gli anarchici, così, non fanno che continuare la loro tradizione di opposizione a tutte le guerre, seguire la “linea dell’antimilitarismo integrale e rivoluzionario che si sono costituiti attraverso un lungo travaglio storico.”
Il manifesto proclama di essere contro tutte le guerre. “Noi vogliamo tagliare la testa a questi mostricciatoli di “guerre giuste” dichiarando che tutte le guerre sono la esemplificazione dell’ingiustizia”: anche le così dette guerre di “liberazione” “guerre civili” “guerre sociali” o “guerre rivoluzionarie”.
E mette in guardia contro il nuovo tipo di guerra di cui gli Stati moderni sanno abilmente servirsi. Le guerre imperialistiche sono precedute da violentissime guerre civili che permettono agli Stati di misurare le rispettive forze, di tastarsi, di impadronirsi di basi strategiche, prima di lanciarsi definitivamente nell’avventura.
Vediamo prodursi questo fenomeno in Italia, dove “la vita politica non è affatto l’espressione di forze endogene, ma la contrastata risultante di pressioni influenze condizioni imposte dal di fuori; la lotta politica in Italia non rispecchia più contrasti tradizionali di classi o di correnti vive nel nostro paese, ma riflette con estenuante fedeltà il corso delle relazioni fra le grandi potenze imperialistiche, falsificando ogni nostro problema in questa giostra di interessi a noi estranei.”
Attenti, perciò, a non lasciarsi ingannare da questa “ennesima truccatura del fenomeno guerra” e “diffidare di proposte circa azioni collettive (guerriglia, partigianesimo, lotta per bande) che non rappresentano più spontanee esplosioni di malcontento popolare ma costituiscono ormai delle autentiche tattiche guerresche.”
Gli anarchici come si oppongono ad ogni tipo di guerra, così si oppongono a qualsiasi tipo di esercito: esercito democratico, esercito repubblicano, esercito socialista, sono tutte definizioni menzognere di uno stesso apparato fatto di “prepotenza, di feroce in alto e di massacrante disciplina.”
L’opposizione anarchica alla guerra è assoluta: esiste anche con qualsiasi forma di governo: “…perchè combattere a favore di un governo meno tirannico (suo malgrado) contro un governo più tirannico, quando sappiamo che proprio con la guerra, offriremo al governo “migliore” il pretesto di instaurare subito una dittatura militare che lo assimilerebbe al “peggiore” e quando sappiamo inoltre che le nostre armi non contro il governo “peggiore” sarebbero puntate ma contro le masse, contro quelle masse che saranno certo più benemerite di noi nella lotta contro il loro governo?”
E per togliere ogni dubbio in chi, ancora, non vede chiara la sua posizione di fronte ai due blocchi che si contendono il mondo noi diciamo: “Non esiste l’Occidente. Non esiste l’Oriente. Non esiste nè l’America, nè la Russia, nè l’Inghilterra. Esistono delle classi dirigenti che ci sono tutte nemiche, che ci perseguitano tutte nella misura che noi retrocederemo di fronte a loro…Fra l’Oriente ed Occidente non c’è ch la via della lotta su due fronti: via difficile che noi riusciremo tuttavia a percorrere fino al superamento della crisi, se avremo coscienza della nostra missione e fiducia nel nostro movimento.”
Siamo veramente felici di constatare che dei giovani, venuti al nostro movimento dopo la dolorosa esperienza fascista, abbiamo idee così chiare e così profondamente anarchiche.
Anche noi, come gli autori del manifesto, raccomandiamo vivamente la lettura di questo opuscolo perchè gioverà a reagire contro i nazionalismi che si stanno riaccendendo, contro la psicosi di guerra che sta rinascendo in tutti i paesi. […]”

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a cura della Commissione Antimilitarista della FAI, “Informazione antimilitarista. Industria bellica e militarizzazione: materiali e proposte di lotta”

Edito da La Cooperativa Tipolitotipografica, Carrara, Novembre 1984, 202 p.

Presentazione
Quando proponemmo al XVI Congresso della Federazione Anarchica Italiana (Reggio Emilia, Aprile 1983) di organizzare un Convegno su “Industria bellica e militarizzazione”, avevamo chiara l’importanza di fondo di questo tema. La costruzione di una forte industria militare in Italia, così ben pubblicizzata di fronte all’opinione pubblica dal boom delle sue esportazioni, non è un fenomeno isolato, nè solamente il frutto di scelte volte a superare quella crisi che nella seconda metà degli anni ’70 sembra aver attanagliato l’economia nazionale. Al contrario il notevole sviluppo del settore industriale interessato al bellico si inserisce a pieno titolo nell’evoluzione militarista che da almeno 15 anni caratterizza la politica dello Stato Italiano.
L’avere un efficente industria militare nazionale ha favorito il processo di ristrutturazione delle Forze Armate che, a sua volta, ha permesso la politica interventista nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Da parte sua lo spostamento dell’interesse politico-militare verso su ha allargato il godimento delle “delizie” della militarizzazione anche alle regioni meridionali, finora relativamente risparmiate dall’invadenza militare. La fattiva presenza italiana nel Mediterraneo e in Medio Oriente necessita, poi, di un “fronte interno” sicuro; allontanata la minaccia costituita dal PCI, ormai saldamente legato al carro delle istituzioni, rimangono da controllare i settori più decisi del cosiddetto movimento per la pace, quelli che non accetterebbero passivamente coinvolgimenti dell’Italia in conflitti armati oltre mare. Occorre quindi mantenere, anzi rafforzare, un apparato poliziesco capace di neutralizzare questi settori, per questo la cosiddetta emergenza deve continuare, come ci ha detto in pratica Craxi nella sua relazione sui “servizi segreti” diffusa all’inizio del Settembre 1984.
Il discorso ci ha portato lontano, ma era inevitabile data la complessità dell’argomento. Una complessità che appare chiaramente anche dai contributi pubblicati in questo volume che raccoglie le relazioni presentate al Convegno di cui accennavamo all’inizio, svoltosi a Livorno, nei locali del “Centro di documentazione e iniziativa per la pace”, l’11-12 Febbraio 1984.
Molto schematicamente possiamo suddividere le relazioni in tre gruppi: il primo riguarda specificatamente l’industria bellica; il secondo analizza i rapporti fra industria bellica, ristrutturazione delle Forze Armate e politica estera italiana. Il terzo e ultimo gruppo affronta il problema della militarizzazione del territorio, attraverso quattro casi significativi: Sicilia, Sardegna, Friuli e Lazio.
Ma, al di là dell’indubbio interesse delle singole analisi, ci pare che la particolarità, il “qualcosa in più”, di questo libro consista nel fatto che gli autori delle relazioni, non a caso tutti impegnati da anni nel movimento antimilitarista, non si sono limitati a sviscerare l’argomento trattato: tutti hanno voluto portare un contributo di proposte concrete perchè il movimento antimilitarista cresca, radicandosi nel reale, con chiarezza di idee e di prospettive.
La FAI organizzando il Convegno non aveva l’ambizione di dare soluzioni preconfezionate, nè di portare all’esterno la “linea del partito”. Nostra intenzione era quella di fornire ai militanti antimilitaristi uno spazio per discutere e riflettere su argomenti oggi centrali per la loro attività. Il Convegno, insomma, non doveva essere un punto di arrivo; non a caso presentando la scadenza di Livorno su “Umanità Nova” parlammo di “Convegno che deve aiutarci a crescere.”
La pubblicazione di questo libro vuol proseguire il discorso di maturazione collettiva iniziata a Livorno. Con “Informa/azione antimilitarista” la FAI vuol dare il proprio contributo al dibattito, sempre disponibile a confrontarsi con chiunque, individuo o organizzazione, si batta nei fatti contro il militarismo.
Commissione Antimilitarista della Federazione Anarchica Italiana
Livorno, settembre 1984

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