(a cura di) Connessioni per la lotta di classe, “L’estremismo, risposta a Lenin lettera aperta al compagno Lenin, 1920 Hermann Gorter. Materiali sulla rivoluzione e sinistra tedesca”

Edito da: Connessioni per la lotta di Classe
Luogo di pubblicazione: ///
Anno: 2012
Pagine: 138
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Abbiamo deciso di pubblicare questo testo di Hermann Gorter, Lettera a Lenin, scritto nel 1920 perché fissa alcuni presupposti del cosiddetto estremismo. E’ un testo storico legato ad uno specifico dibattito, era la risposta al saggio di Lenin Sull’estremismo malattia infantile del comunismo, dove venivano attaccate tutte le componenti radicali del movimento operaio dell’epoca, dalle sinistra tedesche agli IWW americani, compresa la stessa sinistra italiana anti-parlamentarista. Per molti versi le sigle, le situazioni che vengono riportare pensiamo possano essere lette da molti lettori come saghe di cartoni animati, belli ma sicuramente datati.. Detto ciò i dubbi che pone, le problematiche che affronta, possono rivivere in tutti coloro che si pongono il problema dalla rivoluzione e dell’essere pro-rivoluzionari oggi. E’ facile criticare il testo di Gorter, se ci basiamo sul realismo è evidente che le soluzioni e sviluppi che proponeva si sono rilevate fallaci. In retrospettiva, tutte le cause perse appaiono come sforzi irrazionali, mentre quelle che hanno successo sembrano razionali e giustificabili. Gli scopi di una minoranza rivoluzionaria sconfitta sono stati invariabilmente descritti come utopistici e, perciò, indifendibili. Il termine “utopia” non si applica, comunque, a progetti oggettivamente realizzabili, ma a sistemi immaginari, che potrebbero o non potrebbero avere fondamenti materiali concretamente dati che permettono la loro realizzazione. Non c’era niente di utopistico nel tentativo di guadagnare il controllo della società tramite i consigli dei lavoratori e nel finire con l’economia di mercato, per il sistema capitalista sviluppato il proletariato industriale è il fattore determinante nel processo di riproduzione sociale nel suo insieme, che non è necessariamente associato con il lavoro come lavoro salariato. Che una società sia capitalista o socialista, in ogni caso è la classe lavoratrice che permette ad essa di esistere, la produzione può essere portata avanti senza riguardo per la sua espansione in termini di valore e per le esigenze di accumulazione del capitale. La distribuzione e la ripartizione del lavoro sociale non dipendono dalle relazioni di scambio indirette del mercato, ma possono essere organizzate consapevolmente attraverso apposite nuove istituzioni sociali sotto il controllo aperto e diretto dei produttori. Il capitalismo occidentale nel 1918 non era il sistema necessario di produzione sociale, ma solo quello esistente, la cui caduta lo avrebbe semplicemente liberato dai suoi vincoli capitalisti. Lo spegnersi della possibilità di una rottura, dovuta alla capacità del capitale di riattivare un proprio ciclo di accumulazione e sviluppo, rese quindi inefficace ogni possibile rottura rivoluzionaria, tale da rendere l’estremismo una sterile proposizione di minoranze rimaste su posizioni e prassi pro-rivoluzionarie. Le stesse componenti sociali che potevano in base ai loro bisogni diretti optare per una scelta di radicale cambiamento diventavano minoritarie nella società nel suo complesso. Il fallimento della rivoluzione tedesca sembra rivendicare l’affermazione bolscevica che, lasciata a se stessa, la classe operaia non è in grado di fare una rivoluzione socialista e quindi richiede la leadership di un partito rivoluzionario pronto ad assumere poteri dittatoriali. Ma la classe operaia tedesca non ha tentato di fare una rivoluzione socialista e quindi la sua incapacità di farlo non è in grado di dimostrare la validità della proposizione bolscevica. Inoltre, vi era un’ “avanguardia” rivoluzionaria che ha cercato di cambiare il carattere puramente politico della rivoluzione. Anche se questa minoranza rivoluzionaria non sottoscrisse il concetto di partito bolscevico, non era meno pronta ad assumere la leadership, ma come una parte, non come dominatore, della classe operaia. Nelle condizioni dell’Europa occidentale, una rivoluzione socialista dipendeva chiaramente dalla classe e non sulle dalle azioni del partito, perché qui è la classe operaia nel suo insieme che deve prendere il potere politico e dei mezzi di produzione. È vero, naturalmente – ma vale per tutte le classi, la borghesia e il proletariato – che è sempre solo una parte del tutto che si impegna nelle questioni sociali, mentre un’altra parte rimane inattiva. Ma in entrambi i casi, è la parte attiva che è determinante ai fini del risultato della lotta di classe. Non è dunque una questione di tutta la classe operaia che partecipa letteralmente al processo rivoluzionario, ma di una massa sufficiente per contrastare le forze mobilitate dalla borghesia. Questa massa relativa non si è aggregata abbastanza velocemente per compensare il crescente potere della contro- rivoluzione. La polemica di Gorter quindi era già all’epoca indietro rispetto alla fase che si apriva, tuttavia è naturale che un periodo rivoluzionario produca rivoluzionari i quali non spariscono completamente quando il vecchio sovrasta e ricaccia indietro il nuovo. Per quanto alcuni vengano uccisi, demoralizzati, o altri cambino di campo, rimane sempre una traccia pur minima. Per molti versi è proprio in questo periodo che i pro-rivoluzionari possono sviluppare una teoria, lo stesso marxismo è in fin dei conti una teoria delle contro-rivoluzioni e rivoluzioni future, in quanto può agire solo nel passato o nel futuro, ma mai nel presente perché immediato e diretto. Nel momento in cui la lotta di classe assume connotati radicali, praticando direttamente la critica dell’economia politica, lo stesso marxismo sparisce, gli stessi rivoluzionari intesi come singoli spariscono. Nel momento che non esiste questa condizione, dove i nuovi rapporti sociali sono cosi deboli di fronte ai vecchi, dove il movimento del capitale non presenta crepe, è inevitabile che i pro-rivoluzionari si trovino fuori dal tempo. Ma se è vero che i realisti hanno la meglio è altresì vero che ogni possibilità rivoluzionaria è negata. In questo senso la difesa dell’estremismo di Gorter contro il realismo di Lenin è la dinamica che ancora oggi tutti i pro-rivoluzionari vivono sulla loro pelle. Non esistono vie di mezzo, scorciatoie, lo stesso Marx, in modo crudele ricordava che il proletariato o è rivoluzionario o non è nulla. Il tentativo di Gorter letto in retrospettiva era inchiodato a questa dinamica, era il tentativo disperato di individuare una possibile prospettiva rivoluzionaria comunista in occidente, avendo ben presente le differenze che esistevano rispetto ai diversi contesti spaziali e sociali. Era la comprensione dell’impossibilità e della debolezza del modello bolscevico applicato a livello mondiale, critica che successivamente verrà ampliata dalla corrente che si svilupperà dentro la sinistra comunista tedesco-olandese denominata comunista dei consigli. Non era quindi una critica alla rivoluzione, all’assalto al cielo, ma come questa potesse effettivamente svilupparsi e non generare movimento per il capitale. In fondo la critica di Gorter a Lenin verte su un preciso punto: la contrapposizione tra sviluppo del movimento del comunismo contro lo sviluppo del movimento del capitale. Non è nostra intenzione riprendere i diversi aspetti della polemica e prospettiva di Gorter, e sarebbe riduttivo ridurre unicamente a lui e alla sua componente l’intera sinistra comunista tedesco-olandese. Per molti versi sarà un teorico della propaganda del fatto, di un acceso volontarismo, contrapposto all’interno della stessa sinistra comunista tedesco-olandese ad altri come Otto Ruhle che ponevano al centro la sola lotta autonoma di massa del proletariato. Il contesto in cui era inserito Gorter, la Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale, era una società avanzata, che presentava problematiche inedite se viste in rapporto alla Russia. Esistevano una molteplicità di soggetti sociali che componevano la diverse fasce sociali, in un contesto sempre più legato alla dimensione urbana e industriale. Ma dove le componenti sociali radicali rimanevano comunque minoranze, se non nel brevissimo periodo post conflitto nel 1918. Vi era tuttavia in nuce il tentativo nel testo di Gorter di individuare nella figura del lavoratore collettivo l’agente del cambiamento, nel individuare l’impossibilità del proletariato di servirsi degli strumenti e fasce sociali esterne ad esso rispetto ad una possibile prospettiva rivoluzionaria, che veniva vista immanente visto la crisi considerata generale del capitalismo. Già Marx parlava dello sviluppo del proletariato rivoluzionario, non sulla base della distinzione tra i tipi di lavoro, ma nei cambiamenti che intervengono nei rapporti di classe mentre continua l’accumulazione del capitale e aumenta quindi la divisione della società in due grandi classi con una progressiva proletarizzazione delle masse. In questo senso la stessa categoria di ceti medi non è corretta perché rappresenta semplicemente un periodo reddituale che investe fasce del proletariato o della stessa borghesia. Non è un caso che il termine classe media in paesi come gli USA abbia avuto una caratterizzazione più ideologico-sociale che realmente legata a quello che sono in realtà i rapporti di produzione capitalista. Col termine lavoratore collettivo, intendiamo una massificazione del proletariato a classe universale, questa ovviamente non appare come d’incanto, ma è sicuramente una tendenza insita nello stesso movimento del capitale. La persistenza di svariate stratificazioni sociali indica solamente la capacità del movimento del capitale, di esercitare una concorrenza al suo interno, ma tale da non creare una sua auto-dissoluzione. Il processo integrativo del capitale aveva dato vita ad un “ceto medio” che da un punto di vista ideologico rendeva superfluo il solo parlare della rivoluzione, della sua necessità. In questo senso il proletariato era interno al movimento del capitale e ne rafforzava il suo sviluppo. Non vi quindi tradimento, ma solo sviluppo conseguente del movimento del capitale (in questo senso la categoria di tradimento per la sinistra ufficiale o antagonista è stupida). La difficoltà di Gorter stava nel difendere una ipotesi rivoluzionaria, in assenza di una effettivo processo prolungato di de-integrazione prodotto dal capitale. Solo più tardi, pur esprimendo approcci diversi, i comunisti dei consigli, svilupperanno una analisi delle contraddizioni immanenti alle società capitaliste avanzate e delle tendenze economiche di crisi, superando i tratti volontaristici propri della fase di nascita della sinistra comunista tedesco-olandese. Quindi le componenti sociali radicali rimanevano, anche se in un primo periodo numericamente consistenti, comunque minoranze se viste nel complesso della società tedesca. Aveva quindi gioco facile il realismo leninista, ma la sua vittoria sia sotto il profilo teorico che pratico era la dimostrazione dell’impossibilità rivoluzionaria e dall’ennesimo sviluppo del movimento del capitale, prodotto come in Russia dalla sinistra stessa. Abbiamo voluto inserire il testo di H.C. Meijer, Il movimento dei consigli in Germania, che pur limitato nella analisi storica e a tratti apologetico, offre una panoramica di quello che è stata la sinistra comunista tedesco-olandese, tale da rendere possibile ai lettori districarsi all’interno delle diverse componenti e fazioni in campo nel contesto tedesco uscito dalla prima guerra mondiale. Il lettore potrà inoltre trovare una lista ragionata delle principali sigle utilizzate. Sempre come appendice pubblichiamo il testo di P.Mattick, La rivoluzione tedesca. Mattick fu un protagonista diretto di quegli avvenimenti. Riteniamo che sia uno dei più importanti lavori di valutazione critica di quello che è stata la rivoluzione tedesca e della stessa sinistra comunista tedesco-olandese, cogliendone i limiti sia di fase che teorici. L’approccio di Mattick, è radicalmente non apologetico e capace di svelare le dinamiche interne alla “possibilità” e impossibilità rivoluzionaria in Germania. Inseriamo un breve saggio dello stesso Gorter scritto nel 1920, La vittoria del marxismo, pubblicato in italiano sulle pagine del “Soviet” diretto da A.Bordiga, che illustra la sua posizione di fronte al marxismo e alla rivoluzione e fa capire quale sensazione di imminenza vivevano i rivoluzionari, tale da giustificare il loro estremismo. E per illustrare, anche se in modo molto sommario, le posizioni della sinistra radicale tedesca pubblichiamo il programma della KAPD e le tesi di orientamento della AAU-E. Al testo di Gorter, la risposta a Lenin, abbiamo allegato l’introduzione di Serge Bricianer, uscita nel 1979, per il libro, Herman Gorter, Reponse a Lenin, per l’edizione Spartacus francese. Come curiosità segnaliamo che la prima traduzione del testo in tedesco della lettera di Gorter, usci per opera di un gruppo di comunisti francesi e esuli italiani in Francia nel 1929, vicini alle posizioni dei comunisti dei consigli, attraverso il giornale L’Ouvrier comuniste.

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Bernardini David, “Il barometro segna tempesta. Le schiere nere contro il nazismo”

Edito da: La Fiaccola
Luogo di pubblicazione: Ragusa
Anno: 2014
Pagine: 80
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Avete tra le mani un libro di storia contemporanea spe­ciale, scritto da un autore che nei prossimi anni sono sicu­ro continuerà a tirarci fuori piccole perle come questa sulle Schwarze Scharen, le Schiere Nere. David Bernardini non è soltanto un bravo storico, che conosce gli archivi e in questo caso anche la lingua tedesca ma è un ottimo narratore, ha compreso che non basta scri­vere dei dati storici ma che bisogna saperli raccontare e già leggendo la sua breve introduzione capirete di cosa sto parlando. Il periodo compreso tra il 1914 e il 1945, come ci ricorda l’autore, è segnato indelebilmente da una serie di eventi im­portanti: rivoluzioni, crisi, controrivoluzioni e guerre. Que­sti anni, densi di eventi, determinano una mutazione so­ stanziale della militanza, che si contraddistingue sempre più per una peculiare simbiosi tra politica, violenza e cultura, al­ la quale si associano specifici processi generazionali; svariati gruppi della galassia rivoluzionaria decidono di mettere in discussione il monopolio della violenza statale e compren­dono l’urgenza di doversi difendere da soli. Un esempio su tutti è quello degli arditi del popolo in Italia che già nell’e­state del 1921 decidono di organizzarsi e armarsi contro il fascismo. Lo stesso faranno le Schiere nere che si formeranno a otto anni di distanza dagli arditi del popolo, nel 1929, per difendersi dalla violenza del nazismo. I punti di connessione tra i due gruppi sono molti, è in­teressante notare vari aspetti: la simbologia, l’uso del colore nero, la modalità di autodifesa durante i cortei delle orga­nizzazioni rivoluzionarie, l’uso delle canzoni e delle armi della prima guerra mondiale. La cosa più importante però che accomuna le due organizzazioni è sicuramente la neces­sità di non delegare a nessuno la difesa dagli attacchi fascisti e nazisti. Per questo un punto in comune da non sottovalu­tare è che entrambe le organizzazioni si impegnavano a co­struire un fronte unico antifascista: «la “Lega di lotta anarco-sindacalista ‘Schiera nera K pone la necessità di riunire tutti i partiti, i sindacati, i consigli di fabbrica ed i comitati di disoccu­pati in un organizzazione di difesa antifascista costruita dal basso, in vista della creazione di un comitato d’azione unitario» (Der Syndikalist, 1931, n. 50). Certo ci sono anche molte differenze, una su tutte è che quello degli arditi del popolo è stato un movimento che in pochi mesi è riuscito a raggruppare migliaia di iscritti in tut­ta la penisola italiana e soprattutto attingeva militanti in tutto il proletariato rivoluzionario: socialisti, anarchici e co­munisti. Le Schiere nere invece anche nei momenti di mag­giore estensione contavano qualche centinaio di militanti in tutta la Germania ed erano tutti militanti anarcosindacalisti. Dato non trascurabile e molto interessante è che le Schwarze Scharen avevano le idee più chiare degli arditi del popolo, erano anarchici e antimilitaristi e nel loro programma non si limitavano soltanto a parlare di difesa armata an­tinazista. Cosa invece che tristemente accomuna i due movimenti è la velocità della loro scomparsa (2-3 anni di vita) e l’oblio nel quale la storia dei vincitori ha relegato due movimenti che con forza hanno saputo reagire alla violenza nazifascista. Interessante notare che nella Spagna del 1936 i militanti del­ le Schiere nere e degli arditi del popolo si sono trovati uniti, ancora una volta armi in pugno a combattere contro quel mostro chiamato fascismo. Concludo la mia breve prefazione a questo saggio di Bernardini ribadendo una convinzione che ci accomuna ov­vero che la storia non si compone solo di vittime e carnefici, ma anche di ideali, valori, progetti per i quali gli individui hanno combattuto. La storia deve uscire dai muri di costri­zione intellettuale e fisica delle accademie, deve trovare la forza di parlare dei militanti, degli attivisti che hanno cerca­to di determinare il loro futuro. La storia non può e non de­ ve essere solo quella dei vincitori, la nostra storia è quella delle Schiere nere, degli arditi del popolo e dei tanti piccoli o grandi gruppi che nel corso del Novecento ci hanno inse­gnato con la loro azione che anche in situazioni difficili sce­gliere di non delegare a nessuno l’immaginazione e la co­struzione di un futuro migliore è possibile. Mi piace pensare che quel ragazzo vestito di nero dal nome Eugen Benner, il 13 novembre del 1931 per le strade di Wuppertal dopo aver sparato e messo in fuga un nutrito gruppo di SA , rimase lì fermo in mezzo alla piazza con la sua pistola in pugno rivolta verso il cielo a pensare a quel mondo nuovo che abbiamo nei nostri cuori.

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Renato Souvarine, “Vita eroica e gloriosa di Paolo Schicchi”

Edito da: Giuseppe Grillo
Luogo di pubblicazione: Napoli
Anno: [1957]
Pagine: 208
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Da Parecchio tempo cercavo nel mio cervello un pensiero che fosse degno di Paolo Schicchi da mettere sul frontespizio. Rileggendo le Annate della sua rivista, i miei occhi si posero su queste linee scritte da Paolo Schicchi stesso su «L’Era Nuova» di novembre-dicembre del 1947 n° 11-12 a pag. 13: “Il vero combattente della Libertà e della Giustizia deve poter dire come Farinata degli Uberti nel Canto 10° dell’«Inferno» di Dante, mettendo però al posto della parola «Fiorenza» la parola «Idea».” Ora, se Paolo Schicchi, letterato consumato, che riveriva ed esaltava l’«Altissimo Poeta della rettitudine», si è permesso questa licenza poetica, è segno che si poteva fare…. Paolo Schicchi non faceva mai nessuna cosa se non n’ era documen­tatissimo. Certo egli possedeva degli esempi di licenze dei versi di Dante, come di altri grandi poeti. Quindi noi applichiamo questo pensiero a LUI stesso, perchè nessun altro pensiero gli si addice meglio di quello di Farinata degli Uberti, Grandissimo Combattente della Libertà e della Giustizia, cosi come Egli fu.

Nota dell’Archivio
– Renato Souvarine era lo pseudonimo di Renato Siglich.

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Corvisieri Silverio, “Il mago dei generali. Poteri occulti nella crisi del fascismo e della monarchia”

Edito da: Odradrek
Luogo di pubblicazione: Roma
Anno: 2001
Pagine: IV+263
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La perlustrazione di fondi archivistici finora poco noti ha stimolato, negli ultimi anni, una sempre più intensa ricerca sui retroscena della storia. Questo libro di Corvisieri, studioso-militante esperto di Resistenza e di movimenti contestatori, pur imboccando tale via evita di sconfinare nell’improbabile o nel dietrologico, e rievoca invece con singolare lucidità una vicenda finora mai affrontata, quella di Giuseppe Cambareri. Il tutto senza cedimenti di fronte al fascino dell’esoterico, ma anzi con una costante attenzione ai rapporti reali intercorsi tra fascismo, circoli massonici e monarchia prima e durante la seconda guerra mondiale. Calabrese, esponente di spicco della Fraternitas Rosacruciana Antiqua, amico dell’esoterista razzista tedesco Arnold Krumm-Heller, squadrista della prima ora, quindi emigrato in Brasile e, di ritorno in Italia, sempre vicino al fascismo, ma intenzionato a “rosacrocianizzarlo”, e poi ancora via via, secondo alcuni, agente della massoneria britannica dell’Arco Reale negli anni di guerra in funzione antifascista, intimo di Peron e fazendeiro brasiliano in strettissimi rapporti con Getulio Vargas, come pure con lo “stregone” argentino José Lopez Rega (leader dei locali squadroni della morte anticomunisti), Cambareri fu un uomo che, trovandosi ad agire durante l’occupazione tedesca a Roma in tempi di vuoto istituzionale, colse prontamente quell’occasione per crearsi una propria cerchia d’influenza e seppe poi conservarla, almeno in parte, a guerra conclusa. Leggendo la sua storia si comprende peraltro in che modo un personaggio come Gelli abbia in seguito potuto trovare, pur all’interno d’un sistema democratico come quello atlantico, gli spazi necessari per la propria attività di condizionamento della politica nazionale.


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Cerrito Gino, “Lo spirito pubblico a Messina dal 1860 al 1882”

Edito da: Archivio Storico Messinese
Luogo di pubblicazione: Messina
Anno: 1954, a. LIV, III Serie, Vol. V
Pagine: 42
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
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Nota dell’Archivio

– Testo fotografato

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García Héctor C., Olmeda Alfredo, “Aprendiendo a obedecer. Crítica del sistema de enseñanza”

Edito da: La neurosis o las barricadas editorial
Luogo di pubblicazione: Madrid
Anno: 2016, Seconda edizione
Pagine: 234
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
In questo lavoro vengono esaminati i punti che il movimento anarchico ha sempre considerato più rilevanti nell’analisi del sistema educativo come istituzione fondamentale nelle società attuali:

La vecchia tesi dei movimenti sociali secondo cui una maggiore istruzione aumenterebbe le possibilità di cambiamento sociale si è rivelata errata. Il progresso della scolarizzazione obbligatoria e la sua estensione a fasce d’età sempre più ampie non ha prodotto un maggiore desiderio di liberazione. Spesso ha avuto l’effetto contrario: coloro che escono dalle scuole hanno fatto proprio il discorso del Potere e sono diventati ferrei difensori dello status quo.

Quale ruolo ha avuto la scuola stessa in questo processo? Riprendendo tutta una tradizione critica e partendo, in particolare, dalle idee anarchiche, questo libro mette in evidenza il ruolo di riproduzione del sistema che svolge la scuola ufficiale, diventata un ulteriore strumento di dominio. L’opera analizza gli aspetti espliciti della scuola come trasmettitrice della cultura e delle idee del capitalismo, dei contenuti che vengono insegnati in modo dichiarato o le relazioni tra la progettazione scolastica e la struttura gerarchica della democrazia. Ma soprattutto quegli aspetti che rimangono più o meno nascosti come l’influenza della metodologia o della visione antropologica del sistema educativo nella missione che meglio svolge: imparare a obbedire.
Allo stesso tempo, gli autori offrono le chiavi di una visione libertaria dell’istruzione, mettendo in evidenza le caratteristiche generali delle ricche esperienze anarchiche in questo campo, ovvero nella ricerca di persone libere che contribuiscano a una società libera.

Nota dell’Archivio
– Libro in spagnolo

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“Insurrezione”, “Parafulmini e controfigure”

Edito da: Edizioni Anarchismo
Luogo di pubblicazione: Trieste
Anno: 2013, Terza edizione
Pagine: 96
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La critica sviluppata in queste pagine, ormai vecchia di più di trent’anni, resta sempre valida. Non perché, come la verità, può essere detta una volta per tutte, che di verità non si trattava e non si tratta, ma perché l’arte di non guardare in faccia nessuno rimane tutt’ora la sola valida in questa materia. Quando si tratta di che fare della propria vita le chiacchiere devono tacere, e queste parole, che il provveduto lettore forse leggerà qui per la prima volta, visto che degli antichi lettori – tranne sparute eccezioni – sembrerebbe non essere rimasta traccia alcuna, sono tutt’altro che chiacchiere. Hanno ferito e continuano a ferire, specialmente colpiscono come non mai l’ottusità di quel fare che chiama a testimonianza di sé proprio se stesso. Atroce accorgimento se mai ce ne furono.
Con buona salute.
Trieste, 21 ottobre 2011
Alfredo M. Bonanno

Note dell’Archivio
– Prima edizione: 1980
– Seconda edizione: 2001

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Azione Rivoluzionaria, “Contributi alla critica armata libertaria”

Edito da: Edizioni Anarchismo
Luogo di pubblicazione: Trieste
Anno: 2013,Terza edizione
Pagine: 144
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Che un’organizzazione armata rivoluzionaria sia strumento indispensabile della lotta contro l’oppressione è fuor di dubbio. Il problema si pone riguardo i limiti e le strutture che quest’organizzazione si deve dare nel proprio riconoscersi come mezzo e non come fine.

Per quanto possa sembrare strano è proprio qui il punto. L’esperienza di AR, di cui si discute a lungo in queste vecchie pagine, dimostra come un’organizzazione nata con intendimenti anarchici si sia, a poco a poco, involuta verso un’autoconsiderazione di se stessa come primo obiettivo da garantire e accrescere se non proprio da mantenere e salvaguardare a qualsiasi costo.
Dalle azioni, provviste al loro interno di senso e contenuto rivoluzionari, ci si indirizza – come il lettore spassionato può constatare da solo – verso un rimuginare teorico che non può condurre se non a un cautelarsi nella propria giustificazione a esistere.
Mai come oggi, mentre ci si avvia a una nuova stagione di lotte insurrezionali, questo problema, dell’organizzazione e del rischio di un autofagocitarsi senza ritegno, deve essere posto senza mezzi termini. La generalizzazione dello scontro non ammette livelli privilegiati ma non è nemmeno ciecamente consegnabile all’improvvisazione e al cieco spontaneismo.
Guardatevi attorno. Dallo scontro quotidiano bisognerà passare, prima o poi – meglio prima che poi – a un progetto insurrezionale più dettagliato e coerente, in grado di coinvolgere e non soltanto di dimostrare quanto siamo determinati.
Il nemico si sta preparando, e noi?
Trieste, 19 ottobre 2011
Alfredo M. Bonanno

Note dell’Archivio
– Prima edizione: 1980
– Seconda edizione: 2000

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Arlati Angelo, “La lingua dei Rom”

Edito da: A-Rivista Anarchica
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: Dicembre 2012 – Gennaio 2013
Pagine: 64
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
[…] Il romanés ha un’importanza fondamentale per ricostruire e comprendere la preistoria dei Rom e il loro itinerario dall’India all’Europa. Il russo Lev Tcherenkov chiama il romanés il filo di Arianna dei Rom perché è un segno lasciato nello spazio e nel tempo che mostra le tracce del loro cammino. Di più, il romanés è il gomitolo di Arianna, poiché ci permette di ricostruire l’essenza originaria della loro storia e cultura. Il romanés è la bibbia dei rom che come un libro scritto ci racconta le loro origini, le loro vicende, la loro organizzazione socio-economica, il loro credo religioso, la loro visione della vita. La lingua dei Rom parla, a patto però che si superi l’approccio tradizionale fondato sulla semplice analisi etimologico-comparativa (traendo facili conclusioni dalla presenza in sé sic et simpliciter di un termine indiano) e si sostituisca la visione indiano-centrica che ha caratterizzato finora la ziganologia (che fa “ruotare” i rom intorno all’India con continui improbabili paragoni con gli indiani) con la visione romano-centrica (mettendo al centro i Rom e facendo ruotare intorno a loro le analogie indiane, al pari di tutte le successive analogie sussidiarie e accidentali che sono venute dopo l’esodo in Medioriente e in Europa).[…]

Nota dell’Archivio: ///

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Accarino Nadia, “La rappresentazione del popolo rom nei mass media, tra pregiudizio e realtà. Un focus sui telegiornali”

Università degli studi Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione, 2017, 237 p.

Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La presente ricerca ha avuto come oggetto di indagine la rappresentazione del popolo rom nei mass media con un focus particolare sui telegiornali, ancora ritenuto principale mezzo di informazione. La prima fase dell’indagine è stata di studio e analisi dei principali riferimenti teorici, prima di tutto in ambito sociologico, sui concetti di “pregiudizio”, “stereotipo”, “paura dell’altro” analizzando, a seconda degli autori, la figura dello straniero, del deviante, dell’outsider. Avendo come oggetto di studio il popolo rom, si è cercato di descrivere in modo sintetico le sue origini, di ripercorrere alcuni momenti storici significativi, riportando la normativa di riferimento e i dati attuali sulla loro presenza e sulle condizioni di vita in Europa e in Italia. Avendo come oggetto d’indagine i mass media, sono state prese in esame alcune fra le principali teorie sul ruolo dei testi mediali e alcune fra le ricerche che hanno avuto come oggetto d’analisi l’immagine dell’altro, generalmente rappresentata dal migrante. Nella successiva fase di indagine, sono stati analizzati i contenuti e il linguaggio dell’informazione trasmessa dalle edizioni serali dei telegiornali di Rai1, Canale5, La7 e Sky per un periodo di sei mesi da Giugno a Novembre 2015. I dati sono stati raccolti in un Database personalmente elaborato, prendendo come modello la ricerca Gigantografie in nero realizzata da Marco Binotto, Marco Bruno e Valeria Lai nel 2012 sull’immigrazione. La ricerca si è posta alcuni obiettivi specifici. In primo luogo, si è tentato di verificare, attraverso l’analisi del contenuto dell’informazione giornalistica, la copertura informativa del tema oggetto di indagine e di individuare i principali ambiti in cui si affronta la “questione rom” nei servizi trasmessi. Si è cercato quindi di delineare le modalità di rappresentazione e il linguaggio utilizzato nelle notizie. È stato elaborato il Database costituito da schede di rilevazione in cui i testi mediali sono stati scomposti in unità di classificazione attraverso l’individuazione di categorie riferite ai contenuti e al linguaggio utilizzato nelle notizie. Una volta raccolti e analizzati i dati, si è tentato di confrontare il modo in cui i rom sono stati rappresentati nei media con i contenuti della deontologia giornalistica e con le linee guida per la realizzazione di un’informazione corretta e non discriminatoria. Se da una parte la ricerca ha tentato di mostrare, quindi, come i rom vengono presentati al pubblico dai media, d’altra parte ha inteso approfondire il tema oggetto d’indagine rilevando, attraverso le interviste qualitative, il punto di vista di alcune figure di riferimento, tra esperti, studiosi, membri e rappresentanti di associazioni e organizzazioni che conoscono e/o lavorano concretamente con le comunità rom. Con le interviste qualitative si è cercato di coinvolgere il più possibile i diversi attori interessati al tema oggetto della ricerca: Valerio Tursi, presidente di ARCI Solidarietà; Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’Associazione 21 Luglio; Paolo Ciani, responsabile dei servizi con i Rom e Sinti della Comunità di Sant’Egidio; Fulvia Motta, responsabile dei progetti per i rom e sinti della Caritas di Roma; Antonio Ardolino, esperto del mondo rom, fondatore e membro di diverse associazioni attive nel campo; Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante; Santino Spinelli, in arte Alexian, rom italiano, musicista, compositore, poeta, saggista, docente universitario; Alberto Baldazzi, giornalista e scrittore, direttore dell’Osservatorio Quotidiano dei TG. I contenuti delle interviste sono stati esaminati attraverso l’analisi tematica per poi accostare e comparare i principali in una sorta di “dialogo” tra i vari intervistati per ciascun argomento trattato. Alla luce di quanto emerso, si è tentato infine di formulare proposte per una rappresentazione più corretta dei rom, che vada oltre le post-verità divulgate dai mass media. Questi ultimi, troppo spesso, veicolando false notizie, contribuiscono al persistere di una percezione allarmistica della presenza dei rom in Italia e, di conseguenza, alla loro marginalizzazione. Una più corretta informazione, attenta a non scivolare in descrizioni stereotipate se non persino razzistiche, contribuirebbe a una maggiore integrazione dei rom nella società. Obiettivo che è necessario perseguire non soltanto per garantire ai rom il rispetto dei loro diritti, ma anche per rafforzare la coesione sociale in Italia.

Nota dell’Archivio: ///

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