Edito da: A-Rivista Anarchica Luogo di pubblicazione: Milano Anno: Dicembre 2012 – Gennaio 2013 Pagine: 64 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: […] Il romanés ha un’importanza fondamentale per ricostruire e comprendere la preistoria dei Rom e il loro itinerario dall’India all’Europa. Il russo Lev Tcherenkov chiama il romanés il filo di Arianna dei Rom perché è un segno lasciato nello spazio e nel tempo che mostra le tracce del loro cammino. Di più, il romanés è il gomitolo di Arianna, poiché ci permette di ricostruire l’essenza originaria della loro storia e cultura. Il romanés è la bibbia dei rom che come un libro scritto ci racconta le loro origini, le loro vicende, la loro organizzazione socio-economica, il loro credo religioso, la loro visione della vita. La lingua dei Rom parla, a patto però che si superi l’approccio tradizionale fondato sulla semplice analisi etimologico-comparativa (traendo facili conclusioni dalla presenza in sé sic et simpliciter di un termine indiano) e si sostituisca la visione indiano-centrica che ha caratterizzato finora la ziganologia (che fa “ruotare” i rom intorno all’India con continui improbabili paragoni con gli indiani) con la visione romano-centrica (mettendo al centro i Rom e facendo ruotare intorno a loro le analogie indiane, al pari di tutte le successive analogie sussidiarie e accidentali che sono venute dopo l’esodo in Medioriente e in Europa).[…]
Università degli studi Roma Tre, Dipartimento di Scienze della Formazione, 2017, 237 p.
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: La presente ricerca ha avuto come oggetto di indagine la rappresentazione del popolo rom nei mass media con un focus particolare sui telegiornali, ancora ritenuto principale mezzo di informazione. La prima fase dell’indagine è stata di studio e analisi dei principali riferimenti teorici, prima di tutto in ambito sociologico, sui concetti di “pregiudizio”, “stereotipo”, “paura dell’altro” analizzando, a seconda degli autori, la figura dello straniero, del deviante, dell’outsider. Avendo come oggetto di studio il popolo rom, si è cercato di descrivere in modo sintetico le sue origini, di ripercorrere alcuni momenti storici significativi, riportando la normativa di riferimento e i dati attuali sulla loro presenza e sulle condizioni di vita in Europa e in Italia. Avendo come oggetto d’indagine i mass media, sono state prese in esame alcune fra le principali teorie sul ruolo dei testi mediali e alcune fra le ricerche che hanno avuto come oggetto d’analisi l’immagine dell’altro, generalmente rappresentata dal migrante. Nella successiva fase di indagine, sono stati analizzati i contenuti e il linguaggio dell’informazione trasmessa dalle edizioni serali dei telegiornali di Rai1, Canale5, La7 e Sky per un periodo di sei mesi da Giugno a Novembre 2015. I dati sono stati raccolti in un Database personalmente elaborato, prendendo come modello la ricerca Gigantografie in nero realizzata da Marco Binotto, Marco Bruno e Valeria Lai nel 2012 sull’immigrazione. La ricerca si è posta alcuni obiettivi specifici. In primo luogo, si è tentato di verificare, attraverso l’analisi del contenuto dell’informazione giornalistica, la copertura informativa del tema oggetto di indagine e di individuare i principali ambiti in cui si affronta la “questione rom” nei servizi trasmessi. Si è cercato quindi di delineare le modalità di rappresentazione e il linguaggio utilizzato nelle notizie. È stato elaborato il Database costituito da schede di rilevazione in cui i testi mediali sono stati scomposti in unità di classificazione attraverso l’individuazione di categorie riferite ai contenuti e al linguaggio utilizzato nelle notizie. Una volta raccolti e analizzati i dati, si è tentato di confrontare il modo in cui i rom sono stati rappresentati nei media con i contenuti della deontologia giornalistica e con le linee guida per la realizzazione di un’informazione corretta e non discriminatoria. Se da una parte la ricerca ha tentato di mostrare, quindi, come i rom vengono presentati al pubblico dai media, d’altra parte ha inteso approfondire il tema oggetto d’indagine rilevando, attraverso le interviste qualitative, il punto di vista di alcune figure di riferimento, tra esperti, studiosi, membri e rappresentanti di associazioni e organizzazioni che conoscono e/o lavorano concretamente con le comunità rom. Con le interviste qualitative si è cercato di coinvolgere il più possibile i diversi attori interessati al tema oggetto della ricerca: Valerio Tursi, presidente di ARCI Solidarietà; Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’Associazione 21 Luglio; Paolo Ciani, responsabile dei servizi con i Rom e Sinti della Comunità di Sant’Egidio; Fulvia Motta, responsabile dei progetti per i rom e sinti della Caritas di Roma; Antonio Ardolino, esperto del mondo rom, fondatore e membro di diverse associazioni attive nel campo; Moni Ovadia, attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante; Santino Spinelli, in arte Alexian, rom italiano, musicista, compositore, poeta, saggista, docente universitario; Alberto Baldazzi, giornalista e scrittore, direttore dell’Osservatorio Quotidiano dei TG. I contenuti delle interviste sono stati esaminati attraverso l’analisi tematica per poi accostare e comparare i principali in una sorta di “dialogo” tra i vari intervistati per ciascun argomento trattato. Alla luce di quanto emerso, si è tentato infine di formulare proposte per una rappresentazione più corretta dei rom, che vada oltre le post-verità divulgate dai mass media. Questi ultimi, troppo spesso, veicolando false notizie, contribuiscono al persistere di una percezione allarmistica della presenza dei rom in Italia e, di conseguenza, alla loro marginalizzazione. Una più corretta informazione, attenta a non scivolare in descrizioni stereotipate se non persino razzistiche, contribuirebbe a una maggiore integrazione dei rom nella società. Obiettivo che è necessario perseguire non soltanto per garantire ai rom il rispetto dei loro diritti, ma anche per rafforzare la coesione sociale in Italia.
Edito da: Edizioni Ca’ Foscari Luogo di pubblicazione: Venezia Anno: 2016 Pagine: 132 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: Il volume mette in luce il sistema di disuguaglianze combinate che attanaglia i Rom in tutti gli ambiti della vita sociale, le sue radici storiche, il suo legame con la struttura delle disuguaglianze propria della società capitalistica. Il volume evidenzia e critica, inoltre, l’etnicizzazione della ‘questione Rom’, che se in passato si fondava sul determinismo genetico, si basa oggi sul determinismo culturale. Attraverso incessanti campagne istituzionali e mediatiche, la responsabilità del processo di marginalizzazione di cui i Rom sono rimasti vittime viene scaricata su di loro. E insieme con loro vengono criminalizzate sia le popolazioni dell’Europa dell’Est, sia la povertà che il neoliberismo e la crisi hanno accentuato anche in Europa.
Edito da: Sensibili alle foglie Luogo di pubblicazione: Roma Anno: 2010 Pagine: 104 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: Cenerentole del 2000… sono le Chejà Celen, ragazze che accudiscono le baracche e i fratellini, chiedono l’elemosina, girano per “cassonetti”, che si trasformano da bambine in principesse di un popolo senza terra. Splendide ballerine acclamate dal pubblico, come Cenerentola perdono le scarpe durante le loro danze perché a loro piace ballare a piedi nudi quando si scaldano sul palco… Alla fine dello spettacolo, come nella favola, tornano nel loro campo “ognuna a rincorrere i suoi guai”, senza neanche la speranza di un principe nella vita che le vada a salvare… Questo libro racconta le loro storie, al ritmo delle canzoni di Vasco Rossi, e illustra, attraverso lo sguardo di Tano D’Amico, momenti delle loro esperienze. Con le parole dell’autrice: “Il mondo che vorrei è un mondo dove non esistono persone costrette a vivere in un campo Rom senza documenti e senza diritti. Vorrei un mondo dove non si possa solo perdere… e alla fine non si perde neanche più”.
Edito da: Dropout / Opera Nomadi Luogo di pubblicazione: Milano Anno: Pagine: /// File: ISO + PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: quale differenza c’è tra un gajè e un rom? la stessa che corre tra l’orologio e il tempo: il primo segna i secondi, i minuti, le ore: e tu già sai che dopo le sei verranno o le sette, poi le sette e mezza, e poi le otto…il secondo è il sole e la pioggia, il vento e la neve…e tu non sai mai quello che sarà.
Edito da: /// Luogo di pubblicazione: /// Anno: Probabilmente metà anni ’10 del Duemila Pagine: 44 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Il 6 dicembre 2011 a Torino una sedicenne ha denunciato di essere stata stuprata da due “zingari”. Durante una manifestazione di solidarietà alla ragazza, una cinquantina di persone, bardate per non farsi riconoscere e armate di spranghe e bombe carta, si sono staccate dal corteo e hanno dato vita ad un inferno, bruciando e distruggendo un campo rom nei pressi della cascina Continassa. Alcune testimonianze riportano che il gruppo di aggressori abbia inoltre ostacolato l’intervento dei Vigili del Fuoco, al grido “lasciateli bruciare”. La ragazza, alla luce di quanto la sua dichiarazione avesse provocato, ha smentito la violenza subita, spiegando che la sua prima dichiarazione era stata inventata per nascondere ai genitori un rapporto avuto con il fidanzato. Tralasciando l’ingenuità della sedicenne, è allarmante vedere come il gruppo di violenti abbia attaccato il campo, bruciando la dignità delle persone che vi abitavano e mettendone la vita in pericolo, per criminalizzare un’intera comunità delle colpe, vere o false che fossero, di due singoli individui. Purtroppo gli “zingari” sono quotidianamente vittime di discriminazione, in primo luogo da parte di personaggi politici che spesso basano la propria propaganda elettorale sulla “piaga zingara” e in secondo dalle dicerie e il disgusto della gente. Etichettati come ladri, stupratori, sporchi e rapitori di bambini troppo spesso queste persone vengono additati dall’ignoranza comune come capro espiatorio dei mali della nostra società. Il presente scritto, lungi dal voler rappresentare ogni possibile situazione, ha l’obiettivo di mettere in evidenza alcune constatazioni, alcuni fenomeni, sistematicamente ignorati dal dibattito pubblico che, costantemente, tende a trasformare punti di problematicità profondi in luoghi comuni, lasciando che questi siano poi ripresi in chiave demagogica come “valvole di sfogo” adatte ad attivare una guerra tra poveri e una mera propaganda nazionalista.
Edito da: Fondazione Roberto Franceschi Onlus Luogo di pubblicazione: Milano Anno: Marzo 2003 Pagine: 182 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: Giorno della memoria, 27 gennaio 2002: gli studenti affollano l’Aula Magna del Liceo Classico C. Beccaria di Milano e ascoltano le relazioni degli oratori. Alcuni liceali vengono a sapere, per la prima volta, che mezzo milione di zingari è morto nelle camere a gas: uno sterminio dimenticato, insieme a quello degli omosessuali e dei Testimoni di Geova. Perché gli zingari nei lager? E, al di là dei luoghi comuni, chi sono esattamente gli zingari? Viene organizzata una serie di incontri e dal materiale raccolto nei seminari nasce l’idea del libro, i cui autori “morali” e materiali (ma non unici) sono quattro studenti del suddetto liceo. Supportato dalla “curiosità”, dalle conoscenze progressivamente acquisite e dalla conseguente indignazione morale degli studenti, il libro vuole assolvere nel contempo al dovere dell’informazione e della denuncia. Ai margini del mondo, pur essendo ovunque:le popolazioni dei rom e dei sinti da sempre perseguitate, emarginate, prive di diritti sono il soggetto di questo libro. Dalla conoscenza all’etica della responsabilità, alla pratica dei diritti per il popolo maltrattato: con ciò i percorsi della Fondazione Roberto Franceschi e dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia si sono incrociati, stringendo un sodalizio il cui centro riguarda la cittadinanza, il riconoscimento dei diritti universali e la denuncia delle pesanti responsabilità storiche che l’Europa, e non solo, ha verso il popolo dei Roma. Le iniziative della Fondazione Roberto Franceschi, volte alla democratizzazione e alla condivisione delle conoscenze fra le giovani generazioni, trovano un corrispettivo nelle iniziative didattiche messe in atto dall’Insmli, finalizzate all’acquisizione di una sicura sensibilità democratica e ad una memoria storica al servizio di un futuro più libero: l’obiettivo prioritario consiste nella maturazione dell’impegno morale e nella partecipazione propositiva alla vita sociale e civile. Gli ideali infatti dei militanti del movimento resistenziale sono presenti tuttora nella pratica dell’Istituto, le cui ricerche sul fascismo e l’antifascismo risultano prioritarie ma non escludenti l’interesse per l’intera storia del novecento. In questo contesto è parso utile occuparsi di un popolo fra i più oppressi nella storia, vittima del regime fascista e nazista. Il libro vuole essere un contributo per la realizzazione di tali ideali. Isabella D’Isola, Istituto Nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia – Lydia Franceschi, Fondazione Roberto Franceschi
Edito da:Shake Edizioni Luogo di pubblicazione: Milano Anno: 1993 Pagine: 233 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: A più di quarantanni dalla morte, il pensiero di Malcolm X rappresenta un crocevia obbligato, in cui si rispecchiano i problemi relativi all’identità, alle radici del razzismo e, soprattutto, le vie per un possibile riscatto. Oggi il richiamo alla sua figura viene fatto con sempre maggiore puntualità dalla rigogliosa nuova scena intellettuale afroamericana (dal cinema, alla letteratura, per arrivare alla cultura hip-hop), mentre i suoi testi vengono studiati come paradigmatici di una situazione che non ha ancora trovato adeguata soluzione. “Con ogni mezzo necessario”, raccolta di testi e scritti del suo ultimo anno di vita, permette di comprendere appieno il tragitto teorico ed esistenziale che lo condusse ad abbandonare la Nation of Islam e con essa la precettistica musulmana, per approdare finalmente a un approccio politico dalle forti tinte d’impegno sociale. Con saggi introduttivi di Steve Clark e Ferruccio Gambino. Note dell’Archivio – Traduzione del libro “By Any Means Necessary”, Pathfinder Press, 1970 – La prima traduzione in italiano è “Con ogni mezzo : discorsi e interviste”, Einaudi, Torino, 1973 – Il libro contiene le seguenti dichiarazioni e interviste: — Intervista con A. B. Spellman (New York, 19 marzo 1964) — Dibattito al militant labor forum (New York, 8 aprile 1964) — Discorsi al raduno per la fondazione dell’OAAU (New York, 28 giugno 1964) — Harlem e le macchine politiche (New York, 4 luglio 1964) — Il secondo raduno dell’Organizzazione per l’unità afro-americana (New York, 5 luglio 1964) — Una lettera da Il Cairo (Cairo, 29 agosto 1964) — Una conferenza a Parigi (Parigi, 23 novembre 1964) — Dibattito sulle uccisioni nel Congo (New York, 28 novembre 1964) — Il raduno per il ritorno di Malcolm X (New York, 29 novembre 1964) — Intervista con la Young Socialist Alliance (New York, 18 gennaio 1965) — Sul divieto di entrare in Francia (Londra, 9 febbraio 1965) — Brevi dichiarazioni (1964-1965)
Edito da: Editziones de su Arkiviu-Bibrioteka “T. Serra” Luogo di pubblicazione: Guasila Anno: 1992 Pagine: 181 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: La classe politica sarda è in piccolo lo specchio fedele di quella italiana in generale, e di quest’ultima riflette tutte le aberrazioni. Essa è parte integrante del sistema di dominio colonialista vigente nell’isola, dove il privilegio ed il clientelismo si sposano con l’impunità di cui gode chi comanda, e l’irresponsabilità dei responsabili con l’inamovibilità dei potenti. Non c’è misfatto о fallimento, о tangentopoli che allontani i politici sardi, al pari di quelli continentali, dal comando; solo la morte li può staccare dalle loro comode poltrone. Per chi ha conservato un minimo di dignità, vedere le facce che siedono in Parlamento, alla Regione, ai comuni, insomma di chi governa – ciò acca de quotidianamente – equivale ogni volta a ricevere uno sputo in faccia. Questo sistema di dominio ha contagiato e corrotto in profondità tutta la società, portandola allo sfascio. Vi è una tendenza generale verso il posto garantito, la fuga da ogni responsabilità, il parassitismo, la caccia al privilegio, le feroci spinte corporativiste e de-solidarizzanti, il servilismo (quasi) generalizzato, che riproducono nella struttura sociale quanto avviene in alto loco. Anche le aspirazioni di modesti ceti delle classi subalterne rispecchiano microscopicamente spesso l’arrogante pretesa di inamovibilità, irresponsabilità, impunità della classe dirigente; basta vedere quanto avviene nel pubblico impiego. Questi fenomeni sono l’entroterra del consenso dato alle istituzioni dove la regola è il ribadire la dipendenza, la subalternità verso chi comanda. Quando i lavoratori, scesi in piazza о in sciopero, si trincerano dietro frasi apparentemente grintose del tipo: “È lo Stato che deve provvedere”, “Ci pensino loro”, in realtà esprimono autospossessamento della propria forza, rinuncia ad intervenire, a dai- corso ad una qualsiasi azione diretta, a contare in sostanza qualcosa. Come nel caso dei minatori di Iglesias e degli operai di Portovesme, oppure della Jason di Olbia, che alle solite rivendicazioni per il mantenimento del posto di lavoro accoppiano iniziative di solidarietà verso quanto va promuovendo lo Stato (vedi le iniziative prese nel corso dei sequestri Diliberto e Kassam, ad esempio). In questi casi, invece di attaccare, confermano e perpetuano la delega in bianco, l’arbitrio di chi comanda e decide. In Sardegna, come accade dappertutto del resto, una buona parte della gente, giovani compresi, sta piegata ed accetta le regole del gioco; lavora e percepisce il sussidio di disoccupazione, studia, ubbidisce. C’è però – come sempre – un resto, uno scarto più о meno consistente: chi non ci sta, non vuole, non ci riesce. Una parte, certo, ma pericolosa per il potere, non perché numericamente cospicua, quanto invece perché manifesta, a volte anonimamente altre volte no, comunque direttamente, la propria opposizione, com’è avvenuto durante tutto il corso dell’operazione colonialista politico militare “Forza Paris”, attuata dall’esercito mandato dal ministro Andò. La propaganda di regime, assieme ai tzerakus dei vari partiti politici compresi quelli “indipendentisti” – che sarebbe più onesto qualificare come collaborazionisti – mosche cocchiere del potere coloniale, hanno cercato in tutti i modi di sminuire о meglio di cancellare le forme di opposizione espresse contro l’invasione dell’esercito, sostenendo che si trattava di pochi casi isolati rispetto alla totalità della popolazione. In cambio di questo loro servizio, profumatamente pagato dallo Stato italiano (vedi gli stipendi che si prendono), hanno, da veri infami quali sono, mirato a ridurre la cultura sarda, per la gioia dei turisti e dei colonizzatori in divisa. Gli attacchi compiuti contro l’esercito sono stati una risposta a quanti con la loro infame azione di sostegno al colonialismo, vanno lavorando alla disgregazione delle comunità sarde, creando con la penetrazione della droga e dei “valori” del consumismo mass-mediativo, le condizioni di una emarginazione, di una esclusione volta a cancellare l’identità etnica del popolo sardo. L’azione violenta espressa dagli anonimi autori di questi fatti, è stata di natura essenzialmente sociale, di rifiuto radicale della politica, in quanto ha espresso il rifiuto di chi si sente rifiutato, la negazione di chi si sente negato e in sostanza si è rotto i coglioni di subire tutto passivamente. Il centinaio di attacchi о “attentati” compiuti contro gli amministratori lo cali dell’isola in questi ultimi anni, sono una risposta a quanti vanno tradendo le aspettative e la Questione sarda, avendo fatto del tradimento, dell’opportunismo, del trasformismo la loro regola di vita. La cosa che fa più paura a questi signori è che i giovani prendano esempio da questi fatti e si sentano sempre più giustificati nel mettere in gioco la propria vita tranquilla, tramutandosi in reali nemici del colonialismo e non complici di un sistema che in guanti bianchi va uccidendoli. Il fatto positivo è che, nonostante la pesantissima situazione di repressione e di controllo “manu militari” che si mira ad istituire, nell’isola c’è chi ancora è disposto a rischiare la propria vita per liberarsi, e lo fa con i mezzi che ritiene più opportuni, attaccando il potere più che docilmente soggiacervi. Non dimentichiamo neppure che, dietro le quinte dello spettacolo di con senso all’operazione “Forza Paris” mandato in onda dai mass-media nazionali e locali, soprattutto nelle Barbagie si sono compiute vendette postume su ex-detenuti, che pur non rappresentando un reale pericolo sono stati ricacciati in cella, grazie a quel super-decretone “anti-mafia” dei famigerati Scotti-Martelli. Ed è solo per la mobilitazione della popolazione di quei luoghi che sono stati quasi subito di nuovo liberati. Inutile dire che in un “paese” com’è l’Italia quando si inaspriscono le pene, si limitano le libertà, trattasi di misure propagandistiche e spettacolari, poste in essere da un sistema che mira a risolvere la situazione critica col proclamare nelle zone considerate calde lo “stato di guerra”, proponendo lo sterminio di chi si oppone come la giusta soluzione del problema. Si pro cede così, con l’intimidazione, a creare il giusto clima di paura e di sospetto generalizzato che induce con premi ed altre regalie, alle collaborazioni e alle delazioni contro chi non ci sta. La parola d’ordine della “difesa dello Stato democratico” è un ottimo paravento per la classe dirigente, che in questo modo conserva e rafforza il suo potere, confermando l’imperitura sua inamovibilità e la sua impunità. L’anti-Stato non è la criminalità organizzata, come si vuole far credere, ma chi lotta contro il potere tanto legale (Stato), tanto illegale (Mafia, Camorra, ecc.), senza farsi portatore di alcun progetto di consenso da darsi a questo sistema. Da che parte stare, l’ha senza opportunismi e demagogici discorsi politici indicato, con l’azione, proprio chi ha attaccato questa estate in Sardegna l’esercito italiano.
Edito da: Lavoratori Industriali del Mondo I.W.W. Luogo di pubblicazione: New York Anno: 1925 Pagine: 220 File: PDF Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi: “L’ora di Maramaldo” è una raccolta di scritti di Virgilia d’Andrea pubblicata a Parigi nel 1925, durante il suo esilio francese. Introvabile in Italia, è un’opera di alto valore politico e letterario che restituisce mirabilmente l’atmosfera del decennio che stava incubando le terribili tragedie del secolo breve. Le parole di Virgilia d’Andrea conservano oggi, purtroppo, tutta la loro attualità e sono un forte monito in difesa dei diritti politici e civili, in nome di Giacomo Matteotti, di Sacco e Vanzetti, e di tutti coloro che si sono sacrificati per un ideale di libertà. “Vanno, quindi, queste mie voci di angoscia, nel momento in cui spiccano il volo, a congiungersi con tutto l’infinito, universale dolore dei popoli oppressi. Diranno esse qualcosa di rovente e di umiliante a coloro che disonorano gli uomini di tutto il mondo? Apporteranno esse un contributo di aiuto e di forza ad una sacra e nobile opera di redenzione e di liberazione? Riusciranno a non restar soffocate entro questa immensa ed assordante fucina che è la delirante e disordinata società presente? Io non so… io non posso sapere. Ma se qualcuno dei nemici della nostra idea troverà fra queste pagine un lampo di luce, se qualcuno dei tanti e tanti miei compagni rinchiusi nelle prigioni, o smarriti, dispersi, o sepolti nei più duri luoghi di fatica e di privazioni, vi troverà un motivo di resistenza e di conforto, io mi sentirò largamente ricompensata del lavoro compiuto.” Virgilia d’Andrea, Parigi, 1925 Nota dell’Archivio – Il testo scansionato dalla Biblioteca Libertaria Armando Borghi “contiene una dedica manoscritta – datata “Parigi, 2 luglio 1925” – dell’autrice ad Armando Borghi, seguita da una breve dichiarazione di accettazione dello stesso Borghi.” – Fabrizio Maramaldo fu un mercenario che, secondo una certa storiografia, uccise crudelmente il condottiero avversario Francesco Ferrucci, già gravemente ferito, nel 1530. Il suo nome divenne così, nei secoli successivi, un sostantivo per indicare un uomo malvagio, spavaldo e prepotente soprattutto con i deboli, gli indifesi, gli sconfitti. Il Maramaldo a cui si riferisce D’Andrea è Mussolini. Link Download