(a cura di) Di Noia Luigi, “La condizione dei Rom in Italia”

Edito da: Edizioni Ca’ Foscari
Luogo di pubblicazione: Venezia
Anno: 2016
Pagine: 132
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Il volume mette in luce il sistema di disuguaglianze combinate che attanaglia i Rom in tutti gli ambiti della vita sociale, le sue radici storiche, il suo legame con la struttura delle disuguaglianze propria della società capitalistica. Il volume evidenzia e critica, inoltre, l’etnicizzazione della ‘questione Rom’, che se in passato si fondava sul determinismo genetico, si basa oggi sul determinismo culturale. Attraverso incessanti campagne istituzionali e mediatiche, la responsabilità del processo di marginalizzazione di cui i Rom sono rimasti vittime viene scaricata su di loro. E insieme con loro vengono criminalizzate sia le popolazioni dell’Europa dell’Est, sia la povertà che il neoliberismo e la crisi hanno accentuato anche in Europa.

Nota dell’Archivio: ///

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Mancini Vania, “Zingare spericolate”

Edito da: Sensibili alle foglie
Luogo di pubblicazione: Roma
Anno: 2010
Pagine: 104
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Cenerentole del 2000… sono le Chejà Celen, ragazze che accudiscono le baracche e i fratellini, chiedono l’elemosina, girano per “cassonetti”, che si trasformano da bambine in principesse di un popolo senza terra. Splendide ballerine acclamate dal pubblico, come Cenerentola perdono le scarpe durante le loro danze perché a loro piace ballare a piedi nudi quando si scaldano sul palco… Alla fine dello spettacolo, come nella favola, tornano nel loro campo “ognuna a rincorrere i suoi guai”, senza neanche la speranza di un principe nella vita che le vada a salvare… Questo libro racconta le loro storie, al ritmo delle canzoni di Vasco Rossi, e illustra, attraverso lo sguardo di Tano D’Amico, momenti delle loro esperienze. Con le parole dell’autrice: “Il mondo che vorrei è un mondo dove non esistono persone costrette a vivere in un campo Rom senza documenti e senza diritti. Vorrei un mondo dove non si possa solo perdere… e alla fine non si perde neanche più”.

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Rom e Sinti a Milano, e non solo

Edito da: Dropout / Opera Nomadi
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno:
Pagine: ///
File: ISO + PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
quale differenza c’è tra un gajè e un rom? la stessa che corre tra l’orologio e il tempo: il primo segna i secondi, i minuti, le ore: e tu già sai che dopo le sei verranno o le sette, poi le sette e mezza, e poi le otto…il secondo è il sole e la pioggia, il vento e la neve…e tu non sai mai quello che sarà.

Nota dell’Archivio: ///

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Video (formato ISO)
Opuscolo

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Zingari. Storia di un popolo discriminato

Edito da: ///
Luogo di pubblicazione: ///
Anno: Probabilmente metà anni ’10 del Duemila
Pagine: 44
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

Il 6 dicembre 2011 a Torino una sedicenne ha denunciato di essere stata stuprata da due “zingari”. Durante una manifestazione di solidarietà alla ragazza, una cinquantina di persone, bardate per non farsi riconoscere e armate di spranghe e bombe carta, si sono staccate dal corteo e hanno dato vita ad un inferno, bruciando e distruggendo un campo rom nei pressi della cascina Continassa. Alcune testimonianze riportano che il gruppo di aggressori abbia inoltre ostacolato l’intervento dei Vigili del Fuoco, al grido “lasciateli bruciare”. La ragazza, alla luce di quanto la sua dichiarazione avesse provocato, ha smentito la violenza subita, spiegando che la sua prima dichiarazione era stata inventata per nascondere ai genitori un rapporto avuto con il fidanzato. Tralasciando l’ingenuità della sedicenne, è allarmante vedere come il gruppo di violenti abbia attaccato il campo, bruciando la dignità delle persone che vi abitavano e mettendone la vita in pericolo, per criminalizzare un’intera comunità delle colpe, vere o false che fossero, di due singoli individui. Purtroppo gli “zingari” sono quotidianamente vittime di discriminazione, in primo luogo da parte di personaggi politici che spesso basano la propria propaganda elettorale sulla “piaga zingara” e in secondo dalle dicerie e il disgusto della gente. Etichettati come ladri, stupratori, sporchi e rapitori di bambini troppo spesso queste persone vengono additati dall’ignoranza comune come capro espiatorio dei mali della nostra società. Il presente scritto, lungi dal voler rappresentare ogni possibile situazione, ha l’obiettivo di mettere in evidenza alcune constatazioni, alcuni fenomeni, sistematicamente ignorati dal dibattito pubblico che, costantemente, tende a trasformare punti di problematicità profondi in luoghi comuni, lasciando che questi siano poi ripresi in chiave demagogica come “valvole di sfogo” adatte ad attivare una guerra tra poveri e una mera propaganda nazionalista.

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Alla periferia del mondo. Il popolo dei rom e dei sinti escluso dalla storia

Edito da: Fondazione Roberto Franceschi Onlus
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: Marzo 2003
Pagine: 182
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Giorno della memoria, 27 gennaio 2002: gli studenti affollano l’Aula Magna del Liceo Classico C. Beccaria di Milano e ascoltano le relazioni degli oratori. Alcuni liceali vengono a sapere, per la prima volta, che mezzo milione di zingari è morto nelle camere a gas: uno sterminio dimenticato, insieme a quello degli omosessuali e dei Testimoni di Geova. Perché gli zingari nei lager? E, al di là dei luoghi comuni, chi sono esattamente gli zingari? Viene organizzata una serie di incontri e dal materiale raccolto nei seminari nasce l’idea del libro, i cui autori “morali” e materiali (ma non unici) sono quattro studenti del suddetto liceo. Supportato dalla “curiosità”, dalle conoscenze progressivamente acquisite e dalla conseguente indignazione morale degli studenti, il libro vuole assolvere nel contempo al dovere dell’informazione e della denuncia. Ai margini del mondo, pur essendo ovunque:le popolazioni dei rom e dei sinti da sempre perseguitate, emarginate, prive di diritti sono il soggetto di questo libro.
Dalla conoscenza all’etica della responsabilità, alla pratica dei diritti per il popolo maltrattato: con ciò i percorsi della Fondazione Roberto Franceschi e dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia si sono incrociati, stringendo un sodalizio il cui centro riguarda la cittadinanza, il riconoscimento dei diritti universali e la denuncia delle pesanti responsabilità storiche che l’Europa, e non solo, ha verso il popolo dei Roma. Le iniziative della Fondazione Roberto Franceschi, volte alla democratizzazione e alla condivisione delle conoscenze fra le giovani generazioni, trovano un corrispettivo nelle iniziative didattiche messe in atto dall’Insmli, finalizzate all’acquisizione di una sicura sensibilità democratica e ad una memoria storica al servizio di un futuro più libero: l’obiettivo prioritario consiste nella maturazione dell’impegno morale e nella partecipazione propositiva alla vita sociale e civile. Gli ideali infatti dei militanti del movimento resistenziale sono presenti tuttora nella pratica dell’Istituto, le cui ricerche sul fascismo e l’antifascismo risultano prioritarie ma non escludenti l’interesse per l’intera storia del novecento. In questo contesto è parso utile occuparsi di un popolo fra i più oppressi nella storia, vittima del regime fascista e nazista. Il libro vuole essere un contributo per la realizzazione di tali ideali.
Isabella D’Isola, Istituto Nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia – Lydia Franceschi, Fondazione Roberto Franceschi

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Malcolm X, “Con ogni mezzo necessario”

Edito da:Shake Edizioni
Luogo di pubblicazione: Milano
Anno: 1993
Pagine: 233
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
A più di quarantanni dalla morte, il pensiero di Malcolm X rappresenta un crocevia obbligato, in cui si rispecchiano i problemi relativi all’identità, alle radici del razzismo e, soprattutto, le vie per un possibile riscatto. Oggi il richiamo alla sua figura viene fatto con sempre maggiore puntualità dalla rigogliosa nuova scena intellettuale afroamericana (dal cinema, alla letteratura, per arrivare alla cultura hip-hop), mentre i suoi testi vengono studiati come paradigmatici di una situazione che non ha ancora trovato adeguata soluzione. “Con ogni mezzo necessario”, raccolta di testi e scritti del suo ultimo anno di vita, permette di comprendere appieno il tragitto teorico ed esistenziale che lo condusse ad abbandonare la Nation of Islam e con essa la precettistica musulmana, per approdare finalmente a un approccio politico dalle forti tinte d’impegno sociale. Con saggi introduttivi di Steve Clark e Ferruccio Gambino.

Note dell’Archivio

– Traduzione del libro “By Any Means Necessary”, Pathfinder Press, 1970
– La prima traduzione in italiano è “Con ogni mezzo : discorsi e interviste”, Einaudi, Torino, 1973
– Il libro contiene le seguenti dichiarazioni e interviste:
— Intervista con A. B. Spellman (New York, 19 marzo 1964)
— Dibattito al militant labor forum (New York, 8 aprile 1964)
— Discorsi al raduno per la fondazione dell’OAAU (New York, 28 giugno 1964)
— Harlem e le macchine politiche (New York, 4 luglio 1964)
— Il secondo raduno dell’Organizzazione per l’unità afro-americana (New York, 5 luglio 1964)
— Una lettera da Il Cairo (Cairo, 29 agosto 1964)
— Una conferenza a Parigi (Parigi, 23 novembre 1964)
— Dibattito sulle uccisioni nel Congo (New York, 28 novembre 1964)
— Il raduno per il ritorno di Malcolm X (New York, 29 novembre 1964)
— Intervista con la Young Socialist Alliance (New York, 18 gennaio 1965)
— Sul divieto di entrare in Francia (Londra, 9 febbraio 1965)
— Brevi dichiarazioni (1964-1965)

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Fraria, “Forza Paris. Fallimento di un’operazione coloniale. Dossier Sardegna. Il conflitto nascosto”

Edito da: Editziones de su Arkiviu-Bibrioteka “T. Serra”
Luogo di pubblicazione: Guasila
Anno: 1992
Pagine: 181
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
La classe politica sarda è in piccolo lo specchio fedele di quella italiana in generale, e di quest’ultima riflette tutte le aberrazioni. Essa è parte integrante del sistema di dominio colonialista vigente nell’isola, dove il privilegio ed il clientelismo si sposano con l’impunità di cui gode chi comanda, e l’irresponsabilità dei responsabili con l’inamovibilità dei potenti. Non c’è misfatto о fallimento, о tangentopoli che allontani i politici sardi, al pari di quelli continentali, dal comando; solo la morte li può staccare dalle loro comode poltrone. Per chi ha conservato un minimo di dignità, vedere le facce che siedono in Parlamento, alla Regione, ai comuni, insomma di chi governa – ciò acca­ de quotidianamente – equivale ogni volta a ricevere uno sputo in faccia. Questo sistema di dominio ha contagiato e corrotto in profondità tutta la società, portandola allo sfascio. Vi è una tendenza generale verso il posto garantito, la fuga da ogni responsabilità, il parassitismo, la caccia al privile­gio, le feroci spinte corporativiste e de-solidarizzanti, il servilismo (quasi) generalizzato, che riproducono nella struttura sociale quanto avviene in alto loco. Anche le aspirazioni di modesti ceti delle classi subalterne rispec­chiano microscopicamente spesso l’arrogante pretesa di inamovibilità, irresponsabilità, impunità della classe dirigente; basta vedere quanto avviene nel pubblico impiego. Questi fenomeni sono l’entroterra del consenso dato alle istituzioni dove la regola è il ribadire la dipendenza, la subalternità verso chi comanda. Quando i lavoratori, scesi in piazza о in sciopero, si trincerano dietro frasi apparentemente grintose del tipo: “È lo Stato che deve provvedere”, “Ci pensino loro”, in realtà esprimono autospossessamento della propria forza, rinuncia ad intervenire, a dai- corso ad una qualsiasi azione diretta, a contare in sostanza qualcosa. Come nel caso dei minatori di Iglesias e degli operai di Portovesme, oppure della Jason di Olbia, che alle solite rivendica­zioni per il mantenimento del posto di lavoro accoppiano iniziative di soli­darietà verso quanto va promuovendo lo Stato (vedi le iniziative prese nel corso dei sequestri Diliberto e Kassam, ad esempio). In questi casi, invece di attaccare, confermano e perpetuano la delega in bianco, l’arbitrio di chi comanda e decide. In Sardegna, come accade dappertutto del resto, una buona parte della gente, giovani compresi, sta piegata ed accetta le regole del gioco; lavora e percepisce il sussidio di disoccupazione, studia, ubbidisce. C’è però – come sempre – un resto, uno scarto più о meno consistente: chi non ci sta, non vuole, non ci riesce. Una parte, certo, ma pericolosa per il potere, non per­ché numericamente cospicua, quanto invece perché manifesta, a volte ano­nimamente altre volte no, comunque direttamente, la propria opposizione, com’è avvenuto durante tutto il corso dell’operazione colonialista politico­ militare “Forza Paris”, attuata dall’esercito mandato dal ministro Andò. La propaganda di regime, assieme ai tzerakus dei vari partiti politici compresi quelli “indipendentisti” – che sarebbe più onesto qualificare come collaborazionisti – mosche cocchiere del potere coloniale, hanno cercato in tutti i modi di sminuire о meglio di cancellare le forme di opposizione espresse contro l’invasione dell’esercito, sostenendo che si trattava di pochi casi isolati rispetto alla totalità della popolazione. In cambio di questo loro servizio, profumatamente pagato dallo Stato italiano (vedi gli stipendi che si prendono), hanno, da veri infami quali sono, mirato a ridurre la cultura sarda, per la gioia dei turisti e dei colonizzatori in divisa. Gli attacchi compiuti contro l’esercito sono stati una risposta a quanti con la loro infame azione di sostegno al colonialismo, vanno lavorando alla di­sgregazione delle comunità sarde, creando con la penetrazione della droga e dei “valori” del consumismo mass-mediativo, le condizioni di una emargi­nazione, di una esclusione volta a cancellare l’identità etnica del popolo sardo. L’azione violenta espressa dagli anonimi autori di questi fatti, è stata di natura essenzialmente sociale, di rifiuto radicale della politica, in quanto ha espresso il rifiuto di chi si sente rifiutato, la negazione di chi si sente negato e in sostanza si è rotto i coglioni di subire tutto passivamente. Il centinaio di attacchi о “attentati” compiuti contro gli amministratori lo­ cali dell’isola in questi ultimi anni, sono una risposta a quanti vanno traden­do le aspettative e la Questione sarda, avendo fatto del tradimento, dell’op­portunismo, del trasformismo la loro regola di vita. La cosa che fa più paura a questi signori è che i giovani prendano esempio da questi fatti e si sentano sempre più giustificati nel mettere in gioco la propria vita tranquilla, tramu­tandosi in reali nemici del colonialismo e non complici di un sistema che in guanti bianchi va uccidendoli. Il fatto positivo è che, nonostante la pesantissima situazione di repres­sione e di controllo “manu militari” che si mira ad istituire, nell’isola c’è chi ancora è disposto a rischiare la propria vita per liberarsi, e lo fa con i mezzi che ritiene più opportuni, attaccando il potere più che docilmente soggiace­rvi. Non dimentichiamo neppure che, dietro le quinte dello spettacolo di con­ senso all’operazione “Forza Paris” mandato in onda dai mass-media nazio­nali e locali, soprattutto nelle Barbagie si sono compiute vendette postume su ex-detenuti, che pur non rappresentando un reale pericolo sono stati ricacciati in cella, grazie a quel super-decretone “anti-mafia” dei famigerati Scotti-Martelli. Ed è solo per la mobilitazione della popolazione di quei luo­ghi che sono stati quasi subito di nuovo liberati. Inutile dire che in un “paese” com’è l’Italia quando si inaspriscono le pe­ne, si limitano le libertà, trattasi di misure propagandistiche e spettacolari, poste in essere da un sistema che mira a risolvere la situazione critica col proclamare nelle zone considerate calde lo “stato di guerra”, proponendo lo sterminio di chi si oppone come la giusta soluzione del problema. Si pro­ cede così, con l’intimidazione, a creare il giusto clima di paura e di sospetto generalizzato che induce con premi ed altre regalie, alle collaborazioni e alle delazioni contro chi non ci sta. La parola d’ordine della “difesa dello Stato democratico” è un ottimo pa­ravento per la classe dirigente, che in questo modo conserva e rafforza il suo potere, confermando l’imperitura sua inamovibilità e la sua impunità. L’anti-Stato non è la criminalità organizzata, come si vuole far credere, ma chi lotta contro il potere tanto legale (Stato), tanto illegale (Mafia, Ca­morra, ecc.), senza farsi portatore di alcun progetto di consenso da darsi a questo sistema. Da che parte stare, l’ha senza opportunismi e demagogici discorsi politici indicato, con l’azione, proprio chi ha attaccato questa estate in Sardegna l’esercito italiano.

Nota dell’Archivio: ////

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D’Andrea Virgilia, “L’ora di Maramaldo”

Edito da: Lavoratori Industriali del Mondo I.W.W.
Luogo di pubblicazione: New York
Anno: 1925
Pagine: 220
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
“L’ora di Maramaldo” è una raccolta di scritti di Virgilia d’Andrea pubblicata a Parigi nel 1925, durante il suo esilio francese. Introvabile in Italia, è un’opera di alto valore politico e letterario che restituisce mirabilmente l’atmosfera del decennio che stava incubando le terribili tragedie del secolo breve. Le parole di Virgilia d’Andrea conservano oggi, purtroppo, tutta la loro attualità e sono un forte monito in difesa dei diritti politici e civili, in nome di Giacomo Matteotti, di Sacco e Vanzetti, e di tutti coloro che si sono sacrificati per un ideale di libertà.
“Vanno, quindi, queste mie voci di angoscia, nel momento in cui spiccano il volo, a congiungersi con tutto l’infinito, universale dolore dei popoli oppressi. Diranno esse qualcosa di rovente e di umiliante a coloro che disonorano gli uomini di tutto il mondo? Apporteranno esse un contributo di aiuto e di forza ad una sacra e nobile opera di redenzione e di liberazione?
Riusciranno a non restar soffocate entro questa immensa ed assordante fucina che è la delirante e disordinata società presente? Io non so… io non posso sapere. Ma se qualcuno dei nemici della nostra idea troverà fra queste pagine un lampo di luce, se qualcuno dei tanti e tanti miei compagni rinchiusi nelle prigioni, o smarriti, dispersi, o sepolti nei più duri luoghi di fatica e di privazioni, vi troverà un motivo di resistenza e di conforto, io mi sentirò largamente ricompensata del lavoro compiuto.”
Virgilia d’Andrea, Parigi, 1925

Nota dell’Archivio

– Il testo scansionato dalla Biblioteca Libertaria Armando Borghi “contiene una dedica manoscritta – datata “Parigi, 2 luglio 1925” – dell’autrice ad Armando Borghi, seguita da una breve dichiarazione di accettazione dello stesso Borghi.”
– Fabrizio Maramaldo fu un mercenario che, secondo una certa storiografia, uccise crudelmente il condottiero avversario Francesco Ferrucci, già gravemente ferito, nel 1530. Il suo nome divenne così, nei secoli successivi, un sostantivo per indicare un uomo malvagio, spavaldo e prepotente soprattutto con i deboli, gli indifesi, gli sconfitti. Il Maramaldo a cui si riferisce D’Andrea è Mussolini.

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Walter Nicolas, “Dell’anarchismo”

Edito da: Edigraf
Luogo di pubblicazione: Catania
Anno: Ottobre 1970
Pagine: 47
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Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:

IL momento in cui i bakuninisti entrarono nella Prima Internazionale, ed in questo paese un movimento anarchico senza soluzione di conti­nuità esiste da novant’anni (la « Freedom Press » svolge la sua atti­vità dal 1886). Questo passato è fonte di forza, ma è anche una fonte di debolezza, specialmente per quel che riguarda la parola stampata. La letteratura anarchica del passato pesa molto sul presente e rende a noi difficile la produzione di una letteratura nuova per l’avvenire. Tuttavia, sebbene le opere dei nostri predecessori siano numerose, esse sono per la maggior parte esaurite e le altre sono per lo più sor­passate; inoltre, le opere anarchiche pubblicate in inglese sono pre­valentemente traduzioni da altre lingue. Ciò vuol dire che c’è poco che possiamo dire nostro. Quel che segue è un tentativo di aggiungervi qualche cosa facendo un’aggior­nata esposizione dell’anarchismo. E’ in modo particolare diretta ai lettori che si trovano in Inghilterra sul finire del decennio 1960 — luogo e tempo in cui si nota un considerevole risveglio di interesse per l’anarchismo come base non di settaria argomentazione sul pas­sato, ma di pratica discussione inerente il futuro. Questa esposizione è necessariamente un punto di vista indivi­duale, perchè è tratto essenziale dell’anarchismo il fare assegnamento sul giudizio individuale; ma si propone di tener conto delle opinioni generali prevalenti nel movimento anarchico e di interpretarle senza prevenzioni. E’ fatta con linguaggio semplice e senza continui riferi­menti ad altri scrittori o ad avvenimenti del passato, in maniera da poter essere compresa senza difficoltà e senza conoscenze prece­ denti. Ma è derivata da quel che altri hanno detto nel passato e non si prefigge di essere originale. Nè vuol essere definitiva; c’è molto più da dire intorno all’anarchismo di quel che non possa essere con­ tenuto in pochissime pagine,, e questa esposizione sommaria sarà certamente in breve tempo sorpassata come lo furono quasi tutte quelle che l’hanno preceduta. Soprattutto, non ambisco autorevolezza, poiché un altro tratto essenziale dell’anarchismo è di ripudiare l’autorità di qualunque por­tavoce. Se fra i miei lettori non vi saranno critici, sarò venuto meno al mio scopo. Ciò che segue è semplicemente una presentazione per­sonale dell’anarchismo tratta dall’esperienza di quindici anni di let­ture e di discussioni sulle idee anarchiche, e da dieci anni di parteci­pazione alle attività anarchiche e di collaborazione alla stampa anarchica.
Maggio 1969
NICOLAS WALTER

Note dell’Archivio
– Traduzione del saggio pubblicato su Anarchy, Vol. 9, n. 6, Giugno 1969
– Una parte di questo saggio venne pubblicato su Volontà Rivista Anarchica Bimestrale – 2

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Deiana Tzerafinu, “Is contus non torrant. Istoriedha pro is pipius e duas poesias S’anarkiku ideale is mai kuntentus”

Edito da: supplemento a Sardennia contras a s’istadu, n. 7
Luogo di pubblicazione: Guasila
Anno: Aprile 1994
Pagine: 29
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Può avere qualche valore un lavoro come quello che presentiamo, rivolto ai ragazzi sardi, in un’epo­ca come la nostra sempre, più dominata dal linguag­gio universale dei computers? E, ancora, può questo lavoro, scritto secondo una variante della complessa lingua sarda, dare CULTU­RA (in ogni significato della parola) a tutta la gio­ventù sarda? Domande queste che richiedono un’adeguata ri­sposta se vogliamo dare un qualche significato agli scritti che compongono questo libro.
E’ bene però che si tenga a mente l’esistenza in Sardegna di diversi movimenti e partiti indipenden­tisti, ognuno dei quali darebbe naturalmente una propria risposta a tali quesiti. Risposte contraddito­rie fra loro, a significare la distanza, spesse volte abissale, fra le varie proposte di liberazione nazio­nale. Il movimento indipendentista è vario ed ete­rogeneo così come lo è il movimento rivoluzionario. Vi sono libertari, anarchici puri e meno puri, quelli meno puri e quelli completamente imbastar­diti. Vi sono libertari, anarchici puri e meno puri, ed infine rivoluzionari senza etichetta (almeno stan­do a quanto essi stessi affermano). D’altra parte vi sono gli infiltrati in seno ai rivoluzionari, e quelle forze più propriamente politiche-parlamentariste pronte a raccogliere i frutti che gli altri scuotono dall’albero dell’indipendentismo isolano. Noi non vogliamo nè potremo dare tutte le risposte possibili alle domande di cui sopra, pertanto ci limiteremo a dare le nostre. Che altri facciano altrettanto in altra sede.
Le nostre risposte non possono che essere positive per entrambe le domande poste sopra, diversamente non avrebbe senso un lavoro come quello che pre­sentiamo. Siamo convinti che il linguaggio universale dei computers, se pure potrà avere una qualche funzione positiva nella società egualitaria e libera del domani, non potrà mai sostituirsi alla lingua materna usata nei rapporti comunicativi tra individui della medesi­ma nazione e, a livello più ristretto, della medesima comunità regionale oppure della medesima famiglia consanguinea. Se ciò un giorno dovesse avvenire se­gnerebbe la fine dell’uomo libero e la nascita del­ l’uomo robotizzato, assolutamente incapace di crea­tività linguistica perchè vincolato ai limitati contatti elettronici del computers. La lingua materna è inso­stituibile in quanto è la sola che emani calore umano e creatività. Ma la nostra proposta, una favola morale e due poesie in LINEA, vuole non solo combattere quella eventuale prospettiva — oggi del resto assai limitata nello spazio e nel tempo, almeno nella nostra isola — ma si oppone con chiarezza pure alla tragedia del­ l’imposizione di una cultura, e dunque di una lingua, ALTRA che quotidianamente i nostri fanciulli sono costretti a subire. Imposizione che contribuisce ad alimentare la scissione generazionale fra padri madri ( = comunità tradizionale) da una parte e figli/figlie ( = comunità futura) dall’altra, estraniati gli uni agii altri sia per le differenti età che, soprattutto, per cultura e dunque per l’utilizzo di segni linguisti­ci diversi.
Scissione sociale questa che si riflette con estrema violenza nella psicologia degli individui, so­prattutto dei giovani, causando in essi la compresen­za di due antagoniste personalità, una delle quali le­gata al patrimonio culturale della propria nazione ereditato dalla famiglia e dalla comunità, l’altra pro­tesa verso quella cultura acquisita dall’acculturazio­ne forzata nei banchi di scuola, della chiesa e nei marciapiedi dell’emigrazione. La perenne conflittua­lità fra le due personalità finisce per inibire ogni capacità autonoma individuale, contringendo il sin­golo ad una perenne insicurezza. Accade però più spesso che una delle due personalità scavalchi l’altra. In questo caso data l’impossibilità di vivere in ma­niera totale la cultura ALTRA, in quanto quotidia­namente rigettati dall’esclusivismo culturale e dal raz­zismo della nazione dominante, le nostre giovani ge­nerazioni sono costrette ad una inumana scelta: o rin­negare quella parte di se stessi ereditata dal proprio popolo ( estraniandosi in tal caso dalla propria na­zione) ; oppure, con maggiore entusiasmo dei loro padri, accettare acriticamente tutti quei valori tra­mandati dalla comunità originaria, in particolar mo­do i valori più violenti che, proprio in quanto tali, s’oppongono in maniera assoluta alla cultura ALTRA (hanno origine così parte di quei fatti di estrema violenza, non raramente fatti di sangue, che quoti­dianamente riempiono le pagine di cronaca nera dei quotidiani isolani e italiani). Ma a parte quei pochi fatti che si riversano, coscientemente o meno, sullo straniero colonizzatore (estorsioni, rapine ecc.) la stragrande maggioranza dei fatti particolarmente vio­lenti avvengono all’interno e a scapito della stessa comunità nazionale sarda, coadiuvando in tal modo stesso colonizzatore che mira al genocidio del no­stro popolo per scopi militaristici soprattutto.
Ecco perchè è vietato alla nazione sarda utilizzare libera­mente la propria cultura e quindi la propria lingua. Il loro libero utilizzo segnerebbe la fine dei contrasti interni alla comunità causati dalla schizofrenia dei singoli e contribuirebbe, ancor piu che al presente, alla piena presa di coscienza di classe e di liberazione nazionale. Ciò che certamente renderebbe più arduo il genocidio del nostro popolo. Il nostro modo di vedere la questione linguistica ci dà facoltà di rispondere affermativamente pure alla seconda domanda. Per noi la LINGUA di una nazione è L’INSIEME DELLE CONCRETE PAR­LATE LOCALI, insieme che non è qualcosa di di­verso dalla semplice sommatoria delle parti.
In par­ticolare LA LINGUA NAZIONALE E’, per noi, LA SOMMA MATEMATICA DEI SEGNI LIN­GUISTICI REGIONALI, e in questo senso è dun­que un numero, un’idea. Ma non lottiamo per la realizzazione di tale idea, al contrario ci battiamo per la sconfitta ove è stata realizzata con l’imposi­zione.
Miriamo alla conquista del libero utilizzo della dialettalità perchè solo il dialetto è elaborato autono­mamente dalla collettività e pertanto è il solo stru­mento linguistico che può perennemente controllare. Questo però non significa che le diverse comunità costituenti la medesima nazione non studino o non debbano conoscere le varianti della propria lingua. Al contrario lo studio ed il confronto contribuiscono ad arricchire il patrimonio linguistico nazionale. Con la libera circolazione della dialettalità e col suo stu­dio, può darsi che le differenze si assottiglino e che col tempo la spunti una sola variante. E’ questo senz’altro il modo più libertario per accomunare in un unico sistema segnico le diverse realtà regionali. Ecco perchè crediamo di fare e di dare CULTURA a tutti i fanciulli sardi pur presentando un lavoro redatto in una variante regionale del patrimonio linguistico sardo. Pertanto non proponiamo un’ipotesi di strumento linguistico unico, che un simile lavoro non ci inte­ressa, bensì un lavoro che vuole stimolare la creatività di scrittori, come il Deiana Serafino, miranti direttamente ai giovani e giovanissimi sardi, per dare loro quanto ha sempre negato un potere politico ed economico colonizzatore e genocida.
Costantino Cavalieri

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