(a cura di) Atzei Giampaolo – L’antifascismo in Sardegna e fuori dall’isola: il caso di Iglesias e dei guspinesi Cornelio Martis e Pio Degioannis

Pubblicato dal Centro Studi SEA e dalla casa editrice Aipsa, Cagliari – Villacidro, 2015, 56 p.

Introduzione
L’affermazione del fascismo in Sardegna è stata un fenomeno contradditorio, legato da una parte alle strutture economiche di lungo periodo dell’Isola (su tutte la proprietà terriera e l’assenza di un’oggettivo capitalismo industriale) e dall’altra alle variazioni sociali e politiche create nei paesi sardi dal ritorno dei reduci e combattenti della Grande Guerra alle proprie case. Per la Sardegna si trattò di un momento cruciale, in cui emersero in maniera manifesta le pulsioni autonomistiche che condussero alla nascita del Partito sardo d’azione. In quello stesso periodo, però, la regione mineraria dell’Iglesiente fu colpita duramente dallo squadrismo fascista, conoscendone così l’aspetto violento e reazionario che si era espresso nel resto d’Italia, dove la convergenza tra agrari, industriali e reazionari ne aveva fatto lo strumento della repressione anti operaia e socialista. L’Iglesiente, zona di lunga tradizione industriale, era in pratica l’unica area della regione ad avere conosciuto una moderna esperienza capitalistica, con la nascita di un proletariato organizzato in leghe operaie, sindacati e movimenti socialisti che sovente si innestavano su esperimenti politici democratici e repubblicani nati nella seconda metà dell’Ottocento. Gli anni di passaggio tra l’età giolittiana e la Grande Guerra registrarono nell’Iglesiente la vittoria nei Comuni delle liste socialiste, accompagnate dall’elezione alla Camera del deputato Cavallera. Fu una “conquista rossa” che molto spaventò la proprietà mineraria e che, dal Guspinese al Sulcis, fu violentemente aggredita e smantellata dalle camicie nere mussoliniane, sino alla “normalizzazione” del Ventennio. «Ammentu» già in passato ha proposto studi sull’antifascismo e sui fenomeni ad esso collegati, su tutti l’esilio forzato e l’emigrazione. In questo numero la riflessione viene circoscritta all’area di Guspini e Iglesias, i Comuni più popolosi ed importanti del bacino minerario prima della fondazione littoria di Carbonia, mettendo in luce due particolari biografie di antifascisti guspinesi ed un quadro più ampio sulla militanza antifascista nel Comune di Iglesias. Il primo articolo ricostruisce il profilo di Cornelio Martis, guspinese, militante del movimento “Giustizia e Libertà”, con una storia di emigrazione prima in Tunisia e poi in Francia, da dove si mosse per partecipare alla guerra di Spagna, arruolato nella XII Brigata “Garibaldi”. Il suo fu un destino tragico. Non morì per mano nemica, ma nei pressi di Saragozza, “giustiziato” da un commissario politico comunista con l’accusa di tradimento (Lorenzo Di Biase).
Il secondo saggio indaga invece le origini del fascismo iglesiente, recuperando la tradizione socialista e operaia che condusse Angelo Corsi alla carica di sindaco nell’immediata vigilia della Prima Guerra Mondiale. La proposta di lettura in questo caso non si concentra su singoli casi biografici, quanto sul complesso cittadino di Iglesias, mettendo in evidenza alcune figure di militanti e resistenti, partendo dalla ricostruzione della schedatura operata dalla polizia fascista per giungere al sacrificio di Efisio Piras, giovane aviere iglesiente trucidato a Sutri dai nazisti (Simone Cara). Nel terzo saggio si propone invece la ricostruzione dell’attività antifascista di Pio Degioannis, anch’egli di Guspini. Responsabile dell’organizzazione comunista clandestina detta “Nucleo”, conobbe il confino per cinque anni, prima all’isola di Ventotene e poi a Castelli, in provincia di Teramo. Partecipò poi alla seconda guerra mondiale, prestando servizio nei Battaglioni Costieri (Lorenzo Di Biase). Filo conduttore del focus è fondamentalmente la traccia archivistica. La documentazione conservata nel Casellario Politico Centrale presso l’Archivio Centrale dello Stato rappresenta ancora oggi, anzi specialmente ora che i vincoli del tempo e della riservatezza sono sempre meno stretti, una fonte preziosa ed inesauribile. Esperienze private e ricognizioni sistematiche come quelle presentate in queste pagine offrono la lettura di inedite ed esemplari storie di vita, rinnovando al contempo la memoria di esperienze politiche e sociali da difendere e diffondere.

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Contu Martino – L’antifascismo italiano in Argentina tra la fine degli anni venti e i primi anni trenta del Novecento. Il caso degli antifascisti sardi e della Lega Sarda d’Azione “Sardegna Avanti”

 

La significativa esperienza della Lega Sarda d’Azione “Sardegna Avanti”, di un’organizzazione antifascista su base etnica, quantunque limitata nel tempo, rappresenta un elemento di novità nel panorama delle associazioni isolane antiregime che si costituirono e che opera rono in altri paesi fuori dall’Italia e dalla Sardegna. L’associazione a veva specifiche finalità politiche: combattere il fascismo certamente, ma anche sostenere l’indipendenza della Sardegna dal resto dell’Italia, con un governo che nel futuro potesse rappresentare gli interessi della classe lavoratrice. Non a caso, la bandiera che l’associazione adottò era rossa, con al centro un quadro bianco con croce rossa a cui lati vi erano i quattro mori bendati, circondato da un fa scio di grano. Grano, appunto, che stava a significare lo storico le game della Sardegna con la propria terra, ovvero con le due tradizio nali attività economiche, l’agricoltura e la pastorizia, che per millenni avevano garantito il sostentamento delle sue genti. Quantunque l’associazione raggruppasse i sardi di Buenos Aires, Avellaneda e di altri centri dell’Argentina, non era un’istituzione chiu sa in se stessa, come se vivesse in un mondo a parte, separato dal resto del contesto sociale in cui operava. Anzi, è proprio vero il contrario.

Pubblicato dall’ istituto di storia dell’Europa Mediterranea Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), Torino, 2011, p. 64

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Sittoni Giuseppe, “Uomini e fatti del “gherlenda.” La resistenza nella valsugana orientale e nel bellunese”

Edito da Croxaire e Mosaico, Strigno-Borgo Valsugnana (TN), 2005, 419 p.
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Barroero Guido, “Anarchismo e resistenza in liguria”

Edito da Edizioni AltraStoria, Genova, 2004, 66 p.
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Note dell’Archivio
-Come segnalato da Barroero nell’Avvertenza: “Questo lavoro è stato scritto tra il 1996 e il 1998 e pubblicato in forma leggermente ridotta sulla «Rivista Storica dell’Anarchismo», n.10 del Luglio-Dicembre 1998 e, integralmente, a puntate sui primi sette numeri di «AltraStoria» (dal gennaio 1996 all’ottobre 2002).”

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(a cura di) Albertazzi Alessandro, Arbizzani Luigi, Onofri Nazario Sauro, “Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel Bolognese (1919-1945)”

Edito da Istituto per la storia di Bologna (diventato Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna (ISREBO) “Luciano Bergonzini”), Comune di Bologna, Bologna.
Volume 1: 2005, 405 p.;
Volume 2: 1985, 626 p.;
Volume 3: 1986, 621 p.;
Volume 4: 1995, 739 p.;
Volume 5: 1998, 739 p.;
Volume 6: 2003, 384 p.
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Note dell’Archivio
-Usciti tra il 1985 e il 2005, i cinque volumi sono stati curati da Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani e Nazario Sauro Onofri con la collaborazione di numerosi collaboratori. Il primo volume, “Bologna dall’antifascismo alla Resistenza”, è stato l’ultimo a vedere la luce; prima di esso vi erano solo i volumi biografici con l’appendice (Voll. II-VI). Nell’Appendice (Vol. VI) vennero aggiunte, sistemate e/o ampliate le biografie precedentemente pubblicate nei precedenti volumi. Con la digitalizzazione dei volumi II-V, l’Appendice è quasi scomparsa. Come riportato nel Vol. I, dell’Appendice “è rimasto lʼelenco dei 1.642 partigiani e patrioti dei quali non è stato trovato alcun riscontro anagrafico o di militanza antifascista e partigiana.”
-Nella cartella manca il Volume VI: “Dizionario biografico. Appendice”, curati dai soli Arbizzani Luigi e Onofri Nazario Sauro.

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Bertonha João Fábio, “Fascimo, antifascismo e gli italiani all’estero. Bibliografia orientativa (1922-2015)”

Edito da Edizioni Sette Città, Viterbo, Ottobre 2015, 233 p.
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Borghi Armando, “Mussolini in camicia”

Edito da Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Maggio 1961, 192 p.
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Hobel Alexander, Aragno Giuseppe e Kersevan Alessandra, “Fascismo e foibe. Cultura e pratica del fascismo nei Balcani”

Edito da La Città del Sole, Napoli, 113 p.
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Giulietti Fabrizio, “Il movimento anarchico italiano nella lotta contro il fascismo. 1927-1945”

Edito da Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma, 2003, 449 p.

Introduzione
In ogni tempo, in ogni luogo le persecuzioni scandiscono la storia degli anarchici, avversari irriducibili di qualsiasi po­tere costituito, temuti e odiati dai potenti di tutto il mondo che vedono in loro una minaccia e una sfida permanente al­l’ordine, nei regimi autoritari come in quelli democratici.
L’idea totalitaria di libertà che li anima, non consente al mo­vimento anarchico altra collocazione se non l’opposizione, senza possibili mediazioni; un’opposizione il più delle volte isolata anche dalle altre forze politiche che pure lottano con­tro i sistemi, perché la traduzione politica dell’estremismo ide­ologico anarchico, prima o poi, entra inevitabilmente in con­trasto con qualsiasi progetto di costruzione e di realizzazione di una società all’interno di strutture statali codificate. Persi­no l’utopia comunista che più si avvicina al sogno degli anar­chici, viene respinta con orrore quando si fa realtà, sì dota di strumenti di lotta politica per attuarla, si concretizza in for­me, modalità e organizzazioni per il governo delle masse. I limiti, seppure affascinanti, di questa fede ideale estrema imprimono alla storia dell’anarchismo dei caratteri peculia­ri, in primo luogo la dimensione internazionale che è elemento fondamentale dell’identità anarchica. Sparsi per l’intero pia­neta, lontani mille miglia, estranei per lingue, culture e storie, gli anarchici si riconoscono appartenenti a ima stessa fa­miglia di “diversi”, di perseguitati, di “sognatori”, di donne e uomini “contro”, vincolati gli imi agli altri da infrangibili legami di solidarietà che sono essenziali per la loro stessa so­pravvivenza. L’esilio, un evento ricorrente nella loro vicen­da, accentua il distacco dalla nazione di appartenenza che, a ondate, nel corso degli anni lì respinge da sé, li espelle o li costringe all’espatrio, ultima strada rimasta per salvare la vita.
Una volta inserite in questa cornice/ le specifiche storie na­zionali costituiscono però altrettanti tasselli per comporre il mosaico dell’anarchismo che vive in Europa/ negli anni tra le due guerre mondiali/ la sua ultima stagione come movimen­to di massa. A dare il colpo di grazia a questo soggetto politi­co/ il cui radicamento nella società è stato già profondamente indebolito dall’avvento dei partiti di integrazione marxisti e poi da quelli leninisti, contribuiscono i totalitarismi fascista e comunista, diventati via via egemoni nel vecchio continente.
Nel caso specifico dell’Italia dove fin dal 1922 il fascismo è al potere, la liquidazione degli anarchici rientra nel quadro com­plessivo dell’ascesa violenta e del consolidamento della dit­tatura che, per un ventennio, soffoca ogni forma di libertà e di organizzazione. La storia degli anarchici italiani in questo periodo si intreccia, dunque, con quella dell’antifascismo, una storia di persecuzioni, ma anche una storia di lotte in patria e all’estero, condotte da coloro che tenacemente rifiutano di piegarsi al regime. Il lavoro di scavo e di analisi sul mondo variegato degli antifascisti ha prodotto ormai una solida storiografia che presentava però una lacuna, proprio per quan­to riguarda l’opposizione anarchica, studiata soprattutto nel primo periodo – dal biennio rosso al delitto Matteotti – ma di cui, per la fase successiva, si avevano solo poche tracce, qual­che riferimento a episodi e a militanti, molti nomi inseriti negli elenchi dei perseguitati, dei condannati dal Tribunale Spe­ciale, dei confinati, dei carcerati, dei condannati a morte, de­gli esiliati. Il lavoro di Fabrizio Giulietti viene a colmare que­sto vuoto con una puntuale, minuziosa ricerca sulle fonti do­cumentarie, in primo luogo l’archivio centrale dello Stato, miniera in esauribile di informazioni. Con altrettanta sistematicità Giulietti ha proceduto allo spoglio della stam­pa, degli opuscoli e della pubblicistica anarchica, copiosamente prodotta, malgrado le difficoltà di pubblica­zione e di diffusione, garantite pur saltuariamente proprio da quella rete internazionale cui si è fatto cenno.
Partendo dalla fase successiva al delitto Matteotti, quan­do ormai si è conclusa e perduta l’ultima battaglia delle opposizioni antifasciste in Italia, Giulietti percorre tutte le tap­pe dell’esistenza clandestina del movimento anarchico in Ita­lia: dai tentativi sempre frustrati di riorganizzare le file di­sperse dei militanti che la polizia tiene sotto ferrea sorveglian­za, ai progetti dei falliti attentati per uccidere il tiranno, pa­gati da Schirru e Sbardellotto con la condanna a morte; dalla ricerca del riscatto nella guerra in Spagna che per gli anarchi­ci, come per tutti gli antifascisti italiani, inquadrati nelle bri­gate internazionali, rappresenta l’occasione di combattere il fascismo in campo aperto, armi alla mano, fino alla resisten­za armata nel 1943-45, culmine di un ventennio di opposizio­ne. Da questa approfondita ricerca emerge un quadro com­plessivo del movimento anarchico nel ventennio fascista as­sai più variegato e, direi tormentato, rispetto all’immagine stereotipata che la stessa propaganda anarchica ha traman­dato. E non si tratta solo del nuovo spessore che acquistano i militanti più noti sotto la benevola, simpatetica lente di in­grandimento di Giulietti – è il caso dei paragrafi dedicati a Schirru e Sbardellotto. La diversità dei contesti sociali e geo­grafici in cui operano gli anarchici, costituisce un elemento importante di differenziazione che traccia una sorta di spartiacque tra l’anarchismo radicato nelle zone operaie dove è rimasta ancora viva la tradizione anarchica, e quello disper­so, isolato in realtà ostili o del tutto impermeabili al messag­gio degli anarchici. Qui si sviluppa un’opposizione, definita “esistenziale” da Giulietti che puntigliosamente raccoglie anche le informazioni sull’insulto urlato, la scritta offensiva sul muro, la minaccia e il grido di protesta; tutta quella serie di piccoli atti individuali che, nella loro continuità e ripeti­tività, denunciano soprattutto il disagio di chi, anarchico nel profondo dell’animo, percepisce come insopportabile la cap­pa di ordine e di conformismo imposta dal regime.
Il filo dell’attività anarchica più propriamente militante, seguito grazie soprattutto alla documentazione dì fiduciari e spie della polizia, disegna una fitta trama di contatti e di scam­bi dall’Italia all’estero – e viceversa – che testimonia non solo l’attiva solidarietà della famiglia internazionale, ma anche la vivacità del dibattito in corso nei congressi e nelle riunioni dove si danno appuntamento le tante anime dell’anarchismo.
Di fronte alla drammaticità degli eventi che segnano questa lunga vigilia di un altro devastante conflitto mondiale, gli anarchici si interrogano, polemizzano e si dividono sui prin­cipi fondanti della loro ideologia e, soprattutto, sulle scelte strategiche da adottare nella lotta ai fascismi, prima fra tutte la questione delle alleanze. Il tradizionale isolamento politi­co sembra stridere con le necessità di una lotta antifascista, combattuta in clandestinità, le cui schiere, col passare degli anni e le retate continue si vanno assottigliando fino a ridursi a po­che migliaia di militanti. Ma il passaggio dalla spontanea fra­tellanza che nasce nella quotidianità tra chi combatte un nemi­co comune, a un’organica unità d’azione ripropone un con­fronto incomponibile sul piano ideologico, anche se fa emer­gere affinità interessanti, come nel caso della vicinanza ai giellisti. Prevalgono, comunque, i motivi di differenziazione, addirittura di conflitto diretto e violento quando comunisti e anarchici si ritrovano fianco a fianco nella battaglia contro il fascismo in Spagna. La sanguinosa resa dei conti tra le forma­zioni anarchiche spagnole e il Pce ha ripercussioni pesanti an­che sui volontari italiani e, tra questi, è Camillo Berneri a paga­re con la vita il prezzo di ima guerra civile che si combatte al fronte, ma anche nelle stesse file dell’antifascismo.
La pagina nera dell’assassinio di Berneri e di tanti altri combattenti libertari è parte integrante della storia dell’op­posizione al fascismo di cui gli anarchici, pur con la loro spe­cifica diversità, rappresentano un tassello importante. Del resto, proprio la complessità di questo mondo antifascista, quale emerge dal lavoro degli studiosi che hanno indagato sulle singole forze politiche, distanti l’una dall’altra per idea­li e progetti, ne esclude un’interpretazione come fenomeno unitario. L’unità dell’antifascismo si iscrive entro i confini del mito ufficiale, pubblico, funzionale alla ricostruzione della nuova Italia antifascista all’indomani della guerra, ma assai poco aderente ai risultati della ricerca storica. Il comune ne­mico che unisce i militanti antifascisti nella lotta, non basta a far superare i fossati scavati dalle ideologie totalitarie ancora dominanti, come nel caso degli anarchici e dei comunisti. La certezza di possedere la verità, il culto religioso del proprio credo politico trasformano in avversario da abbattere chiun­que non condivida la stessa fede. I comunisti possono abdi­care temporaneamente alla purezza dottrinaria, a seconda delle necessità politiche contingenti, nella convinzione di operare sempre per il trionfo della causa; gli anarchici invece rifiutano per principio di piegarsi alle esigenze di una politi­ca aderente alla realtà, persino quando si tratta di far fronte comune nella guerra al fascismo. Il che, naturalmente, nulla toglie al coraggio e al sacrificio di quanti hanno lottato contro la dittatura.

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(a cura di) Bertolucci Franco e Ronco Daniele, “Antonio Gamberi. Poesie per un liberato mondo: antologia”

Edito da BFS, Pisa, 2004, 207 p.
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