
Edito da: OLGa
Luogo di pubblicazione: ///
Anno: Novembre 2014
Pagine: 40
File: PDF
Introduzione/Premessa/Presentazione/Sinossi/Quarta di Copertina/Sintesi:
Nell’ottobre del 2009 ricevemmo una lettera collettiva da parte di alcuni prigionieri della sezione speciale di Alta Sicurezza di Asti che si concludeva con un’esortazione a seguire da vicino il loro processo iniziato nell’aprile dello stesso anno presso il tribunale di Milano. Anche allora non ci sorprese l’assurdità del castello accusatorio sostenuto da alcuni dirigenti dei Ros, della Digos e della polizia italiana e tunisina, tutti uniti con magistratura varia, pm e giudici, nel rievocare lo spettro del terrorismo internazionale di matrice islamica in Italia. Al di là delle accuse mosse, seguire le udienze ci ha permesso di toccare quasi con mano la durezza delle condizioni applicate ai prigionieri arabi, a partire dal tratta- mento carcerario ma anche nelle traduzioni per e dal tribunale oppure durante le udienze e anche con le intimidazioni verso i pochi parenti ed amici solidali a cui di fatto venne impedito di seguire il processo dall’inizio. Ad oggi sono ormai trascorsi oltre quattro anni dall’avvio della sezione speciale nel carcere di Rossano Calabro (Cosenza) la cui funzione è stata immediatamente chiara: rinchiudere, isolare, colpire combattenti – soprattutto arabi – considerati dagli stati NATO, Italia compresa, “nemici dell’occidente” e così collocati nelle famigerate black list come “terroristi” e ridotti a “fanatici islamici”. Ci si trova dunque di fronte ad una condizione carceraria che è espressione della guerra condotta dalla NATO in Afghanistan, Somalia, Libia, Libano, Siria… per citarne solo alcune. La sezione di Rossano non è il primo bunker predisposto in Italia per colpire direttamente immigrati arabi considerati “terroristi” o “fiancheggiatori”; fa seguito infatti ad altre piccole sezioni di isolamento installate, a partire dall’11 settembre 2001, nelle carceri di Opera, Parma, Rebibbia… alle quali, nel tempo, si sono aggiunte vere e proprie sezioni speciali costruite nelle carceri di Macomer (Nuoro), Benevento ed Asti. Sezioni che hanno completamente succhiato il veleno distillato e sedimentato da 40 anni di regimi carcerari fondati sul trattamento differenziato, diretto a colpire con il sistema del premio-ricatto, sempre più vigliacco, l’identità, il “chi sei” di chi finisce in carcere, prima ancora della condanna assegnatagli. Un’intera esperienza trasmessa, ormai da 30 anni, nelle sezioni dove impera il 41 bis e sono rinchiuse circa 700 persone (fra le quali divers* compagn*) come Spoleto,Terni, Roma-Rebibbia, L’Aquila, Ascoli Piceno, Tolmezzo (Udine), Parma, Opera (Milano), Novara, Cuneo…, e che viene estesa e applicata, magari con altri nomi, come ad esempio il 14 bis, a diversi altri circuiti speciali e non, in particolare a chi si ribella a questa condizione. Sul trattamento riservato a coloro che sono stati trasferiti in queste sezioni, la fonte principale sono state le lettere dei prigionieri. La corrispondenza, in parte ristampata in questo opuscolo, è stata intessuta negli anni, in mezzo a ostacoli ben immaginabili. è stato spesso necessario, e lo è tutt’ora, scriversi con raccomandata a/r affinché la posta potesse avere qualche speranza di giungere a destinazione senza essere sistematicamente cestinata o comunque bloccata anche attraverso il “visto di censura”, applicato arbitrariamente ai prigionieri oppure trattenendo la posta ed inviandola al magistrato di sorveglianza per ulteriori controlli ed indagini, tutto al solo fine ostacolare e impedire qualsiasi espressione di solidarietà.
Vogliamo precisare che abbiamo comunque cercato di tenere in piedi un rapporto con i prigionieri arabi processati nei tribunali e rinchiusi nelle sezioni speciali delle carceri d’Italia poiché da questa realtà veniva e viene confermato non solo il ruolo dello stato italiano nelle guerre imperialiste ma anche dei suoi apparati: in particolare, il sistema carcerario attraverso procure, tribunali, sfruttamento-aggressione dell’immigrazione, fino all’impiego dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE). Il processo ha ad esempio portato allo scoperto come la criminalizzazione di gruppi come Ennahda, a prescindere dal giudizio che se ne possa dare, fosse parte integrante degli accordi bilaterali fra l’Italia e la Tunisia di Ben Alì ma anche in sintonia e continuità con la legislazione speciale statunitense post 11 settembre 2001, più che recepita dall’Italia, che ha legittimato la tortura nei campi di Guantanamo e Abu Ghraib. In questa ricerca è stata un punto fermo l’esortazione proveniente da dentro a seguire da vicino processi, storie di bisogni, preoccupazioni di vario tipo, individuali e di gruppo. Così, nel coltivare questo complesso rapporto siamo arrivati a capire e sentire che la resistenza opposta dai prigionieri di guerra arabi, chiusi nelle sezioni speciali in Italia, è intima parte della lotta contro il profitto, contro il dominio sui territori, sulle materie prime (petrolio, nichel, cobalto, oro, banane, soia…), contro la schiavizzazione incessante della forza-lavoro di miliardi di persone dell’ “Oriente e del Sud”. E’ parte della lotta che appartiene a chiunque in tutto il mondo, comprese/i noi in Italia, e che può agire contro ogni genere di sfruttamento e devastazione. Con il passare del tempo e delle esperienze abbiamo imparato che senza socializzazione delle conoscenze è impossibile costruire lotte capaci di dare forza alla lotta in cui ci impegniamo, è impossibile uscire dalla gretta genericità del piccolo gruppo, così come abbiamo imparato a diffidare dalle ragioni “umanitarie” addotte dallo stato per giustificare le guerre condotte fuori e dentro le proprie frontiere e spacciate, a seconda della circostanza, come “lotta al terrorismo”, “lotta alla mafia”, “lotta all’immigrazione clandestina”… Così come abbiamo imparato a diffidare dalle semplificazioni giuridiche e questurine dei complessi eventi storici, sociali e politici volte alla criminalizzazione di porzioni sociali irriducibili alle compatibilità capitalistiche. Su questo occorre formarsi, nella teoria e nella prassi, un punto di vista indipendente.
Per rafforzare la lotta generale che tutte/i dobbiamo affrontare anche qui in Italia contro carceri e tribunali, socializziamo la raccolta della corrispondenza accennata, cominciando col segnalare l’opuscolo dedicato al combattente palestinese Khaled Hussein morto-ucciso il 22 giugno 2009 nella sezione speciale del carcere di Benevento e pubblicato all’indirizzo www.autprol.org/olga.
OLGa – Milano, novembre 2014
Nota dell’Archivio: ///
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