
Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 2015, 80 p.
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Edito da Centro Studi Libertari “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2003, 77 p.
Prefazione di Arturo Labriola
Il Tolstoismo è uno stato d’animo che nella storia del socialismo si è prodotto un numero infinito di volte. Alcune persone, in Russia e fuori, si sono proposte varie volte di dimostrare che, come concezione filosofica, il tolstoismo non è originale. Non vi è nessun dubbio a questo proposito. Nel nostro mondo occidentale i precursori più clamorosi del tolstoismo furono i quacqueri. Essi hanno appunto sostenuto, con una energia morale che non si smentì nemmeno innanzi al supplizio, la dottrina dell’eguaglianza cristiana e della resistenza al male. George Fox e James Naylor furono certamente poveri scrittori, ma per l’impavidezza e la costanza con la quale predicarono e praticarono il loro nuovo Vangelo, essi sono rimasti un esempio ai loro discepoli e al paese. Ma il quacquerismo non è che uno dei tanti esempi che si possono a questo proposito invocare. La dottrina della non resistenza al male è in sostanza l’ultima protesta che l’impotenza oppressa e la giustizia conculcata possono avventare contro l’iniquità. Il pensiero segna l’ultima e più invincibile antitesi fra il male e il bene, allorché pronunzia che nemmeno per salvarsi oserebbe il bene brandire le stesse armi di Satana. Questa situazione è di una grandezza morale senza confronti. L’iniquo e il protervo sono avvertiti che essi appartengono a un’altra umanità, ad una umanità che è stata idealmente separata dal mondo degli uomini, che siano veramente uomini: creature di dio, dice anzi il mistico. Innanzi all’adepto della religione della non resistenza, il violento e il malvagio sono immediatamente relegati nel mondo della bestialità. Essi operano il male, certamente, ma, alla coscienza dell’illuminato, come ciechi meccanismi, nei quali il destino legò una forza malefica, inesorabile nelle sue manifestazioni, ineffabile nella sua intima materialità. Resistere a loro non si può senza confessare una sorta di parentela. Ma non è che una illusione dello spirito, o, meglio, una trappola della ragione. Il buddista che crede di aver vinto il desiderio, il tolstoiano che crede di non resistere al male soltanto per un atto della sua volontà, sono vittime entrambi di una comune allucinazione, nata anch’essa dall’istinto della vita, cioè dalla forza radicalmente opposta al buddismo e al tolstoismo, la quale allucinazione consiste appunto nel confondere un atto di necessità con un atto di libertà, una posizione personale con una posizione assoluta. Lo stesso desiderio della estinzione è un desiderio, cioè una forma dell’esistenza, lo stesso imperativo della non resistenza una maniera della resistenza; espressioni attenuate e fluide di posizioni dello spirito più rilevate e solide, che inducono immediatamente alla reazione risoluta e consapevole, all’affermazione radicale ed intransigente. Quando lo spirito non sa o non osa o non può oltre mettere chiaramente e risolutamente le proprie condizioni, esso si rifugia in quella forma ipocrita della resistenza che è la non resistenza, in quella maniera larvata del desiderio che è la rinunzia al desiderio; ma facendo questo esso resiste e desidera, come avrebbe resistito e desiderato se il suo fine consapevole fosse stato il desiderio e la resistenza! Perciò il destino di queste filosofie è di apparire e sparire in determinate situazioni della storia. Senza parlare del buddismo orientale, in quanto maniera di spirito che sia nata al contatto di una particolare anima della specie e in una tradizione singolare del peniero; ognuno intende che, nel nostro mondo occidentale, tanto le dottrine buddiste, quanto le dottrine tolstoiane non possono configurare che necessità renitenti e intollerabili dello spirito, incapace di porre risolutamente le sue condizioni. Soppressa la coazione, superato il limite, rimosso l’ostacolo storico, l’uomo rinnega la sua stessa ideologia e si dedica all’azione. I quacqueri crearono insieme il moderno sistema di istruzione popolare in Inghilterra e, per il tramite di John Bellers, rivissero nel socialismo dell’Owen. Quanto ai discepoli del Tolstoi, il loro posto è stato accanto agli uomini della rivoluzione. Ma, soffocata l’azione, tolto al pensiero ogni mezzo di estrinsecazione esterna, che cosa gli resta se non predicare la teoria della non resistenza al male? Ma questo è già un combattere, già un predisporre gli uomini alla lotta! La rinunzia alla resistenza è il più formidabile atto di accusa che si possa pronunziare contro l’iniquità in auge. Il braccio, spezzato ed infranto, ricade inerte; lo spirito vigila ancora e giudica. Esso attende che il lavorio lento ed operoso della natura ripari i tessuti mortificati, rinsaldi le membra fiaccate ed ispiri nei muscoli una novella energia, capace di cimentarsi alle cresciute difficoltà. Intanto giudica. Condanna la violenza, ogni violenza, ma la violenza è condannata nel suo nesso causale, nelle ragioni prime che la propongono, nel sistema che organicamente la genera come azione e come reazione. Tolstoi non assolve Caserio, Sofia Perowskaia e Gaetano Bresci, ma riconosce che la loro arma fu temperata nei delitti di coloro stessi che essi colpirono. Non è più la non resistenza al male; è la condanna di quella specie di resistenza che non viene ad eliminare il male. E qui appare la vera, insanabile contraddizione del tolstoismo. La reiezione della violenza è operata dal Tolstoi in base al criterio economico della sua non convenienza rispetto al fine. Che cosa dice il Tolstoi? È inutile respingere la violenza con la violenza, perché ogni violenza perpetua il male. Questo stesso criterio utilitario gl’impedisce di comprendere il valore etico dell’attentato personale. Egli lo giudica come la piccola gente che fa professione e mestiere di socialismo parlamentare. Anche costoro condannano gli attentati personali; anzi hanno anche trovato una bella formula e dicono che “la vita umana è sacra”. La vita umana non è affatto più sacra di quella di uno scarafaggio o di un leone, perché la natura sperpera allegramente e con la stessa indifferenza la vita di tutte le sue creature. Sarebbe più semplice dire che gli attentati personali non sono convenienti perché compromettono i successi dei partiti parlamentari. Tolstoi naturalmente non può essere fatto discendere a questo livello; ma ognuno scorge che il criterio col quale egli giudica gli attentati è di convenienza. Non giovano, dice, alla causa. L’attentato personale è un fatto che è al di fuori degli apprezzamenti utilitari. Esso è concepito dal suo autore come un atto di riparazione sociale in un caso in cui la coscienza morale degli uomini è rimasta turbata. L’autore dello attentato – e dico tanto dei più remoti, come dei prossimi – è un uomo nel quale il sentimento della giustizia è diventato così squisito che non può più tollerare una infamia trionfante o una sopraffazione infelice. La violenza, la crudeltà, la frode e la turpitudine lo scuotono nelle intime fibre e lo concitano alla reazione. Egli non deve preoccuparsi se il suo gesto riparatore del male già compiuto sia per iniziare un’altra serie di mali. Il suo sentimento è più immediato. Un maleficio venne consumato; un delinquente trionfa del proprio delitto nella sicurezza della propria impunità; ed egli, inesorabile giudice, stende ed esegue una sentenza riparatrice della sua coscienza morale offesa. Psicologicamente parlando, qui siamo fuori il terreno della convenienza e della opportunità. È dunque in nome della sua coscienza morale che l’esecutore agisce, vale a dire di quella forza che nel tolstoismo è posta al di sopra di tutte le altre. All’atto in cui Tolstoi lo condanna, egli condanna la sua stessa dottrina. L’altro è più intero. Ora questa stessa contraddizione è la riprova di quello che affermavo in principio, essere il tolstoismo una filosofia di transizione in seno al socialismo. Il tolstoismo non può vivere se non fin quando, duri l’incapacità o il desiderio di agire. Appena il processo naturale delle forze rivoluzionarie ha ripreso il suo corso, il tolstoismo s’immerge nelle onde della coscienza individuale per trasformarsi in suprema idealità di perfezione individuale, in quanto condizione del bene collettivo. E come tale, suprema è la sua efficacia.
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Note dell’Archivio
– Nell’introduzione, Piero Brunello scrive che “la prima traduzione in italiano dell’articolo di Tolstoj uscì nella rivista «La vita internazionale», organo della Società per la pace e la giustizia internazionale, diretto da Ernesto Teodoro Moneta, fondatore dell’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale. L’articolo uscì nel numero del 20 ottobre 1900 con il titolo Non uccidere! A proposito dell’assassinio di Umberto I, «in versione molto ridotta». La rivista aveva pubblicato due anni prima l’articolo di Tolstoj Carthago delenda, ed era stata sequestrata dalla Procura di Milano per «eccitamento alla disobbedienza della legge», malgrado una nota redazionale avesse preso le distanze dall’invito di Tolstoj, «paradossale e anarchico», di rifiutare il servizio militare. La paura di un nuovo sequestro e la distanza della rivista dalle posizioni di Tolstoj, consigliarono la redazione a pubblicare Non uccidere! con molti tagli. La traduzione era condotta su due differenti versioni uscite in due riviste francesi: «qui e là – avvertiva una nota – fummo costretti ad attenuare» (per esempio Guglielmo II non veniva mai nominato), di disobbedienza non si parlava, e l’appello finale si riduceva a questo auspicio: «Non bisogna in nessun caso uccidere né Alessandro né Carnot, né Umberto, né altri: ma unirsi per far condividere loro quest’opinione che nessuno ha diritto di uccidere facendo la guerra». Nel 1905 Non uccidere! venne compreso nella raccolta di scritti Ai governanti. Ai preti, pubblicata da Sonzogno nella traduzione di Maria Salvi. Sonzogno era la casa editrice del quotidiano «Il secolo», del quale Teodoro Moneta era stato direttore per quasi trent’anni. Anche in questo caso non si tratta di una versione integrale: viene attenuato il giudizio di Tolstoj secondo cui un regicidio non è un’azione particolarmente crudele se paragonato a quelle «incomparabilmente più crudeli» commesse dai re, e soprattutto vengono omessi gli appelli finali al rifiuto di pagare le tasse e di prestarsi al servizio militare.
L’articolo fu pubblicato in versione integrale per la prima volta nel 1908 dal quindicinale anarchico «Il pensiero», diretto da Pietro Gori e Luigi Fabbri, con il titolo A proposito dell’uccisione di re Umberto, sulla base del testo francese pubblicato nella raccolta Les Rayons de l’Aube nel 1901, ben conosciuta negli ambienti anarchici. In una nota redazionale, inserita nel punto in cui Tolstoj presenta Bresci come un uomo armato da un gruppo di anarchici, i responsabili del periodico dichiarano di essere «antitolstoiani recisi» e di dissentire dall’articolo «in numerosi punti», ma di pubblicarlo comunque per la prima volta in italiano per le affermazioni coraggiose che vi si trovavano.
L’unico taglio operato dalla rivista riguarda le citazioni bibliche ed evangeliche premesse all’articolo. In un punto poi è inserita un’aggiunta: nell’originale russo e nel testo francese si legge che i re e gli imperatori dovrebbero stupirsi della rarità di questi crimini, mentre in quello italiano si legge: «I re e gli imperatori, se fossero logici, quando l’ira popolare si abbatte su qualcuno di loro, dovrebbero meravigliarsi della rarità di questi delitti». L’aggiunta dell’espressione «ira popolare» sembra riprendere quello che aveva scritto Malatesta. ”
– Come riportato nel testo, “le date delle lettere e del diario di Tolstoj sono secondo il calendario giuliano adottato in Russia prima della rivoluzione: fino al 12 marzo 1900 sono indietro di dodici giorni rispetto all’Europa occidentale, dopo lo sono di tredici. Perciò il 7 agosto 1900 corrisponde, in Italia, al 20 agosto.“

Edito da Gruppi Anarchici Riuniti, Carrara, 1982, 14 pag.
Partendo dal dibattito sul monumento a Bresci a Carrara, i Gruppi Anarchici Riuniti hanno raccolto in questo documento tutta una serie di scritti di giornalisti e semplici cittadini a favore o meno di questa opera marmorea.
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Edito da Gruppi Anarchici Riuniti, Carrara, Ottobre 1981, 37 p.
Partendo dagli attentati falliti contro il sovrano sabaudo e la situazione sociale ed economica dell’Italia di fine ottocento, l’opera scritta dai Gruppi Anarchici Riuniti di Carrara pone l’attenzione sulla dimensione storica in cui Bresci si mosse e del perchè egli uccise Umberto I.
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Edito da Eleuthera, Milano, 2014, 175 p.
Nell’afa di una Milano ancora intontita per le cannonate che il generale Bava Beccaris ha sparato sulla folla inerme, un tessitore anarchico di trent’anni aspetta il suo momento. È appena tornato dall’America, dove è emigrato per sfuggire alla miseria e alle persecuzioni, e ha con sé una rivoltella appena comprata a New York. Il suo obiettivo è il petto pieno di medaglie di Umberto I di Savoia, quello che la retorica monarchica chiama il Re Buono e che il popolo ha invece ribattezzato Re Mitraglia dopo i morti di Milano, e della Sicilia, e della Lunigiana… I tre colpi che Gaetano Bresci spara al cuore del re non colpiscono solo il singolo ma anche la sacralità del suo potere. E il quarto colpo, quello non esploso, Bresci sa di averlo sparato contro se stesso. Percosse, isolamento, deprivazione sono quello che si aspetta. Forse anche l’omicidio camuffato da suicidio. Ma a Monza quella sera di luglio la mano del tessitore anarchico non trema.
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Edito da L’Aurora-Club, Paterson, 1903, 17 p., Terza Edizione
Pubblicato prima sul giornale “Pensiero, rivista di sociologia, arte e letteratura” e poi come opuscolo da “L’Aurora-Club” di Paterson, l’arringa di Merlino è una testimonianza sulla repressione governativa italiana ai danni degli anarchici e una disanima sulle differenze tra vendetta e giustizia di un processo farsa montato ad arte per condannare immediatamente Bresci.
Questa arringa venne utilizzata come materiale di propaganda da parte dei vari anarchici per dimostrare, per l’ennesima volta, le fallacie e la faccia repressiva dello Stato.
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Note dell’Archivio
-Estratto dal “Pensiero, rivista di sociologia, arte e letteratura,” Roma, Num. 11-12 del 25 dicembre 1903. Terza Edizione, Stampato a Paterson.

Edito da Libreria Sociologica, Paterson (New Jersey, USA), [1901], 40 p.
PREFAZIONE
Appena l’eco del fatto di Monza si propagò, dovunque fu una ridda dei conservatori di tutte le tinte, dai reazionari ai radicali, ai repubblicani, ai socialisti, secondati e spinti dalla stampa quotidiana d’ogni colore, per diffamare, denunziare gli anarchici, chiederne la testa per vendicare il loro re, di cui scoprirono e proprio allora le straordinarie virtù. In mezzo al clamore, alle grida d’ira e di vendetta, in mezzo al mercato di tanti piagnistei pochi furono coloro che non ne rimasero sopraffatti e che mantennero intatto il loro sangue freddo, il loro raziocinio e meno ancora quelli che ebbero il coraggio di analizzare il fatto, di mostrarlo nella sua vera luce e di esprimere la loro simpatia e la loro ammirazione per Gaetano Bresci. Fra questi pochi, anzi quasi unico, fu Amilcare Cipriani. Egli, appena saputo dell’uccisione di re Umberto, disse ciò che ne pensava su varii giornali francesi, tirandosi addosso l’ira della feroce stampa reazionaria d’Italia, che chiese la sua estradizione; poi pubblicò l’opuscolo: Il Regicidio.
In questo breve scritto, gettato giù con tutta la sincerità d’un vero rivoluzionario, Cipriani ha risposto ai suoi detrattori e dimostrato vittoriosamente, colla storia alla mano, che il regicidio non è un delitto anarchico, ma che è un mezzo di vendetta e di liberazione che risale ai più antichi tempi, di cui perfino nelle scuole si fa l’apologia e che i patrioti che oggi versano tante lagrime e sputano tanto veleno, ieri lo praticarono e quindi lo esaltarono nel loro interesse. Accennato brevemente alle colpe di Casa Savoia e di re Umberto, rivela la figura di Bresci, mettendone in luce il coraggio, la dignità, la fierezza, dimostrando tutta la sua simpatia pel forte tessitore di Prato che chiama un eroe e a cui dice: bravo! È confortante, in mezzo a tanti piagnistei più o meno interessati, più o meno codardi, sentire la parola genuina e franca di un uomo rimasto sinceramente rivoluzionario. Amilcare Cipriani non è anarchico, lo si comprende bene dal suo opuscolo, come lo si sa dalla sua linea di condotta, dalla sua partecipazione alle lotte elettorali, ai congressi socialisti, ecc. ecc.; ma bisogna confessare che, fortunatamente, non è neppure da confondersi con quei socialisti che del socialismo conservano solo il nome. Questo diciamo per rilevare il suo spirito indipendente e che lo onora. Ci ha fatto, quindi, sommo piacere che da lui sia partita così efficace risposta a falsi umanitari di Italia e di fuori, qual é il Regicidio, di cui pubblichiamo la fedele traduzione, convinti di compiere opera utile, doverosa ed onesta. Utile per le verità incontestabili che lo scritto contiene, doverosa perchè rende giustizia al tanto calunniato, insultato ribelle di Monza, onesta perchè è l’espressione di tutti coloro che non si lasciarono traviare dalle declamazioni e che in Cipriani trovarono il loro interprete. Leggano i compagni, gli amici, i lavoratori tutti questo opuscolo e poi dicano se è la fine di un tiranno che deve commuoverci, o la sorte del condannato, del torturato dagli aguzzini dei Savoia, del vindice dei massacrati di Sicilia, della Lunigiana, di Milano, degli affamati di tutta Italia: Gaetano Bresci.
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Edito da Galzerano Editore, Salerno, Aprile 2001, 1096 p., Seconda Edizione Riveduta e Corretta.
Diversamente dalla storiografia ufficiale che ha sostenuto la tesi del complotto anarchico – che polizia e magistratura, nonostante lo zelo e le persecuzioni, gli arresti di massa, non riuscirono a provare – questo volume riconosce e documenta l’atto solitario e coraggioso di Bresci. Il libro, oltre a contribuire a una maggiore conoscenza di un avvenimento che chiuse un’epoca di sangue proletario e di cannonate sabaude, offre una ennesima testimonianza di grande interesse sociale, culturale, politico e umano sull’attività degli emigrati anarchici italiani negli Stati Uniti.
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Edito a Pordenone, 2008, 146 p.
Introduzione di Gabriele Donato
È un orgoglio per me poter ricordare stamattina, grazie all’invito dell’Anpi di Sacile, la straordinaria decisione di decine e decine di friulani di partire, dopo il 1936, alla volta della Spagna per combattere il fascismo, che in quel paese si stava affermando grazie alla ribellione dell’esercito guidata da Francisco Franco. I friulani furono solo una piccola parte, ma estremamente significativa, delle decine di migliaia di volontari antifascisti che partirono da decine di paesi: solo gli italiani, nel complesso, furono circa 4 mila.
Un vero e proprio fiume di energie popolari confluite nella prima grande battaglia generale condotta, armi alla mano, in Europa contro il fascismo. L’intenzione era semplice: difendere il diritto dei popoli dello stato spagnolo a liberarsi dalle catene con le quali i latifondisti, la casta militare, la grande finanza e le gerarchie ecclesiastiche volevano continuare a tenerli intrappolati nella logica dello sfruttamento, “imprigionandone” la voglia di libertà. Si trattò di una straordinaria “migrazione”: un flusso di idealità e passioni, un’esplosione fragorosa di vero e proprio internazionalismo proletario; essa seppe travolgere le frontiere trasformando operai, contadini e intellettuali che parlavano linguaggi anche diversissimi in un’unica forza straordinaria. È possibile ricordare oggi l’impatto di quella forza ideale, l’eroismo di tanti volontari, evitando i riferimenti alle tante miserie dell’attualità in cui siamo immersi? Si tratterebbe di una reticenza ingiustificabile, e non pensiate che io mi riferisca esclusivamente all’esito delle recenti elezioni politiche, che hanno ricollocato al potere le forze di ispirazione conservatrice e reazionaria che allora non avrebbero esitato a schierarsi dalla parte del franchismo.
Penso anche ad altro: al rinnovato intensificarsi della campagna polemica contro i libri di storia scritti dagli “intellettuali di sinistra”, e anche ai fatti tragici che insanguinano le nostre città e che si legano al moltiplicarsi delle azioni squadristiche promosse dalle formazioni dell’estrema destra neofascista. Si tratta di due questioni completamente slegate l’una dall’altra? Per nulla, e lo dimostra proprio la vicenda drammatica di Verona: nella città in cui i neofascisti hanno assassinato un ragazzo, il sindaco leghista aveva proposto, circa un anno fa, che nel Consiglio direttivo dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione entrasse, a rappresentare il Comune, Andrea Miglioranzi, esponente di spicco dell’estrema destra cittadina, già condannato per reati connessi alla sua militanza neofascista.
I due ordini di problemi si legano, e il clima di intolleranza si alimenta anche della rozzezza revisionista con la quale si vorrebbe cancellare la memoria antifascista; d’altra parte, si farebbe fatica a capire, altrimenti, tutto l’accanimento con il quale l’antifascismo viene continuamente messo in discussione. Azzerare la memoria antifascista rimane, per le destre vecchie e nuove, una priorità, nella logica dell’azzeramento dei conflitti e del superamento delle diversità: nella logica dell’uniformizzazione passivizzante delle coscienze.
Questo è il motivo per cui spetta a noi il compito di riscoprire la funzione dei monumenti dedicati all’antifascismo: essi devono diventare i luoghi in cui rifiutare pubblicamente l’idea che la memoria collettiva possa risolversi in un generale patteggiamento in cui meriti e colpe, neutralizzandosi a vicenda, possano svanire. Con la stessa determinazione dobbiamo rifiutare l’idea di una storia ufficiale, imposta al paese dalla politica e dai partiti di governo: dobbiamo, invece, continuare a rivendicare con orgoglio la nostra memoria non pacificata, la nostra memoria indisponibile a scendere a patti con le ragioni di chi vuole cancellare le nostre ragioni.
Nessuna pacificazione, pertanto. Continuano ad esserci, oggi, motivi di conflitto che non possono essere occultati, così come esistevano settant’anni fa: allora da una parte c’era l’Italia di Mussolini, il quale mandò a supportare Franco 70 mila soldati, 800 aerei e 8 mila automezzi, solo per citare alcune cifre; dall’altra c’era l’Italia dei volontari antifascisti, perseguitati e costretti in maggioranza a vivere in esilio, l’Italia di Carlo Rosselli, di cui voglio citare alcune parole celeberrime:
«In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che, avendo perduta la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Spagna, fucile alla mano. Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. È con questa speranza segreta che siamo accorsi in Spagna. Oggi qui, domani in Italia».
La libertà in Italia era andata perduta quindici anni prima, e nel maggio del 1936 il regime mussoliniano poteva vantare il proprio massimo successo d’immagine: la proclamazione dell’Impero a seguito della vittoriosa campagna d’Africa. Per gli antifascisti tutto sembrava irrimediabilmente perduto, e gli anni che trascorsero dal 1934 al 1936 furono gli anni di maggior crisi per le organizzazioni intenzionate ad animare forme di opposizione clandestina al regime. Ma le difficoltà di quella crisi si tramutarono in voglia di rivincita, voglia che riprese rapidamente a diffondersi proprio con l’arrivo, in Italia, delle prime notizie riguardanti la lotta armata con quale la Spagna proletaria stava cercando di opporsi alla ribellione militare di Franco.
Furono le questure, in Italia, a registrare rapidamente la diffusione di umori nuovi presso gli ambienti popolari, tradizionalmente renitenti a farsi travolgere dalla retorica del fascismo; un agente della questura di Udine, per esempio, segnalò preoccupato ai suoi superiori un commento che aveva ascoltato presso un cantiere in cui era intervenuto per bloccare sul nascere una protesta contro le cattive condizioni di lavoro: “Lavoreremo sempre così finché non vengono i rossi dalla Spagna, e mi pare che stanno per arrivare”.
I sentimenti antifascisti facevano ancora fatica a tradursi in una lotta attiva e articolata, ma la fiducia che la lotta contro il fascismo potesse affermarsi altrove iniziava a generare speranze e aspettative; le autorità parlavano preoccupate di “una forma spicciola di propaganda sovversiva, estremamente pericolosa perché intesa a creare dubbi”. Le loro preoccupazioni crescenti alimentarono una ripresa dell’attività repressiva, direttamente proporzionale alla ripresa dell’attività che definivano come “sovversiva”: se, infatti, nel 1937 le condanne del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato erano state “solo” 172, nel 1938 furono 310, e nel 1939 365; l’opposizione al fascismo, anche grazie ai fatti di Spagna, aveva ripreso a farsi sentire.
La vittoria non arrivò, tuttavia, nemmeno dalla Spagna: fra il gennaio e il marzo del 1939 i franchisti entrarono a Barcellona e a Madrid, baluardi fino a quel momento delle forze repubblicane; venne scatenata una repressione feroce contro i combattenti antifranchisti, e il regime che si insediò potè pure contare sulla “benedizione” del papa di allora, Pio XII. La guerra civile spagnola, tuttavia, non fu solo il luogo di una sconfitta: fu un palestra straordinaria di combattimento, e gli antifascisti che vi si addestrarono sarebbero poi diventati la spina dorsale della Resistenza in Italia.
Ma chi erano quegli antifascisti? Erano azionisti, erano socialisti, erano anarchici, erano soprattutto comunisti: dovremmo forse essere imbarazzati per quest’ultimo fatto? Dovremmo parlare a voce bassa di quei combattenti a causa delle loro convinzioni politiche? Il revisionismo d’ispirazione conservatrice vorrebbe convincerci proprio di questo: vorrebbe persuaderci del fatto che l’antifascismo sarebbe stato allora irrimediabilmente inquinato dalla presenza ingombrante dei comunisti; anche contro questo tentativo abbiamo il dovere di reagire, in quanto l’intenzione che sta alla base di quest’operazione di rilettura della storia è chiara: se il comunismo viene considerato un male assoluto, coloro che l’hanno combattuto meritano di essere onorati alla stregua di combattenti per la libertà; in questo modo – è fin troppo evidente – si creano le condizioni per riabilitare non solo i franchisti, ma anche i repubblichini.
Stravolgere il passato, in altre parole, per rendere più digeribile un presente inquietante, in cui sta diventando possibile riempire di onori quanti si sono macchiati dei crimini peggiori in nome dell’anticomunismo; d’altra parte, da dove scaturiva la ferocia dei franchisti se non dall’anticomunismo più accanito? Si erano dati il compito di “fare pulizia”, limpieza, come dicevano: “Dobbiamo uccidere, uccidere e uccidere, così il Paese sarà ripulito e ci difenderemo dal proletariato”. Queste erano le loro “idealità”, condivise dai fascisti di tutta Europa e valorizzate dalle destre di oggi, ossessionate dall’idea di recuperare e glorificare il passato da cui provengono.
Noi abbiamo il compito di reagire: l’anticomunismo, che poi altro non è che astio nei confronti delle aspirazioni dei più deboli, ostilità nei confronti delle speranze degli oppressi, non deve essere accettato come il valore supremo da celebrare con nuovi libri di testo, con nuove date commemorative, con nuovi eroi nazionali. Tale virulenza serve a demolire la forza dei valori per cui i combattenti che oggi ricordiamo non hanno smesso d’impegnarsi, nemmeno di fronte al rischio più terribile, quello della morte. Ecco perché i “nostri” monumenti oggi sono più preziosi che mai: è di fronte ad essi che gli antifascisti devono rialzare la testa; è per questo che quelli che esistono già devono essere riscoperti, e altri devono essere costruiti, con il cuore pieno della passione che animò i combattenti di Spagna, e a cui uno di loro, Buenaventura Durruti, nel 1936 ha dato voce con queste straordinarie parole:
«Non dovete dimenticare che noi sappiamo anche costruire. Siamo noi che costruiamo questi palazzi e le città, qui in Spagna e in America e ovunque. Noi, i lavoratori, possiamo costruire altri edifici al posto di quelli distrutti, edifici anche migliori. Noi non siamo affatto spaventati dalle rovine. Noi stiamo per ereditare la terra. Non c’è il benché minimo dubbio su ciò. La borghesia può soffiare e distruggere il suo mondo prima di abbandonare le pagine della storia. Noi portiamo un mondo nuovo qui nel nostro cuore. Questo mondo sta crescendo anche in questo momento»
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Aleph Editrice, Luco dei Marsi (Aq), 2017, 16 p.
Nell’ottantesimo anniversario della morte di Antonio Cieri e Luigi Trapasso, e di tutti gli altri. Aleph editrice propone un modesto opuscolo di Franco Massimo Botticchio, tratto da un modesto intervento, su di un oggetto “impossibile”
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