Vanni Renzo, “Reazione ed eversione nell’Italia repubblicana”

Supplemento a “Seme anarchico” n. 28 del maggio 1984, Brescia, 54 p.

“Il prof. Renzo Vanni è stato uno dei promotori della rinascita del pe­riodico mensile “Seme anarchico” che si stampa a Brescia dal febbraio 1980. A questo periodico R. V. ha dato la sua costante e valida collaborazione, dimostrando la serietà dell’indagine nella ricerca storica che va dalla lotta armata partigiana di liberazione alle vicissitudini che hanno caratterizzato — sin qui — 34 anni di “regime bianco” (dopo un ven­tennio di regime nero), sostenuto più o meno apertamente dai partiti del­l’arco costituzionale, i quali fanno la corte al partito di maggioranza (la democrazia cristiana) per ottenere la cogestione o una fetta del potere, in attesa di alternarvisi.
Dalla lettura di questo libro ci si può fare un ’idea — seppure succinta — di come il popolo italiano sia stato raggirato (lo è tuttora) e messo in serio pericolo nelle sue conquistate libertà istituzionali, dai vari centri del potere, comunque si manifesti e da chiunque sia esercitato. Noi speriamo solo che i lettori di questo libro diventino più riflessivi e più critici verso tutte le manifestazioni autoritarie, per diventare quin­di dei coscienti contestatori del dominio e dei combattenti personalmen­te responsabili e convinti gestori della propria libertà.”

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Tarantini Domenico, “L’università del Medioevo. Padre Gemelli e l’Università del Sacro Cuore”. A seguire, Mimmo Franzinelli, “Il magnifico Rettore e il munifico Dittatore”

Edito da Anteo, Ragusa, Dicembre 1990 (Seconda Edizione), 94 p.

Pubblicato per la prima volta per Edizioni RL-Volontà nel 1962, “le fonti utilizzate dall’Autore sono costituite […] esclusivamente da documentazione ufficiale: L ’Uni­versità cattolica del S. Cuore di mons. Francesco Olgiati (Milano, 1955), articoli della rivista «Vita e Pensiero» e stralci da corrispondenze del quotidiano milanese «L’Italia». Un materiale montato da Tarantini in modo da evi­denziare il progetto politico portante di un’istituzione basilare del blocco culturale di potere (prima col fascio lit­torio e poi con lo scudo-crociato). I quattro capitoli del saggio (L ’Università del Medioe­vo — L ’adesione al fascismo — L ’anticomunismo, la guerra e il dopoguerra — Le nuove facoltà) segnano con cadenza tematico-cronologica altrettanti punti nodali della vita dell’«Università Cattolica»: l’originario programma tomisti­co di restaurazione ideologica; l’intreccio di interessi tra gemelliani e mussoliniani; il distacco dal regime e la con­tinuità ideologica sotto il segno dell’anticomunismo; l’e­spansione degli anni Cinquanta nel quadro politico cen­trista.”

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Franzinelli Mimmo, “Il clero del duce, il duce del clero. Il consenso ecclesiastico nelle lettere a Mussolini”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Settembre 1998, 247 p.

“Questa antologia fornisce un prezioso contributo alla cono­scenza dei rapporti cattolicesimo-fascismo sul versante del consenso ecclesiastico al regime e del culto della personalità di Mussolini, attraverso la pubblicazione di epistolari inediti indirizzati da oltre cento sacerdoti al duce. Le lettere – sud­divise cronologicamente, con un inquadramento sui rappor­ti Stato-Chiesa anteposto ad ogni sezione annuale – sono precedute da una scheda biografica sui religiosi che scrisse­ro al capo del fascismo e di ognuna di esse viene fornita la collocazione archivistica.
Il clero del duce/il duce del clero affronta una tematica trascurata dalla storiografia, soffermatasi su poche questioni di rilievo (la Conciliazione, la crisi per l’Azione cattolica del 1931, le ripercussioni nei rapporti Stato-Chiesa della legisla­zione razziale del 1938 e dell’alleanza con la Germania, il ruolo del clero nella guerra e il contributo ecclesiastico al movimento resistenziale), sollecita nell’individuare ed enfa­tizzare i casi di opposizione ecclesiastica, ma alquanto di­ stratta verso il Contributo dei religiosi al consenso di massa al regime.
Al centro di qpesti documenti campeggia il rapporto tra Chiesa e potere:’ dopo un sessantennio di separazione tra istituzioni civili e spirituali, il fascismo assicurò al cattolice­simo lo status di religione di Stato e si giovò dell’attivo so­stegno di migliaia di ecclesiastici. L’analisi degli espistolari qui trascelti secondo un criterio di rappresentatività permet­te di verificare caratteri e dimensioni del legame stretto tra il clero e il dittatore, in una reciproca legittimazione tra i rap­presentanti dell’autorità religiosa e detentori dell’egemonia politica.”

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Franzinelli Mimmo, Graziano Nicola, “Un’odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio”

Edito da Feltrinelli, Milano, Febbraio 2015, 222 p.

“A ridosso della Liberazione la magistratura processa centinaia di ex partigiani, accusati di gravi reati commessi durante la lotta clandestina e nell’immediato dopoguerra. Sono perlopiù imputazioni relative a casi di “giustizia sommaria” contro persone sospettate di spionaggio, coinvolte nell’apparato repressivo fascista. Per diverse decine di imputati la strategia difensiva, impostata da Lelio Basso, Umberto Terracini e da altri avvocati di sinistra, punta a mitigare le pene mediante il riconoscimento della seminfermità mentale. Quando poi, dall’estate del 1946, l’amnistia Togliatti apre le porte alla grande massa dei fascisti condannati o in attesa di giudizio, anche i partigiani beneficiano del provvedimento, dal quale è tuttavia esclusa la detenzione manicomiale. Ex partigiani perfettamente sani di mente devono dunque adattarsi alla detenzione in strutture dove gli internati non hanno diritti e sono sottoposti a quotidiane vessazioni. Tornano finalmente alla luce, dai documenti inediti custoditi all’Opg di Aversa, dove i partigiani internati furono aiutati dal giovane attivista comunista Angelo Jacazzi, oscure vicende della lotta di liberazione e della guerra civile, coperte dal velo dell’oblio, e si ripercorrono problematici itinerari individuali dentro le carceri e i manicomi, nell’Italia della Guerra fredda. Quella dei partigiani in manicomio era rimasta una pagina sconosciuta della storia italiana nel secondo dopoguerra, fino a oggi.”

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Boi Cristian, “Mass media e controllo sociale nella società di massa”

Edito da Lulu.com, 66 pagine.

Introduzione
La società contemporanea è un sistema molto complesso in perenne evoluzione. Si muove a ritmi vertiginosi, sotto l’impulso di cambiamenti sociali e innovazioni tecnologiche, modificando continuamente convinzioni, agendo di continuo per ribaltare punti fermi. Il sistema dell’organizzazione sociale è andato avanti con le sue contraddizioni per decenni dopo la seconda guerra mondiale, nell’esigenza della ricostruzione ha superato tutti gli ostacoli che si frapponevano al suo sviluppo. Chi si trova oggi a fare una qualsiasi analisi su questa società si trova di fronte ad una realtà complessa che si evolve in maniera impetuosa e in cui ogni ragionamento può essere smentito da un evoluzione o un accadimento successivo.
Nella società moderna acquistano particolare importanza i rapporti tra società, Stato e mezzi di comunicazione di massa, e il ruolo che questi ultimi occupano nella creazione del consenso come anello di congiunzione tra una realtà pensata dall’alto delle gerarchie del potere economico e politico e il singolo che questa realtà è chiamato a vivere e a costruire. Lo Stato può essere inteso come il garante dello sviluppo e della sopravvivenza di questa società. Nello Stato moderno le strutture del potere hanno il compito di garantire che una società così complessa si sviluppi e cresca, hanno cioè il bisogno di guidarla e di difenderla. Per far questo si servono, naturalmente, di una grande struttura coercitiva che è il primo segno del carattere non prettamente pacifico di questo tipo di società.
Una società democratica giusta ed equa dovrebbe, infatti, avere poco bisogno di strutture coercitive, mentre nella situazione attuale la loro presenza è importante. Naturalmente, gli scopi e gli obiettivi della coercizione non sono solamente quelli della repressione, ma anche quelli della prevenzione. Tutto l’apparato serve non solo per punire i comportamenti di chi trasgredisce, ma anche per orientare i comportamenti della massa delle persone verso fini che garantiscano l’ordine sociale. In quest’ottica può fare di più della concreta azione delle forze dell’ordine la loro semplice presenza nel territorio. Naturalmente, quest’opera da parte dello Stato può essere realizzata meglio se invece che essere imposta con l’uso della forza si realizza con la ricerca del consenso. In questo sta la forza dello Stato democratico: nell’affermazione di valori che devono essere condivisi da più persone possibili.
Anche la criminalizzazione di un comportamento si basa sul consenso dei cittadini, ed anche qualora questo consenso non ci sia difficilmente qualcuno potrà mettere in discussione la potestà dello Stato di reprimere tali comportamenti. Il rispetto dello Stato, il rispetto della legge, anche se considerata ingiusta, è per molti un valore incontestabile. Sarebbe però un errore credere che questo controllo e questo consenso siano attuati al solo scopo di garantire semplicemente la conservazione delle strutture democratiche dello Stato . Lo Stato rappresenta, nella logica del sistema capitalistico, il garante della sopravvivenza di questo sistema, chiamato a coordinare a livello macroeconomico il suo sviluppo e a sopperire 3ai problemi che ciclicamente si ripresentano. Lo Stato può essere visto come l’armatura che racchiude e protegge il sistema economico, deputato alla sua difesa, a fargli da schermo, a frapporsi nello scontro tra le parti sociali, a mediare: com’è avvenuto in Italia nel caso della concertazione. Anzi progressivamente il ruolo dello Stato in questo senso acquista un peso sempre maggiore e la gestione stessa dello Stato sempre più ad essere valutata con criteri economici. I termini della questione non possono essere ribaltati. Pietra angolare di ogni ragionamento in questa ottica diviene l’economia e il sistema di produzione. E’ da qui che bisogna partire per capire il ruolo delle varie sovrastrutture, che possono esser viste come strumenti deputati al raggiungimento dei fini della struttura economica. E’ da qui che bisogna partire per capire il ruolo che le masse svolgono all’interno del sistema sociale e i condizionamenti che subiscono che, a livello individuale, sarebbero sempre funzionali a interessi economici come buona parte dei comportamenti che l’ordinamento giuridico permette o reprime.
E’ bene, quindi, citare Marx riguardo a questi rapporti:
“Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato grado di sviluppo delle forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una struttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”
Per Marx, quindi, bisogna partire dalla vita materiale, e cioè dai rapporti di produzione, per capire lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici. Il capitalismo, perciò, creerebbe un mondo a sua immagine e somiglianza, ogni parte dell’esistenza sarebbe direttamente funzionale al suo modo di produzione. La morale, la religione, il diritto, lo Stato sarebbero tutti accomunati dal medesimo destino di essere servitori dell’obiettivo capitalistico.
Marx si basa sul lavoro di analisi delle caratteristiche del modo di produzione borghese per inserire sue considerazioni valutative su come questo modo di produzione potesse evolversi. Queste previsioni sono tra le parti più criticate del suo lavoro. La pretesa di trovare delle leggi di sviluppo della società immutabili, ai giorni nostri, si è rivelata fallace e si accompagna ad una generale disillusione che colpisce le scienze sociali. Del resto, anche Marx, in certi punti, affermava il carattere fluido della realtà: 4La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. L’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi. Si dissolvono rapporti, idee e concetti, ogni cosa sacra è profanata e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.
Per Marx il mondo sensibile che circonda l’uomo non è una cosa data immediatamente dall’eternità sempre uguale a se stesso.
Del resto, Marx non poteva conoscere gli sviluppi che il sistema capitalistico avrebbe avuto da lì a centocinquant’anni, le nuove invenzioni e le nuove forme che l’organizzazione sociale ha assunto. Marx pensava, infatti, che la borghesia durante il suo dominio avesse creato delle forze produttive in misura molto maggiore di tutte le altre generazioni del passato messe assieme. Però, scriveva anche: Da questo momento le armi che sono servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo, si risolvono contro la borghesia stessa. Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le porteranno la morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari. Dopo che lo le stesse dinamiche del capitalismo favoriscono la nascita di una nuova classe sociale la stessa borghesia, sempre in lotta con l’aristocrazia, con parti della borghesia, con altre borghesie nazionali, favorisce il processo evolutivo del proletariato in quanto è costretta a valersi del suo aiuto e con ciò gli fornisce gli elementi della sua educazione, cioè armi contro se stessa. Sarebbe stata la borghesia stessa, insomma, a produrre “i suoi seppellitori. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili”.
Ma, come ho detto prima, Marx non poteva prevedere tutto e sopratutto quale tipo di strumenti di educazione e di controllo sarebbero stati creati al fine di mantenere la struttura del sistema capitalistico che, nonostante le previsioni di Marx e un secolo e mezzo di storia e di evoluzione sociale, rimane per molti aspetti inalterata. Tra questi un ruolo fondamentale e da decenni crescente viene svolto dai media

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Duval Michèle – Grandezza e decadenza dei seguaci dell’amianto.

Edizioni della Rivista “Anarchismo”, Catania, 1979, 42 p.
Testo nato da una lettura decodificante e critica di una pagina pubblicitaria pagata dai padroni dell’amianto – apparsa su “Le Monde” – per rilanciare le vendite in ribasso della loro merce-veleno.
Un modello per difendersi dalle menzogne che la pubblicità ci spaccia quotidianamente sotto l’apparente e rassicurante “obiettività” scientifica. In appendice, documenti e dati sulla produzione dell’Amianto in Italia e sulla nocività della sua lavorazione.
Cartella contenente articolo pubblicitario di Le Monde del 17/11/1976

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Bookchin Murray, Post-Scarcity Anarchism. L’anarchismo nell’età dell’abbondanza

Edito da La Salamandra, Milano, 1979, 190 p.

“Post Scarcity Anarchism” è composto da una serie di saggi, in cui Murray Bookchin focalizza l’attenzione sulle possibilità di una società non gerarchica, ecologica e anticapitalista, che possa soddisfare equamente i bisogni umani. Sostiene infatti, che la società post-industriale, attraverso l’uso della tecnologia, avrebbe la possibilità di evolversi in forme di auto-amministrazione. Per l’autore il progresso tecnologico: quando la tecnologia viene utilizzata in modo ecologicamente sensibile, ha un potenziale rivoluzionario che può liberare la società dallo sfruttamento capitalistico. Tuttavia, Bookchin crede anche che queste potenzialità siano già abbondantemente sfruttate da quest’ultimo, a scapito delle esigenze dell’uomo e della sostenibilità ecologica, per tanto, è sempre più necessario farne un uso consapevole e critico. “Che la libertà debba essere concepita in termini umani, non animali – in termini di vita, non di sopravvivenza – è abbastanza chiaro. L’uomo non si libera dalle catene della schiavitù e non acquista una dimensione veramente umana semplicemente scrollandosi di dosso la dominazione sociale e conquistando una libertà astratta. Deve conquistare una libertà concreta: libertà dai bisogni materiali, dalla schiavitù del lavoro, dalla necessità di dedicare la maggior parte del proprio tempo – cioè, della propria vita – alla lotta per la sopravvivenza

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Bookchin Murray, Per una società ecologica. Tesi sul municipalismo libertario e la rivoluzione sociale

Edito da Eleuthera, Milano, Settembre 2016, 237 p.

In questo classico dell’ecologia sociale, Bookchin si chiede se davvero non c’è rimedio a questo fenomeno chiamato «civiltà» che pare sul punto di distruggere un mondo naturale formatosi in milioni di anni di evoluzione organica. Di certo le soluzioni vanno trovate lontano dalla prevalente ragione strumentale, che risponde a logiche di dominio sulla natura radicate in quel dominio dell’uomo sull’uomo che ha plasmato sia la nostra struttura sociale sia la nostra visione della natura. Bookchin mostra infatti come sia stata la nascita della società gerarchica a rendere sempre più aggressive le relazioni dell’umanità con la natura, in un perverso crescendo culminato con la selvaggia spoliazione operata dal capitalismo e dal suo folle modello di crescita infinita in un mondo finito. I rimedi vanno allora cercati in valori e metodi non gerarchici capaci di costruire uno spazio sociale in equilibrio con il suo ecosistema e un tessuto comunitario basato sulla cooperazione e non sulla competizione, sulla redistribuzione e non sull’accumulazione, sull’interdipendenza e non sulla sopraffazione.

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Bookchin Murray, La crisi ecologica. Le sue radici nella società. Problemi e soluzioni

Edito da Bohémiens, Ragusa, Maggio 1995, 15 p.

Questo opuscolo riproduce il testo di una conferenza che l ’autore ha tenuto a Carrara l ’8 ottobre del 1984 ed è stato pubblicato per la prima volta nell ’ottobre del 1984 dal Circolo culturale anarchico di Carrara

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Bookchin Murray, Democrazia diretta

Edito da Eleuthera, Milano, Aprile 2016, 101 p.

In questo lungo crepuscolo della democrazia rappresentativa, l’idea stessa di politica – un tempo partecipazione attiva di un’intera comunità alla vita sociale – rischia di perdere ogni rilevanza proprio perché è stata ridotta a mera tecnica dell’organizzazione statuale, oltretutto affidata a gruppi di “professionisti” – politici, certo, ma anche burocrati, magistrati, militari, ecc. – che praticano una forma di manipolazione istituzionale detta “governo”. Ma così si rischia di perdere anche il senso di ciò che significa essere cittadini, uno status ormai confuso con l’essere semplici elettori e contribuenti, ovvero ricettori passivi di beni e servizi forniti da uno Stato onnipotente e pervasivo. Tuttavia questa deriva non è affatto irresistibile, ci dice Bookchin, che mostra come siano esistite ed esistano concrete alternative alla statualità, in grado di opporsi alla dissoluzione della comunità e allo smarrimento del senso di cittadinanza che questa ha prodotto. Ne esce un piccolo manuale di democrazia diretta, decentramento amministrativo e federalismo, rivisitati alla luce degli ultimi cento anni di storia sociale

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