Occhipinti Maria, “Anni di incessante logorio. Pensieri poetici”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Gennaio 2016, 130 p.

Maria Occhipinti ha trovato le «parole per dirsi», sfi­dando con coraggio il rischio di confondersi con la ba­nalità del quotidiano e con il linguaggio a volte sconta­to о i tanti luoghi comuni che lo delimitano. Ma il suo linguaggio, pur nella difficoltà di tradurre le più intime emozioni dell’animo, è schietto, sincero, capace di far presa diretta su chi legge le sue parole comunica­ no una tensione verso una purezza perduta, un arden­te e superbo appello all’umanità, sotto i raggi di un so­ le assunto ad emblema di «libertà». […] Sentimenti semplici e profondi, uniti a sprazzi di utopie svanite, a inni di riscossa, a speranze di rivincita. Tutto questo e molto altro si può leggere in questa poesia semplice e schietta che anela all’amore come al «pane del cuore».
Adriana Chemello (dalla prefazione)

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Materialismo e libertà. Periodico di azione e studi libertari

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Durata: Gennaio 1963 – Maggio 1963
Luogo: Milano
Periodicità: Varia
Pagine: 8

Nota dell’Archivio
– Giornale fotografato

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Bakunin Michele, “Lavoro manuale e intellettuale”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Novembre 1968, 60 p.

Introduzione
A un secolo di distanza dalla fondazione della Prima Inter­nazionale dei Lavoratori ci è sembralo opportuno portare un contributo ad una maggior conoscenza dei testi anarchici attra­verso la ristampa di una serie di articoli pubblicati da Baku­nin su «Egalité» nel luglio e nell’agosto 1869. Pubblicando que­sti articoli, che in se contengono cose naturalmente chiare per coloro che fanno parte del Movimento Anarchico, noi abbiamo anche pensato al rinascere dell’interesse di molti storici e stu­diosi per il nostro Movimento, così come a quello di molti mi­litanti delusi dei partiti di sinistra. Ma va da sè che tale pubblicazione non è punto per questi studiosi che, con la pretesa di «riscoprire» il nostro Movimen­to (in tempi di pace), molto spesso scientemente, altre volte per ignoranza, lo riscoprono come fa comodo a loro, e, tralascian­do ogni indagine seriamente scientifica, travisano fatti e idee. Basta pensare a G. Woodcock che, ne «L’Anarchia» (ed. Fel­trinelli, 1966), crede di poter accusare gli anarchici d’essere de­ gli idealisti che si pongono contro la corrente della storia, nu­trendosi della visione di un futuro idillico e restando contem­poraneamente attaccati agli aspetti più attraenti di un passato moribondo. Basta pensare, ancora, alla pubblicazione della « Filosofia della Miseria » di Proudhon in estratti che ne travisano il ve­ro significato, affiancata dall’edizione integrale della « Miseria della Filosofia » di Marx e da una prefazione che non fa che ripetere gli argomenti di Marx; oppure ancora basta leggere l’introduzione fatta da Emile James per « Che cosa è la proprie­tà » di Proudhon (pubblicata recentemente per l’ediz. Garnier Flammarion), in cui le idee di Marx che presentano Proudhon come « liberale progressista, о piccolo borghese (?) » sono presentate come idee dell’autore della prefazione. Tale autore, che pare insegni in una università, si è dimenticato non solo di con­trollare fatti che la storia ha contestato, ma perfino ciò che il confronto del testo di Marx con quello di Proudhon rende evi­ dente: la volontaria falsificazione, da parte di Marx, di ogni pensiero di Proudhon, attraverso citazioni errate. Per ultimo si è dimenticato di dire che Proudhon era anarchico. Tale discorso, « mutatis mutandis » e con altro intendimen­to, va fatto anche ad alcuni militanti ai margini dei partiti della sinistra che, abbagliati dalle analogie esteriori di alcune loro costruzioni mentali con la pratica anarchica, pretendono di por­tare avanti « un’azione parallela » invece di PENSARE seria­ mente alla necessità di un salto qualitativo. Con questa digressione non si pensa tuttavia di condanna­ re degli interessi e dei lavori che in ogni caso possono sortire l’effetto di avvicinare molti al movimento anarchico e di spin­gerli ad approfondire la pratica dell’anarchismo. Tale digres­sione serve piuttosto a chiarire la nostra scelta nel pubbli­care per primi questi articoli di Bakunin. Abbiamo preferito que­sti semplici articoli a molti testi anarchici più complessi perchè ci permettono di mettere a fuoco l’irriconciliabilità dell’anarchi­smo con qualsiasi dottrina che non ponga come PRESUPPOSTO della Rivoluzione la distruzione dello Stato e delle classi e per­ chè ci permettono di puntualizzare, al di là di ogni apparen­za, la profonda unità che compenetra l’ideologia anarchica ed il Movimento Anarchico Internazionale.

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Note dell’Archivio
– Gli articoli, tradotti parzialmente dal francese all’italiano e con note di James Guillaume, sono “Les Endormeurs” e “L’instruction intégrale”, pubblicati su “L’Égalité : journal de l’Association internationale des travailleurs de la Suisse romande”
– In questo opuscolo vi sono, oltre l’introduzione e gli articoli di Bakunin, “Lavoro manuale e lavoro intellettuale” del gruppo “Materialismo e Libertà” di Milano, “Risposta al compagno Claude Faure” di Corradini, “La meritocrazia come ideologia del feudalesimo industriale” – che verrà stampato come opuscolo dai Gruppi Giovanili Anarchici Federati -, e “Diritto allo Studio” degli Studenti anarchici aderenti alla Gioventù Libertaria di Milano

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Bartalini Ezio, “In difesa dell’Anarchia”

Edito da Libreria Internazionale di Avanguardia, Bologna, 1951, 24 p.

L’arringa che segue fu rac­colta su note stenografiche dell’avv. Domenico Perrone e pubblicata sul N. 7, Anno II, della Rivista « La Difesa Sociale » di Genova. Noi dobbiamo la possibilità della ristampa di questo opuscolo alla cortesia dell’amico perso­nale Ezio Bartalini.

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Fournier-Finocchiaro Laura, “Anarchismo e femminismo nelle riviste La donna libertaria (1912-1913) e L’Alba libertaria (1915)”

da Laboratoire italien. Politique et societé, n. 26, 2021

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Pouget Emile, “Il sabotaggio”

Edito da Maldoror Press, Camerano, 2013, 91 p.

L’opuscolo seminale sul sabotaggio rivoluzionario, scritto oltre un secolo fa dal sindacalista anarchico Émile Pouget.
«Da quando un uomo ha avuto la criminale ingegnosità di trarre profitto dal lavoro di un suo simile, da quel giorno lo sfruttato ha cercato d’istinto di dare meno di quanto esigesse il suo padrone», É. Pouget

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Note dell’Archivio
-Traduzione di “Le Sabotage”, 1910
-Il libro di Pouget è stato tradotto e pubblicato una prima volta dalla Casa editrice di avanguardia, Milano, 1911. Successive pubblicazioni: La Fiaccola, Ragusa, 1973 (con introduzione di Alfredo Maria Bonanno); Massari, Bolsena, 2007; Ortica Editrce, Aprilia, 2024

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Fabbri Luigi, “L’organizzazione operaia e l’anarchia (A proposito di sindacalismo)”

Edito da Casa Editrice Libraria Il Pensiero, Roma, 1906, 48 p., Seconda Edizione

Spezzare ancora una lancia a favore dell’organizzazione, in linea generale, non sarà inutile in questo momento in cui una mania ingiustificabile di originalità spinge tanta gente a sostenere le cose più assurde, gettando una confusione enorme nelle idee e rendendo impossibile ogni lavoro ordinato e continuato di demolizione e di ricostruzione. C’era una volta un filosofo greco, un sofista, che s’era messo a sostenere che la nostra esistenza è una illusione, e che tutto ciò che noi vediamo esiste non di per sè ma soltanto nel nostro preconcetto e nella nostra fantasia.

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Libreria Sociologica, Paterson, 1906 : 48 p. Le successive edizioni sono di Crescita Politica, Firenze, 1975 e Andreani, Brembio, 2014

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Maximoff Grigori Petrovitch, “Gli anarcosindacalisti nella rivoluzione russa”

Edito da Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, 2003, 44 p.

Presentazione
Questo opuscolo contiene la traduzione di un estratto dal libro The guillotine at work pubblicato nel 1940 dall’esule anarco-sindacalista russo Gregori Petrovich Maximoff. Nato in un piccolo villaggio nella provincia di Smolensk nel 1893, laureatosi giovanissimo in agraria, Maximoff era già attivo nel movimento rivoluzionario all’epoca della rivoluzione russa del 1917; entrato nell’Armata Rossa, si rifiutò di obbedire agli ordini di disarmare i lavoratori e fu quindi condannato a morte. La solidarietà dei lavoratori del sindacato metalmeccanici gli salvò la vita e fu rimesso in libertà. Riprese subito a militare nel movimento anarco-sindacalista, del quale fu una figura di primo piano; fu nuovamente arrestato nel marzo del 1921, durante la rivolta di Kronstadt (che fu soffocata nel sangue dall’Armata Rossa), e trasferito nella prigione Taganka a Mosca dove rimase molti mesi. Solo in seguito ad un suo sciopero della fame ed al conseguente interessamento di alcuni sindacalisti europei allora a Mosca per un congresso, gli fu data la possibilità di chiedere asilo politico all’estero. Si recò a Berlino, quindi a Parigi e poi definitivamente negli Stati Uniti, continuando a collaborare alla stampa anarco-sindacalista edita dai profughi politici russi. È morto nel 1950.
La figura di Maximoff, come dimostra la sua biografia, è dunque quella comune a tanti anarchici ed anarco-sindacalisti russi, che dettero tutto se stessi per la causa della rivoluzione, e furono poi le prime vittime delle persecuzioni politiche contro-rivoluzionarie del regime bolscevico, che impose un ferreo centralismo ad una rivoluzione nata spontanea- mente federalista e decentrata, come afferma Maximoff. L’opuscolo è breve, diviso in molti capitoletti, di facile lettura. Innanzitutto viene sottolineata la vastità e l’importanza politica del movimento anarcosindacalista, che all’indomani della “rivoluzione d’ottobre” si andava sempre più estendendo, influenzando molte categorie di lavoratori. Maximoff ricorda i principali giornali anarchici e anarco-sindacalisti, alcuni dei quali erano quotidiani, e la contemporanea febbrile attività rivoluzionaria promossa in polemica con i bolscevichi che, dopo essersi serviti in un primissimo tempo di parole d’ordine libertarie, ormai chiara- mente parlavano della necessità di rafforzare il potere del partito e dello stato bolscevico: “arrivare al centralismo attraverso il federalismo”, questo l’obiettivo dei bolscevichi come lo formulò Stalin in un suo articolo dell’aprile 1918. Particolare attenzione dedica Maximoff alla questione dei consigli di fabbrica e del loro forzato controllo da parte dei sindacati ufficiali: è questo un problema oggi tornato d’attualità, ed anche in questa luce l’opuscolo merita di essere letto. (da «A» Rivista Anarchica 1974)

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Nota dell’Archivio
-Come riportato dall’opuscolo, “Il presente volume riproduce integralmente il libro che con uguale titolo venne pubblicato da Crescita Politica a Firenze nel 1973”

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Senta Antonio, “Il sindacalismo anarchico a Bologna. 1893-1923”

Edito da Edizioni Atemporali, 2013, 40 p.

Gli studi di storia della conflittualità e del rivendicazionismo di classe che si sono sviluppati nell’ultimo quindicennio danno la conferma del fatto che non si possa davvero fare la storia delle forme di organizzazione dei ceti subalterni, quali furono le Camere del Lavoro, non tenendone in de­bito conto le radici e le caratteristiche libertarie. Questo pare ancora più vero se si analizzano gli avvenimenti del movimen­to operaio nell’arco temporale che va dall’ultimo decennio dell’Ottocento all’avvento del fascismo, e in una regione, l’Emilia-Romagna, che da una parte vede sommarsi alle problematiche sociali della dimensione contadina quelle tutte moderne dello sviluppo industriale, dall’altra è luogo centrale della nascita e dello sviluppo del sindacalismo rivoluzionario e anarchico. In via preliminare è necessario chiarire i rapporti tra i due termini sindaca­lismo rivoluzionario e sindacalismo anarchico. Per quanto riguarda la città e la provincia di Bologna, territorio privilegiato di questa mia ricerca, si può affermare che essi coesistono, e spesso coincidono, trovandosi in per­ fetta unità di intenti, nel periodo che va dai primi anni del Novecento fino alla prima guerra mondiale. D al 1915 in avanti sindacalismo anarchico e sindacalismo rivoluzionario sono due universi distinti a causa dell’opposto giudizio politico sull’intervento nel conflitto mondiale. In particolare, dal 1917 al 1923 a essere nuovamente attivo in città è il sindacalismo anarchico e non quello rivoluzionario. Ora, il termine sindacalismo anarchico sta a indicare, ancor prima che una pratica politica e sociale, una dimensione antropologica dell’anarchico di inizio Novecento. Il movimento libertario infatti, lungi dall’essere carat­terizzato da una composizione sociale “ piccolo borghese” , come spesso sostenuto da una certa storiografia marxista, è invece largamente composto da “ lavoratori del braccio” che si gettano con generosità unica nelle lotte sociali dei primi due decenni del secolo scorso, consapevoli di avere poco da perdere nell’agone. Lo spoglio delle schede biografiche dei sovversivi sia su scala nazionale sia su quella locale emiliano-romagnola, a partire tanto dall’utilizzo delle fonti di polizia quanto dalla storiografia specialistica che si è cimentata nella compilazione di diverse raccolte di profili biografici, conferma come gli anarchici siano in stragrande maggioranza di estrazione proletaria (Antonioli et a l, 2003; Pirondini, 2012; Careri, 2012). Questo fa sì che il legame tra anarchici e lavoro sia indissolubile e che l ’azione anar­chica si sviluppi “ naturalmente” nelle questioni del lavoro. Proprio tale natura spiega perché l ’azione sindacalista anarchica si caratte­rizzi per il suo radicamento territoriale e abbia una particolare predilezio­ne per l ’autonomia federalista rispetto alle dinamiche accentratrici: ecco quindi che i lavoratori di idee libertarie sono presenti nelle associazioni di settore, in particolare nelle leghe e contribuiscono fin dal loro sorgere a quelle forme di organizzazione operaia territoriali che sono le Camere del Lavoro. La dimensione locale, in un’ottica federalista, corre parallelamente a un’al­tra peculiarità, cioè il ricorso alla conflittualità permanente e alle diverse forme dell’azione diretta, dallo sciopero al boicottaggio. A ciò si aggiunge un terzo fattore dirimente nel definire il sindacalismo anarchico: il rifiuto del parlamentarismo e della politica, intesa come po­ litica di partito. Cosa questo significhi nella pratica, lo vedremo più avanti. Questa triplice accezione, di radicamento territoriale, di radicalismo nelle lotte sociali e di accettazione dello scontro sul piano sociale e non politico, non è tanto figlia di un’elaborazione tattica di alcuni tra gli agitatori liber­tari più in vista, né tanto meno di intellettuali, quanto piuttosto è intrec­ciata ai processi, a sbalzo e tutt’altro che lineari, di emancipazione attraver­so il lavoro che i proletari italiani mettono in atto in maniera autonoma. In altre parole i lavoratori del braccio che fanno dell’azione diretta la cifra del proprio agire non seguono pedissequamente le elaborazioni tattiche dei teorici del sindacalismo o dell’anarchismo, ma vanno sviluppando i propri mezzi di lotta sul terreno pratico. Certo per il sindacalismo anarchico italiano il modello francese ha la sua importanza. Al di là delle Alpi infatti, dall’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento, si va presentando sulla scena un nuovo orientamento tatti­co, all’insegna dell’entrata negli organi di rappresentanza dei lavoratori, primis le Bourses du travail. La stessa idea delle Camere del Lavoro è, come è noto, francese. Essa pare sia stata posta già nel 1790, ma la prima du travail in Bourse nasce a Parigi nel 1887 con il doppio intento di organizzare ed educare i lavoratori di diversi settori. Negli anni Novanta Bourses federa­ te tra loro vengono fondate in diverse parti del paese. Hanno un rapido successo, tanto da essere circa settanta a inizio secolo e danno vita a tutto un complesso di attività, lotta per maggiore salario, per minori tempi di lavoro, contro l’aumento del costo della vita, e a diversi servizi: di mutuo appoggio, di istruzione e formazione, di propaganda. Esse diventano presto la base sociale su cui si innesta l ’azione anarchica, in particolare dopo la repressione seguita al periodo degli attentati (1892-1894) quando diversi militanti vivono sulla propria pelle le conseguenze del vicolo cieco cui la propaganda del fatto individuale li aveva costretti. La tattica di entrata negli organi dei lavoratori come “ minoranza agente” viene fatta propria dall’insieme del movimento francese al Congresso di Amiens del 1906 ma era già una realtà da alcuni anni. A dare voce a tale orientamento sono militanti quali Fernand Pelloutier, segretario della Fédération du bourses de travail dal 1895 al 1901, Émile Pouget e successivamente Pierre Monatte, i quali considerano la lotta sindacale una scuola pratica di anarchismo e vedono nel sindacato l’embrione della società futura, arrivando a ritenere che l ’anarchismo debba essere compreso entro il sindacalismo rivoluziona­ rio, coincidendo così di fatto con esso (Maitron, 1992). Tale rimodulazione tattica sintetizzabile nell’espressione “ andare al popo­lo ” è in parte condivisa dallo stesso Errico Malatesta, in una dinamica di reciproca influenza tra il rivoluzionario italiano e i suoi compagni francesi. Malatesta matura questa posizione nel periodo passato in Argentina (1885— 1889), dove dà un contributo essenziale all’affermarsi del movimento sin­dacale, e successivamente a Londra dove è positivamente impressionato dallo sciopero dei dockers del 1889 e dai movimenti di lotta operaia che nel decennio successivo attraversano l ’Europa. Negli anni successivi all’esilio londinese, e in particolare nell’importante periodo in cui redige L’Agitazione di Ancona (1897-1898), continua a propagandare l’entrata degli anarchici nelle leghe operaie. U n approccio di tal guisa è fatto proprio da larga parte del movimento anarchico, che nei primissimi anni del Nove­cento si trova a operare in un quadro di condizioni oggettive maggior­mente favorevoli. Nonostante la perdurante repressione, i nuovi equilibri politici sanciti dall’indirizzo liberale della stagione giolittiana lasciano in ­ fatti maggiori spazi di azione e i libertari possono intensificare la propria attività nelle organizzazioni operaie e aprire una nuova stagione di lotte collettive (Giulietti 2012). Tale visione della lotta sociale tutta interna al movimento operaio non è vista di buon grado dalla totalità degli anarchici, alcuni dei quali continua­ no a temere che l ’idea anarchica si corrompa a contatto con le organizzazioni sindacali stabili, le loro strutture e burocrazie: non a caso anche in Emilia-Romagna gli anarchici si dividono ovunque quando c’è da deci­dere se partecipare o meno alle Camere del Lavoro e se accettare di ricoprirvi cariche elettive. A differenza di quanto avviene in Francia, in Italia l’identificazione tra sindacalismo rivoluzionario e anarchismo ha vita breve. Infatti tanto Malatesta, dopo il suo ritorno in Italia nell’estate del 1913, quanto Luigi Fabbri maturano via via una posizione secondo cui l’identificazione completa tra organizzazione operaia e anarchismo è di danno a quest’ultimo. In particolare è criticato il fatto che, come invece sostiene l ’altro “ grande” dell’anarchismo di lingua italiana Armando Borghi, il conflitto sul terreno economico crei automaticamente la coscienza di classe e il bisogno della rivoluzione, ma è contestata anche la riduzione della rivoluzione sociale al momento dello sciopero generale espropriatore, vero “mito” del sindaca­lismo rivoluzionario (Antonioli, 1990). Mentre provano quindi a favorire l ’attività anarchica nelle organizzazione operaie, si preoccupano così anche di preservare l ’autonomia d’azione e l ’organizzazione specifica degli anar­chici. Per questi militanti la dimensione sindacale deve rimanere strumen­tale alla rivoluzione anarchica, è cioè luogo della propaganda per la lotta a ogni autorità, iv i compreso il potere politico, in vista dell’obiettivo ultimo: l’insurrezione e la distruzione di qualsivoglia governo. Quindi, a differenza dai sindacalisti rivoluzionari di lingua francese, il sindacalismo è qui solo una modalità d’azione, un mezzo, e non un fine.Tali sfumature di pensiero e di azione si confrontano al congresso di Amsterdam del 1907, dove pro­prio sul rapporto tra anarchici e movimento operaio sono presentate due diverse risoluzioni, una da Malatesta e una da Monatte (Antonioli, 1979; Antonioli, Masini, 1999; Berti 2003). Non bisogna però pensare che la pratica del movim ento reale, operaio e libertario, modifichi il proprio agire in conseguenza di una deliberazione congressuale o di un dibattito che alla maggior parte dei militanti del tem­po appare probabilmente solo come una fine questione teorica. Tanto più che in Italia, nello stesso anno del congresso di Amsterdam, i sindacalisti rivoluzionari escono dal Partito Socialista, creando, di fatto, le condizioni per una azione concorde con gli anarchici. A stabilire i termini reali di tale intesa e a darne concretezza organizzativa ci pensa, tra gli altri, Armando Borghi, protagonista assoluto del sindacalismo anarchico almeno dal 1908 e leader dell’Unione Sindacale Italiana dal 1914 al 1922. Il suo ruolo nell’organizzazione operaia di azione diretta in Emilia-Romagna è fondamentale per quanto riguarda tre grandi snodi temporali: il periodo che va dal 1908 alla settimana rossa del 1914; la guerra mondiale, momento lacerante per le leghe e le organizzazioni della regione; gli anni del dopo­ guerra e il biennio rosso (Antonioli, 1990; Landi, 2012). Al di là di Borghi, altri sono i militanti anarcosindacalisti che hanno un importante ruolo in regione (e non solo) nel trentennio che andiamo a considerare, tra questi Giuseppe Sartini, Clodoveo Bonazzi, Giovanni Lenzi, Guglielmo Guberti, Sigismondo Campagnoli, Attilio Sassi (Antonioli et al, 2003; Marabini et al 2008). Costoro sono davvero lavoratori tra i lavoratori, rappresentano cioè una moltitudine di operai di idee libertarie attiva nelle lotte sociali in regione, spesso all’interno di leghe a loro volte afferenti a Camere del Lavoro. Di seguito mi concentro sulla storia degli istituti camerali a Bologna, met­tendo in evidenza il ruolo che vi ha giocato il sindacalismo rivoluzionario e anarchico.

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Nota dell’Archivio
-Come riportato nell’opuscolo, “Il saggio è tratto dal volume curato da Carlo De Maria, Le camere del Lavoro in Emilia-Romagna: ieri e domani, Bologna, 2013”

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Torza Federico, “Il sindacalismo rivoluzionario di Armando Borghi”

Università degli studi di Milano, Facoltà di Scienze Politiche, 2009/2010, 85 p.

Introduzione
Il fenomeno del sindacalismo rivoluzionario di matrice anarchica in Italia, poco studiato e ritenuto da molti una parentesi storicamente marginale, ebbe nell’Unione Sindacale Italiana e nella figura di Armando Borghi la sua espressione più significativa. Per capire l’U.S.I. e Borghi è necessario delineare il contesto storico, economico e sociale nel quale si sviluppò questa esperienza e, ancora prima, il quadro teorico che portò all’incontro di anarchismo e sindacalismo. Il frastagliato percorso, che porta all’avvicinamento della dottrina libertaria alla pratica sindacalista, affonda le sue radici nella Prima Internazionale e nello scontro tra anarchici e marxisti. Il motto originario dell’Internazionale londinese “L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi” sintetizza in modo efficace le due diverse visioni: per i marxisti, l’azione politica della classe operaia avrebbe dovuto essere guidata dal partito, unico attore rivoluzionario capace di muovere le masse per giungere al crollo dello stato borghese e del sistema economico capitalista; l’ala dell’Internazionale legata a Bakunin, invece, considerava questa impostazione liberticida ed auspicava ad una radicale distribuzione di ogni potere: solo in questo modo, secondo la dottrina anarchica, la classe operaia avrebbe potuto realmente essere soggetto della propria emancipazione. Com’è noto, la spaccatura tra marxisti e bakunisti portò all’espulsione di questi ultimi e alla creazione, con il Congresso di Berlino del 1922, della Federazione Internazionale degli Anarchici. La nascita del sindacalismo rivoluzionario è da ricercarsi in Francia, nell’ultimo decennio del XIX secolo. Una serie di congressi operai, da quello di Lione del 1886 a quello di Saint-Etienne del 1892, portarono alla luce una corrente sindacalista, portata avanti da esponenti legati all’anarchismo come Pelloutier, Pouget e Delesalle, che criticava fortemente l’impostazione rivendicazionista del sindacato, considerato invece come struttura rivoluzionaria. Secondo questa visione, sindacalista e operaista, solo il sindacato avrebbe portato all’emancipazione di classe, tramite un percorso rivoluzionario in cui il proletariato potesse davvero essere soggetto e non oggetto del cambiamento. In tale contesto ideologico-politico, si colloca la figura di Armando Borghi, noto agitatore e sindacalista anarchico italiano. La sua figura non può essere analizzata senza fare riferimento all’U.S.I. e, biunivocamente, non si può studiare l’U.S.I. senza approfondire la sua influenza e ciò che Borghi rappresentò per il sindacato; tuttavia, come osserva Antonioli, Borghi non è l’USI e l’USI non può sintetizzarsi con la vicenda umana e politica del suo segretario storico. In questa analisi cercherò di presentare la vicenda dell’anarchico di Castelbolognese e dell’Unione Sindacale Italiana dal 1900 fino all’espatrio e al conseguente esilio del 1922, cercando di contestualizzare il fenomeno nella crisi dello stato liberale in Italia, analizzando i rapporti della galassia anarchica con quella socialista e comunista, dei contrasti con il bolscevismo e l’avversione verso il modello della “dittatura del proletariato”. Verrà sottolineata con particolare attenzione la natura “ibrida” del personaggio Borghi, leader carismatico, provvisto di ottima oratoria e di un buon senso pratico; anarchico ma fortemente criticato da molti compagni libertari (e dall’amico Malatesta, in primis); sindacalista atipico, dotato di una visione politico- rivoluzionaria di ampio respiro; organizzatore e anima politico- ideologica dell’USI durante tutto il suo segretariato. In ultima analisi, proporrò un punto di vista diverso rispetto a quegli storici che, come già espresso in precedenza, giudicano non essenziale l’esperienza anarchica e sindacalista rivoluzionaria nell’Italia pre-fascista: l’U.S.I., con Borghi segretario, riuscì a presentare nel paese un metodo nuovo di fare sindacalismo, partecipò alla diffusione in Italia dell’ “azione diretta” da parte della classe operaia, collaborò sul piano internazionale con sindacalisti dei principali paesi europei, fu prima sostenitore e poi contestatore – dopo il viaggio in Russia – del bolscevismo sovietico, contribuì a fare uscire (anche se parzialmente) il movimento anarchico dall’isolamento individualista di fine ‘800, conquistò – sia dal punto di vista politico che sindacale – una percentuale rilevante della classe operaia in molte regioni italiane, tra le più importanti l’Emilia-Romagna, la Toscana, la Liguria e la Puglia. Difficile risulta quindi, dal mio punto di vista, considerare l’esperienza dell’U.S.I. e la figura di Armando Borghi come marginali nel panorama politico e sindacale italiano, almeno dalla sua fondazione fino all’avvento del fascismo. Un’attenta critica sarà rivolta, in fine, a quel metodo di analisi storica – emerso con chiarezza in alcuni saggi utilizzati per la stesura di questo elaborato – che ricerca le colpe degli insuccessi operai ed anarchici nei primi vent’anni del ‘900, le responsabilità della mancata unità sindacale, gli errori che contribuirono al crollo dello stato liberale e all’avvento del fascismo. A mio modesto parere, questo metodo di analisi inficia anche valide ricostruzioni; sarebbe forse più efficace un metodo che analizzi le relazioni tra le diverse parti (sindacati, partiti e movimenti), i diversi metodi e le differenti visioni politiche, i diversi approcci alle masse operaie, senza omettere – cosa fondamentale – il contesto politico e dottrinario. Un criterio di questo tipo sarebbe forse più utile ai fini di una analisi storica depurata, per quanto possibile, da ogni dogmatismo ideologico.

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