Bertante Alessandro, “Contro il ’68. La generazione infinita”

Edito da Agenzia X, Milano, 2007, 94 p.

La spinta propulsiva ed eversiva delle nuove generazioni rappresenta da sempre la linfa delle società evolute, la possibilità di un ricambio vitale ed emozionale. Un ricambio che in Italia manca da più di vent’anni, da quando i sessantottini sono diventati classe dirigente tenendo ben strette le redini del potere politico e mediatico. Figli del boom economico, borghesi pasciuti e scolarizzati, sono stati la prima generazione moderna di un’Italia che da rurale diventava urbana e ha avuto accesso a beni di consumo, cultura, viaggi e tempo libero. Onnivora e vorace, ansiosa di scoperte e nuove esperienze, la generazione contestataria ha tentato l’assalto al cielo simulando una fantomatica contrapposizione di classe. In realtà il Sessantotto non ha aperto alcuna stagione politica e culturale nuova (troppo superficiali, conformisti e intolleranti ideologicamente per una vera rivoluzione), ma può essere considerato come l’ultima fiammata spontaneista di un grande cambiamento iniziato negli anni Cinquanta. Bertante scardina da sinistra la mitopoiesi postuma del Sessantotto, evidenziando le ambiguità della parabola esistenziale dei suoi protagonisti che, una volta adulti, hanno inaugurato la stagione edonistica e liberistica degli anni Ottanta, all’origine dell’attuale decadenza etica e culturale del Pese. Facendo propria la voce dei “figli” dei sessantottini, l’autore sottolinea la tutela alla quale è ancora sottoposta la sua generazione.

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La scuola moderna. Rivista quindicinale di cultura popolare

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Durata: 16-30 Novembre 1910 – Maggio-Giugno 1911
Luogo: Bologna
Periodicità: Quindicinale (Per gli ultimi numeri: varia).
Pagine: 16 pagine

Note dell’Archivio
-Manca il n. 10
-Nel Bollettino Archivio Giuseppe Pinelli, n. 7, Luglio 1996, Francesco Codello scrive il seguente articolo: “«La Scuola Moderna» rivista quindicinale di cultura popolare” che copio-incolliamo in modo integrale:
Tra il novembre del 1910 (16-30 nov., a.I n.1) e il maggio 1911 (a.I n.10) viene pubblicata a Bologna questa rivista che si inserisce a pieno titolo nel panorama politico e pedagogico italiano, concorrendo a caratterizzare in senso educazionista una parte del movimento anarchico italiano di questi primi anni del secolo. Tra i redattori figurano personalità di spicco come Pietro Gori, Luigi Fabbri e Domenico Zavattero, che insieme a Angelo Tonello e Adele Sartini costituiscono un gruppo redazionale di spiccate vocazioni educazioniste ma, al contempo, di accesa fede rivoluzionaria e libertaria. «La Scuola Moderna» vede la luce dopo l’esperienza della Escuela Moderna e la fucilazione di Ferrer e dopo l’iniziativa della rivista «La Scuola Laica» di Roma [vedi Bollettino n°6], in un periodo in cui forte è anche in Italia l’attenzione del movimento anarchico verso i temi dell’educazione e della scuola. Il che avviene grazie anche alla vivace iniziativa di Luigi Molinari, al complessivo movimento delle Università Popolari e all’esperienza dell’asilo razionalista di Clivio. La rivista assolve, nell’intento dei suoi redattori e nella sua strutturazione, al duplice compito di divulgare, da un lato, le teorie e le esperienze degli anarchici europei nell’ambito della pedagogia e, dall’altro, di dare attenzione ai problemi anche quotidiani del rapporto insegnanti/alunni e genitori/figli. Scorrendo le pagine della rivista si possono infatti trovare riprodotti scritti significativi e importanti di educatori anarchici come Paul Robin e libertari come Leone Tolstoj accanto a rubriche come La pagina delle mammine nella quale si forniscono consigli pratici di igiene e educazione alimentare, insieme ad interventi di carattere più psico-pedagogico. Non mancano articoli di critica politica alla scuola e di analisi pedagogica, così come si possono leggere brevi sunti di divulgazione scientifica. Una rivista insomma che si misura con la complessità delle problematiche che caratterizzano l’educazione nei vari aspetti teorici, storici, psicologici e politico-sociali. Nell’editoriale di presentazione l’impegno dei redattori è proprio quello di non farne una rivista astrusa e avulsa dalla realtà: «Non trascurerà, nel suo corso, la trattazione di questo o quel problema pedagogico, e sarà quindi anche una palestra per quegli educatori e maestri di scuola che vorranno dire le proprie idee; ma il suo compito principale è quello di diffondersi fuori dallo stretto ambito dei maestri e degli scolari. Noi siamo convinti che oramai tutti sono un po’ maestri e scolari nella vita; e che la scuola ai ragazzi si fa più fuori dell’edificio scolastico che dentro». Lo scopo è dunque quello di portare la discussione sull’educazione libertaria nell’ambito più ampio possibile e di dare voce a tutte quelle esperienze e quelle voci che anche all’interno della scuola e di altre istituzioni educative si muovono nel senso della libertà e dell’uguaglianza. Insomma un impianto decisamente moderno caratterizza questa pubblicazione che dimostra e testimonia come fosse vitale e diffusa la presenza delle idee anarchiche in Italia tanto da potersi permettere la pubblicazione di riviste tematiche come questa. Sull’ultimo numero uscito (maggio-giugno 1911), nell’articolo di apertura viene riassunta in modo chiaro ed esplicito la concezione educazionista che fa da sfondo a quest’esperienza bolognese e che ben coglie il problema essenziale di ogni trasformazione della società: «Nell’impazienza di raggiungere la fase risolutiva della questione sociale, gli elementi cosiddetti sovversivi hanno trascurato sempre un fattore importantissimo di trasformazione: la mentalità degli uomini».

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La guerra sociale. Settimanale anarchico interventista

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Durata: 20 Febbraio 1915 – 24 Aprile 1915
Luogo: Milano
Periodicità: Settimanale
Pagine: 4 pagine

Note dell’Archivio
-Come riportato da Leonardo Bettini, “È il foglio degli anarchici interventisti, che già nell’ottobre del 1914 avevano lanciato a Roma, il n.u. la Sfida . Al giornale, la cui uscita era stata annunciata sulle colonne del Popolo d’Italia di Mussolini, collaborarono, fra gli altri, Mario Gioda, Massimo Rocca (“Libero Tancredi”), Maria Rygier e Oberdan Gigli. Di quest’ultimo è l’articolo programmatico (Perchè siamo interventisti, a. I, n. 1), nel quale si tornava a ribadire quell’identità “guerra-rivoluzione”, con cui il gruppo redazionale giustificava la propria posizione interventista. Vi si legge, fra l’altro: “Questa nuova Guerra Sociale difende il pensiero e l’azione degli anarchici che sostengono oggi la collaborazione di tutte le classi sociali per impedire il predominio tedesco nel mondo e per risolvere i problemi borghesi che ancora non permettono l’impostazione dei problemi sindacali e libertari”. Premesso poi, che “noi accettiamo o rinneghiamo i fenomeni più terribili della storia — la guerra e la rivoluzione — secondo lo spirito che li anima” e che quindi “accettiamo la guerra per evitare una oppressione”, conclude invitando i lavoratori a non estraniarsi dal conflitto, perchè il danno del vassallaggio nazionale si ripercuoterebbe su di loro.
-Nella bibliografia de La guerra sociale riportata sul sito Bettini, vediamo alcuni titoli critici verso questi interventisti anarchici. Non avendo a disposizione l’articolo di Masini, condividiamo i due link degli articoli di Ugo Fedeli, pubblicati su Volontà: “Note sul 1914-1918. Gli anarchici e la guerra”, nn. 10 e 11.
Inoltre segnaliamo il citato libro dal sito Bettini, Gino Cerrito, “L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo”, Samizdat, Pescara, 1998. Di questo libro, si veda in particolare il capitolo Quinto, La violenza herveista, pagg. 41-49

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AIT Azione Diretta dell’Unione Sindacale Italiana

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Durata: Febbraio 1953
Luogo: Genova-Sestri
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4

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AIT Notiziario dell’Unione Sindacale Italiana

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Durata: Dicembre 1952
Luogo: Genova-Sestri
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4 pagine

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Topo Seveso. Produzioni di morte, nocività e difesa ipocrita della vita

Milano, 14 Aprile 2007, 24 p.

Il disastro dell’Icmesa del luglio 1976 diede vita a discussioni e battaglie sociali su armi chimiche, produzioni nocive e diritto d’aborto; e sin da allora le parole ‘nocivo’ e ‘vita’ divennero a loro volta armi da usare in modo strumentale per nascondere le responsabilità e i danni reali. Anche oggi residui tossici, armi chimiche, materiali altamente contaminanti e grandi opere dall’impatto ambientale devastante garantiscono la prosperità al mercato neoliberista e producono morte. E oggi come allora le istituzioni ignorano deliberatamente il rischio quotidiano per la salute della popolazione, e parlano di ‘difesa della vita’ solo quando si tratta di attaccare il diritto delle donne all’autodeterminazione. Quali sono stati gli esiti di quelle battaglie? Cosa è cambiato in trent’anni in materia di tutela e di consapevolezza dei rischi? Cosa significa oggi ‘nocività’, e che importanza assumono le lotte territoriali contro il Tav, gli inceneritori, le trivellazioni petrolifere, le basi militari?

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Nota dell’Archivio
-Come segnalatoci, il collettivo Maistat@zitt@ di Milano non esiste più.

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Manifesto ai socialisti ed al popolo d’Italia e programma del Partito Socialista Anarchico Italiano. Risoluzioni del congresso socialista italiano di Capolago

Stampato da Barboni e Paganelli, Castrocaro, 1891, 16 p.

Estratto da Masini Pier Carlo, “Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta”, pagg. 240-241

[…]L’iniziativa di un congresso nazionale, ampiamente discussa du­rante l’estate del 1890, entrò in una fase di realizzazione con la riunione di anarchici romagnoli svoltasi a Faenza il 13 ottobre e con una quasi contemporanea proposta di anarchici milanesi. […] la riunione era segretamente indetta per i giorni 4, 5 e 6 gennaio 1891 nel piccolo centro ticinese di Capolago, non lungi dalla frontiera italiana. Il congresso ebbe pieno successo, non solo per la par­tecipazione di delegati – un’ottantina provenienti da quasi tutte le regioni italiane e da diversi centri dell’emi­grazione all’estero – ma anche perché rispose pienamente agli intenti dei promotori.Malatesta e Merlino volevano un congresso « aperto a tutti i socialisti senza distinzioni di partito » e ottennero da una parte la personale parte­cipazione di Cipriani, il cui nome era un simbolo d’unità rivoluzionaria, e dall’altra la adesione di Luigi Galleani, non molto favorevole all’organizzazione di partito. Insie­me ad anarchici come Malatesta, Merlino, Gori, Ettore Molinari, Cesare Agostinelli parteciparono anche socia­listi moderati come Giuseppe De Franceschi e Jacopo Danielli che ebbero modo di far presenti le loro riserve sull’astensionismo elettorale della maggior parte dei pre­senti. Comunque, dal congresso uscì il partito, anzi la fede­razione italiana di un Partito socialista anarchico rivolu­zionario internazionale, la cui estensione ad altri paesi era nei propositi dei suoi fondatori. Apparato organizza­tivo ridotto al minimo, con la solita commissione di corrispondenza. I lavori del congresso si conclusero in un clima di tolleranza, senza il prevalere di maggioranze su mino­ranze ma con la registrazione di consensi e di dissensi quali venivano dichiarati dai partecipanti. Il congresso all’unanimità decise di aderire alla festa universale del 1° maggio per farne una grande occasione di agitazione sociale e di lanciare l’appello « ai sociali­sti e al popolo d’Italia ». L’appello diffuso in tutta la pe­nisola contiene un compendio delle idee socialiste e anarchiche, una critica abbastanza misurata del sociali­smo legalitario e una finale esortazione alla rivolta. […]

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Nota dell’Archivio
-Nel libro di Masini, vi è una nota a piè pagina: “Un resoconto del congresso è dato da F. S. Merlino con Socialisme et anarchisme, Le Congrès socialiste italian de Capolago (Suisse) in La Socìété Nouvelle (Paris-Bruxelles) del marzo 1897.”

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Pelloutier Fernando, “Sindacalismo e Rivoluzione Sociale”

Edito da Serantoni Editore, Roma-Firenze, 1905, 16 p., Seconda Edizione

Prefazione
Mentre da un lato la ossessione parlamentare dissolve e scinde le file dei partiti socialisti democratici, e dall’altro lato i quaresimalisti della egoarchia pura si danno la mano dai due estremi opposti delle classi e dei partiti – un manipolo di arcieri operosi della emancipazione proletaria, senza perdere la visione della meta ideale, lanciarono da qualche anno attraverso le organizzazioni operaie Francesi il grido di raccolta intorno allo stendardo della lotta economica, sulla base dell’associazione di mestiere. Fecero, a differenza di quegli altri, poche parole – e quelle che fecero, furono schiette e buone – e molti fatti. Fatti, forse senza rimbombo di grida o di terrore – ma fatti poderosi, nel silenzio del paziente e pertinace lavoro, a sollevare la coscienza delle classi produttrici verso quel livello di dignità e di fierezza umana, senza il quale ogni scatto di rivolta individuale non è che una pugnalata in una notte buia, da cui non echeggiano che un urlo ed un angoscioso spavento in chi l’ode. Andare alacramente di gruppo in gruppo, da individuo a individuo, parlando la semplice ed eloquente verità economica, che tutti sentono, e da cui la iniquità delle condizioni fatte ai lavoratori scatta fulminea agli occhi come bagliore di folgore – stringere fraternamente le mani incallite, ancora inconscie della futura lor possanza sociale, e allacciarle fraternamente alle altre mani incallite, soffiare nell’anima operaia lo spirito nuovo di solidarietà, inculcare la necessità intuitiva di contrapporre alla lega dei privilegi l’alleanza dei diritti, all’associazione internazionale degli sfruttatori, oggi nella lotta, come, inevitabilmente domani nel trionfo; dimostrare che senza l’unione delle forze operaie, liberamente federate, non è concepibile la possibilità di cotesta vittoria, come senza un organismo di mutuo servigio e di cooperazione universale, certo libero da gerarchie e dominazioni, non sarà mai attuabile la vagheggiata armonia tra l’individuo e la società: insegnare infine che se il lavoratore isolato nulla può, e che tutti i lavoratori associati tutti possono – sembrerà forse fatica troppo oscura ai facitori di frasi terribili i quali vogliono ignorare che la rivoluzione sociale per essere emancipazione del lavoro e rivendicazione integrale d’ogni umano diritto, deve, mentre distruggere, riedificare, si manifesta invece ai sereni osservatori dei fenomeni sociali, come il più interessante ed efficace episodio della lotta contemporanea tra le classi dominate e le dominatrici. In Francia si deve appunto alla energia illuminata di Fernando Pelloutier e di altri vigorosi difensori del corporativismo libertario, se la imponente organizzazione operaia di quel paese ha decisamente abbandonato le pericolose illusioni di una politica parlamentare proletaria convergendo invece tutte le forze e tutte le attività nelle associazioni di arte e mestiere, nelle camere del lavoro, nei sindacati operai, preparando con esse i mezzi e le coscienze alle scaramucce ed alle battaglie, che saranno la guerra più vasta e più logica di tutto il billennio. È necessario romperla coi rigidismi frateschi i quali vogliono far credere essere libertà ed associazione due termini incompatibili – senza accorgersi, che così dicendo essi proclamano impossibile l’anarchia giacchè l’unità non può rinunciare a questo bisogno acquisito dall’associazione, che è ormai il veicolo necessario per ogni suo benessere ed ogni suo progresso. Ma quelli i quali pensano che nell’associazione, purchè libertaria, può vigoreggiare la libertà individuale, perchè per quella si aumentano materialmente e moralmente i vantaggi e le forze dell’associato, sanno anche che l’organizzazione (a dispetto del sacro terrore che ha della parola i devoti del sillabo individualista) non significa razionalmente che associazione omogenea.
E le associazioni di mestiere hanno senza dubbio una omogeneità imprescindibile di interessi, che le rende associazioni tipiche di lotta e di cooperazione a lotta compiuta. Leggano i predicatori dello spontaneismo universale il succoso studio del compagno Pelloutier e riconoscano che la miglior filosofia della rivoluzione è mobilizzare, come seppe far lui ed altri amici di Francia, quel formidabile esercito di liberazione che è la milizia del lavoro.
Pietro Gori
Gennaio 1900

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Note dell’Archivio
-Opuscolo fotografato
-Il testo originale è “L’organisation corporative et l’anarchisme. Plan de confé­rence”, edito da Bibliothèque de l’Art social, Editions de l ’Art social, 1896. Questo testo venne ritradotto da Enzo Sciacca e inserito nell’opera antologica “Pelloutier Fernand, “Lo sciopero generale e l’organizzazione del proletariato”“. In questa versione, Sciacca non menziona l’edizione curata da Serantoni, tanto meno la prefazione di Pietro Gori del Gennaio 1900

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Pelloutier Fernand, “Storia delle borse del lavoro. Alle origini del sindacalismo”

Edito da JacaBook, Milano, Luglio 1976, 233 p.

Il nome di Pelloutier è più di ogni altro legato all’esi­stenza e alla storia delle famose “Bourses du travail” di cui fu segretario dal 1895 al 1901. Questa opera ha il duplice valore di descrivere un gran­de salto qualitativo operato nella storia delle organiz­zazioni sindacali e, nello stesso tempo, di essere la testimonianza diretta di un protagonista di tale avvenimento. “Oltre al fondamentale servizio di collocamento degli operai, tutte queste Borse del Lavoro erano fornite di una biblioteca, corsi professionali, tenevano confe­renze economiche, scientifiche e tecniche, servizi di assistenza per compagni di passaggio; esse avevano, fin dalla loro apertura, permesso la soppressione in cia­scun sindacato di servizi che, necessari finché i sinda­cati avevano vissuto isolati, divenivano ora inutili da quando un’amministrazione comune era in grado di provvedervi; esse avevano già coordinato le rivendica­zioni, il più sovente incoerenti, e talvolta anche contraddittorie, stabilite dai gruppi corporativi in base a dati economici insufficienti; in breve, esse avevano, in meno di sei anni, assolto, ciascuna nella propria sfera, un compito di cui la Fédération des syndicats non aveva neppur sospettato l’importanza’ e l’utilità. L’idea di federare queste Borse del Lavoro era ine­vitabile…”

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Note dell’Archivio
-Traduzione del libro “Histoire des Bourses du Travail”, Alfred Costes Editeur, 1921.
Nella versione originale in francese vi è la prefazione di George Sorel e la nota biografica di Victor Dave
-L’edizione curata da JacaBook è tratta dalla versione in inglese dell’opera di Pelloutier, pubblicata da Gordon&Breach, Parigi-Londra-New York, 1971
-Recensione pubblicata su “Autogestione. Rivista trimestrale per l’azione anarcosindacalista“, n. 2, Primavera 1979: “La breve ed intensa vita di F. Pelloutier (1867-1901) coinci­de con la rinascita del movimento operaio e sindacalista (un sindacalismo non certo paragonabile a quello che abbiamo oggi sotto gli occhi) seguente alla sconfitta della Comune di Parigi fino agli inizi del 1900. Pelloutier è stato un anarchico strettamente legato alla real­tà quotidiana sostenendo fermamente il suo disprezzo per le formule politiche e preconizzando la lotta sul terreno pura­mente economico. Allora come adesso esisteva nel campo libertario chi non ammetteva la efficacia dell’azione sindacale e in una famosa “lettera agli anarchici” il compagno francese definisce limpida­mente il suo pensiero: “Partigiani della soppressione della pro­prietà individuale, noi siamo inoltre quello che i politici non sono, dei ribelli in ogni circostanza, uomini senza Dio, senza padrone e senza patria, i nemici irriducibili di ogni dispotismo morale e collettivo, cioè delle leggi e delle dittature (compresa quella del proletariato) e gli amanti appassionati della cultura in se stessa. Agli anarchici che non ammettono l’efficacia dell’azione sindacale (chiede) di rispettare quelli che credono alla missione rivoluzionaria del proletariato illuminato di prosegui­re più attivamente, in modo ancor più metodico e ostinato che mai l’opera di educazione morale, amministrativa e tecnica ne­cessaria per rendere vitale una forma sociale di uomini liberi”. La sua vita la dedica all’azione proletaria, convinto che 1’emancipazione del proletariato sarà opera del proletariato stes­so, è fra i maggiori (o il maggiore) organizzatori delle “Camere del Lavoro”, quegli organismi di auto-organizzazione ed eman­cipazione dei lavoratori che segneranno l’origine del sindacali­smo rivoluzionario organizzato.Sull’esperienza delle Borse del Lavoro Pelloutier ha scritto un libro (edito nel 1976 dalla Jaca Book sotto il titolo di: “Storia delle Borse del Lavoro, alle origini del Sindacalismo”)che è soprattutto una analisi della società francese dalla Comu­ne in poi, dalla sconfitta del proletariato nel 1871 alla tenue ri­presa dell’attività sindacale caratterizzata dalla conciliazione tra capitale e lavoro espressa da organismi formati da uomini intimamente compiaciuti di avere il campo sgombro dai rivolu­zionari repressi e annientati dalla reazione borghese. Ma l’inse­gnamento della Comune ha lasciato tracce profonde come pure la propaganda dell’Internazionale, per cui già al primo congres­so operaio cominciano a riaffiorare i primi rivoluzionari ed anarchici, comincia a crearsi un nuovo legame tra gli operai che si contrappone a chi ha voluto far causa comune con gli sfrut­tatori; ed è cosi che nel 1878 (secondo convegno operaio) si parla apertamente di abolizione dello Stato, dell’organizzazio­ne politica centralizzata (struttura che mantiene l’ingiustizia economica) per riaffermare i principi anti-autoritari e anti-stata­listi.Anche nel campo sindacale iniziano a riaffiorare le divisioni tra statalisti e anti-statalisti, controversia che negli anni ’70 ha causato la profonda rottura all’interno della Prima Internazio­nale. Ed e in questo ambito e in questo momento storico che alcuni uomini al contempo membri di associazioni operaie e del Partito Operaio Francese fondano una federazione “cre­dendo di intravedere nel nuovo programma sindacale la prova che le organizzazioni operaie fossero definitivamente acquisi­te al socialismo parlamentare e nello stesso tempo compren­dendo che i sindacati costituivano una forza che era puerile di­sdegnare”. La nuova federazione non realizza le speranze dei proletari e nemmeno quelle dei suoi fondatori poiché fin dall’inizio essa è una macchina messa al servizio del “partito” per facilitare il successo dell’azione elettorale in cui quest’ultimo si è impegnato. Il fallimento e la fine della Federazione viene affrettata da alcune circostanze, prima fra tutte la nascita(nello stesso anno) della “Camera del Lavoro” di Parigi “cen­tro di riunione delle organizzazioni operaie che sta ottenendo come primo risultato quello di annodare tra loro solide e per­manenti relazioni permettendo quella difesa, quella mutua for­mazione la cui assenza ha costituito fino a quel momento 1’ostacolo insormontabile al loro sviluppo e alla loro efficacia”. Dopo il fallimento della federazione legata al Partito, la“Federazione delle Camere del Lavoro” resta la sola organizza­zione esistente e costituisce l’applicazione più alta e definitiva dei “consigli di gruppo e di solidarietà” dati trent’anni prima al proletariato dall’Internazionale. Esse si dichiarano risolute a re­spingere ogni ingerenza di autorità governative e comunali, ri­pudiando il mutualismo umiliante e inefficace dei sindacati del1875 per adottare il mutualismo proudhoniano e il federalismo bakuninista. La loro azione comprendeva il servizio di mutuo soccorso(collocamento, sussidio di disoccupazione); il servizio di inse­gnamento con la creazione di biblioteche che “hanno come fi­ne di concorrere al progresso morale e materiale dei lavorato­ri di entrambi i sessi”, divenendo delle vere e proprie “universi­tà dell’operaio”; il servizio di propaganda e il servizio di resi­stenza che si occupa dell’organizzazione degli scioperi e delle agitazioni. Federaliste, le Borse non cessano mai di rivendicare l’auto­nomia, la divisione dei poteri, la dimissione dell’autorità cen­trale per una rivoluzione senza più Stato nè centralizzazione; nella pratica organizzativa in “Comitato” delle “Camere del Lavoro” sceglie una sede fissa, sede che non costituisce in al­cun modo un’adesione alla politica centralizzatrice, ma ha co­me significato quello di evitare che il comitato cada ogni anno nelle mani di una nuova setta politica.Scrive Pelloutier: “Dopo il 1894, la Federazione delle Ca­mere del Lavoro è rimasta la sola organizzazione francese vi­vente, esse riflettono lo stato d’animo dei raggruppamenti ope­rai… dando corpo al segreto desiderio degli operai di scuotere qualsiasi tutela e attingere ormai in loro stessi gli elementi della loro emancipazione”; gli aderenti alle Camere del Lavoro com­presero che potevano elaborare da soli gli elementi di una nuova società, come compresero che la trasformazione economica deve essere opera degli stessi sfruttati; a ciò si aggiunse l’ambizione di costruire all’interno dello stato borghese “un autentico stato so­cialista (economico e anarchico), di eliminare progressivamente le forme di associazione, di produzione e di consumo capitali­sta con delle corrispondenti forme comuniste”. Sono queste le congetture future delle Camere del Lavoro.E in rapporto allo sbocco della Federazione il comitato fe­derale delle “Bourses” afferma: “… La rivoluzione sociale deve quindi avere quale obiettivo sopprimere il “valore” di scambio,il capitale che questi genera e le istituzioni da esso create. Noi partiamo da questo principio: che l’opera della rivoluzione de­ve essere quella di liberare gli uomini, non solamente da ogni autorità da ogni istituzione, che non abbia essenzialmente qua­le fine lo sviluppo della produzione. Di conseguenza, noi non possiamo immaginare la società futura altrimenti che come “1’associazione volontaria e libera dei produttori”. Se è esatto che l’avvenire spetta alla libera associazione dei produttori, prevista da Bakunin, emersa in tutte le manifesta­zioni di questi due secoli, sarà in organismi simili alle Camere del Lavoro ma aperti a tutto ciò che pensa e agisce, che gli uomini si incontreranno, per cercare in comune i mezzi per or­ganizzare le forze naturali servire per il benessere della umani­tà.Concludendo, lo spirito delle “Bourses”, in particolare del loro segretario (Pelloutier) prevale nella CGT (Confederazione Generale del Lavoro), creata nel 1898, e che da quel momento prevarrà nel movimento sindacale francese sino alla vigilia della prima guerra mondiale. Il sindacato è separato dai partiti e la sua autonomia reale è condizione della unità proletaria, la CGT ha un carattere elastico come organizzazione, tesa a coordinare ma non agisce burocraticamente e dirigisticamente mentre l’azione diretta nelle singole realtà diventa lo stile di lotta.”

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Pelloutier Fernand, “Lo sciopero generale e l’organizzazione del proletariato”

Edito da PellicanoLibri Edizioni, Catania, 1977, 182 p.

In un momento politico come quello attuale, carat­terizzato da profonde tensioni sociali e da inquietanti se­gni di disagio provenienti da settori sino ad oggi collegati con le formazioni storiche della sinistra tradizionale, pro­porre la lettura di alcuni scritti di Fernand Pelloutier sullo sciopero generale e l’organizzazione del proletariato acquista un particolare significato politico, che si aggiunge all’interesse più propriamente storiografico che tali scrit­ti potranno sollevare. Lo sciopero generale come strumento per la trasformazione delle basi economiche della so­cietà, e nello stesso tempo come prima realizzazione dell’autogestione operaia dei mezzi di produzione, la visione del sindacato come l’unica organizzazione di massa capace di emancipare la classe proletaria, la stessa emancipazione del proletariato vista come fine e non come mezzo per giungere alla costruzione del­lo Stato socialista: sono questi i temi che Pelloutier privilegia nel suoi scritti, e che scaturiscono dalla sua militanza sindacale e politica.

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Nota dell’Archivio
-Gli articoli presenti sono i seguenti:
–La Rivoluzione attraverso lo sciopero generale. Titolo originale: De la Révolutìon par la
grève générale. Scritto da Aristide Briand e Fernand Pellouter tra il Maggio e l’Agosto 1892
–Che cos’è lo sciopero generale? Titolo originale: Qu’est-ce que la grève générale? Leçon
faite par un ouvrier aux docteurs du socialisme. Colloque entre ouvriers, un samedi soir, après la paie. Scritto da Henri Girard e Fernand Pelloutier nel Dicembre 1895
–L’organizzazione corporativa e l’anarchia. Titolo originale: L’organisation corporative et l’anarchisme. Plan de confé­rence, edito da Bibliothèque de l’Art social, Editions de l ’Art social, 1896
–Arte e rivolta. Titolo originale: l’Art et la Révolte, Bibliothèque de l’Art social, edito da Éditions de l’Art social, Paris, 1897.
–Lettera agli anarchici. Titolo originale: La Lettre aux anarchistes. La lettera, come spiegato dal curatore e traduttore italiano di questi testi, “fu posta da Pelloutier come premessa ad una sua brochure dal titolo Le congrès géné­ral du parti socialiste français, 3-8 décembre 1899, précédé d’une lettre aux anarchistes, P. V. Stock, Paris, 1900, pp.IX-72.”

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