Libero Tancredi, “La tragedia di Barcellona”

Edito da Biblioteca del Novatore, Roma, 1911, XI+171 p.

Libero Tancredi dà al pubblico un libro non soltanto onesto, perchè sincero, ma coraggioso. Chi scrive così non ha la preoccupazione del pubblico. Conosco negatori, sovvertitori, pamphletisti, rivoluzionari d’ogni casella che hanno una tale preoccupazione e, scrivendo, assumono pose studiate, come dinanzi allo specchio gli avvocati e i demagoghi sciocchi e vanitosi o le bellezze femminili malsicure e si mettono in guardia verso se stessi, illusi che il solo fatto di chiamarsi o essere chiamati dinamitardi salvi dal rappresentare un personaggio ipocrita nel dramma letterario delle idee. La preoccupazione del pubblico è capace di ridurre un uomo a gittarsi – come suol dirsi – nelle file rivoluzionarie per la paura d’essere creduto pauroso e di costringere un altro eroe a mettere insieme, per esempio, Giordano Bruno e Francisco Ferrer per timore di non apparire abbastanza anticlericale. Libero Tancredi, schietta tempra d’uomo libero, s’infischia del pubblico e d’ogni pubblico. È tale chi abbia molte cose da dire e ne abbia sempre nuove da dire. Questo mio fratello d’armi – sono un po’ vanitoso nel dargli un siffatto titolo, perchè egli è certo più giovane di me d’anni, per iscritto e a voce è una tempesta di idee. Tancredi è, finalmente, una vivente opinione non di setta, perchè anche l’individualismo anarchico è settario nei più dei casi. Quando lo si legge o lo si ode, ci si accorge che egli non deve nulla ai gruppi, alle frazioni, alle scuole, ai testi, alle cento e una diavolerie sistematiche delle caste in giacca o in maniche di camicia. Dagli anarchici ha imparato ad essere libero; dalla libertà ad essere lui. Io sono assai lieto che egli sia venuto a me. S’è accorto che, per me, non è bella, non è buona, non è vera, non è sana e feconda se non l’idea che esce tutta vampante e vibrante, elica rischiosa e vertiginosa, dalla fucina del mio spirito, del suo spirito, quella che, scaturendo, dà lo strazio gioioso d’un amplesso felice. L’argomento del presente volume è – come si dice in giornalismo diplomatico – quanto mai delicato. Ma Libero Tancredi, intelletto libero, diffida delle opinioni generali, dei motivi follaiuoli, delle frasi fatte di cui s’ammantano o si coronano le varie Compagnie di Gesù massoniche, socialistiche, popolaresche, democratiche. C’è, nel libro, il bisogno di rivedere tutta e daccapo la grande faccenda ferreriana. Gagliarda, simpatica volontà, indizio di quell’istinto di superamento continuo che, diciamolo, è poi per l’appunto ciò che si chiama coscienza morale e pensiero responsabile e partito preso che rende conto di sè. Io vado più in là di Libero Tancredi nel giudizio su Ferrer: l’ho scritto da un anno oramai; e mi sento offeso quando rileggo per la centesima volta sui fogli bloccardi l’abbinamento di due nomi: del mediocre professore massone e libertario di scuola tradizionalista che si dichiarò innocente dinanzi ai giudici militari e che trova nei seguaci clamorosi dei proclamatori e documentatori della sua innocenza, con quello di Giordano Bruno! Tancredi fa opera documentaria e riesce ad essere sereno ed equilibrato, egli così veramente anarchista, in un libro tutto tendini e cervello, sincero, denso, ricco, il libro dell’anarchia che generosamente si profonde e gode dell’organismo dialettico solido, della fine linea descrittiva, del plasma estetico tutto proprio. Veggo, a traverso queste pagine come a traverso lo spiraglio d’un carcere tedioso l’azzurro, il cielo d’una liberazione intellettuale per il nostro mondo rivoluzionario.
Paolo Orano, Roma 12 Agosto 1911

Link Download

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Libero Tancredi, “La tragedia di Barcellona”

Puglielli Edoardo, “Anticlericalismo e laicità nel socialismo aquilano 1894-1914”

Edito da Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, Ottobre 2009, 93 p.

Nota Introduttiva
Edoardo Puglielli. L’autoeducazione del maestro, pensiero e vita di Umberto Postiglione (1893-1924), Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti, luglio 2006, pp. 128; Battaglie e vittorie dei ferrovieri abruzzesi, Sulmona, L’Aquila, Castellammare, Avezzano, 1894-1924, idem, dicembre 2006, pp. 190; Anticlericalismo e laicità nel socialismo aquilano (1894-1914), bozze di stampa. Puglielli (o piuttosto Edoardo, come ama chiamarsi e far- si chiamare, non soltanto per moda giovanilistica) è, per l’appunto, un giovane di trent’anni che da Popoli (Pratola Peligna!) rinverdisce una tradizione sovversiva protrattasi attraverso l’intero Novecento da Nerino Fracasso a Natale Camarra con al centro la personalità emblematica di Nicola Costantini: e la rinverdisce non soltanto grazie alla concreta militanza libertaria ma alla luce di un’attività di ricerca assoluta- mente torrenziale, come ho voluto sottolineare mediante le insolite precisazioni cronologiche dell’intestazione della presente nota. La quale nota ho preferito sostituire alla prefazione che Edoardo, con stima e con rispetto (sono i sentimenti che continuano a manifestarmi tanti giovani, spesso anonimi, e che mi ripagano delle amarezze inflittemi da questa nativa regione nella quale, checché ne fantastichi Umberto Dante, ho non già il privilegio ma la disgrazia di vivere) mi aveva sollecitato per il suo ultimo lavoro, che perciò mi ha presentato in bozze, accompagnandolo con un paio di pubblicazioni dei mesi precedenti che, si badi, non sono le uniche, ma si inseriscono in un gruppo consistente sempre animato da spirito anarchico, rivendicativo e protestatario. Ed ho preferito fare così per poter richiamare l’attenzione di un meno esiguo pubblico su questa produzione, che esiste e vigoreggia in Abruzzo, oggi che alla classica Samizdat pescarese si è affiancato un centro studi chietino doverosamente intitolato a Di Sciullo, senza che da parte dell’ufficialità accademica ed istituzionale in genere si mo- stri per essa quella cura che sarebbe altrettanto doverosa ed indispensabile, al di là della carenze molteplici e gravissime che non sarò certo io, con la stima e col rispetto che ricambio di gran cuore agli amici sovversivi, a mancare di rilevare. Ho già usato un paio di volte, e credo di dover adoperare per tutta l’intera atmosfera che ci concerne, come del resto fa più volte lo stesso Edoardo, il termine sovversivo ad omnicomprendere, per così dire, le svariate sfumature che l’atmosfera medesima presenta e quasi ostenta, e che già in seno all’anarchismo risultano visibilissime, per estendersi poi, storicamente parlando, all’intransigentismo più o meno rivoluzionario, al sindacalismo, al mussolinismo, al massimalismo, a certe forme di comunismo, di fascismo, di dannunzianesimo, e chi più ne ha più ne metta, tutti alla meglio tenuti insieme da quella aspirazione radicale a subvertere, al mettere sottosopra, senza poi trovarsi neppure lentamente d’accordo sul che cosa edificare, con la quale etichetta non a caso era la polizia a tenerli formalmente insieme un po’ tutti, come qualcosa di latamente negativo, di genericamente pericoloso, che per il momento non si poteva e non si doveva fare altro, da Bakunin a Malatesta, ma non soltanto a loro, che reprimere indiscriminatamente. In quest’ambito, per tornare all’Abruzzo, e per limitarci alla ricca fioritura dell’ultimo decennio, segnaleremo le ricerche sulla presenza anarchica nell’aquilano (Cicolani 1997), sugli anarchici abruzzesi nel periodo giolittiano (Calice 1998), su Carlo Tresca (autori vari 1999), su internazionalisti e repubblicani in Abruzzo 1865-1895 (Di Leonardo e Bentivoglio 1999), su Virgilia D’Andrea (Piccioli 2002), sul- l’Abruzzo “rosso e nero” (Puglielli 2003), su Camillo di Sciullo (Palombo 2004), su Luigi Meta (Puglielli 2004), alla quale va aggiunta quanto meno la recente indagine marsicana su Francesco Ippoliti. Balza subito all’attenzione l’assenza della figura senza paragone più rappresentativa dell’anzidetto sovversivismo, anche se torbida e burrascosa ben al di là della lineare e solida robustezza con cui Di Sciullo, tanto per fare il più cospicuo esempio, ha sviluppato il pensiero libertario, non esclusivamente sulle colonne dell’eccellente, interessantissimo foglio che reca quel titolo. Intendo riferirmi, si capisce, ad Ettore Croce, e non soltanto al tribuno, ma anche e soprattutto all’editore, al pro- motore di cultura in senso lato, il cui compito di propaganda e mediazione su orizzonte senz’altro nazionale attende ancora di venir esaminato a dovere. Ma ci sono altri nomi che urgono nello stesso senso, si pensi a Manlio D’Eramo, per esempio, a questo repubblica- no che si colloca formalmente, per così dire, all’estrema de- stra del mondo sovversivo, ma la cui definizione critica è imprescindibile se si vuol comprendere bene la Sulmona del primo quarto del Novecento, e non soltanto Sulmona, in una dialettica con Tresca e Trozzi, tanto per fare i due nomi più rilevanti e conosciuti, tutta da precisare o addirittura da scoprire. E, sempre per restare a Sulmona, quando cercheremo di sapere e di capire se e in qual misura esponenti nazionali del socialismo riformista e massonico quali Arnaldo Lucci ed Attilio Susi abbiano operato sulla città nativa? E chi sia stato davvero, prima e dopo la deputazione massimalista, Bruno Cassinelli? E quello stravagante di Federico Mola? E così via dicendo. Ampio come da arare, dunque: per la quale aratura, tuttavia, e qui torniamo finalmente all’ottimo Edoardo, ma non a lui soltanto, s’intende, non basta assolutamente scorrere sempre, ed in via esclusiva, la stampa di partito e le carte di polizia, con la quale documentazione si fa apologia, s’informa, forse, ma non si fa certamente storia, non si comprende, per trasferirci brevemente all’Aquila, e per fare un unico grosso esempio, chi sia stato davvero l’arcivescovo Carrano a prescindere dalle trivialità della “fogna clericale”, con i suoi tentativi di azione cattolica da cui sono venuti fuori i preti del giornalismo, del segretariato dell’emigrazione, del partito popolare (e non si parla dei vescovi di Sulmona e di Gennaro Sardi, degli interlocutori ed avversari di Di Sciullo a Chieti, dalla variegata società pescarese, del socialismo a Penne e della sua assenza a Lanciano, del fenomeno Celli a Tera- mo e di tutto il retroterra bloccardo che gli sta alle spalle). Già questi brevissimi cenni stanno dunque a ribadire la cautela con cui occorre procedere sul terreno di quella che è l’ultima fatica ancora inedita di Edoardo, alle origini, benissimo, i reduci garibaldini (ma qui andrebbe rivisitato il ruolo dell’Aquila e della Marsica nella preparazione di Mentana, da Pietro Marrelli ad Orazio Mattei), poi i bakuninisti, ma tenendo ben distinto il limpido e patetico Carlo Leoni dagli 9arruffoni sconclusionati alla Pisarri ed alla Tommassetti, e così via via il socialismo cristianeggiante anticattolico che confondeva nella barba e nel rosso della veste Cristo, Garibaldi e Marx (precisante questa era l’immagine che aveva condotto Panfilo Sclocchi, prima che il terremoto l’uccidesse, ad essere il sindaco di Pescina) mentre Giordano Bruno, porta Pia, Francisco Ferrer, appartengono ad un mondo diverso, inconfondibilmente borghese, i cui protagonisti, per rimanere in ambito aquilano, possono essere gli insegnanti forestieri, e gli imminenti interventisti alla Chiarizia ed alla Marinucci, ma non certamente i lavoratori.
In altre parole, quando Edoardo ci ha fatto la cronaca accuratissima degli interventi del periodico socialista «L’Avvenire» e di qualche sparso ed occasionale foglio anarchicheggiante (ma senza dirci che Piccinini era giovane di studio dell’avvocato Lopardi, che Urbani sarebbe diventato il più conformista dei verseggiatori locali e Pighetti deputato fascista, ancorché nel risvolto sovversivo che si è accennato) nei più svariati settori dell’anticlericalismo e della laicità, non riusciamo ancora a cogliere le ragioni per le quali, tanto per starci alle sue stesse constatazioni, sia un prete a sfidare in contraddittorio Emidio Lopardi, siano in molti i proletari che trasmigrano nelle organizzazioni cattoliche (mentre la camera del lavoro fa vita rachitica stentatissima, e perché?), sia il bloccardismo (di cui mai non si parla espressamente et pour cause) ad ispirare nel quinquennio a cavallo del 1910 le rivendicazioni del 20 settembre e le campagne per il divorzio e contro l’insegnamento religioso, ancora sentite ed avvertite di fatto (anche se culturalmente a torto) come prettamente borghesi, a non parlare del libero pensiero, tutto intellettualistico e professionistico, sia l’emancipazione del- la donna infine (non parliamo del libero amore!) a segnare il passo quando si tratti di certe condanne moralistiche in clamorosi casi di cronaca, o dell’ingresso concreto, massiccio, nel mondo del lavoro, le operaie del cotonificio Tobler. Sfumature del genere non vanno trascurate anche a proposito della vicenda abruzzese di un sindacato poderoso e tradizionalmente gelosissimo della propria autonomia e del- le proprie capacità tecniche (l’autogestione delle linee) come quello dei ferrovieri, un discorso che, dal punto di vista regionale, si accentra su Sulmona, e sostanzialmente su due forti figure di leaders assai ben rimarcati sotto un profilo politico massimalista ante litteram, Vincenzo Scapaticci e Quirino Perfetto, mentre, tanto per non perdere di vista l’accennata esigenza di distinzione, un esponente altrettanto qualificato ed attivo come Patrizio Monreale si adatta di buon grado a fare tranquillamente il consigliere comunale all’Aquila. Nel capoluogo infatti l’incidenza sociale e politica dei ferrovieri è obiettivamente assai meno considerevole che a Sulmona ed a Castellammare, nella quale ultima località, com’è noto, essi si inseriscono in prospettiva urbanistica nel- l’opera di governo dell’amministrazione socialista Basile con risultati che la sensibilità odierna va sempre meglio positiva- mente valutando ed apprezzando. Ed eccoci infine in questa necessariamente veloce carrellata ad un personaggio indiscusso ed indiscutibile come Postiglione, al quale il Nostro si accosta simpateticamente anche grazie alla sua personale qualifica professionale, che è precisamente quella di studioso di scienze pedagogiche. In questo campo, com’è noto, emerge la figura indubbia- mente, schiettamente libertaria nel miglior senso del termine, che da Raiano all’America e di nuovo in Abruzzo fino alla morte dolorosamente immatura poco più che trentenne, ebbe con altrettanta certezza una vocazione prepotente, improvvisa ma assolutamente impressionante, il maestro che s’innesta sul giornalista e sull’oratore della propaganda anarchica e del sindacato operaio con i risultati che in meno di un paio d’anni lo conducono agli straordinari esiti del novembre 1923, quattro mesi prima della scomparsa, la relazione al convegno magistrale dell’Aquila che leggiamo più che opportunamente riproposta. Senonché, mentre il pedagogista risalta a luce meridiana, il propagandista ed il sindacalista d’oltre Oceano vengono a definirsi con assai mino- re chiarezza, così nello studio approntato sollecitamente post mortem di Marchesani come nell’assai più tarda raccolta di scritti sociali curata da un suo compagno d’armi appunto in quella propaganda ed in quelle lotte operaie come Venanzio Vallera. Non solo: ma la splendida relazione, tutta fitta contesta di richiami a Croce ed a De Sanctis, ma anche ad un “certo” Mazzini, è affidata a Postiglione da un Giovanni Ferretti che intanto è provveditore regionale agli studi per l’Abruzzo in quanto vicinissimo al Gentile ministro dell’Istruzione, quel Gentile il cui pathos percorre da un capo all’altro il testo del Nostro, magari accentuato nella chiave tecnica che ad esso conferiva da poco meno di un ventennio Giuseppe Lombardo Radice non a caso direttore generale dell’istruzione primaria. In altre parole a me sembra che dalla casa del popolo di Raiano alla scuola elementare di S. Demetrio attraverso quel libro di testo di cultura regionale che, altrettanto non a caso, Ferretti gli aveva affidato nella geniale prospettiva elaborata appunto alla Minerva da Lombardo Radice (ed in Abruzzo si sarebbe affiancato al Nostro un esperto come Berengario Amorosa mentre nel Molise avrebbe tenuto significativamente il campo un poeta, Eugenio Cirese) il Postiglione 1923 sia entrato genuinamente, decisamente in un clima gentiliano che risente solo dal punto di vista emotivo, temperamentale, del d’altronde affine background libertario, clima, si badi, che non vuol dire affatto fascista, prova ne sia il distacco o addirittura l’opposizione che nei confronti del regime seppero con maggiore o minore prontezza assumere rispettiva- mente Ferretti e Lombardo Radice. Ma nel libro di Edoardo c’è anche una succosa appendi- ce, non tanto magari il dramma sociale “roboante” per dirla con Vallera ad altro proposito, quanto la mirabile lettera 10 agosto 1915 da Seattle con la quale il ventiduenne Umberto respinge l’invito dei genitori a tornare in Italia per combattere la guerra della monarchia e della borghesia, respingendo al tempo steso il menzognero concetto di patria che ani- ma quella guerra in pro di un altro più nobile ed elevato concetto che, a questi chiari di luna di orgia patriottarda, noi uomini del Duemila faremmo bene a non perdere di vista. E non solo i chiari di luna di oggi: Edoardo fa benissimo a ricordare la ristampa 1960 Giannangeli del volume 1925 di Marchesani, quella ristampa pavida, conformista e malamente scorretta su cu si esercitò a suo tempo il sacrosanto sarcasmo di Antonio Gasbarrini: benissimo, il mostro sacro Ottaviano Giannangeli si prosternava nel 1960 al regime democristiano così come il buon Marchesani non aveva fatto nel 1925 dinanzi al fascismo trionfante (che si era quanto meno astenuto dal perseguitarlo): la cupidigia di servilismo è sempre fiorente e feconda tra noi: anche per questo, leggere le pagine ed i fatti degli anarchici non ha fatto e non farà mai male.
Raffaele Colapietra L’Aquila, agosto 2007

Link Download

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Puglielli Edoardo, “Anticlericalismo e laicità nel socialismo aquilano 1894-1914”

Turina Isacco, “Maledire Dio. Studio sulla bestemmia”

Università degli studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, 1999/2000, 199 p.

Estratto dall’Introduzione
È un terreno sdrucciolevole, quello della bestemmia, poiché non si sa esattamente in che modo parlarne. In particolare, non si sa come nominarla: la reticenza risulterebbe forse più elegante, ma in un lavoro che pretenda di dar conto della realtà di un fenomeno socio- linguistico, una simile pruderie impedirebbe di attingere quel livello stesso di cui si vorrebbe parlare; senza aggiungere che non si farebbe altro che perpetuare una lunghissima tradizione di silenzio, la quale ha impedito appunto che si studiasse finalmente quell’elemento di lunga durata della lingua italiana che è la bestemmia.
È stata la letteratura a rompere per prima il ghiaccio e a trascrivere l’innominabile vizio italiano, cercando anche di darne ragioni, guardandolo talvolta con benevolenza e, nei risultati migliori (in particolare con i romanzi di Luigi Meneghello), a indagare il sostrato culturale che da secoli la fa esistere. Ma linguisti e sociologi, a mia conoscenza, non vi hanno ancora messo mano. Pure non mancherebbero motivi per farlo, visto il fascino esercitato, ai nostri giorni, da tutto ciò che sembra in via di estinzione; e la bestemmia, se pur ancora fiorisce, pare comunque aver perso di vivacità (anche se mancano documenti storici attendi- bili sui quali compiere un’analisi diacronica): le leghe antiblasfeme, numerosissime fino alla metà del secolo, sono enormemente ridotte di numero e di forze; il progressivo affermarsi della lingua italiana rende insostenibile l’uso della bestemmia, stigmatizzata come abitudine dialettale; il generale abbassamento della sensibilità religiosa diminuisce la reattività sociale a questo tipo di peccato. Le cause, in- somma, vanno cercate in quei diversi fattori raccolti sotto il nome di “secolarizzazione” o “globalizzazione”: la bestemmia è legata a realtà regionali, e in particolare ai dialetti; è legata ad un preciso modo di intendere la religione, ad una condivisione puramente esteriore cui si oppone ogni idea di un culto interiore, soggettivo e spirituale; la bestemmia, voglio dire, è figlia dei paesi cattolici.
È praticata solamente in Spagna, Italia e Québec, dove la cultura cattolica gode ancora di un certo seguito. Nel medioevo, invece, le forme di bestemmia (che all’epoca erano, per lo più, degli spergiuri) erano diffuse in tutta Europa. La Riforma prima, e l’Illuminismo poi, l’hanno resa incomprensibile nei paesi in cui hanno trionfato. Non sarà un caso se, attualmente, i soli codici penali che ne prevedono l’incriminazione sono quello italiano e quello spagnolo. Ma è para- dossale vedere come certi propagandisti antiblasfemi additassero la modernizzazione, in tutte le sue forme, come causa principale della bestemmia: al contrario, opponendosi ai dogmi del cattolicesimo, il progresso dei paesi occidentali ha svuotato di senso la bestemmia. Essa non è traducibile: chi non abbia una specifica competenza della lingua italiana non può afferrarne la sostanza, per quanto possa coglierne il senso letterale; dal canto suo, il parlante italiano sa come si bestemmia, anche se sceglie di non farne uso per tutta la vita.
Ma forse non è bene dare giudizi definitivi su un fenomeno tal- mente sfuggente. È possibile infatti che la bestemmia sopravviva anche ai cambiamenti sociali, così come si è mantenuta intatta probabilmente per un intero millennio. Molti immigrati extracomunitari ad esempio ne acquisiscono l’abitudine, e anche in uno spazio moderno e globalizzato come quello che si è aperto con internet, le bestemmie sono facilmente reperibili, soprattutto in quei siti in cui ognuno è in- vitato a scrivere una cosa qualsiasi, come su di un muro: queste superfici non tardano a riempirsi di bestemmie. Nell’impossibilità quindi di fare previsioni sul futuro della pratica blasfema, il mio compito sarà quello di tentare di definirla, sia storicamente che, per così dire, concettualmente. Innanzitutto sarà bene precisare che, nella bestemmia, tra concetto e uso lo scarto è notevole: il concetto è di origine religiosa, e come tale, in un’accezione simile a quella del termine “eresia”, esso può essere compreso da chiunque.
Al contrario il suo uso è variabile, poiché si concreta in moduli linguistici che cambiano da una cultura all’altra: esistono formule precise per la bestemmia, diverse nei vari paesi in cui si bestemmia; anche all’interno dell’Italia, pur esistendo alcune formule blasfeme che costituiscono una sorta di koinè, la maggior parte delle occorrenze è racchiusa in un contesto regionale, addirittura, talvolta, idiolettale. Ma pur ritenendo di dover opporre l’argomento dell’uso a chi, per meglio combatterla, la vorrebbe considerare solo dal punto di vista del concetto, sono comunque costretto ad un doppio gioco: devo cioè smascherare anche le ragioni dei bestemmiatori, i quali, se interpellati, si aggrappano in genere alla scusante dell’abitudine o dell’ira, che renderebbero la bestemmia rispettivamente un intercalare o uno sfogo. Non credo che questo sia del tutto vero, o quanto meno non lo trovo sufficiente a spiegare la bestemmia, la quale mantiene in sé una forte connotazione di protesta indiretta e di resistenza alla cultura cattolica ufficiale.
Queste le ragioni per cui ho ritenuto di dover citare, apertis verbis, le bestemmie: esse rappresentano, in fin dei conti, l’unico dato empirico che io possa portare a sostegno della mia ricerca, la quale, per il resto, si basa su un lavoro di raccolta, confronto e commento di documenti scritti.
[…]

Link Download

Pubblicato in Tesi di Laurea | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Turina Isacco, “Maledire Dio. Studio sulla bestemmia”

FdCA, “Anarchici contro il muro Israele-Palestina”

2007, 63 p.

I testi qui contenuti, scelti nel vasto oceano dell’informazione sulla Palestina occupata, non vogliono essere un tentativo di dare una rappresentazione degli “Anarchici Contro il Muro” (ACIM) quale entità politica, bensì intendono – su una scala più piccola – dare conto dei contesti particolari e delle realtà in cui gli ACIM operano. E tuttavia, proprio nello scegliere di dare più risalto a quest’ultimo aspetto, speriamo si possa cogliere in gran parte la natura politica degli ACIM. Per prima cosa e soprattutto, gli Anarchici Contro il Muro sono una bandiera nel cui nome vengono compiute azioni che sono diametralmente in opposizione non solo con l’occupazione, ma anche con le cause più profonde; in opposizione con le prospettive personali ed il sistema politico, militare e civile, che all’interno di Israele sostiene l’occupazione. Gli ACIM cercano di evitare il peso eccessivo ed ingombrante delle impalcature ideologiche, per assumere come proprio centro di gravità le pratiche – ma non come “praxi”. Il che non implica – naturalmente – che l’analisi teorica ed i principi non siano necessari, dal momento che noi vi facciamo ricorso quando occorre decostruire i miti dell’apartheid sionista. Tuttavia, ora come ora, le individualità che compongono gli ACIM preferiscono dedicarsi, armati di corde da rocciatori, di tronchesi per il fil di ferro e di mazze pesanti, alla decostruzione del muro di Israele e a esprimere il loro dissenso contro i blocchi stradali messi dall’esercito israeliano. Non solo l’azione diretta, ma anche la lotta unitaria sta nel cuore pulsante degli ACIM. Infatti, le premesse del gruppo possono essere fatte risalire alla fusione di due sottocorrenti parallele durante l’intifada di al-Aqsa, la seconda rivolta palestinese. In Israele, il fallimento degli Accordi di Oslo aveva provocato una generale recrudescenza nazionalista ed una svolta a destra anche all’interno del cosiddetto “Campo della Pace”; tuttavia, si ebbe un effetto opposto sulle frange radicali di quest’area, dal momento che l’analisi sul perché Oslo era fallito portò molti a sganciarsi permanentemente dalla coda della sinistra sionista. Nel frattempo, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, la seconda intifada, sebbene mollo più militarizzata della prima, conteneva anche diffuse istanze di lotta popolare e di resistenza civile, espresse con azioni dirette (proteste e manifestazioni), iniziative delle ONG, informazione indipendente con grande sforzo dei media, progetti dei giovani, campagne di boicottaggio e disobbedienza civile in genere messe in atto da comitati popolari. Sebbene marginalizzati dai livelli di violenza e dal crescente centralismo gerarchico dell’Autorità Palestinese, questi sforzi hanno comunque messo radici ed in certi casi hanno anche dato frutti.

Gli ACIM sono stati un prodotto di queste due sottocorrenti che si sono incontrate nel 2003 – un anno dopo l’inizio della ‘costruzione del muro da parte di Israele — nel campo di protesta durato 4 mesi formato da attivisti palestinesi, israeliani ed internazionali nel villaggio di Mas’ha, che stavo per perdere le teme a causa del passaggio del muro. Questo campo è diventato il punto focale per una nuova forma di lotta: unitaria, civile. a democrazia diretta, su base territoriale — di fatto una terza intifada conosciuta come “l’intifada del Muro”. Sebbene forti solo di pochi attivisti israeliani, gli ACIM presero parte intensamente a quesito nuovo sviluppo insieme ad un numero sempre più alto di villaggi palestinesi le cui condizioni di vita erano minacciate dal passaggio del muro: da Masha a Budrus, da Bil’in a Jayyous, da Nîliln a Um Salmuna, e così via, in uno schema di azione diretta e di lotta unitaria che prosegue tutt’oggi. Una componente chiave del modus operandi degli ACIM era e rimane il reindirizzare i privilegio razzista di cui essi godono sotto le politiche discriminatorie di Israele, usandolo per ridurre la violenza militare contro le proteste palestinesi per il solo fatto di stare con loro, dal momento che le regole di ingaggio dell’esercito sono significatamente diverso (specialmente per l’uso di armi vere) quando si trovano di fronte degli israeliani.

L’Intifada del Muro prosegue con un prevedibile ed alto costo su piano umano: a febbraio 2009 sono 17 i manifestanti palestinesi disarmati che sono stati uccisi dall’esercito e dalla polizia di confine nel corso di manifestazioni contro la costruzione del muro, e sono migliaia i feriti e gli arrestati — palestinesi, attivisti internazionali ed israeliani. Finora, gli ACIM hanno dovuto affrontare oltre cento imputazioni (la cui metà è tuttora pendente), soprattutto per “aver portata la guerra in patria” tramite le azioni di protesta fatte nelle città israeliane. inoltre, a parte le spese vive per i lavoro politico quotidiano, come i trasporti, le ballette telefoniche, gli aiuti immediati o i costi di stampa, i debiti contratti dagli ACIM ammontano attualmente ad oltre 40.000 dollari americani, in parcelle dovute agli avvocati amici che stanno lavorando incessantemente per rappresentarci di fronte alla crescente repressione legale della polizia e delle corti.
Ovviamente, gli ACIM non ricevono finanziamenti da nessuna organizzazione o associazione ufficiale (statale, governativa, ONG che sia), né abbiamo dei funzionari retribuiti. Noi contiamo interamente sulle donazioni delle persone in tutto i mondo, che capiscono quanto sia importante questa lotta e desiderano assicurare la prosecuzione con un sostegno concreto alla lotta palestinese. Ma si accumulano i costi dei guai giudiziari che ci infligge lo Stato, per cui ci troviamo in un temibile bisogno di sostegno finanziario e quindi chiediamo il vostro aiuto.

Nota editoriale: dal momento che all’interno degli ACIM esiste una varietà di istanze sia pratiche che politiche, occorre rimarcare che il contenuto di questo lavoro, con tutti i suoi pregi. rappresenta però sola le opinioni degli autori e non degli ACIM come gruppo intero.

Link Download

Pubblicato in Opuscoli | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su FdCA, “Anarchici contro il muro Israele-Palestina”

Cannella Carlo, “La città è quieta…ombre parlano. Una storia punk”

Ascoli Piceno, Giugno 2005, 178 p.

Una frenetica antologia di brevissimi capitoli composta da uno dei protagonisti storici del punk anarchico italiano. Un accumulo concitato, vivido e apocalittico di storie marginali nell’Italia di provincia degli anni ’80 e ’90: sforzi tesi a mantenere in vita band improbabili, alcolizzati che prendono a morsi i propri cani, personalità borderline che si schiantano in devastanti incidenti stradali, non per sfida ma per pura vocazione autodistruttiva. Con una nota introduttiva di Mario Di Vito e una premessa alla nuova edizione dell’autore.

Link Download

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Cannella Carlo, “La città è quieta…ombre parlano. Una storia punk”

Day Richard J. F., “Gramsci è morto. Dall’egemonia all’affinità”

Edito da Eleuthera, Milano, 2008, 247 p.

La gramsciana logica dell’egemonia, il suo corollario di partito, organizzazione di massa e conquista del potere, va esaurendo la sua presa sulle pratiche e sull’immaginario dei movimenti sociali contemporanei (anti-sessisti, anti-razzisti, indigenisti, anti-capitalisti, altermondialisti), tra i quali va sempre più affermandosi una logica dell’affinità di matrice anarchica. Il potere è una rete, e a rete è anche la multiforme resistenza al dominio. Le lotte radicali della post-modernità mostrano come l’idea di una liberazione cosmopolitica sotto un unico segno sia una fantasia modernista e, di fatto, totalitaria. Per sostenere la sua tesi, Day esamina a livello globale – con un occhio attento al “laboratorio Italia” – le tante e originali forme di organizzazione autonoma, dando una nuova lettura dell’anarchismo, filtrata dal post-strutturalismo e dal post-marxismo.

Link Download

Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Gramsci is Dead. Anarchist Currents in the Newest Social Movements”, Pluto Press, Londra, 2005

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Day Richard J. F., “Gramsci è morto. Dall’egemonia all’affinità”

Trasatti Filippo, “Contro natura. Omosessualità, Chiesa e biopolitica”

Edito da Eleuthera, Milano, 2008, 129 p.

Per il Vaticano la pietra dello scandalo, in apparenza, non è tanto l’omosessualità in sé quanto la questione delle coppie di fatto omosessuali, accusate di sgretolare la “famiglia tradizionale”, fondata su un padre e una madre uniti in vincolo matrimoniale per procreare secondo il piano divino. Ma su un altro piano, a sostenere come pilastro questa posizione c’è la questione centrale della “natura”, del diritto naturale che ne discende, con tutti gli annessi e connessi in campo sociale, politico ed etico. E ancora più a fondo, c’è la questione del potere che si gioca in questa normalizzazione non solo della sessualità, ma anche della vita, della morte e della riproduzione, ovvero di quanto viene comunemente definito “biopolitica”. Insomma, a partire dal rifiuto e dalla repressione dell’omosessualità, si possono trovare connessioni più generali che rimandano al controllo sulla vita individuale e che riguardano tanto le istituzioni religiose quanto gli apparati dello Stato e quelli tecno-scientifici.

Link Download

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Trasatti Filippo, “Contro natura. Omosessualità, Chiesa e biopolitica”

Bazzini Davide, Puttilli Matteo, “Il senso delle periferie. Un approccio relazionale alla rigenerazione urbana”

Edito da Eleuthera, Milano, 2008, 120 p.

La concezione gerarchica delle città, basata sulla supremazia del centro rispetto alla periferia, è manifestamente insufficiente a descrivere la complessità dei rapporti spaziali che attraversano i territori urbani. Ma l’attenzione che si dedica alle periferie urbane rischia sempre di essere presbite, cioè incapace di vederne le particolarità, oppure miope, cioè incapace di cogliere i legami tra le grandi trasformazioni globali di cui sono oggetto le città e l’emergere di un rinnovato senso di appartenenza ai luoghi. In questo libro, a partire da una ricerca sul campo nella periferia torinese, si sviluppa invece l’idea di un approccio alla riqualificazione urbana capace di costruire comunità consapevoli, attente al proprio territorio ma aperte al mondo, coscienti della propria storia e identità ma proiettate verso il futuro. Un approccio relazionale, e non interventista, la cui efficacia si misura in base all’aumento delle capacità di autogoverno di una comunità, all’aumento dei suoi spazi e strumenti di autodeterminazione.Prefazione di Egidio Dansero, docente di Geografia politica ed economica all’Università degli Studi di Torino.Matteo Puttilli, geografo, è dottorando presso il Dipartimento Territorio del Politecnico e dell’Università di Torino. Si occupa di studi e ricerche sui temi dello sviluppo locale e della sostenibilità ambientale.Davide Bazzini, sociologo, è dottore di ricerca presso l’Università di Torino. Si occupa di riqualificazione urbana e di processi di sviluppo locale sostenibile.

Link Download

Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Bazzini Davide, Puttilli Matteo, “Il senso delle periferie. Un approccio relazionale alla rigenerazione urbana”

Cane nero

Link Download

Durata: 28 Ottobre 1994 – Gennaio/Marzo 1997
Luogo: Firenze
Periodicità: Settimanale
Pagine: 12 (nn. 1-5; 7-8; 10-42), 8 (nn. 6 e 44-45), 16 (nn. 9 e 43), 4 (numero speciale repressione)

Nota dell’Archivio
-n. 15, pagg. 6 e 7 divise a metà e con scritte tagliate

Pubblicato in Giornali e Riviste | Commenti disabilitati su Cane nero

Contro la famiglia: Manuale di autodifesa e di lotta per i minorenni

Edito da StampaAlternativa, Roma, 1995, 107 p., Terza Edizione.

Anni ’60. Un fiume di pubblicazioni, articoli e libri, sommerge sotto una valanga di critiche l’istituto della famiglia. Sono lavori che nascono dalle prime analisi sul ruolo della famiglia nella storia e nella società capitalistica, partorite dai padri del marxismo (Marx, Engels), dall’antropologia ottocentesca e dalle prime opere della psicoanalisi. Con la crisi della famiglia tradizionale, ormai evidente a partire dal dopo- guerra, nei suoi aspetti “classici” (monogamia, fedeltà, totale subordinazione della donna, cinghia di trasmissione del potere economico), la sociologia d’avanguardia, la psicologia, la psicoanalisi sfornano ricerche e documenti sui “mali” della famiglia. Una enorme parte di questi studi ha una funzione precisa: favorire una soluzione dei problemi sociali una volta risolti dalla famiglia, attraverso nuove forme che salvino la società: l’integrazione, il consenso, l’organizzazione sociale, non devono risentire della crisi della famiglia: la scienza riformista si mobilita per trovare soluzioni. Al modello di famiglia chiusa “repressiva” si sostituisce un nuovo modello di famiglia “moderna”, elastica, con minori responsabilità sul piano economico- sociale; le socialdemocrazie meglio funzionanti esemplificano questa tendenza: massima libertà di costumi ai figli (chiavi di casa a 12 anni) e stato assistenziale per tutti i problemi (tipo assegno dello stato alle ragazze- madri). Al di là degli studi riformisti, esiste un vasto filone di lavori “radicali”, nati soprattutto dall’anti-psichiatria inglese nel ’67-68 (Ronald Laing, David Cooper, Morton Schatzman), che radicalizzano l’analisi sulla famiglia, dimostrando lucidamente come essa sia una delle più pericolose fabbriche di alienazione, e una delle cause prime della schizofrenia e delle psicosi; l’analisi è spinta a un punto in cui l’unica alternativa consiste nella distruzione della famiglia e nella costruzione di cultura e fatti sociali rivoluzionari: la “controcultura”, il contropotere, la controsocietà. In Italia, con 3-4 anni di ritardo, arrivano anche questi libri con le tesi più radicali: La morte della famiglia (David Cooper); La famiglia che uccide (Morton Schatzman); L’io diviso, La politica dell’esperienza, L’io e gli altri (Ronald Laing). Rispetto alla famiglia, sono libri che ricordano gli scritti sulla lotta di classe, sull’istigazione all’odio di classe; non ci sono mezzi termini. Contemporaneamente vengono pubblicati anche libri un po’ più 6annacquati o più specialistici (fra gli ultimi: La mamma cattiva, di Carloni e Nobili, Guaraldi editore). I libri dell’anti-famiglia radicale hanno senz’altro avuto una grossa influenza: però hanno funzionato in ambienti ristretti, già “in campana” sul problema; il linguaggio, il taglio, poteva essere compreso solo da chi è abituato già a una certa cultura. Anche se i contenuti erano indubbiamente corrosivi, non ci sono state reazioni: nessuna denuncia, né di opinione, né giudiziaria. Si è formata anzi una certa unanimità conformista sui “guai della famiglia”, sulla “famiglia in crisi”. Proposte pratiche o politiche, zero (a parte la pseudo-riforma democratica che se ne fotte dei problemi dei minorenni, vedi nella parte “Manuale di autodifesa legale”); fra tavole rotonde e dibattiti, i figli dovevano continuare a stare nella merda e ingurgitare la diossina-famiglia. Il solito pantano: eppure dal ’66 (primi capelloni, beat, ribelli), dal ’68, la rabbia di chi partecipa ai cambiamenti (o li vede) è sempre più antagonista al piccolo carcere mandamentale della famiglia.
E proprio lo scontro sordo di questi ultimi dieci anni nelle cucine, nei soggiorni e nelle camerette tra figli e genitori porta anche nuova storia e nuova verità, oltre le teorie già scritte nei libri migliori: se negli altri paesi il conformismo socialdemocratico ha astutamente cloroformizzato il conflitto padri-figli, qui in Italia esso resta invece una delle molle più micidiali per arrivare a una coscienza anti-capitalista radicale.

Link Download

Nota dell’Archivio
-Prima edizione: 1975
-Seconda edizione: 1976
-Come riportato dagli autori, “la riproposta di Contro la famiglia nel formato millelire ci ha costretti a eliminare alcune parti del testo originale: in particolare, oltre al capitolo finale su anticoncezionali, parto e aborto, si è dovuto ridurre drasticamente il numero di “testimonianze” tratte dalle cronache dei quotidiani di allora. Le parti mancanti sono indicate nel testo come omissis, con tre punti fra parentesi quadre.”

Pubblicato in Libri | Contrassegnato | Commenti disabilitati su Contro la famiglia: Manuale di autodifesa e di lotta per i minorenni