
Durata: 6 Novembre 1920
Luogo: Livorno
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4

Durata: Febbraio 1955
Luogo: Bari
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4
Nota dell’Archivio
-Scansione avvenuta con fotocamera

Durata: Dicembre 1954
Luogo: Bari
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4
Nota dell’Archivio
-Scansione avvenuta con fotocamera

Durata: Ottobre 1954
Luogo: Bari
Periodicità: Numero Unico
Pagine: 4
Nota dell’Archivio
-Scansione avvenuta con fotocamera

Edito da Derive Approdi, Roma, 2003, 226 p.
Il 19 e il 20 dicembre 2001, di fronte a una devastante crisi economica e alla proclamazione dello stato d’assedio, (‘Argentina veniva travolta da un movimento insurrezionale composto da migliaia di persone. Da allora, quel movimento è stato un attore permanente della scena politica argentina, rappresentando il controcanto dei problemi istituzionali e finanziari che hanno paralizzato il paese.
I protagonisti di questo libro sono i piqueteros, i «disoccupati organizzati» dei quartieri più poveri della sterminata periferia di Buenos Aires. Uomini e donne qualunque provenienti da quella classe media che, grazie alle ricette neoliberali e agli imperativi del Fondo monetario internazionale, si è trovata sull’orlo di un baratro sociale ed economico.
I piqueteros sono gli inventori di straordinarie forme di protesta e di organizzazione dal basso che, insieme alle «assemblee popolari» nei principali quartieri della capitale, hanno saputo riorganizzare servizi sociali di base e forme di scambio economico alternative. Un modello di resistenza a cui guardare con attenzione nel momento in cui la «crisi» sembra farsi più vicina anche alla nostra società.
Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “19 y 20. Apuntes para el nuevo protagonismo social”, Ediciones De mano en mano, Aprile 2002

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Maggio 1989, 88 p.
Introduzione
Se la libertà è uno dei beni fondamentali che accompagnano l’avventura dell’uomo, resta tuttavia un valore volutamente relegato fra le macchinose definizioni che si costruiscono intorno alle utopie. Forma romantica о letteraria, costretta a sfumarsi nel sogno. All’esistenza della libertà non si chiede neppure più una verifica, tanto essa ci appartiene attraverso un pubblico riconoscimento che ci protegge, nella convinzione già di possederla. Forse, deve considerarsi libero soltanto chi viene dichiarato libero, come se si trattasse di un decreto, e potrebbe avvenire proprio nel momento in cui è privato della libertà. Un’azione sfuggente, difficile da precisare, una rinuncia che può apparire addirittura volontaria о parte di un inconcepibile baratto. Ma chi è già predisposto alle mercificazioni non soffrirà molto dell’inganno. Ogni decisione deve rifarsi al medesimo progetto, deve sorprenderci in uno stato d’incoscienza о di estrema debolezza che ci impedisca di affrontare con lucidità ogni scelta, ogni giudizio, che ci privi delle facoltà che rendono un uomo veramente libero. Nasce la condizione, la disposizione, una forma di identità gerarchica che assegnerà gli spazi dell’agire, considerando grave inosservanza ogni tentativo per mutarla. Questo gioco alle regole si chiama stabilità. A chi toccherà procedere per il tracciato più profondo, difficilmente sfuggirà a un percorso accidentato e buio per tutta l’esistenza. E non gli sarà concesso neppure di dolersene. Il cammino è impostato solo per un docile avanzare, per il rispetto di una manovrata imposizione degli equivoci, un’armoniosa confusione. Così composto, ne soffrirà anche il linguaggio e le sue interpretazioni. Si definirà educazione quella che è solo istruzione, si edificherà una morale per un modello da dettare alla coscienza, si riconoscerà come merito quello che è solo utile, si indicherà la disciplina come regola fondamentale per qualsiasi affermazione, si pretenderà obbedienza per evitare valutazioni critiche, s’invocherà continuamente l’ordine identificato in un disordine di comodo.
Se qualcuno tenterà d’interrompere il cammino per mostrare con angoscia e orrore le lacerazioni provocate dalla libertà perduta, verrà subito travolto. О scherno о pena per punire chi ha guastato l’armonia. L’oleografica rappresentazione dell’ira, di “libertà о morte”, di “tremate tiranni”, di “vivere liberi о morire”, è un servizievole momento prestato a chi coltiva timori, l’avvertita deformante colorazione del sovversivismo. Per ché l’istruzione impartita continua a far intendere per libertà tutto ciò che viene concesso e non quello che viene tolto.
L’operazione ha radici remote e motivazioni profonde. Se sviluppi ci sono stati, sono da ricercarsi solo nelle diverse forme di esecuzione. Per il resto, nulla è cambiato. Anche il motivo illuminante, capace di chiarire questa inestinguibile espropriazione, è rimasto invariato. Quando un uomo priva un altro uomo di un qualsiasi attributo umano, agisce spinto dall’impulso dell’interesse. E’ evidente quanto prezioso debba essere il valore della libertà e perché su questa da sempre ci si accanisca. I mezzi per impadronirsene restano ancora gli stessi: la violenza о l’inganno. Un alternarsi che si adatta alle situazioni e che può mutare l’intensità, mai lo scopo.
La consacrazione della libertà, come appare nel primo articolo della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti – è un’altra concessione alle apparenti indulgenze del progetto. Una generosità volutamente vistosa, permessa affinché rimanga voce e mai diventi opera. Sia attività individuale о accordo più numeroso, sia fazione politica о religione, il diritto a una ragione di manifestarsi si trasforma in affermata verità qualora riesca a ostentare una numerosa approvazione, figure plagiate e sottomesse, definite seguaci, disposte tutte a prostrarsi in nome di un bene comune. Le rinunce si trasformeranno in consenso. L’individuo sarà despota e fingerà paternalismo, le attività produttive impiegheranno particolari e indolori forme di pressione, le fazioni si imporranno con la propaganda, le religioni raccoglieranno apprezzamenti con la predicazione, divulgando ipotesi di una beatitudine impossibile e spingendosi con la voce ovunque ci siano altri uomini da assoggettare.
Ma se il privilegio, se qualsiasi vantaggio offerto in cambio, è un bene ancora più grande, perché continuano a esistere uomini che gridano – viva la libertà – ? Per quanto pochi possano essere, ci si sforza ancora di convincerli che reclamano qualcosa già in loro possesso. E’ un grido che disturba e che bisogna far tacere, e non ci si attarda molto nella preferenza dei provvedimenti. Come le organizzazioni sociali costituite, con involontario senso della decorazione, cercano di tacitare gli irrequieti scrivendo nei loro tribunali – la legge è uguale per tutti Già sanno che ci sono persone premiate a vita con l’innocenza, mai infastidite dalla noia di un processo, anche quando la colpa meriterebbe la massima pena.
Gli Stati autoritari negano palesemente la libertà in nome e in difesa di beni che considerano superiori. In questo, non hanno mai cercato di mentire. Le democrazie preferiscono fingere sostegno e disponibilità verso chi dichiara di esigerla come un diritto. In realtà, continuando a procedere con costrizioni apparentemente inavvertite, dimostrano di considerarla già perduta. Così profonda si è falla la ferita che la deformazione si manifesta anche con la gestualità. Quelle mani giunte che vengono interpretate come volontà di preghiera, non sono che un palese gesto di accettata sudditanza e sottomissione, l’inchino preteso dal potente, la nobiltà tristemente falsata dalla storia, la reverenza al ministro, il servitore, come confermata fede d’inferiorità.
Ma ci si è spinti oltre. Per respingere sollecitazioni più aderenti alla natura dell’uomo, si è affermata la legittimità d’impossessarsi di qualsiasi persona fin dal suo apparire. Il battesimo, cioè l’immersione, è una prova sufficiente per annullare ogni giudizio, la base di ogni libertà. E’ la prima violazione contro la vita, compiuta ai danni non di chi è privo di forza, ma di chi non possiede ancora la coscienza per capire. Cavaliere a difesa di un diritto così inaccettabilmente violato, Erasmo levò la sua voce sdegnata, rivendicò almeno una più tarda approvazione о addirittura il rifiuto del rito compiuto.
Fu subito azzittito. La perdita di un solo fedele inginocchiato per provata devozione fu considerato un rischio troppo grande per rinunciare alla validità del rito. Unica concessione, trasformare in festa quello che dovrebbe essere considerato un giorno doloroso.
Ma, nonostante i complicati artifizi e le calcolate ostruzioni, la libertà continua a esistere. Almeno, finché vivrà qualcuno che la reclama. Anche se chi vorrà riappropriarsi di questo bene assoluto dovrà pagare duramente la sua scelta, dovrà versare quello che viene definito “il prezzo della libertà”, che potrà raggiungere valori talmente elevati da coincidere spesso con la vita.
Carlo Capuano

Edito da Rusconi, Milano, 1979, 685 p.
Questo impegnativo documentario storico-narrativo ricostruisce, incorniciata tra antefatti ed epiloghi, la « strage del Diana », uno degli avvenimenti più drammatici della storia italiana del Novecento. Al Teatro Diana di Milano scoppiò, il 23 marzo 1921, giorno in cui era in programma l’operetta di Franz Lehar, “Mazurka blu”, una bomba: l’atto terroristico fu uno degli eventi più clamorosi di una strategia della violenza che vide trionfare in Italia il Fascismo. L’opera di Mantovani, basata su testimonianze, documenti d’archivio, memoriali, autobiografie, non è soltanto il racconto dettagliato di un evento pubblico, è anche un affresco della vita di Milano e dell’Italia Anni Venti. Mazurka blu, radioscopia dell’attività dinamitarda di un gruppo di anarchici milanesi, risulta, in fine, essere una magistrale rievocazione della storia del movimento anarchico nell’Italia del Primo Dopoguerra.

Edito da L’ultima spiaggia, Ventotene, 2009, 221 p.
Presentazione
Giuseppe Mariani ha scritto la storia di due terzi della sua vita: quella della sua gioventù di ribelle e quella di un quarto di secolo passato nel l’ergastolo. Storia vera; episodicamente vera; veri anche gli stati d’animo per i quali è, a volta a volta, passato e che han diretto i suoi atti. Merita d’esser letta, soprattutto da coloro che non han vissuto in una epoca che si può dire cruciale, che di certi avvenimenti han sentito parlare sol tanto, e troppo spesso da cronisti interessati a falsare la verità. Mariani vi fa conoscere come e perché si arrivò al deprecato attentato del Diana. Dirò di più: come si volle che vi si arrivasse. Io, già, lo ebbi a dire altre volte e cominciai col dirlo al giudice istruttore: quell’attentato va annoverato tra i delitti di Stato. È mio fermo convincimento che fu la polizia a condurre per mano gli esacerbati terroristi fino davanti le griglie del Teatro Diana. Certamente la cosa non fu fatta in modo apparente. Quelli che spinsero e guidarono gli attentatori non si misero in mostra, vestiti da questurini; può anche darsi che mai ebbero la coscienza di partecipare ad un infame tranello. La polizia agì attraverso l’oscuro od ignobile tramite dei confidenti e degli informatori. Ma fu essa a dare appuntamento al Diana sia al Mariani, che all’Aguggini e al Boldrini; però naturalmente non si presentò all’appuntamento. A lei bastava far credere che vi fosse presente. Il piano di compromettere oltre che Malatesta tutto il Movimento Anarchico allora rigoglioso, in un atto che richiamasse su di lui la riprovazione perfino delle masse lavoratrici, non fu certamente concepito a S. Fedele, ma al Ministero degli interni, alla direzione generale della polizia. San Fedele, però, ne curò l’esecuzione ed ebbe complice la magistratura che procrastinava volontariamente il prendere una decisione sulla sorte riservata a Malatesta e compagni, contribuendo così ad eccitare gli animi di grandi settori dell’opinione pubblica, che reclamava giustizia o almeno che la giustizia facesse il suo corso senza mostrare una troppo evidente indolenza a mala volontà. Se il Malatesta fosse stato liberato due ore prima che l’attentato avvenisse, la strage non sarebbe stata consumata, ma è vero anche che se la Confederazione generale del Lavoro e la Direzione del Partito Socia lista non avessero posto il loro veto allo sciopero generale al quale già si accingevano le Leghe operaie della Lombardia, forse da Roma sarebbero partiti gli ordini perché il tribunale trovasse tempo per emanare un or dine di scarcerazione provvisoria. Le memorie di Giuseppe Mariani contribuiscono a dare la certezza che da troppe parti si mirava a trascinare gli Anarchici a un atto di disperazione che avrebbe sollevato l’opinione pubblica contro di loro, e quello che si voleva che avvenisse, avvenne purtroppo. Mariani passa poi a parlare della sua vita di ergastolano e dice come riuscì a superarne il micidiale attanagliamento, e come riuscì a non perdere il controllo di sé stesso ed a non offrirsi candidato al manicomio cri minale. Interessanti poi sono le pagine che si riferiscono alla rivolta di Santo Stefano della quale fu animatore Pollastro. Nel libro rivivono persone oggi scomparse oppure dimenticate; rivive tutto un mondo di speranze e di rivolte che ebbero la loro logica e le cui cause determinanti, non nelle dottrine di un movimento vanno ricercate, ma nella violenza brutale e nelle sopraffazioni di un regime che chiama giustizia l’ingiustizia, e ordine sociale l’arbitrio autoritario. Si può essere d’accordo o non col Mariani nel proclamare l’inefficacia del terrorismo, ma la Storia ci insegna che vi sono momenti in cui la violenza diventa una necessità sociale. Solo è necessario che per quanto possibile, essa non colpisca alla cieca e che non faccia pagare agli umili, le colpe dei grandi.
Gigi Damiani, 1953
Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Torino, 1953, Arti Grafiche F.lli Garin

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, 2010, 212 p.
Questo libro analizza l’aspetto meno conosciuto e indagato dei moti contro la guerra detti del «non si parte», scoppiati in Sicilia tra il dicembre del 1944 e il gennaio del 1945: il loro epilogo all’insegna della repressione. L’irruzione dell’esercito nelle città e nei paesi «ribelli», le retate di cittadini svolte in maniera indiscriminata; gli interrogatori, spesso violenti; la deportazione a Ustica e la segregazione in varie carceri dell’Isola; i processi; infine l’amnistia del 22 giugno 1946, vengono qui ricostruiti con dovizia di particolari, mediante l’ausilio di documenti rimasti inediti, e, nella ricca appendice, dalla viva voce di alcuni protagonisti intervistati dall’autore.