Zoccoli Ettore, “L’anarchia. Gli agitatori, le idee, i fatti”

Edito da Fratelli Bocca Editori, Milano, 1949, XXXIII+472 p., Ristampato dall’originale del 1907

Prefazione di Ettore Zoccoli

Mi sarebbe mancato il proposito e la lena di scrivere la presente monografia, senza il soccorso di questo convincimento ben saldo: che di fronte a quegli errori morali che sorgono nel mondo moderno per opera di quanti non sanno conquistare, con l’uso critico della ragione, il diritto della libera coscienza, e che si dilatano con risonanze di tradizione e stratificazioni di storicità che simulano il processo della scienza trasfigurandone la funzione, la scienza stessa ha il dovere fondamentale di penetrarne la genesi e di seguirne lo svolgimento con rigore inflessibile di metodo. Non sempre la conquista della verità equivale a difesa implicita dall’errore. L’errore perde ogni privilegio sulla nostra indulgenza critica e valutativa, solo qualora le discussioni teoriche relative al metodo, valevoli per determinare posizioni astratte conquistatrici della verità, sappiano concretarsi e snodarsi in uno strumento pratico che recida le radici dell’errore dallo stesso terreno onde è germinato. Nel proporsi l’adempimento di questo dovere scientifico l’etica si trova all’avanguardia. Poichè quando l’etica giunge a determinare con processo legittimo ove sia un errore e da quali deviazioni logiche e sentimentali sia stato condizionato il suo sorgere e il suo dilatarsi, essa postula la responsabilità di altre scienze e, se occorra, della funzione pratica del diritto, affinchè quelle e questo provvedano alla sua eliminazione concreta.
Il presente libro, che per la prima volta rielabora la dottrina e penetra l’azione anarchica nel loro significato totale, vuole dunque essere l’adempimento di un dovere scientifico e implicitamente di un dovere morale.
Donde e come io abbia tratto il materiale di documentazione che correda ogni pagina di questa monografia non occorre dire. Chi lavora per conseguire un fine che sia degno, può rinunziare a un giudizio sulla fatica durata per giungervi. Piuttosto, siccome si tratta di un argomento ove tutto era da ricostruire con disegno sistematico e con rigore di metodo, persino l’ossatura grossolano del suo svolgimento esterno, mentre l’andare a fondo di ogni proiezione minuta di tale svolgimento era appena una delle condizioni preliminari per conseguire l’intento complessivo, debbo aggiungere quanto segue: ho la certezza di non avere trascurato l’esame di nessuno di quei precedenti lavori dottrinali frammentari sul fenomeno anarchico, del resto inadeguati anche solo per ordire una fiacca compilazione, che potevano giovare al mio scopo. Senza questo proposito non mi sarei accinto al lavoro, e senza averlo esaurito non lo pubblicherei. Quindi di ciò di cui non faccio cenno esplicito, mi assumo la responsabilità che valga come un silenzio misericorde. Ho spinto e tesoreggiato la documentazione fin dove mi è stato possibile, ossia molto di là dalla portata dei mezzi ordinari d’indagine offerti allo studioso. Ho tuttavia esclusa la documentazione tutte le volte che sarebbe stato appoggio, non a rigoroso esame scientifico, ma a personalità e a designazioni che recisamente non mi riguardano, perchè non riguardano la scienza. Infine debbo dichiarare che ho debiti di gratitudine pressoché innumerevoli, e maggiore verso coloro ai quali occorreva buona volontà, e una fiducia della quale a più riprese mi sono sentito onorato, per soccorrere uno studioso vigile fino allo scrupolo del dichiararsi prima di tutto loro rigido avversario. Ma la sincerità reca buona ventura e la verità, tratta alla luce, giova a tutti. E io ringrazio tutti coloro che nelle mie ricerche in Italia e all’estero, in particolare a Londra e a Berlino, mi hanno permesso col mezzo doveroso di esser sincero di conseguire lo scopo supremo di lavorare per la verità.
Né ho altro da aggiungere. Ossia: ancora un atto di sincerità se il lettore lo gradisce. Questo libro vuole essere, e io credo che sia, il primo passo dei molti altri che bisognerà compiere per vincere le conseguenze pratiche della dottrina anarchica, la quale costituisce la più importante deviazione etica che abbia mai turbato il mondo. E non è mio torto se, pur parlando solo di un primo passo, la sincerità non sappia essere veritiera con una maggiore modestia.
Roma, Ottobre 1906

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Nota dell’Archivio
-Libro fotografato

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Il Socialista

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Durata: 18 Agosto 1889 – 27 Ottobre 1889
Luogo: Montevideo
Periodicità: Quindicinale
Pagine: 4

Nota dell’Archivio
-Digitalizzazione fatta da materiale fotocopiato
-Mancano i nn. 2 e 6
-Bettini, nel libro “Bibliografia dell’anarchismo : periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana, 1872-1971”, riporta questa scheda tecnica: “Giornaletto bilingue (italiano e spagnuolo), edito comunque, da un gruppo intorno al quale si trovavano raccolti anche elementi francofoni, dal momento che le « comunicazioni » dirette ai membri del Circolo, venivano usualmente riportate anche in testo francese; probabilmente è lo stesso gruppo, che il precedente anno aveva annunciato di essersi «definitivamente costituito», a scopo principalmente di propaganda e col concorso, appunto, di « proletari di lingua francese, spagnuola ed italiana ». Cf. il Comunicato apparso su La Questione Sociale (Firenze), del 23 Settembre 1888. Nell’iniziare le pubblicazioni, Il Socialista chiariva subito, con un eloquente sottotitolo, quella che sarebbe stata la propria linea programmatica: atea, anticlericale e antiborghese, o più esattamente, « antipatriottica », secondo una locuzione usuale al linguaggio sovversivo dell‘epoca. « Nonostante l’apparente assentimento della Borghesia per tutto quello che viene fatto e detto contro la secolare ignominia (la Chiesa) — si legge, infatti, in un passo del giornale, che meglio di ogni altro forse, chiarisce i motivi del duplice obiettivo — l’ibrido connubio esiste … E la prova l’avrebbe nel giorno in cui insieme all’illusoria emancipazione politica reclamerete quella economica: vi troverete certamente dinanzi all’aborrito prete coi sedicenti patrioti … » (cf. Un sano avvertimento, a. I, n. 4, del 29 Settembre). La preoccupazione dominante dei redattori, era comunque costituita dalla costante ricerca di uno spazio politico all’interno della locale classe operaia. Il massimo rilievo, d’altronde, veniva dato a tutte le notizie relative al mondo del lavoro ed alla cronaca delle agitazioni operaie in corso; dopo la metà di Settembre, il centro d’interessi della redazione si sposterà inoltre, sulla vicina repubblica argentina, per seguirvi gli effetti della grave crisi in atto e l’andamento degli scioperi e delle repressioni. Vd. Echi Bonaerensi, a. I, n. 4, del 29 Settembre; Confutazione all’articolo « Efectos de la Crisis », a. I, n. 5, del 13 Ottobre; e, ivi, Socialismo e Polizia. Sul n. 6, del 27 Ottobre, veniva altresì riportata, per esteso e nel testo spagnuolo una lettera inviata ai « Compañeros de Montevideo », dall’anarchico Victoriano Sanjosé, da circa un mese detenuto con E. Mattei, E. Priete e I. Cuadrado, nelle carceri argentine, per avere pubblicato a Buenos Aires, un « Manifesto Comunista Anarchico », in occasione degli scioperi dei Falegnami e dei Muratori. Ma l’evento che suscitò il maggior interesse dei redattori, fu la costituzione a Montevideo, di una Società corporativa di resistenza fra i Muratori denominatasi « Comitato Internazionale ». Alla notizia, l’organo anarchico dichiarò subito il suo entusiasmo e incondizionato appoggio all’iniziativa, giudicata un sintomo più che mai promettente di risveglio del proletariato uruguayano e lanciò anzi, un appello a tutte le categorie di lavoratori, « perchè vogliano comprendere la necessità di imitare l’esempio dei loro compagni in salariato ». Cf. Osanna, a. I, n. 6, del 27 Ottobre. Buona parte di questo numero, venne d’altronde dedicata alle rivendicazioni (una diminuzione, a quanto parrebbe, dell‘orario lavorativo), avanzate dal « Comitato » di resistenza. Vd. Edificante aneddoto; e Ai maestri muratori.
Ignoro i motivi che determinarono l’eventuale cessazione del giornale, dopo l’uscita di questo n. e la pubblicazione del n. straordinario, annunciato, fin dal 5 Ottobre, per l’imminente ricorrenza del « segundo aniversario del ahorcamiento de algunos compañeros en la ciudad de Chicago », ed apparso in effetti, a Montevideo (o Montevideo-Buenos Aires?), sotto il tit. 11 de Noviembre. Cf, M. Nettlau, Bibl. de l’anarchie, p. 149; id., in Certamen Internacional de « La Protesta », Buenos Aires, 1927, p. 10. Neppure sono in grado, attualmente, di poter stabilire se il periodico La Voz del Trabajador, iniziatosi a pubblicare in Montevideo il 1° Dicembre di quello stesso anno, abbia costituito o meno, la prosecuzione in edizione spagnuola, de Il Socialista.

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( a cura di) Basaglia Franco e Franca, “Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo”

Edito da DUEMILAUNO AGENZIA SOCIALE, Muggia, 30 Settembre 2008, 95 p.

Il 13 maggio del 1978, dunque quasi esattamente trent’anni or sono, entrava in vigore la legge “180”, universalmente riconosciuta con il nome del suo padre ispiratore: Franco Basaglia. Duemilauno Agenzia Sociale, per ricordare una data che ha cambiato radicalmente la vita di centinaia di migliaia di Italiani e per contribuire a riaffermare principi talmente semplici da far apparire incredibile la loro continua, insistente rimessa in discussione, pubblica la ristampa anastatica di un libro straordinario: Morire di Classe, ospitato nel numero 14 della rivista Sconfinamenti. Si tratta della riproduzione quanto più fedele possibile (considerando i materiali e le tecnologie di oggi) di un’opera coraggiosa, poetica, di grande valore espressivo oltre che sociale, pubblicata, nel lontano 1969, dalla casa editrice Einaudi e ormai introvabile. Oltre ai testi originali questo volume raccoglie, in premessa, due interventi che contribuiscono ad inquadrare l’opera e la sua importanza. Cogliamo l’occasione per rivolgere i nostri più sentiti ringraziamenti a Claudio Ernè, giornalista e fotografo, che ci ha ispirato questa iniziativa, alla quale ha collaborato con vivo e spassionato entusiasmo, ad Alberta e Enrico Basaglia che fin dal primo momento hanno consentito il realizzarsi di questo progetto, a Gianni Berengo Gardin, tra i più importanti fotografi italiani mai vissuti, per il suo prezioso contributo.
La redazione.

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Nota dell’Archivio
-Edizione originale: Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino, 1969

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Bucalo Giuseppe, “Sentire le voci. Guida all’ascolto.”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Giugno 1998, 120 p.

Persone sottoposte ad ogni sorta di sevizie col solo scopo di farle smettere di dire o di fare ciò che pensano, vedono, vogliono. Persone chiamate malate per il loro modo di pensare, di vivere o di percepire. Persone che spesso sentono voci che altri non sentono: voci che spesso sono quanto più di umano attraversa le loro vite.
Potrebbe sembrare naturale che a furia di praticare una relazione attiva con esseri extraordinari come i matti si finisca per interessarsi a ciò che dicono, sognano, affermano o fanno. In realtà non è così. Il nostro interesse primario è quello di zittirli, di farli ragionare, di aiutarli a vivere una vita ‘normale’. Non importa se ci consideriamo oppressori o liberatori, se azzeriamo le persone con gli psicofarmaci oppure le normalizziamo attraverso la psicoterapia, se le puniamo con un ricovero o le premiamo facendo loro lavorare la creta: ciò che conta è riuscire a convincerli che ciò che sentono è frutto della loro fantasia e che non può essere vero. Questo atteggiamento è peggiore di qualsiasi muro, manicomio, elettroshock, camicia di forza che ci siamo potuti inventare, perché condanna all’inesistenza assoluta chi ne è vittima.
Nessun uomo e nessuna verità esiste se non ha credito presso un altro essere umano: gli psichiatrizzati trasformati in persone incredibili smettono di esistere, diventano oggetti delle nostre cure o delle nostre paure, delle nostre statistiche o dei nostri esperimenti. E noi? Visti dalla loro parte non siamo tanto diversi dalle cose che li tengono a freno, legati e abbandonati negli angoli: siamo fatti della stessa materia delle cinghie, delle grate, degli aghi, delle porte… cose messe a guardia di altre cose. Mi ci sono voluti anni per incominciare a prestare ascolto e a dar loro credito, anni per accorgermi che non avevo di fronte degli scherzi della natura o della cultura, ma delle persone viventi, crocevia di sentimenti, conoscenze, esperienze e desiderio… proprio come me.Salvatoreun giorno qualunque mi stava davanti facendo si e no con la testa continuamente. Rispondeva alle mie domande su cosa avesse mangiato e dove volesse andare a prendere un caffè etc. ma continuava il suo dialogo interiore con chissà chi, mentre io snocciolavo una serie inesauribile di banalità per cercare di distrarlo… Inutilmente.

Qualcosa mi prese in un attimo. Ero sicuro di essere reale e vero e, quindi, certamente più forte di qualsiasi sua fantasia. Lo sfidai. Dissi qualcosa come: “Visto che sei impegnato in chissà quale discussione. Fammi sentire quello che senti, fammi partecipare alla discussione”. Salvatore si fermò un attimo come se lo avessi colpito nel più profondo dei suoi segreti. Poi scandì: “Brutto bastardo ti ammazzo. Io non voglio nascere!”. In un attimo fui catapultato all’interno di questo mondo parallelo che vive, respira e comunica accanto a noi e di cui non percepiamo l’esistenza. Quelgiornoprovai solo paura: era come se avessi pestato inavvertitamente la coda ad un felino famelico e crudele. Salvatore si era trasformato in un attimo da quell’essere dormiente inebetito dai farmaci che appariva, in un moloch sanguinario e distruttivo. Cominciai a scaricare una serie infinita di parole e banalità come a voler spegnere un incendio. Salvatore si spense di nuovo e io tirai un sospiro di sollievo. Poi, lentamente ma inesorabilmente, qualcosa cominciò a tarlarmi dentro: cosa era stato il nostro rapporto fino ad allora? Con chi avevo parlato e chi mi aveva risposto? Cosa sapevo di ciò che lui realmente sentiva? E quante volte lui mi aveva salvato dalla mia cecità e stupidità? E ancora, come sarebbe stato possibile per me e per lui vivere e comunicare con quel mostro che gli parlava dentro? Ed era il solo? Chiunque si interessava a Salvatore avrebbe dovuto interessarsi a quella voce che parlava con lui.

Invece intorno non facevamo altro che tenerlo sottocchio e ricacciarlo indietro ogni volta che provava a dirci quello che succedeva. Da allora, e per molti anni dopo, ho cominciato a nutrire il più assoluto rispetto per questi uomini e queste donne che vivono in un territorio incredibile e impossibile di cui non sappiamo niente. Con molti abbiamo percorso questa strada fino al punto in cui la mia normalità mi consente e oltre, e abbiamo incominciato ad incontrarci e a scambiare esperienze con altri uditori di voci e, altre persone, che come me, sono disposte a credere che questo è solo uno dei modi di esistere e questo è solo uno dei mondi possibili. Qual’e’ la tesi sostenuta in questo libro? Il libro cerca di aiutare la comunicazione fra le persone e le voci, e fra le persone che le sentono e chi non le sente. La tesi in fondo è semplice: il rapporto con le voci è una vera e propria relazione interumana e va compresa, accettata e vissuta come tale. Ciò non significa che sia necessariamente positiva o gratificante, così come non lo sono molte delle nostre relazioni, né che sia qualcosa di statico e di dato una volta per sempre, perché al contrario è un rapporto dinamico che può cambiare in relazione al nostro stesso atteggiamento.

Qualsiasi tentativo di confronto con questa esperienza deve partire dall’accettazione dell’esistenza reale delle voci. Ciò vale tanto per chi le sente, quanto per chi cerca di comprenderne la natura. La persona che afferma di sentire le voci le sente realmente, così come è capace di sentire la nostra voce allarmata di fronte a quanto ci sta dicendo. Il resto se vogliamo viene da sé. Una volta che l’esperienza viene riportata su un piano di realtà, i possibili sviluppi e le implicazioni non sono molto distanti da quelli che si verificano in qualsiasi relazione umana. Possiamo sentirci ossessionati da questa presenza oppure trovarla di conforto, possiamo subirne il fascino così come possiamo non tenerla in nessuna considerazione, possiamo crederle oppure non darle alcun credito…Tutto dipende dalla nostra sensibilità e dal contesto in cui viviamo in quel momento, ma dipende anche dalla Voce, dalla sua natura e dai suoi scopi. Una Voce è una comunicazione. La ricerca allora può essere quella di definire chi comunica, cosa e a chi. L’esperienza ci dice, intanto, che già questo modo di impostare la questione pone la persona in una posizione più favorevole nel processo digestionedelle voci.

Al contrario, ritenere le voci delle allucinazioni o dei sintomi di una qualsivoglia malattia mentale, isola la persona che le sente in una situazione in cui niente può contro la loro invasione, né contro l’invasione, ben più distruttiva, delle cure psichiatriche nella sua mente. A guardare bene la psichiatria è fra tutte le ipotesi possibili circa la natura e le origini delle voci, l’unica che sembra porsi l’obiettivo di rivendicare alle voci il dominio sulla mente delle persone. Posso riassumere brevemente le tesi fondamentali del libro in questi punti: sentire voci non è una malattia, ma un modo e una possibilità della percezione umana; questa esperienza percettiva, come ogni altra che riguarda i nostri sensi e la nostra sensibilità, non va curata, né trasformata a priori, ma compresa e gestita; occorre dialogare con le voci: non serve far finta di niente o cercare di distrarsi; la gestione di questo dialogo nasce dal riconoscerlo come tale e dal confrontarsi apertamente e chiaramente con le voci circa la loro identità e le possibili influenze reciproche; le voci esistono, ma ciò non significa che abbiano sempre ragione; le voci hanno a che fare con noi, ma ciò non significa che esse siano nostre fantasie o che vogliano necessariamente il nostro bene; non siamo i soli a sentirle: sentire voci è un’esperienza reale e universale; occorre conoscere e mettersi in contatto con gli altri uditori: solo chi sperimenta o ha sperimentato questa esperienza può aiutarci.

Quali sono le testimonianze scientifiche (e non) a favore di questa tesi? Tutti coloro che per motivi personali o di studio si sono avventurati nel tentativo di comprendere il mondo e l’esperienza degli uditori alla fine hanno dovuto riconoscere la realtà di questa esperienza. Nel libro si cita ad esempio Jung, nella sua doppia veste di uditore/uomo di conoscenza. Egli, più di ogni altro, rivendicò il valore di realtà della vita psichica. Oggi attraverso la lettura della sua autobiografia (Sogni, Ricordi e Riflessioni, Rizzoli), possiamo aver chiaro il contesto umano in cui questa e le altre sue idee sono nate. Jung visse in prima persona l’irrompere dell’inconscio collettivo nella sua esistenza. Questi eventi per molti anni furono costituiti da visioni e comunicazioni con voci che guidarono la sua riflessione, misero a serio rischio la sua integrazione sociale e furono rielaborate, infine, all’interno della sua idea dell’uomo e delle sue relazioni con le energie psicologiche e archetipiche. Anche a costo di sminuire agli occhi dei suoi seguaci, la figura di Jung, possiamo dire che egli riuscì a percorrere fino in fondo la strada che si apre dalla breccia nel reale costituita dall’udire voci inudibili e porta ad una più profonda conoscenza di se stessi e della realtà, evitando di essere diagnosticato pazzo.

E’ quello che succede alla stragrande maggioranza dei pazienti psichiatrici i cui pensieri, conoscenze ed esperienze, invece di essere salutate come forme di conoscenza umana vengono chiamate deliri. Jung è riuscito a trovare ragioni e sensi per il suo delirio: il delirio stesso è diventato realtà. Le esperienze umane non vanno curate, ma realizzate. Questo è uno dei primi assunti della pratica antipsichiatrica, che è un’altra delle componenti “scientifiche” che sostengono questa tesi, soprattutto per quanto riguarda l’effetto devastante e distruttivo delle diagnosi psichiatriche. Citerei Ronald Laing, Morton Shatzmann. David Cooper, Thomas Szasz, che più di altri hanno mostrato che la “malattia mentale” non esiste. In realtà ci troviamo di fronte a possibilità umane, inquietanti e meravigliose, che la nostra cultura e la nostra mente non sanno (non vogliono o non possono) accettare o tollerare. Laing, più che gli altri, annotò il fatto che la psichiatria oltre a perpetrare un errore tragico nel trasformare in malattia ciò che malattia non è, condanna le persone a rimanere “pazze” per tutta la vita: impedisce loro il ritorno dal viaggio interiore che ogni esperienza di follia rappresenta.

Concordo con Laing che non si dovrebbe avere paura di impazzire, ma si dovrebbe essere aiutati a farlo da persone che hanno già fatto questo stesso viaggio e con il supporto di altri che accettano di essere “solo” testimoni e di non interferire con la meta del viaggio.

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Nota dell’Archivio
-Nel documento pdf è stato allegato un’intervista fatta da Odifreddi a John Nash, pubblicata ne “Il matematico impertinente,” pagg. 258-265

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Bucalo Giuseppe, “DIzionARIO Antipsichiatrico. Esplorazioni e viaggi attraverso la follia”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Maggio 2001, 131 p., Ristampa della Prima edizione (Gennaio 1997)

Giuseppe Bucalo è fra i più spregiudicati pensatori psichiatrici italiani. Il radicalismo della sua elaborazione teorica, orientata a produrre una piena legittimazione culturale della follia, intesa quale vettore e fattore di una rivoluzione che sommuova ed allarghi gli spazi fisici, relazionali e cognitivi, lo ha condotto a propugnare una rivoluzionaria visione antropologica che sancisce l’impraticabilità di ogni discriminazione tra raziocinio e follia sia nella vita psichica che in quella sociale. Questo volume, che il Kalashnikov Collective Headquarter propone ai propri lettori, costituisce un’eccellente introduzione al pensiero di Bucalo: l’autore, affondando le radici del proprio discorso da un lato nelle sue esperienze di operatore psichiatrico in Sicilia e nel conseguente, quotidiano e conturbante, rapporto con la follia, e, dall’altro nei maestri della critica al sapere e alla prassi psichiatriche (da David Cooper a Thomas Szasz, da Ronald Laing ad Aaron Esterson), fa della psichiatria l’oggetto di una polemica che, accanto ad un versante etico-giuridico ne include uno volto ad invalidarne i fondamenti concettuali. Contestualmente ad una decisiva confutazione della segregazione psichiatrica e della coazione terapica in tutte le sue forme, Bucalo conduce quindi un attacco devastante alla psichiatria quale pseudo-scienza (con particolare riferimento polemico alle ramificazioni del positivismo psichiatrico ottocentesco di Wilhelm Griesinger) e ne mette a fuoco l’artefatto scientifico fondamentale (la “malattia mentale”), tanto pericoloso per i diritti individuali quanto perfettamente funzionale all’assetto sociale: in questo modo Giuseppe Bucalo giunge a formulare la propria sconvolgente posizione, secondo cui la psichiatria è incompatibile con la libertà di pensiero. Quest’ultima non può convivere con un sapere quale quello psichiatrico, il quale squalifica come patologiche opinioni e percezioni che invece meriterebbero un radicale rispetto e dovrebbero costituire legittimi oggetti di libera discussione in una società che inveri il pluralismo e tuteli l’ impregiudicabile alterità tra i suoi cittadini: è’ anche attraverso il coglimento di questa invisibilizzata ed irrisolta contraddizione delle società liberali che Bucalo prende polemicamente le distanze, pur riconoscendone i meriti storici, dai filoni contigui ma meno radicali della critica alla psichiatria, che legge come meramente riformistici, incamminandosi come pochi altri sul sentiero rischioso e sconvolgente di un continuo, impregiudicato scambio con le tabuizzate ed infernali regioni della pazzia.

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Bucalo Giuseppe, “Dietro ogni scemo c’è un villaggio. Itinerari per fare a meno della psichiatria”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Ottobre 1993, 125 p., Seconda Edizione

Questo libro è un albero che affonda le sue ra­dici nella terra, nel sangue, nella carne di un villaggio della grande madre Sicilia. Questo libro è un’esperienza fra persone. Questo libro è un mostrare ciò che accade fra e delle persone quando sono “ lasciate a se stes­se” a gestire la propria esistenza. Questo libro è una testimonianza da una terra primordiale dove la psichiatria non ha messo radi­ci, ma su cui aleggia e sparge il suo alito mortale. Questo libro è un atto di GIUSTIZIA!

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Nota dell’Archivio
-Prima edizione: Ottobre 1990

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Il Ribelle

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Durata: 7 Dicembre 1884 – 29 Luglio 1885 .
Luogo: Reggio Emilia
Periodicità: Irregolare
Pagine: 4

Nota dell’Archivio
-Bettini, nel libro “Bibliografia dell’anarchismo : periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana, 1872-1971”, riporta questa nota tipografica: “I n. 15, 16 e 21 (5 e 12 Aprile e 10 Maggio 1885), sono stampati su carta viola; il n. 20 (3 Maggio 1885) su carta gialla; La composizione grafica della testata varia col n. 11 (8 Marzo 1885): con tale data compare a sinistra del titolo, una figura femminile, reggente una fiaccola nella mano sinistra alzata. Una nuova variazione si ha a partire dal n. 30 (5 Luglio 1885); Il numero del 4 Giugno 1885 (a. I, n. 25), esce listato a lutto, in occasione del 3° anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi.”

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Discontent

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Durata: Maggio 1898 – Aprile 1902
Luogo: Home, Stati Uniti
Periodicità: Settimanale, Irregolare
Pagine: 4

Note dell’Archivio
-Giornale in Inglese

-Scheda tecnica
–Mancano i seguenti numeri: Vol. 1: 4, 6-9, 11-26, 28-37, 39-42, 44, 46-48, 51-52; Vol. 2: 1, 3-4, 8-9, 15-16, 18-19, 22, 24-28, 30-33, 35, 37-39; Vol. 3: 13, 21, 24, 29, 44-45; Vol. 4: 1, 5, 14, 20, 24, 31
–Pagine e numeri danneggiati: n. 5, vol 1: pagg. 3-4 rovinate; n. 11, Vol. 2: presenta un errore di stampa a forma di piegatura tra la prima e la seconda pagina; n. 20, Vol. 3: presenta una macchia d’inchiostro rosso nella prima pagina e tracce di umidità nei bordi di tutte e 4 le pagine; nel numero del 25 Settembre 1901 viene riportato erroneamente “no. 2” anzichè “no. 3”; n. 31, Vol. 4, 30 Aprile 1902: non è stato inserito a causa degli strappi presenti in tutte e quattro le pagine.

-Fondato da alcuni residenti della colonia anarchica “Home” nello Stato di Washington (USA), il giornale pubblicava informazioni locali sulla colonia (precisamente nella rubrica “Association Notes”), nonché notizie nazionali e articoli selezionati da altri organi di stampa. Il tono della pubblicazione era diretto e sarcastico e non militante come tante altre pubblicazioni anarchiche; veniva distribuito tra Boston-Columbia, Seattle, San Francisco e Honolulu. Alcuni redattori del giornale, come James F. Morton jr, vennero accusati di aver violato la Comstock Act del 1873, una legge che proibiva la circolazione di materiale considerato immorale e/o osceno (tipo strumenti per abortire, opuscoli informativi riguardante l’educazione sessuale etc). Il giornale si schierò dalla parte dei suoi redattori, presentandoli come difensori della libertà sia di parola che della sessualità.
A causa di questa posizione assunta da “Discontent”, a cui si devono sommare i continui attacchi della stampa liberale e conservatrice della vicina città di Tacoma – specie dopo l’omicidio del presidente statunitense McKinley ad opera dell’anarchico Czgolsz -, e la tiratura settimanale del giornale (1200 copie, secondo quanto riportato da Kenneth Owen Ghormley nel saggio “The L.F.D.B.A. Celebrates Its Centennial: Anarchy at Home“), il servizio postale chiuse l’ufficio postale della comunità nell’Aprile del 1902, impedendo così la spedizione della pubblicazione anarchica.
Dopo “Discontent” venne fondato il giornale “The Demonstrator” (1903-1908).

-Nel libro di Longa Ernesto A., “Anarchist Periodicals in English Published in the United States (1833-1955). An Annotated Guide”, The Scare Crow Press, Lanham-Toronto-Plymouth, 2010, viene riportato erroneamente che il giornale chiuse con il numero 30 del 23 Aprile 1902. In realtà vi è un altro numero, il 31, datato 30 Aprile 1902. Molto probabilmente questa è l’ultima pubblicazione del giornale.

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Pilgrim Elis, “Il tramonto del maschio. Distruttore dell’umanità”

Edito da Sugarco Edizioni, Milano, Aprile 1975, 198 p.

Pilgrim basa la propria teoria del Tramonto del maschio, distruttore della donna, della « Partnerschaft », di se stesso e infine dell’intera uma­nità, sul comportamento maschile caratterizzato da una costante, la­tente о manifesta omosessualità, senza la quale il sistema patriarcale non potrebbe esistere. « Il maschio, socialmente e sessualmente, è un idiota ed eroticamente è un essere finito. Si interessa seriamente solo agli altri maschi. Scienza e politica funzionano solo nella misura in cui i maschi esprimono un compor­tamento che li avvicina gli uni agli altri, о li allontana gli uni dagli altri. Produzione e guerra non sono pensabili senza una rete di relazioni dei maschi fra di loro. » Sull’istinto maschile, deformato nella sua originarietà dal prevalente inte­resse che la società dei maschi manifesta verso la sua componente omo­sessuale, s’innesta l’omosessualità sociale del maschio, che lo rende definitivamente e irreversibilmente disponibile per il lavoro e per la guerra, in cui libido e aggressione si concentrano unicamente sugli appar­tenenti al proprio sesso, assicurando in tal modo il funzionamento della società maschile-patriarcale, in cui la donna non deve essere nulla di preciso, nè fare nulla di preciso, poiché il suo compito è quello di ren­dersi complementare allo stato del maschio. I giovani maschi verranno accettati dai maschi adulti, ossia dai padri, solo nella misura In cui sa­pranno rispondere a questo perenne invito omosessuale. Cosi, nel sistema patriarcale, in cui la vita è sopportabile solo in quanto l’essere umano, istupidito e reso inetto dalla totale deformazione degli istinti originari, ha saputo occupare il proprio posto di dominato, il maschio passa conti­nuamente da un programma di omicidio a un programma di suicidio, coinvolgendo in questo tramonto angoscioso tutta l’umanità. Con un linguaggio lucido e incalzante e spesso divertente Pilgrim, che nell’« anno della donna » è l’unico uomo in Germania ad essere continua- mente invitato a dibattiti e convegni femministi, rovescia in questo libro l’analisi tradizionale e giunge a conclusioni solo apparentemente paradossali.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Der Untergang des Mannes”, Verlag Kurt Desch GmbH, Monaco, 1973

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FAL, Teatrofficina Refugio, “Idea d’amor. Libere visioni dell’anarchico Pietro Gori”

Livorno, [2015], 66 p.

Perché uno spettacolo su Pietro Gori
Nel gennaio 2015 il Teatrofficina Refugio e la Federazione Anarchica Livornese avviano una collaborazione finalizzata a realizzare uno spettacolo teatrale sull’anarchico Pietro Gori. Questa collaborazione nasce dall’esigenza, nel centocinquantesimo anniversario della nascita, di dare vita ad un’iniziativa culturale che uscisse dagli schemi delle commemorazioni ufficiali in cui viene presentata un’immagine di Pietro Gori compatibile con l’ordine sociale, e che invece rappresentasse la forza dirompente del suo pensiero e della sua azione. I testi originali di Gori sono stati il punto di partenza per la nostra rielaborazione e per le libere visioni d’anarchia che ne abbiamo tratto. Questo libretto vuole sostenere la fruizione dello spettacolo segnalando i riferimenti documentali e testuali a cui si ispira il testo teatrale che abbiamo prodotto. Lo scopo, ovviamente, non è quello di limitare il piacere dello spettacolo con un’operazione pedante, ma di restituire, a chi è interessato, il percorso che noi stessi abbiamo compiuto. Per qualcuno sarà come avere a disposizione una piccola antologia goriana, per qualcun altro sarà un semplice back stage di scrittura teatrale.
Federazione Anarchica Livornese
Teatroffìcina Refugio

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