Rensi Giuseppe, Religione nella scuola. Rensi Emilia, Scuola e libero pensiero

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Dicembre 2000, 62 p.

PREMESSA
Il problema di grande attualità che vede i fautori della scuola statale contrapposti ai sostenitori della scuola privata (leggi confessionale) ha origini remote. L’agile e ben docu­mentato excursus storico di Emilia Rensi, acuta e profonda osservatrice del mondo della scuola, traccia le linee fonda­mentali dell’annoso conflitto tra Stato e Chiesa, mettendo in guardia da corrivi permissivismi, gravidi di nefaste conse­guenze per la scuola laica. Dopo la prima edizione di questo volumetto non pochi avvenimenti succedutisi nel volgere di una quindicina d’an­ni, hanno peggiorato una situazione già difficile per la scuo­la statale che di fatto ha abdicato ai propri compiti istituzio­nali, subendo un costante condizionamento politico-confes­sionale.
Oggi si scontano gli effetti di un errore di impostazione e cioè l’aver recepito (auspice il guardasigilli del tempo, il comunista Palmiro Togliatti) all’articolo 7 della Carta Co­stituzionale, il Concordato dell’11 febbraio 1929 stipulato tra lo Stato fascista e il Vaticano: di qui una sequela di fatti negativi che caratterizzano i rapporto tra la Repubblica ita­liana e la Santa sede in materia di educazione scolastica. Infatti il predominio ecclesiastico, meglio clericale, as­sentito dai vari governi insediatesi dopo il 1945, con una se­rie di provvedimenti a favore della scuola confessionale, è culminato nella revisione del Concordato del 1929. Il cedimento operato da Togliatti che riteneva di giocare machiavellicamente il Vaticano, avvalendosi della religione quale istrumentum regni, è stato «coronato» («sic») dalla successiva revisione concordataria sottoscritta dal governo di Bettino Craxi. Ci si dimentica forse che il dominio mondiale della Chiesa, qualora fosse realizzato, «rappresenterebbe la più spaventosa delle tirannidi che il mondo abbia mai vedu­to» (Piero Martinetti, Gesù Cristo e il Cristianesimo, II edizione, Milano, 1949, p. 131). La invocata parità scolastica tra scuola statale e non, tro­va riscontro nell’articolo 9 del neo-Concordato, ma nono­stante ci si riferisca ripetutamente al concetto di libertà sco­lastica, al fine di «rendere un trattamento scolastico equi­pollente a quello degli alunni di scuole statali», il vero sco­po perseguito dai clericali è quello di sottrarre la scuola pri­vata al controllo dello Stato; in particolare poi è implicito il tentativo di cancellare quell’ineludibile richiamo all’articolo 33 della Costituzione che sancisce «il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La chiara e inequivocabile interpretazione del dettato costitu­zionale, non consente di stravolgerne il significato con cavil­lose disquisizioni, avanzate da certi legulei, che sottilizzando sul significato dell’articolo citato, tentano di distinguere isti­tuzione da gestione, per cui il contributo statale sarebbe co­munque da riferirsi anche alla conduzione e quindi al man­tenimento della scuola privata con una evidente forzatura del preciso significato normativo.
A non voler dilungarci oltre su questo ricorrente e scot­tante tema della scuola, è sufficiente richiamare alla memo­ria la nota polemica tra i laici Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, e Giuseppe Rensi (di quest’ultimo ristampiamo alcuni articoli degli anni Venti) versus Giovanni Gentile. Costui, divenuto ministro dell’Educazione nazionale, con una impostazione speciosa, riuscì a reintrodurre nella scuola elementare, media inferiore e superiore, come materia di in­segnamento la religione, intesa nell’ottica dell’«attualismo» quale «philosofia inferior»: ciò accadeva nel 1923, agli albo­ri del fascismo. Oltre mezzo secolo di governo repubblicano non è valso a rimediare ai mali della scuola! Negato dalla Corte costituzionale il ricorso al referen­dum popolare per abrogare il Concordato del 1929, il con­flitto tra Stato e Chiesa si è fatto ora più aperto ed aspro; la scuola statale ne esce però sconfitta, poiché anche le recenti sovvenzioni disposte «a favore della scuola privata», in mo­do surrettizio, vengono sottratte alla scuola pubblica. Pur­troppo tutto ciò accade con l’avallo di un governo cosiddetto di centro-sinistra che dai tempi del guardasigilli Togliatti fi­no a Craxi ha volutamente ignorato l’ineludibile dilemma: scuola libera о scuola asservita a interessi di parte? Se tutto ciò non bastasse a denunciare l’ignobile patto Stato-Chiesa, giunge ora (luglio 2000) notizia che anche gli insegnanti di religione nella scuola statale, scelti dall’ordinario diocesano, verranno inquadrati nei ruoli dei docenti delle rispettive classi e stipendiati a carico dello Stato, con possibilità inol­tre di passaggio ad altre cattedre, senza aver superato i rego­lari esami di abilitazione e di concorso, ma avendo acquisito comunque un punteggio da poter far valere nelle graduato­rie di merito. No commenti
Genova, 20 Settembre 2000
Renato Chiarenza

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Note dell’Archivio
-I tre saggi di Giuseppe Rensi sono un estratto del primo paragrafo “Per il pensiero civile” del libro “Realismo“, Società editrice “Unitas”, Milano, 1925.
-Il saggio di Emilia Rensi era stato pubblicato nel Luglio del 1984 nella Collana “Ipazia”

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Rensi Emilia, “Atei dell’alba”

Edito da La Fiaccola, Ragusa, Settembre 1991, 138 p. , Seconda Edizione.

INTRODUZIONE
Ateismo – Parola difficile da definire, alla quale so­no stati dati via via i significati più diversi. L’epiteto di “ateo”, in senso dispregiativo, specialmente in pas­sato veniva dato a tutti coloro che professavano una religione diversa da quella dominante, da quella di Stato. Per i pagani erano “atei” coloro che non credevano negli dei della città, per i cristiani tutti i pagani erano “atei”, e viceversa. Gli appartenenti alle varie chiese si sono sempre classificati “atei” scambievolmente. Non parliamo poi dei panteisti, dei deisti, dei teisti… tutti “atei” per chi considera ateo colui che non crede in un Dio personale. L’appellativo di “atei” ebbero tutti gli eretici da parte di chi professava il credo egemone. Ed è interessante osservare, a questo proposito, come i ful­mini della persecuzione religiosa caddero più spesso sulla lesta di persone appartenenti a religioni diverse da quella di Stato (dello Stato dove essi abitavano!), о di eretici profondamente credenti, anziché sugli atei veri e propri.
L’ateismo può essere teorico о filosofico, quando il miscredente vuole sostenere la sua tesi con argomenti atti a controbattere gli argomenti in difesa della fede. Vi è anche l’ateismo agnostico, il quale afferma che il problema dell’esistenza di Dio è insolubile, o, almeno, supera le capacità di chi vorrebbe risolverlo. Nella so­cietà presente l’ateismo ha talvolta anche una sua radice sociale: la fede, dicono, ritarda il progresso sociale in quanto, predicando la rassegnazione e spostando la riso­luzione del problema umano nell’al di là, protegge l’or­dine stabilito e impedisce all’uomo di contare sulle sue forze per il riscatto. L’ateismo si può fondare anche sul­lo spirito d’indipendenza, in nome del quale l’uomo non vuole accettare l’idea di un padre-padrone, alla cui autorità deve inchinarsi, al quale deve render conto delle sue azioni, ed in balia del quale deve abbandonare le vicende della sua esistenza. Vi sono atei indifferenti al problema religioso e che dichiarano di esserlo; altri, invece, che della loro indifferenza rimangono inconsa­pevoli, in quanto sono del tutto ignari di questioni me­tafisiche. A questi ultimi è difficile dare un volto e un nome. Come è difficile dare un volto e un nome a tutti quelli (e quanti sono!) i quali, pur appartenenti alle varie confessioni religiose, e praticanti, vivono come se Dio non esistesse.
Ma siccome il pensiero deve dilatarsi nella vita, dob­biamo prender in considerazione anche un altro ateismo, al quale raramente si presta attenzione: l’ateismo etico, di quelli cioè che si rifiutano di credere, perché non riescono a scorgere nelle vicende umane, anzi soprattutto nella costruzione stessa della vita alcuna traccia di una mens etica. È un ateismo che può anche esser privo di ogni base dottrinale; ma, come osserva Jean Rostand: « le plus haut des esprits n’a peut-étre pas qualité pour comprendre l’univers; mais le dernier des coeurs qui souffrent a le droit de l’incriminer ». (Pensés d’un biologiste – Paris, 1954 – pag. 108).
Interessante notare che, mentre in passato vi era la tendenza ad “accusare” facilmente di ateismo tutti quel­li che si allontanavano dall’ortodossia dominante, anche se appartenenti ad altre diverse ortodossie о liberi cre­denti, ora che la schiera degli atei è diventata numerosa, si cerca, con mille astuzie verbali, di far rientrare nella serie dei credenti anche gli atei veri e propri, in quanto il loro numero e, talvolta, la fama acquistata potrebbero favorire la diffusione delle loro convinzioni. E questo fanno non soltanto le persone timorate di Dio, ma per­fino studiosi laici, о che, per lo meno, dovrebbero essere equanimi. I quali tuttavia non riescono a superare il pregiudizio ancestrale del biasimo congiunto alla pa­rola “ateo”, e, perciò, vorrebbero salvaguardare da simile riprovazione il maggior numero possibile di pen­satori.
Si giudica, di solito, che l’ateismo sia un fenomeno sviluppatosi nell’epoca attuale e dovuto soprattutto al progresso scientifico. Invece l’ateismo si manifestò fin dai primordi del pensiero e della civiltà. Così noi potre­mo trovare atei nei lontani secoli, prima dell’era cri­stiana. Tuttavia sono quelle qualità, sprigionate dalla co­scienza umana, che l’uomo attribuisce a Dio in grado sommo, illimitato, quali la bontà, la giustizia, la retti­tudine, la sapienza, alle quali è essenziale tener fede, per il progresso della civiltà e per lo sviluppo del senti­mento etico: per questo scopo, la fede nell’Ente, al quale tali qualità spetterebbero, non ha importanza alcuna.

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Nota dell’Archivio
-Prima Edizione: Agosto 1973

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Rensi Emilia, “Cristo-Colombo e l’inizio della tratta degli schiavi”

Edito da Nuova Ipazia, Ragusa, Aprile 1992, 48 p.

NOTA INTRODUTTIVA
Il breve saggio che proponiamo, è apparso 28 anni fa, nel 1964, con il titolo Colombiana, sul numero 10 della rivista anarchica «Volontà», allora curata da Gio­vanna Berneri e Cesare Zaccaria, e della quale Emilia Rensi è stata intelligente e assidua collaboratrice. Un breve saggio critico con il quale si denuncia, con anni d’anticipo, l’uso strumentale che si sta facendo dell’anniversario della scoperta dell’America e la smoda­ta esaltazione della «eccezionale abilità» del Cristo-Co­lombo che, come sottolinea la Rensi, «erano qualità comuni a tutti i grandi navigatori ed esploratori dell’epo­ca… e anche agli uomini che li seguivano nelle loro im­prese».
L’anniversario della scoperta dell’America si è an­dato trasformando in un vero e proprio mercato demokapitalista e consumista ove ognuno dei Grandi Penni­vendoli arcoreggia a ruota libera per esaltare il Grande Navigatore, la sua fortunata impresa e… il demo-kapitalismo: giornalisti, scrittori, artisti, storici e tuttologi di grande fama fanno del loro meglio per… mortificare l’intelligenza e la dignità e, anche, la verità storica. Tanto per fare un esempio veramente significativo, il «principe» dei tuttologi italiani, il grande giornalista Enzo Biagi, con Milo Manara e Giacinto Gaudenzi, ha dedicato a questo anniversario, e immesso nel grande mer­cato del consumismo, un Gran Fumettone ove i luoghi comuni, veri e falsi, disseminati lungo 500 anni dalla tradizione «clericale», sono illustrati dalle «tavole» del Manara e del Gaudenzi che fanno vedere gli «indige­ni» saltellanti felici, come gente che festeggia l’arrivo di persone care, e particolarmente le «indigene» — sempre le donne! — tutte nude e con i seni al vento come si conviene a delle «selvagge» che si offrono come se fos­sero smaniose di essere possedute dai civilissimi e catto­licissimi — crocifissi e stendardi in testa! — invasori. Tutto un gran fracasso indecoroso e miliardario per magnificare le peripezie, anche minime, della fortunata avventura ma, soprattutto, per nascondere, ancora una volta, il sottofondo della conquista-invasione. E cioè l’in­fame genocidio ai danni di un Popolo tranquillo e fe­lice che venne espropriato di ogni bene, schiavizzato, mas­sacrato e ridotto a… «oro umano». E questa innocente e generosa «miniera d’oro» usata quale materia prima per dare inizio al «turpe commercio» della «tratta degli schiavi»!
In proposito l’analisi della Rensi, che ha scavato sui testi più favorevoli al Colombo, e alla leggenda che gli si è cucita addosso, è precisa anche su quanta e quale «retorica» è stato costruito il mito-, e fa vedere, «anche a chi non vuol vedere», la «sfrenata ambizione e la sua fame di ricchezza», nonché, quale «indole» («ingrata», «avida», «arrogante»!) e quali i reali interessi che lo ani­marono: la bramosia delle «spezie» (che allora avevano un grosso mercato) e particolarmente quella dell’oro, ol­tre la smania di raggiungere il… «Cipango»… il paese del­l’oro!
Spinto da questi «interessi», il «grande ammiraglio» e i «conquistadores» non si fecero scrupoli nel rappor­tarsi col «Nuovo Mondo», e con i «selvaggi» che lo abi­tavano: «nudi e innocenti… offrono doni… hanno orrore della violenza…». Qualità per cui, si pensava, «possono facilmente diventare dei buoni cristiani» e, anche, «que­sti pagani senza dio sono buoni come schiavi» e «que­sti che sono più robusti li invieremo al mercato degli schiavi di Siviglia»! Nel Cristo-Colombo si fa strada un preciso programma: «produrre denaro con la vendita degli schiavi e procurare schiavi facendo la guerra». Il tutto in nome della Suprema Civiltà e della Reli­gione Cristiana e Cattolica (che aiutano, ancora oggi, a mascherare la recessione e la crisi «globale» che trava­glia il demo-kapitalismo)!
I «selvaggi» per quanto «ingenui» e «amorosamente disponibili», più volte si ribellarono alle prepotenze e alle violenze degli invasori. Per domare una insurrezio­ne di «Indios» i conquistadores impiegarono quasi un anno: li misero «in fuga» con la superiorità delle armi — archibugi e balestre — con lo spavento che suscita­no i cavalli e, anche, con dei feroci levrieri». Malgrado tutto, la rivolta di questi «selvaggi» dura ancora oggi…! Ma il gran Mercato consumista serve ad un altro pre­ciso scopo; alzare cortine fumogene e deviare l’attenzio­ne dei Popoli del Mondo dai genocidi in atto nel civilis­simo mondo moderno e demo-kapitalista: Palestinesi, Libanesi, Kurdi, Nicaraguensi ecc. E, allora, ripropor­re il breve saggio della Rensi, vuole essere un piccolo atto di solidarietà verso gli «Indiani» e tutti i Popoli che si battono contro gli invasori e contro gli oppressori. E vorremmo che questo atto di solidarietà venisse assun­to dalle nuove generazioni, magari ampliato ed esteso in ogni angolo del Globo e delle Coscienze.

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Nota dell’Archivio
-Il titolo originale dell’articolo di Rensi è “Colombiana”, pubblicata su «Volontà», n° 10, Genova, 1964.

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La Favilla

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Durata: 11 Novembre 1903
Luogo: Bahía Blanca (Argentina)
Pagine: 4 pagine

Nota dell’Archivio
-Come riporta Bettini in “Bibliografia dell’Anarchismo. Volume 1, Tomo 2”: “Numero unico commemorativo, « il terzo… — è puntualizzato in un’avvertenza Ai compagni — che per libera iniziativa viene pubblicato in Bahia Bianca ». Venne diffuso per commemorare il 16° anniversario della morte dei « martiri di Chicago », dal gruppo « L’Azione » (a tendenza individualista); ma contribuirono alla sua realizzazione, anche gruppi e individualità, di lingua italiana e spagnuola, di una decina di località dell‘Argentina, fra cui il gruppo femminile « La Aurora del Porvenir » di Barracas al Sud; il « Gruppo Libertario » di Rosario; la « Union Obrera » di Chivilcoy; e altri di Buenos Aires, Mendoza, Bolivar, Zarate, Lomas de Zimora e Salto Oriental. Contiene collaborazioni di A. Cerchiai (La voce dei morti; datata; San Paolo, ott. 1903); dell‘individualista italo-egiziano Icilio Ugo Parrini (Anarchia; firmata: « Un Vecchio »); e di G. Ciancabilla (« Kordian »), di cui è pubblicata un’appassionata protesta (Parliamoci chiaro) contro la « Ley de expulsion », recentemente votata in Argentina dal generale Rioca e che tante polemiche stava sollevando nel paese (a Bahia Bianca, accanto ai già esistenti «L’Azione» e «Germinai», si era anche formato un gruppo, autodenominatosi polemicamente « I candidati all’espulsione »). Abbondante, infine, la collaborazione in lingua spagnola, nel cui settore figurano anche scritti di R. Mella (La dinamita legalizada) e Gustavo Soledad (Corazon de la mujer).”

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Bosco Salvatore, “La mente e gli animali. La isomeria genetica primordiale”

Edito da Sicilia Punto L, Ragusa, Ottobre 1990, 104 p.

Introduzione di Salvatore Bosco

Trattare un argomento come questo da noi scelto, e per di più con idee nuove e del tutto personali è quanto me­no mettersi contro corrente, date le convinzioni che ci sia­mo formate attraverso lo studio delle varie culture, accumu­late secolo dopo secolo e tramandate a noi e con numerose opere, e con la tradizione. La discrepanza, poi, risulta più palese quando pensiamo che la particolare e personale cultu­ra di ognuno, è ancora fortemente influenzata dal pensiero degli antichi, sia del rango filosofico che religioso; e le no­stre cognizioni di scienza hanno ben poco da svolgere opera correttrice per darci una visione del mondo più chiara, più moderna e più coerente alla realtà, e del mondo stesso e del­l’uomo che lo abita. Ci sembrerebbe, infatti, non solo una bestemmia ma addirittura un’eresia sentire che la stessa Men­te, о pensiero, о intelletto che c’è nell’uomo si rinviene an­che negli animali, sebbene nell’uno e negli altri, con funzioni e manifestazioni diverse.
Evidentemente questo non è tutto: generalizzando, può sembrare addirittura una presunzione, e persino un’assurdi­tà, affermare che l’uomo, gli animali e tutto il mondo vege­tale, in generale, formano un tutto unico ed organico con la realtà, sia fisica, sia chimica, sia Mentale; e ciò perché ogni cosa esistente, che si manifesta con fenomeni svariatissimi, trae origine da poche e diverse Energie le quali hanno attri­buzioni a sé immanenti e danno vita e ragion d’essere svariate. Prima di mettere a fuoco il problema qui da noi posto verrei portare a conoscenza di chi eventualmente ci legge alcuni esempi sul comportamento di alcuni animali, la maggior parte dei quali domestici e perciò da chiunque conosciuti. Si tratta di cani e gatte e di un bardotto, da noi personal­mente osservati, e di alcune scimmie il cui comportamento è stato studiato da etologi e pubblicato in «Le Scienze». Gran parte di questi animali possono essere da chiunque studiati, però previo accantonamento delle nozioni culturali già ap­prese le quali spessissimo, invece di aiutarci a capire, ci crea­no confusioni, e pertanto si costituiscono ostinati intoppi al nostro capire stesso. Però va da sé comprendere che non so­no solo i fatti empirici, riscontrabili nel comportamento de­gli animali sopra accennati, che debbono portarci a delle con­clusioni definitive; queste debbono essere aiutate, suffraga­te e sostenute da quei ragionamenti logici adatti a farci scen­dere in un livello sottostante ai fatti, dove possiamo trovare il motivo e la causa principale e motrice dei fenomeni di com­portamento che stanno in superficie e sono posti alla nostra attenzione sensoriale. Penso che lo stare fermi sopra la co­siddetta empiria, per tirare da essa sola le dovute conseguen­ze, e capire e dimostrare la realtà, sia un metodo sbagliato, perché incompleto. I fatti ci vogliono perché stanno alla ba­se di ogni evento, ma la Mente che le interpreti e li coordi­ni, legandoli organicamente, è egualmente indispensabile per meglio farceli capire. Certi meccanismi, ad esempio, ci fanno vedere i crudi, genuini fatti con il senso della vista, mentre il motivo che li promuove lo dobbiamo scoprire con altro mezzo, che sin da ora identifichiamo con l’Energia Ragione che per noi è la Mente. Il mimetismo degli animali e quello militare del­l’uomo, non sono dei mascheramenti capricciosi, ma veri espe­dienti di difesa, sebbene, il più delle volte, l’effetto non sia pari all’intenzione che li promuove. Vediamo, ora, se gli esempi sul comportamento dei po­chi animali chiamati in causa siano sufficientemente adatti ad aiutarci a capire, nonché a dimostrare l’assunto da noi preso in esame, il quale postula l’esistenza d’una unica Mente sia nell’uomo che negli animali.

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Berneri Giovanna, Zaccaria Cesare, “Società senza Stato”

Edito da RL, Napoli, 1946, 40 p.

Dalla caduta del fascismo ad oggi, molte speranze sono svanite, molte volontà si sono spente. Il popolo italiano non ha fatto alcun passo concreto sulla via della sua risurrezione e del progresso sociale. Il 25 Luglio del ’43 parve significare liberazione dalle catene di una ventennale schiavitù, avvio verso la conquista di una effettiva libertà. Questo sogno generoso fu, in quei giorni nell’animo di tutti: ed alimentò l’entusiasmo dei poveri e la paura dei ricchi. Il popolo italiano cercava con ansia tragica una via per togliersi di dosso le incrostrazioni di menzogna d’inganno di abbiezione con cui il ventennio fascista lo aveva immiserito nello spirito e nel corpo. Ma non si rese conto che la sorgente prima della sua lunga sofferenza e della sua mutilazione era nella sua stessa passività, nella sua ubbidienza. Invece di ascoltare le proprie volontà di azione, prestò orecchio alle lusinghe ingannatrici dei politici che, ancora una volta, gli promettevano facile rimedio per tutti i suoi mali. Cercò di orientarsi appoggiandosi ad uno o ad altro dei Partiti. Trovò che tutti si proponevano apparentemente le stesse cose. Perfino il loro linguaggio si somigliava, benché fosse chiaro che dietro le parole si celavano volontà nemiche. Tutti d’accordo dicevano al popolo – non agite, seguiteci.
Il popolo, che aveva intuito in quale direzione fosse la libertà, cercò aiuto d’altri per vederla più chiara: e finì per non vederla. Lentamente si rifece inerte. I suoi nemici ripresero via via coraggio. Tra il gran discorrere dei politici, gli interessi ed i privilegi che il fascismo copriva con la sua macchina oppressiva si rimisero in moto. Ed il risultato fu il caos.
Il caos politico, la babele delle lingue, sono le caratteristiche del periodo post-fascista in cui ci troviamo a vivere. I capipartito lavorano attivamente per irreggimentare attorno ai propri carri quanta maggior parte è possibile del popolo italiano. Tutte le passioni negative sono eccitate a questo fine. Tutti i residui fascisti sono utilizzati. Lo stesso Governo è divenuto un pretesto per la lotta di accaparramento che mira al Potere di domani. Tutti si affermano amici e protettori del popolo. Tutti pensano soltanto, invece, a conquistare per sè le maggiori possibilità di predominio.
Il popolo lo avverte. E non crede più in nulla, non crede più in nessuno. Si può dire, in questo senso, che il fascismo sopravvive tuttora. Non solo perchè tutta la legislazione fascista è ancora valida, e tutte le burocrazie fasciste seguitano strumenti della sua applicazione, e tutti i responsabili maggiori del fascismo vivono indisturbati – salvo quelli che hanno raggiunto la giustizia diretta del popolo. Ma soprattutto perchè il popolo, passato il primo entusiasmo, si è di nuovo fatto passivo. Non cerca nemmeno più di capire. Tira il carro, mormora, ubbidisce.
Riteniamo perciò utile riaffermare le nostre volontà. Stabilire ancora una volta, chiaramente, il campo della nostra azione, gli scopi che ci proponiamo. Non per chiedere al popolo che ci segua. Non per fare anche noi numero. Ma perchè il popolo sappia che v’è chi – restando popolo, senza pretesa di comandare – vede che cosa sia veramente il nostro male.
Marzo 1946

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Ilham Khuri-Makdisi, “Migranti, lavoratori, anarchici. La costruzione della sinistra in Egitto, 1870-1914”

Estratto dalla rivista Zapruder, n. 33, Gennaio-Aprile 2014, pagg. 9-21

Alla fine del XIX secolo, alcune idee radicali di sinistra cominciarono a circolare tra gli abitanti delle città dell’est del Mediterraneo, in particolare Il Cairo e Alessandria. Queste idee, che potremmo definire un adattamento selettivo dei princìpi anarchici e socia- listi, comprendevano molti riferimenti alla giustizia e all’eguaglianza sociale, alla difesa dei diritti dei lavoratori, all’educazione laica e di massa e, più in generale, auspicavano una messa in discussione (e persino il sovvertimento) dell’ordine sociale contemporaneo, nazionale o internazionale. Queste rivendicazioni generalmente si combinavano con altre, apparentemente meno radicali, come l’istituzione di un sistema parlamentare e costituzionale, il diritto alla libertà d’espressione, l’imposizione di limiti al potere delle autorità religiose e la critica dell’ingerenza europea sul Medio oriente, tanto sul piano politico quanto economico. Anche se molte di queste cause erano profondamente ancorate a un preciso contesto e a istituzioni locali, le persone che si interessavano al socialismo, all’anarchismo, e più in generale alle idee radicali, adottavano quasi di fatto un punto di vista internazionalista e internazionale che le rendeva profondamente coscienti degli sviluppi mondiali. Tuttavia, questi gruppi di attori locali non erano semplicemente interessati a quanto acca- deva nel mondo; erano spesso in relazioni strette, sul piano dell’informazione, della politica e dell’organizzazione, con organismi e movimenti internazionali e internazionalisti che operavano per la promozione delle idee di sinistra e l’applicazione di progetti radicali ai quattro angoli del mondo. L’obiettivo di questo articolo è di contribuire alle ricerche sulla sinistra in Egitto nel modo seguente: per cominciare, questo lavoro mira a riabilitare un periodo – grosso modo dal 1870 al 1914 – restituendogli il posto che merita nella storia della sinistra. In effetti, anche se esiste un buon numero di studi sull’emergere della sinistra egiziana, la maggior parte si concentra sul periodo posteriore al 1919, proponendo, nel migliore dei casi, un rapido excursus sul periodo precedente, abitualmente presentato come lo sfondo di questa emersione. Così la sinistra farebbe la sua comparsa solo dopo il 1919, e più specificamente con la formazione del Partito socialista (e più tardi del Partito comunista) egiziano nel 1920-1921. In questo articolo adotto una periodizzazione alternativa, sostenendo che gli anni che vanno dal 1870 al 1914 rappresentano invece la chiave di volta della storia della sinistra egiziana. È durante questo periodo che un buon numero di idee di sinistra furono articolate e si diffusero sotto forma di pro- getti, alcuni dei quali messi in atto negli anni 1920. In secondo luogo, nell’articolo cerco di mettere in risalto la molteplicità d’idee, tendenze e movimenti che hanno composto la sinistra. Il lettore in cerca della “sinistra pura” resterà insomma deluso: in Egitto, come nel resto dei paesi del mondo, la sinistra era molto spesso un aggregato d’idee e di pratiche non “codificate”, normalizzate o omogeneizzate. Le divisioni tra socialismo, anarchismo, democrazia sociale, fabianesimo, ecc., non erano necessariamente inconciliabili. Uno degli obiettivi dell’articolo è proprio quello di stimolare una revisione del contenuto del termine “sinistra”. Questo è stato spesso associato ai partiti della sinistra, a un’ideologia chiaramente articolata e talvolta rigida, e alle nozioni di coscienza di classe o di altre categorie “tradizionali” del marxismo. L’articolo mira invece a porre in evidenza la molteplicità delle sinistre che sono esistite nei due decenni che hanno preceduto la Grande Guerra, prima della rivoluzione russa e del costituirsi di sinistre caratterizzate dal rapporto con il marxismo, in particola- re con la creazione dei partiti comunisti nel mondo. In queste diverse sinistre anteriori al 1914, l’anarchismo ha giocato un ruolo cruciale. Inoltre, l’articolo mira a collocare la storia della sinistra egiziana in un quadro globale piuttosto che puramente nazionale. Più concretamente, affronterò le seguenti questioni: che cosa spiega la costituzione di una certa “galassia radicale” in termini d’idee e di pratiche in Egitto, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo? In che forme si manifestava e quali ne erano i limiti? Come era compreso e vissuto questo radicalismo? Per affrontare queste questioni, mi concentrerò su un certo numero di reti, di gruppi che hanno promosso e diffuso le idee di sinistra. Per rete intendo gli organismi locali e transnazionali, associazioni e contatti personali che hanno concorso a stabilire un sistema di circolazione delle persone, di informazioni e di idee. Alcune di queste reti e gruppi hanno attivamente disseminato queste idee e si sono impegnati nell’attivismo militante e la praxis, mentre altri erano piuttosto rivolti alla teoria.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione dell’articolo “Intellectuels, militants et travailleurs: la construction de la gauche en Égypte”, 1870-1914, «Cahiers d’histoire», n. 105-106, 2008, pp. 17-45

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(a cura di) Colucci Michele e Nani Michele, “Lavoro mobile. Migranti, organizzazioni, conflitti (XVIII-XX secolo)”

Edito da SISLav. Società italiana di storia del lavoro, 2015, 212 p.

L’opera vuole indagare il nesso esistente tra mobilità e conflittualità sociale, con particolare attenzione allo scenario europeo e alle migrazioni legate al mondo del lavoro. Il dato di fatto, il punto fermo dell’indagine, è che la mobilità spaziale, l’attraversamento dei corpi nello spazio, nel caso specifico dei lavoratori, non rappresenta un’eccezione, ma la regola. La mobilità, dunque crea contatto e il contatto crea conflitti, scontri, lotte per la rivendicazione di diritti. L’obiettivo della raccolta è quello d’interrogare la questione della mobilità umana legata all’ampio universo del lavoro, partendo da due problemi storici: La formazione, riproduzione e dissoluzione dei gruppi sociali nel tempo e la modificazione delle forme del conflitto sociale nella sua diacronicità. I saggi contenuti all’interno dell’opera provano dunque a fare una sintesi, di questi due punti di vista, permettendo di cogliere su più livelli il senso profondo che la mobilità umana ha dato alla storia moderna e contemporanea, prospettando anche nuove chiavi interpretative e visioni d’insieme.

Nel corso dell’età moderna e contemporanea gli spostamenti di popolazione hanno rappresentato uno straordinario terreno di confronto e di conflitto. La mobilità ha costantemente ridefinito la fisionomia dei gruppi sociali, sia dal punto di vista strutturale della loro consistenza quantitativa e delle loro caratteristiche fondamentali (basti pensare ai profili di genere e generazionali), sia nelle dimensioni culturali e politiche della loro soggettività. I movimenti nello spazio sono stati spesso costellati da frizioni e scontri, fra le classi e dentro le classi, per via delle trasformazioni sociali che hanno inevitabilmente innescato o esasperato, nei territori di partenza e nelle zone di destinazione. Indipendentemente dalla caratterizzazione temporale dei flussi migratori (temporanei – stagionali o periodici; “definitivi” – come vengono etichettati gli spostamenti residenziali, in realtà spesso semplicemente meno provvisori; più complessi, con logiche circolari o rotatorie) e dalla loro estensione geografica (breve, medio o lungo raggio), la mobilità ha un rapporto costitutivo con il conflitto sociale, sia che cerchi di lenirlo o esorcizzarlo, sia che ne sia espressione o lo produca.

Queste prospettive e questi interrogativi hanno stimolato la formazione di una rete di studiose e studiosi denominata “Mobilità, gruppi, conflitti”, espressione sintetica che indica un gruppo di lavoro della Società italiana di storia del lavoro. Costituitosi nel marzo del 2013, il gruppo muove da un assunto di fondo: la mobilità spaziale dei lavoratori e delle lavoratrici non rappresenta l’eccezione in un mondo stabile, anzi, al contrario, è la sedentarietà assoluta ad essere un evento raro. Muovendosi nello spazio, i lavoratori e le lavoratrici hanno contribuito attivamente alle trasformazioni del paesaggio, condizionando negli ultimi secoli la geografia del capitale. Ma il ruolo delle migrazioni è essenziale anche per comprendere la formazione e la crisi della società antica e feudale, così come gli equilibri e le trasformazioni di “antico regime”. Da secoli le innumerevoli forme di mobilità trovano quasi sempre alle loro radici il lavoro e la sua ricerca, o, in senso più largo, l’economia familiare e le sue relazioni interne. Il gruppo “Mobilità, gruppi, conflitti” vorrebbe interrogare la mobilità del lavoro a partire da due problemi storici, per altro strettamente connessi: la formazione, riproduzione e dissoluzione dei gruppi sociali e la modificazione delle forme del conflitto sociale.

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Pubblicato in Libri | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su (a cura di) Colucci Michele e Nani Michele, “Lavoro mobile. Migranti, organizzazioni, conflitti (XVIII-XX secolo)”

Giannettini Guido, Rauti Pino, “Le mani rosse sulle Forze Armate”

Edito da Savelli, Roma, 1975, 126 p.

“Il libro voluto da Aloja e fatto ritirare da Henke”. Così riporta l’etichetta messa nella copertina edita da Savelli. Ma chi è Aloja? Chi è Henke? E soprattutto cosa tratta questo libro?
Tutto parte da Eggardo “Edgardo” Beltrametti, un giornalista che collaborava per le testate di destra quali “Borghese” e “Il Tempo”. Intimo amico di Pino Rauti, Beltrametti partecipò anche al famoso “Convegno sulla guerra rivoluzionaria” del 1965, tenutosi all’Hotel Parco dei Principi di Roma. Un anno dopo, il 1966, scoppia una bagarre tra i capi di Stato maggiore dell’esercito e della difesa, Giovanni De Lorenzo e Giuseppe Aloja. Il conflitto tra i due sfocia in uno scoop giornalistico dove Aloja viene accusato di illeciti amministrativi. Beltrametti, da tempo collaboratore di Aloja, decide di coinvolgere Giannettini e Rauti nello scrivere un libro in cui chiariscono alcuni punti sugli illeciti amministrativi (legati agli acquisti di materiale bellico) di Aloja e denunciano le derive filo-comuniste di De Lorenzo. Rauti e Giannettini, usando lo pseudonimo di Flavio Messalla, pubblicano il libro “Le mani rosse sulle forze armate”, finanziato da Aloja stesso.
La pubblicazione, però, scompare dalla circolazione ben presto in quanto i due generali si riappacificano e, al tempo stesso, Aloja chiede all’ammiraglio Eugenio Henke, capo del SID, di far ritirare il libro dalla circolazione. La ripubblicazione di questo libro da parte di Savelli è da inserirsi nell’ottica contro-informativa portata avanti dai Proletari in Divisa (PID), dove venivano delineate le strette alleanze fra il mondo neofascista e quello militare (come riportato nel Saggio Introduttivo a cura della Commissione dei Proletari in Divisa, pagg. 7-49)

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Nota dell’Archivio
-Come riportato dall’Editore, “Ai primi di Gennaio [probabilmente 1975], siamo venuti in possesso, in modo fortunoso, di una fotocopia dell’edizione originale delle Mani Rosse. L’esigenza politica di pubblicare il libro il più rapidamente possibile ci ha spinto a stamparlo fotografando direttamente le fotocopie, senza ricomporre il testo. A questo procedimento si deve l’imperfezione tecnica della riproduzione e della stampa. Ce ne scusiamo con i lettori.” (pag. 52)

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(a cura di) Bertolucci Franco, “Gruppi anarchici d’azione proletaria. Le idee, i militanti, l’organizzazione”

Edito da BFS-Pantarei, Pisa-Milano.
Volume 3: 2019, 456 p.

Tra il 1949 e il 1957 si consuma all’interno dell’anarchismo italiano una profonda frattura, figlia della sua crisi politica e ideologica maturata dalla sconfitta degli anni Venti e Trenta. Una delle esperienze forse meno conosciute di quel periodo storico furono i Gruppi Anarchici d’Azione Proletaria. La scelta del gruppo di militanti che si aggregarono intorno alle figure chiave di Pier Carlo Masini e Arrigo Cervetto fu quella di voler costruire un’organizzazione politica di «quadri», un «partito» libertario con una prospettiva internazionalista/libertaria, classista e consiliarista. La loro parabola si chiuderà dopo il fatidico 1956 (Rivolta d’Ungheria) quando questa esperienza si fonderà nel Movimento della Sinistra comunista. In seguito dal «gruppo originario» già presente nei G.A.A.P. prenderà vita Lotta Comunista.
Questo volume, il terzo dei tre tomi di cui si compone l’opera pubblicata in coedizione da Edizioni Biblioteca Franco Serantini ed Edizioni Pantarei, presenta le biografie dei militanti e simpatizzanti che formarono il nucleo di questo “ardito” esperimento politico.

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Note dell’Archivio
-Presente in archivio: solo il Volume 3. Mancano i Volumi 1 e 2
-Nella Nota Editoriale, BFS ed Edizioni Pantarei riportano la seguente: “Nell’aprile del 1994 Pier Carlo Masini fece dono alla Biblioteca Franco Serantini di Pisa dell’archivio politico dei GAAP (Gruppi anarchici d’azione proletaria) e delle sue carte personali. L’impegno era che alla scomparsa di Masini, avvenuta nel 1998, dopo un periodo di dieci anni — come da volontà testamentaria — quei materiali fossero riordinati e resi disponibili alle attività di studio e di ricostruzione storica. Questo volume, il terzo e ultimo, testimonia il rispetto di quell’impegno ed è tra i risultati di un ventennio di lavoro. Esso contiene, oltre all’introduzione, 235 biografie e 109 tra lettere, relazioni e documenti redatti da una cinquantina di militanti (in particolare da Masini, Cervetto, Parodi, Vinazza e Scattoni) e selezionati tra le svariate migliaia contenute dall’Archivio GAAP e l’Archivio PC. Masini. Il lavoro di riordino e anche d’integrazione di documenti e carteggi è stato possibile con la collaborazione di diversi archivi e fondi legati alla storia del movimento libertario e del movimento operaio; tra questi l’Archivio Arrigo Cervetto di Savona, dove sono custodite le carte della corrente leninista che con Cervetto e Lorenzo Parodi prese a organizzarsi a partire dai GAAP, nella dialettica con le posizioni di Pier Carlo Masini. Le Edizioni Pantarei e la BFS edizioni hanno condiviso e sostenuto l’impegno della Biblioteca Franco Serantini, nella comune preoccupazione che siano assicurati alla storia del movimento operaio quei documenti, nonché la memoria degli uomini che animarono quell’esperienza feconda di un comunismo libertario e internazionalista.”
-Nelle “Avvertenze al lettore”, si riporta “La realizzazione di questi tre volumi avrebbe richiesto — sia per la mole della documentazione presa in esame sia per gli argomenti piuttosto “nuovi” affrontati — dei tempi ben maggiori rispetto alla scansione annuale che ci siamo imposti perché, fino al giorno prima dell’invio in tipografia dei pdf, ci sono stati continui interventi sui testi: aggiunte, correzioni, sostituzioni di documenti ecc., e tutto ciò ha fatto sì che, nonostante alcune riletture, i testi siano costellati di refusi, imprecisioni e lacune che sono venute alla luce in seguito, cosa di cui ci scusiamo con i lettori. Una lista completa delle correzioni finora trovate sarebbe stata in pratica inutile perché troppo lunga per poter essere presa in considerazione, e quindi abbiamo deciso di limitarci a pubblicare qui solo quelle riguardanti questioni importanti (date, nomi, refusi che rendono incomprensibile la frase ecc.), per quanto riguarda il resto, che continueremo ad aggiornare, si trova sul sito della casa editrice, al seguente indirizzo: http://www.bfs.it/edizioni/files/prefazioni/236.pdf
Indicazione di carattere generale: abbiamo compilato una nota per ogni personaggio citato — escluso quelli palesemente conosciuti — di cui abbiamo trovato notizia. Di regola, per i militanti dei GAAP, abbiamo rimandato alla voce biografica presente in questo volume. Vi sono però dei casi di persone citate per la prima volta ne primi due volumi, per le quali era. stata compilata una nota breve biografica e solo nel prosieguo delle ricerche è stata appurata la loro appartenenza all’organizzazione, e quindi è poi stata preparata anche una scheda per la sezione Biografie.”

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