Fourier Charles, “Teoria dei quattro movimenti, Il nuovo mondo amoroso e altri scritti sul lavoro, l’educazione, l’architettura nella società d’Armonia”

Edito da Einaudi, Torino, 1971, XXXVIII+410 p.

L’attualità della «riscoperta» di Fourier viene dalla sua morale antirepressiva nell’educazione e nella vita sessuale. Solo di recente è stato pubblicato in Francia II Nuovo Mondo Amoroso, un inedito che i suoi discepoli erano riu­sciti a nascondere, in cui Fourier descrive gli amori poligamici nella società d’Armonia ed espone le sue teorie sessuologiche.
L’utopista che Stendhal definì «sognatore su­blime» e Engels «il piu grande satirico di tutti i tempi», seppe immaginare e descrivere, centocinquant’anni fa, una società antiautoritaria – nel lavoro, nell’educazione, nella vita eroti­ca – in cui la passione «farfaliante» è l ’incen­tivo alla produzione industriale, la scuola è so­stituita dalle «piccole orde», la famiglia dalle «corporazioni amorose», e le guerre sono spe­dizioni di armate gastronomiche e galanti. Ciò che rende Fourier uno scrittore unico nel suo genere è la sua facoltà di vedere un mondo completamente diverso, di descriverlo nei più minuti particolari. La scelta di Italo Calvino sui dodici volumi delle opere complete privile­gia nettamente il Fourier immaginoso. Ne è ve­nuto fuori un libro tutto da leggere, come l ’o­pera d’un grande scrittore di invenzione: tale in effetti fu Fourier, narratore moralista visio­nario paragonabile a Swift.

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Note dell’Archivio
-Nella “Nota ai testi” curata da Italo Calvino, vengono riportate le seguenti cose:

“Nella scelta e nella traduzione abbiamo seguito l’edizione in dodi­ci volumi delle CEuvres complètes de Charles Fourier, Editions Anthropos, Paris 1966-68, e in particolare i seguenti volumi da cui sono siati scelti i brani qui indicati con i nostri titoli e (tra parentesi) i nu­meri delle pagine corrispondenti nel testo originale:
“Per la parte prima :
Tome I, Théorie des Quatre Mouvements et des Destinées générales, 1966. [Riproduce anastaticamente la 3° edizione del 1846].
Introduzione (xxxv-xxxvi).
a) L’attrazione appassionata: Dubbio assoluto, Divario assoluto (1-5); L’Associazione agricola (6-8); Le Passioni nelle Serie progressive (8-11); Dalle Scienze incerte alle Scienze fisse (11-14); Le 12 passioni (71-79, 82-84; nota: 152); Una Serie pas­sionale (293-96); La sovrabbondanza nell’Ordine combinato (160-63).
b) I Destini generali: I 4 Movimenti (29-33); Le 32 sociali (33 – 37); Le 18 creazioni (38-41); La Corona boreale (41-52); Gli animali geroglifici (286-91).
c) Il matrimonio e l’amore: Le infelicità del matrimonio (111-117); Le Corna (126-30); Convivenza progressiva (117-25); Le unioni graduali (125-26); Le Maggiorenni amorose (133-37); Corporazioni amorose (140-44); Politica galante (171-78).
d) Spettacoli e Cavalleria errante: Splendore delle Scienze e del­le Arti (153-55); Splendore degli spettacoli (155-57); La Caval­leria errante (157-59); Le Serie di Parata (296-303). Avviso ai Civilizzati (307-11).
Per la parte seconda :
Tome IV , Théorie de l’Unité Universelle, troisième volume, Paris, 1966. [Riproduce anastaticamente l’edizione 1841 che comprendeva una riedizione del Traile de l’Association domestique agri­cole].
Tome V , Théorie de l’Unité Universelle, quatrième volume, Paris, 1966. [Idem].
Tome VI, Le Nouveau Monde Industriel et Sociétaire, ou Invention du procedi d’industrie attrayante et naturelle distribuée en séries passionnées, Paris 1966. [Riproduce anastaticamente l’edizione del 1845].
Tome X, Manuscrits publiés par « La Phalange », revue de la science sociale, 18 51-18 52, volumes I-II, Paris 1967. [Riproduce anasta­ticamente i primi due volumi dell’edizione del 1852]. (I due vo­lumi contenuti in questo tomo hanno ciascuno la sua numerazio­ne. I passi da noi scelti appartengono tutti al voi. II).
Tome XI, Manuscrits publiés par «La Phalange », revue de la Scien­ce sociale, 1855-56, 1857-58, volumes III-IV , Paris, 1967. [Riproduce anastaticamente i due volumi del 1856 e 1858]. (Il passo da noi scelto appartiene al voi. III).
Indichiamo il numero romano del tomo, seguito dai numeri arabi delle pagine.
a) Il lavoro societario : La giornata del societario (VI, 67-69); L’industria e il gioco delle tre passioni (VI, 66, 69-75); La Falange di prova (IV, 426-32,433-35); I poveri e i ricchi e la proprietà composita (IV, 516-24); Mobilitazione del servizio domestico (IV, 526-32); Il fasto nei luoghi di lavoro (IV, 536-539; 545-46); Il laboratorio in miniatura (IV, 542-45); Fine della distinzione tra consumatori e produttori (IV, 546-47).
b) L ’educazione societaria: L’educazione unitaria (V, 1-4, 7); I nove gradi dell’educazione (X, 106); Educazione dei lattanti e dei pargoli (VI, 171-77); Inutilità delle virtù materne (X, 108-114 ); Educazione dei Frugoli (VI, 180-83, 185-89); Vocazioni maschili e vocazioni femminili (V I, 190-91, 200-1); Educazione delle Tribù dei Bimbi (VI, 189-90,193-94,196); Le Piccole Or­de (VI, 206-7; V, 141-46); Virtù e onori delle Piccole Orde (VI, 207-13); Le Piccole Bande (V, 167, 169-72,176, 178-79); I bambini e il teatro d’opera (V, 6-7; V I, 221-24); La prima scuola è la cucina (V, 109-13).
c) L ’architettura societaria: Progetto di città (IV , 300-9); Il Fa­lansterio (IV , 455-62); Le strade – galleria (IV , 462-69); L ’ac­campamento dei curiosi (IV , 470-75); Pianta d’un Falansterio (VI, 123-25 e tavole).
d) La cucina societaria: Economia della cucina accortita (X, 162-165); Usanze conviviali (IV, 539-42); Specie, varietà, età dei formaggi (V I, 273-74); I meloni che non ingannano (IV , 47-49); Il trionfo dei polli coriacei (IV, 135-39); La guerra gastro­fisica (V, 353-57).
e) I vizi dei Civilizzati: Gerarchia della Bancarotta (IV , 121-26); Gerarchia delle corna (XI, 250-64).
Per la parte terza :
Tome VII, Le Nouveau Monde Amoureux, Manuscrit inédit, texte integral. Etablissement, notes et introduction de Simone Debout-Olesziewicz, 1967.
a) La Santità amorosa: Definizione dei 5 ordini d’amore (33-35); Equilibrio tra amore sentimentale e materiale (35-37); L’indice di imperizia generale (38-39); Onnigamia e unione angelica (43-48); I Troni d’Armonia (76-78,105); La corporazione delle Ve­stali (427-33); Le Damigelle e i Damigelli (433-34); Destino collettivo dei defunti e dei vivi (118-19); La Santità Minore (119-20).
b) Fakma e il Turbine di Cnido: Una scena d’Armonia (112); Ar­rivo d’un’Orda di Cavalleria errante al Turbine di Cnido; Cat­tura d’un avamposto e riscatto dei prigionieri (157-66); Com­mento alla seduta di riscatto (166-71); Riscatto dell’Eroina san­ta (174-203); Commento alla seconda seduta di riscatto (203-7); Ingresso degli Avventurieri, cerimoniale d’accoglienza, confes­sione e preludi (209-10); L ’apertura della Corte d’Amore (210-212).
c) Gli amori in orchestra: Le Orchestre d’amore (313-16); La Quadriglia poligama (303-6, 317-18); La Quadriglia onnigama (320-22); Le orge dei Civilizzati (322-29); L ’orgia da museo (329-32); Le manie amorose (332-35, 389-91); Le Serie onnigame e le manie amorose (386-88); G li oroscopi metodici (395-399)””

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Faure Sebastien, “La Ruche, una comunità anarchica per l’educazione dei bambini”

24 p.

Introduzione:

Pressappoco un secolo fa nei dintorni di Parigi, presso Rambouillet, Sébastien Faure, militante anarchico tra i più noti in Francia, fondò la Ruche, l’alveare, la sua opera più amata. Aveva allora 46 anni e decise di concentrare i suoi sforzi su un progetto: la creazione di un ambiente libertario in cui far crescere bambini e ragazzi, per farne degli uomini e delle donne libere. Affittò un vasto terreno che includeva alcuni edifici, campi, orti e boschi, chiamò con sé alcuni collaboratori e fondò una comunità che nel corso del tempo arrivò a comprendere fino a 60 persone tra ragazzi e collaboratori. Profondamente influenzato dalle idee di Paul Robin, un altro anarchico che un decennio prima aveva provato a realizzare un grande esperimento pedagogico libertario all’orfanotrofio di Cempuis (Piccardia), Faure era convinto che solo vivendo in un ambiente libertario, il bambino potrà diventare un essere nuovo: attivo, indipendente, degno, solidale, in poche parole l’individuo fraterno e libero che è l’elemento fondamentale della nuova società. Nessuna vera rivoluzione è possibile senza questo cambiamento di fondo e l’educazione ne è lo strumento fondamentale. Per far questo è però necessario considerare fin dal principio il bambino come un essere libero in formazione: non appartiene né a suo padre, né al suo Maestro, né alla Chiesa, né allo Stato, ma solo a se stesso. I grandi devono certo fargli da guida pratica, come fratelli maggiori, ma non sostituirsi a lui. In questa una comunità educante tutti sono coinvolti, seppur a titolo diverso, persino gli animali. Figli di proletari, provenienti da famiglie in gravi difficoltà, spesso maltrattati, i bambini e le bambine dell’alveare crescono in un ambiente sano, protetto e recuperano in fretta la dignità perduta. C’è chi insegna loro un mestiere cucina, sartoria, lavanderia, falegnameria per renderli indipendenti, quando saranno adulti; ma imparano anche a cantare, leggono e discutono, provano tante diverse attività sportive, studianoaritmetica, francese, storia seguendo una didattica attiva, all’avanguardia di decenni rispetto ai tristi rituali della scuola conformista che ancora oggi è assai diffusa. La Ruche , come dovrebbe fare ogni buona educazione, mira a formare degli esseri completi, ossia si propone, usando un’espressione tipica della tradizione libertaria, un’educazione integrale. Non esseri dimezzati, cervelli senza mani, né mani senza cervello, ma esseri che all’occorrenza devono sapersi rendere indipendenti attraverso il lavoro, pur conservando la capacità di affrontare un problema scientifico, di apprezzare un’opera d’arte, persino di partecipare a una discussione filosofica. Ma questo ancora non basta: Sebast, come veniva affettuosamente chiamato da tutti, pensa che sia necessario offrire ai bambini pane, amore e conoscenza. E’ un grande padre affettuoso che dedica tutta la sua vita a questa grande famiglia, contribuendo a mantenerla grazie ai proventi delle sue affollatissime conferenze in giro per la Francia. Nonostante tutti gli sforzi prodigati, nonostante il successo e la celebrità ottenute, la Ruche muore durante la Grande guerra, nel 1917, quella guerra che Faure, insieme a tanti altri, aveva in ogni modo cercato di contrastare: i razionamenti e le difficoltà economiche crescenti, non consentono di continuare l’esperimento. L’opuscolo che presento in questa traduzione è tratto dall’Enyiclopedie anarchiste. Si divide in due parti: la prima riporta le parti essenziali della brochure che Faure aveva scritto per far conoscere la Ruche nel 1914. La seconda è posteriore, scritta per la voce dell’Encylopedie e si occupa più specificamente di questioni educative. Far conoscere quest’opera straordinaria, ancora quasi sconosciuta ai più, è un modo per rispondere all’appello con cui Faure conclude questo testo: “Ma nutro la speranza che altri, più giovani, in un giorno non lontano, rimescolando le ceneri di questi ricordi su cui il mio vecchio cuore soffia, le
troveranno ancora calde e ne faranno scaturire delle scintille, ravviveranno la fiamma e tenteranno di mettere in piedi e di condurre a buon fine una nuova Ruche”.

Filippo Trasatti

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Nota dell’Archivio
-Traduzione della voce “Ruche (La)” dell’Encyclopedie Anarchiste

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Bakunin Michail, “La scienza e la questione vitale della rivoluzione. Educazione e forza di volontà”

Edito EdiAnLibe Edizioni, Catania, 1992, 51 p.

I testi che qui presentiamo sono tratti dal VI volume delle Opere Complete di Bakunin
pubblicate dalle Edizioni Anarchismo, Catania, Agosto 1985

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AAVV., “Educazione libertaria. Tre saggi su Bakunin, Robin e Lapassade”

Edito da RomaTrePress, Roma, 2020, 120 p.

Lo scopo del volume è quello analizzare, in chiave pedagogica, il pensiero e le opere di tre figure raramente contemplate nel panorama degli studi sull’educazione. Si tratta di Michail Bakunin, Paul Robin e Georges Lapassade, autori che, in modo diverso si sono impegnati per dare voce non solo ai più vulnerabili ma anche a molte questioni lasciate ai margini della scienza ufficiale. Da questa prospettiva, le teorizzazioni proposte da Bakunin, Robin e Lapassade interrogano criticamente l’attualità inserendosi, con la loro forza, nel dibattito su un Mondo più equo, giusto, solidale, collaborativo, aperto alle differenze, attento ai più deboli. Si tratta, evidentemente, di temi che riguardano la scuola, in tutte le sue componenti (insegnanti, dirigenti, personale, studenti, genitori), ma anche l’università e le altre agenzie educative e formative, così come il territorio. Attori sociali, questi, che devono operare sinergicamente, benché dialetticamente, se si desidera rilanciare l’idea di comunità educante, l’unica che può porsi a baluardo contro le molte derive disumane del nostro tempo.

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Trasatti Filippo, “Lessico minimo di pedagogia libertaria”

Edito da Eleuthera, Milano, 2014, 176 p., Seconda Edizione

La pedagogia libertaria e una grande sconosciuta: resta tuttora ignota non solo al grande pubblico, ma anche a coloro che si occupano di scuola e agli esperti di pedagogia. Eppure molte delle idee-forza dell’educazione libertaria sono diventate parte del senso comune pedagogico e hanno fatto da lievito alle sperimentazioni educative più avanzate e interessanti. Il libro è strutturato come un lessico essenziale (di oltre quaranta voci, con riferimenti intertestuali) che, attraverso una ricognizione dei temi, delle esperienze e dei protagonisti fondamentali, offre una prospettiva di lettura di quasi due secoli di elaborazioni pedagogiche libertarie.

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Freire Paulo, “La pedagogia degli oppressi”

Edito da EGA-Edizioni Gruppo Abele, Torino 2002, 206 p.

A cinquant’anni dall’uscita di “Pedagogia degli oppressi”, concluso da Freire nel 1968 (anno – come il libro – di radicalità e di liberazione) le domande restano prepotentemente attuali. E le risposte di Freire, ispirate al principio fondamentale che non c’è educazione se non attraverso la liberazione degli uomini dall’oppressione, continuano a essere un punto di riferimento nel mondo. Per questo una nuova edizione, con il corredo di una introduzione e di una postfazione attualizzanti e di brevi interviste a studiosi contemporanei, non è il semplice ripescaggio di un classico. Come scrive Gustavo E. Fischman in una delle interviste, “L’effetto principale del lavoro di Freire credo sia stato quello di aver dimostrato che il perseguire anche brevi esperienze di scuola democratica – in una singola classe, fuori o dentro la scuola, con bambini o adulti – è di per sé un valore. Tali esperienze insegnano a educatori e studenti ad aspettarsi di più da se stessi e inoltre a collegare gli atti individuali e sociali agli obiettivi dell’uguaglianza e della solidarietà”. Oggi come cinquant’anni fa.

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Nota dell’Archivio
-Traduzione del libro “Pedagogia do Oprimido”, 1970

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Ermini Rino, “Pedagogia Libertaria. Percorsi Possibili”

Edito da SempreAvanti, Livorno, 1994, 45 p.

Esistono le premesse culturali e sociali per una scuola libera e indipendente da condizionamenti politico-affaristico-religiosi? Quello che viene insegnato a scuola è normalmente più arretrato di quello che comunemente si crede. Si insegna per risvegliare o per intorpidire le menti? Le idee che vengono inculcate sulla struttura gerarchica della società facendola apparire come inevitabile, indispensabile, in fondo il meglio che si possa avere, anzi l’unica possibile; le idee sulla religione. Si possono dare al lavoro di docente contenuti rivoluzionari anche dietro l’apparenza della normalità. Insegnare a confutare dovrebbe essere il primo obiettivo pedagogico di un modo serio ed eticamente corretto di esercitare la professione di insegnante. Non può esservi evoluzione e quindi crescita se l’insegnante non riesce ad agire come starter culturale, etico – nei confronti delle menti dei futuri soggetti sociali.

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Dai Luca, “La pedagogia libertaria”

Università degli studi di Milano, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Corso di Laurea in Educazione Professionale, 2003-2004, 52 p.

Premessa
La premessa da cui parto è strettamente legata a elementi che derivano dal personale. Da futuro Educatore professionale è inevitabile che mi ponga delle domande, sui possibili problemi ai quali potrei andare in contro nella relazione educativa con l’altra Persona. Da “libertario” che sono, non amante dell’Autorità in genere, mi pongo il problema dell’abuso di potere (nascosto nel ruolo) che potrei esercitare nella relazione con l’altro, il rischio di plasmare l’altro, il rischio di cambiare una persona a propria somiglianza, imponendo le proprie visioni, smantellando così la Libertà dell’individuo di essere ciò che è. Al contrario credo nella libertà dell’altro di essere ciò che è, nel rispetto dell’altro e della sua persona. Una relazione in continuo scambio e apprendimento reciproco, nella quale si aiuta veramente qualcuno ad evolvere. Un rapporto non gerarchico in cui vengono rifiutati metodi più o meno velatamente coercitivi. Un rapporto bilaterale, in cui entrambi gli attori educano e vengono educati. Queste premesse mi hanno fatto imbattere nella “Pedagogia libertaria”.

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Sabatino C., “Oltre ogni immaginazione. Il primo, duro impatto con la realtà carceraria”

Autoproduzioni A’rraggia, [anno sconosciuto], 15 p.

Un recinto ben fabbricato, un cancello ben robusto, una scritta su di un muro.
Qui perderete ogni speranza.
Non bisogna farsi prendere da una triste angoscia anche se i sentimenti a volte son più fatti.
Lottare e soffrire per poi non soffrire, affrontare la realtà e questa società lottare con coraggio contro questa dittatura.
Ti ritrovi in una cella, quattro mura e una cancella i compagni di sventura ti raccontano la loro storia.
Tra gli scioperi e le proteste ti ritrovi in manicomio ora libera è la sbirraglia da te che l’hai affrontata. A soffrire non sei solo, con te ci siamo noi che tra scioperi e rivoluzione vinceremo i dittatori…

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Nota dell’Archivio
-Sabatino C. sta per Sabatino Catapano

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Eisner Lotte, “Lo schermo demoniaco”

Edito da Editori Riuniti, Roma, 1991, 399 p., Seconda Edizione

Lo schermo demoniaco ha trent’anni ma non li dimostra. Lo slogan, anche se non brilla per originalità, mi potrebbe consentire di chiudere già a questo punto e concorrere, con buone speranze, al Guinness dei primati per la brevità di una introduzione letteraria. Il lettore, se intende procedere, è comunque avvertito: le righe che seguono non fanno altro che riprendere e variare il tema iniziale.
Scritto su commissione per la collana cinematografica del Poligono già alla fine degli anni quaranta, questo libro è stato poi curato e tradotto da Mario Verdone nel 1955 per le edizioni di Bianco e Nero, in una versione più ricca e completa rispetto a quella francese del 1954 e, per molti versi, assai vicina alla più recente edizione del 1981.
Pur tornandovi sopra a distanza di tempo, Lotte Eisner non ha sentito il bisogno di apportarvi modifiche sostanziali, di accogliere nuove ipotesi o tesi inconfutabili emerse nel frattempo. Gli aggiornamenti bibliografici, o gli interventi sul testo, segnalano piuttosto la diffusione e l’accettazione delle sue tesi e di molti motivi del libro e denunciano, con mano leggera, l’ esistenza di piccoli atti di pirateria critica ai suoi danni. In ogni caso nessun restauro o operazione di facile rivitalizzazione dei tessuti. Il libro mantiene intatte fisionomia e struttura originarie. Caso pressoché unico, nel quadro peraltro molto ricco della saggistica cinematografica del dopoguerra, Lo schermo demoniaco è stato subito visto come un classico, pur senza assumere un ruolo centrale e di guida nel dibattito teorico e critico dell’ epoca. Non solo giocava a suo sfavore l’ostracismo più generale nei confronti delle avanguardie artistiche, ma un elemento decisivo era dato dal confronto con il libro di Kracauer, Il cinema tedesco. Dal «Gabinetto del dottor Caligari» a Hitler, dello stesso periodo, anche se scritto e tradotto in Italia alcuni anni prima, la cui carica polemica e ideologica si muoveva in sintonia quasi perfetta con le parole d’ordine, gli interessi e la competenza della critica del tempo.
Tuttavia se la critica militante non trovava soddisfatti, dal saggio della Eisner, gli interrogativi sul rispecchiamento della società tedesca prenazista nei film espressionisti, ci si rendeva conto che l’area di interessi e la portata dello sguardo della Eisner erano assai più ampie e ricche di prospettive rispetto ali’ argomentazione tutta orientata su un solo asse dimostrativo del libro di Kracauer.
Partito dunque con un discreto handicap, questo libro, sulla lunga distanza, non soltanto ha recuperato, ma è riuscito a mantenersi come punto di riferimento indispensabile per tutte le successive analisi e ricerche sull’espressionismo cinematografico. Che, peraltro, non sono state molte, nel pur vivace panorama critico e interpretativo degli ultimi vent’anni, e neppure memorabili per qualità e novità critica o storiografica.
In mancanza di una rigorosa ricerca d’archivio, che sappia restituire, in modo completo, il quadro delle relazioni, delle influenze reciproche nella cinematografia all’indomani della prima guerra mondiale e in mancanza di una convincente risistemazione critica del cosiddetto espressionismo cinematografico nel più vasto campo di tensioni dell’espressionismo artistico e culturale, il libro della Eisner ha il merito di costituire, ancor oggi, la guida più autorevole per un tipo di contatto con l’intero ordine di problemi stilistici e interpretativi posti dal sistema cinematografico tedesco tra la fine della guerra mondiale e l’invenzione del sonoro. Il primo interrogativo e la prima risposta netta che il libro offre è che si deve maneggiare con cura la fom1ula «espressionismo cinematografico» e che, a ben guardare, ben pochi film meritano, a pieno titolo, l’ appellativo di espressionisti.
L’ipotesi guida del libro è che il cinema, ad un certo momento in prossimità della guerra mondiale, viene attirato – e quasi risucchiato – nel campo gravitazionale dell’espressionismo, senza mai farne parte del tutto. In base ai principi di rottura dei criteri di separazione tra le arti si attua una mescolanza e una continua metamorfosi di codici tra le varie manifestazioni del]’ espressionismo. Il gioco di travasi. e passaggi, i principi dei vasi comunicanti sono analizzabili fino alle soglie del cinema, che si pone come un luogo di confluenza delle diverse forme e temi senza esserne tuttavia il naturale punto d’approdo e di conversione completa. Più che di metamorfosi si potrà parlare piuttosto di ibridazione, di intergamia, di reti di relazioni multiple e di coesistenza di anime diverse.
Nel passaggio dalla letteratura, dalle arti figurative, dal teatro al cinema, raramente si constata una congruenza perfetta degli elementi recitativi, scenografici, narrativi, fotografici, architettonici e una loro corrispondenza totale con i codici espressionisti. Nel testo filmato i valori e i moduli espressionisti, quando vi siano, risultano come diluiti e coesistenti con altri elementi. Come ricordava ancora la Eisner qualche anno fa in un numero monografico della rivista francese Obliques (n.6-7, 1976), di ogni autore di film espressionisti si dovrà tener conto del suo contemporaneo contributo alla creazione di altri generi e altre tendenze. Cari Mayer – l’ideatore per eccellenza dei piu famosi soggetti e sceneggiature espressionisti – è anche l’autore e promotore del «Kammerspièl.», il genere piu antitetico rispetto all’espressionismo. Lo stesso Robert Wiene, autore del Gabinetto del dottor Caligari, non ha alcun rapporto organico anteriore o successivo con il movimento espressionista. E Fritz Lang si ostina a negare, contro ogni evidenza, il suo rapporto con l’espressionismo fino agli ultimi anni di vita. Quanto ai film di Murnau la recitazione espressionista in qualche opera non è sufficiente a farlo rientrare d’ufficio nel movimento, mentre assai più forte è in lui l’influenza di Max Reinhardt.
La presenza di elementi espressiònisti appare dunque diffusa e distribuita in modo diseguale e disomogeneo. Percorrendo le fasi della storia del cinema tedesco nel decennio successivo alla fine della prima guerra mondiale, l’autrice punta la sua attenzione su elementi specifici, isola _tratti stilistici e formali assai marcati, suggerisce anche l’ideit di un’ atmosfera che permea il cinema tedesco e che, all’improvviso, irrompe sulla scena cinematografica e si materializza in modo imprevedibile. Ignorando quasi del tutto gli orientamenti e le parole d’ordine della critica degli anni cinquanta, la Eisner sceglie, da una parte, come punto di riferimento fondamentale il libro di Rudolf Kurtz Expressionismus und Film del 1926 e pochissimi altri referenti bibliografici e, dall’altra, tenta di applicare al cinema – ricordandosi la sua formazione di storica dell’arte – la lezione di Alois Riegl e soprattutto di Heinrich Wolfflin e del puro-visibilismo. Tutte le sue analisi stilistiche e formali dei rapporti tra i film e lo sviluppo di forme e di mentalità anteriori possono essere tranquillamente riportate, o trovare i loro referenti naturali, nei concetti fondamentali sullo sviluppo dell’arte moderna espressi da Wolfflin. In ogni capitolo la Eisner segue lo sviluppo e la trasformazione di questa o quella forma, individuandone le radici vicine e lontane e mostrandone la materializzazione finale in una scena o in un film. Non solo, ma, soprattutto nei primi capitoli, si tenta di cogliere la presenza di temi chiave o temi guida nel profondo della mentalità del popolo tedesco che il cinema accoglie e ripropone all’interno di un quadro storico lacerato e carico di tensioni violentissime.
Cosi, se da una parte la lezione puro-visibilista le consente, a sua volta, di effettuare magistrali analisi sulla relazione tra le forme, le linee e le superfici all’interno delle singole inquadrature, o di scene e sequenze e di coordinarle in un quadro generale di scelte d ‘autore, dall’altra l’attenzione per gli archetipi e la storia della cultura e della mentalità la portano a importanti riflessioni sul ruolo del cinema per la comprensione dell’immaginario tedesco. Certo se, tra tutte le manifestazioni artistiche, la Eisner riesce a distinguerne il diverso grado di influenza sul prodotto cinematografico, il suo discorso acquista il massimo di pertinenza quando vengono mostrate le relazioni più strette e dirette tra il teatro e il cinema. Su questo piano si attua, in misura maggiore, il principio dei vasi comunicanti e si constata come, ad alimentare il cosiddetto espressionismo cinematografico, sia la lezione teatrale di Max Reinhardt prima e di Piscator poi, in misura non certo inferiore a quella delle regie dell’espressionismo teatrale. A mano a mano che il libro procede ci si accorge che la Eisner, mediante una serie di mutamenti a vista, pone il cinema non al punto più stretto di confluenza delle varie espressioni artistiche, ma gli affida il ruolo di contenitore, dalle pareti assai elastiche e dilatabili, capace di accogliere e sistemare al suo interno spinte e materiali tra i più eterogenei. Cosi, in uno spazio in apparenza sconvolto, tra storie di mostri e fantasmi, in atmosfere da incubo, la Eisner si muove con estrema sicurezza indicando i giusti rapporti di prospettiva, le ragioni delle scelte scenografiche, l’oscillazione tra molteplicità e unità, tra forme chiuse e aperte, tra le diverse modalità della visione della superficie e della profondità, le influenze precise e specifiche – là dove esistono – dei grandi teatralizzatoci tedeschi degli inizi del novecento.
Cosi non sarà difficile – per esempio – mostrare come alla base del cinema di Fritz Lang vi sia la lezione di Gordon Craig, come il verbo di Max Reinhardt sia sceso sulle teste di molti autori del cinema tedesco come una sorta di spirito, come l’ opera di von Gerlach, Jessner, o del «Kammerspiel» circoli nei film di Lubitsch e Dupont, di Lupu Pick e Murnau, Pabst e Lang. Più che in qualsiasi altra cinematografia, nel cinema tedesco degli anni venti si verifica un rapporto non antagonistio, ma simbiotiço tra cinema e teatro e una feconda interazione reciproca. E il merito del libro è di avercene mostrato tutti i legami e le relazioni di scambio.
In questo quadro la cultura dell’espressionismo risulta essere una pedina importante del gioco, ma non la forza egemone e totalizzante. Le relazioni, le misure di scala, i conflitti formali e ideologici all’interno della produzione tedesca della repubblica di Weimar non si possono osservare in base ad una prospettiva unitaria e monocentrica: I testi e il sistema cinematografico che li accoglie presentano all’interpretazione percorsi multipli e tuttora si offrono in tutta la loro ambiguità e polisemia di significati e di espressione.
Trent’anni fa, con questo saggio, Lotte Eisner aveva mostrato come il modo più produttivo per conoscere il cinema tedesco degli anni venti fosse quello non di unificare e trovare comodi denominatori comuni, ma piuttosto di mostrare le differenze, distinguere, separare. Da allora, come si è detto, poco è stato fatto e la modestia dei contributi successivi e il minimo interesse per la storia del cinema muto tedesco, se non trovano plausibili spiegazioni, ripropongono, quasi naturalmente, questo libro per la sua attualità. Ad un ideale tavolo di gioco critico e storiografico, alla Eisner il banco verrebbe assegnato di diritto e bisogna riconoscere che in mano ha tuttora lei le cane migliori e che, in molti momenti, il libro è ancora in grado di assumersi rischi critici e interpretativi molto alti. E soprattutto di comunicarci il senso del profondo coinvolgimento e dell’amore dell’autrice per il proprio oggetto e di affascinarci per la ricchezza del suo bagaglio culturale e per la sua estrema disinvoltura nel manovrare i vari strumenti critici e interpretativi.
Dal momento che Werner Herzog ha già testimoniato, da par suo, l’amore per la Eisner compiendo un viaggio a piedi da Monaco a Parigi nel 1974 (documentato nelle pagine di Sentieri di ghiaccio) per ottenerne la guarigione da una grave malattia, e poiché, d’altra parte, credo assai poco nelle mie doti taumaturgiche, preferisco dichiarare, in modo assai più semplice e modesto, il mio amore per l’autrice. E testimoniarle soprattutto la mia riconoscenza per aver provato, leggendo più volte queste e le altre pagine dei libri su Murnau e Lang, emozioni e suggestioni culturali di lunga durata e lezioni di metodo e di rigore professionale, raramente ritrovate in questi ultimi anni in cui mi è parso spesso di annegare nella miriade di pubblicazioni effimere, improvvisate, dilettantesche, abborracciate, destinate per lo più ad una dispersione rapida e incapaci di lasciare alcuna traccia.

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Note dell’Archivio
-Prima edizione di questo libro: 1983
-Traduzione del libro “L’écran démoniaque. Les influences de Max Reiithardt et de l’exprenionnisme”, La Terrain Vague, 1981

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